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L’universo della Magia nell’Antico Egitto – Pietro Testa

L’universo della Magia nell’Antico Egitto – Pietro Testa
  1. Creazione e ruolo della magia (1)

Qualsiasi tentativo di comprendere il ruolo e la funzione della ‘magia’ nella religione egiziana deve passare attraverso un esame dell’origine di Heka e della sua posizione come forza all’interno dei cicli mitologici della creazione. Il più noto di questi, il sistema heliopolitano con la sua collinetta primordiale, il benben, è sensibilmente incorporato in forme architettoniche come la Grande Piramide di Giza  e il Tempio solare di Abu Gorab. Queste costruzioni su larga scala non servivano semplicemente come memoriali della creazione, ma funzionavano come un mezzo per ricreare e rigenerare l’inizio del mondo, quando il sole splendeva su di essi.

Figura 1 – Vaso in alabastro del re Tut-ankh-Amon (Museo Archeologico del Cairo)

Una lampada di alabastro a forma di loto (Figura 1) proveniente dalla tomba del re Tut-ankh-Amon, svolge la stessa funzione rispetto a un comparabile mito di creazione poiché quando è accesa, ricrea il momento in cui il dio solare aprì gli occhi nel loto del dio Nefer-Tum nacquesro lo spazio, il tempo e la creazione. A testimonianza dell’architettura monumentale o della semplice arte decorativa, queste opere egiziane sono veramente ‘magiche’. Per mezzo di un’immagine o ‘doppio’, creano un risultato, el potere che collega l’immagine al risultato è il dio Heka. Il ruolo teologico di Heka già appare nell’Antico Regno, ma è spiegato negli incantesimi 261 e 648 dei Testi dei Sarcofagi, in cui il dio è designato come il figlio maggiore del creatore grazie al quale le immagini – ka prendono forma di divinità e realtà del mondo fisico. Ad esempio, il bassorilievo dell’Istituto Orientale di Chicago n°9002, a nome di Nefer-Maat, dimostra definitivamente che l’idea fondamentale che ricopre la parola ‘dio’ in egiziano è quella di ‘immagine’, e che il principio dell’immagine è coinvolto in tutti gli aspetti della magia egiziana che manipola statue, elementi architettonici, amuleti, cadaveri di animali e umani e, in ragione del carattere pittografico della scrittura, delle parole dette o scritte. La trasformazione delle parole pronunciate o scritte come immagini accessibili di ciò che rappresentano è di particolare importanza per Heka che è comunemente associata a Hu, la Parola autorevole, le cui rappresentazioni possono essere accompagnate da quelle degli strumenti di scrittura, la cui forza si manifesta attraverso geroglifici mutilati, nomi e determinativi danneggiati (o rilievi associati che funzionano come determinanti nelle iscrizioni e nelle pitture murali).

Figura 2 – Statua guaritrice di Jed-Horus (Museo Archeologico del Cairo. Lacau P. Les statues «guérisseuses » dans l’ancienne Égypte, Monuments et Mémoires del la Fondation Eugène Piot, Tome 25, 1921)

Il vincolo esercitato sulle divinità dalla forza di Heka s’inserisce in questo modello e nelle figure qualificate come ‘panteiste’ usate in contesti di magia coercitiva (ad esempio il Papiro Brooklyn 47.218.156 e i cippi di Horus (Figura 2), divinità in tutte le loro manifestazioni che possono essere soggette a adeguata manipolazione. Il ruolo di Heka come forza di logos nel cosmo è reso esplicito dall’uso simbolico del segno del quarto posteriori di un leone () in luogo dell’ortografia fonetica del suo nome.

 

Figura 3 – Statuetta del dio Heka

La statuetta del Louvre E 4875 (Figura 3) è un esempio rappresentativo, che mostra questo geroglifico posto sulla testa di Heka, sottolineando con un gioco di scrittura simbolica che Heka è un ‘potere’ e una ‘forza’(pehty), e un protettore che appare regolarmente ‘dietro’ il dio del sole (Ra) nella sua barca, e ‘dietro’ Osiride sul suo trono, in particolare nelle scene dello Amy-duat 2  relativo al ciclo cosmico. I testi egiziani in lingua greca traducono appropriatamente Heka con ‘magia sacra’ e ‘energia sacra’. Heka, come qualsiasi divinità, può beneficiare di un’adorazione locale, ed è così che appare nel Delta, nell’oasi di Bahariya, e a Esna. In questo tempio, tuttavia, sostituisce nelle rappresentazioni suo padre, il dio creatore, ed è rappresentato sulle colonne come divinità solare, seduto sul loto primordiale. Heka divenne così centrale nella tarda teologia che la sua immagine seduta poteva sostituire il segno originale () per scrivere la parola ‘dio’ nei testi tolemaici. Le divinità sono così identificate sia come depositarie, sia come creazioni di Heka, un concetto già espresso nei Testi dei Sarcofagi

  1. Maledizioni e “amuleti d’amore”

Uno degli usi più comuni della magia egiziana è l’esecuzione e la sottomissione dei nemici. Tali rituali possono variare da azioni contro nemici cosmici o statali, condotte nei templi, a riti contro nemici personali nella pratica individuale, sebbene in ogni caso il praticante sia un sacerdote istruito in un tempio e in grado di leggere e scrivere (spesso un sacerdote ritualista), operante per conto dello stato o di un privato. Le immagini delle esecuzioni rimontano al periodo predinastico e si protraggono per tutto l’arco della cultura magica d’Egitto.

Figura 4 – I re che massacra i nemici (Monuments de l’Égypte et de la Nubie, I, Paris, 1848, Pl.XI)

Tali scene, molto comuni, variano dalle rappresentazioni bidimensionali delle battaglie, presenti sulla tavolozza di Narmer  e sui piloni dei templi (Figura 4) , fino alle figurine tridimensionali abbozzate o men. La tomba di Tutankhamon fornì un vasto assortimento di tali immagini apotropaiche: gli scudi, le canne, i sandali e i poggiapiedi del re sono tutti decorati con immagini di prigionieri sconfitti. Solo camminando o sedendosi, il re compiva un atto di difesa magica. Se queste pratiche maligne non richiedevano una cerimonia aggiuntiva per essere operative, i rituali più elaborati dell’esecuzione, come ‘la rottura dei vasi rossi’, erano veramente complessi, e i depositi di tali cerimonie, associati ai testi successivi, ostili a Seth e Apophis (Papyrus Bremner-Rhind), 3  indicano molteplici azioni e recitazioni. In particolare nel forte nubiano di Mirgissa, un deposito intatto ha restituito i vasi rotti e le figurine inscritte con la tradizionale formula della maledizione contro le forze politiche e demoniache, nonché le figurine per uso individuale. Questi traducono la distruzione dei nemici simbolicamente (uccelli e archi selvatici) e fisicamente (immagini di prigionieri legati, teste e piedi tagliati), il loro cibo (bestiame e ciotole di cibo) e il loro mezzo di trasporto (barche).Nel Nuovo Regno, se non prima, la magia da incantesimo fu adattata ai nuovi bisogni individuali. Testi in neo-egiziano, demotico e copto sono composti per forzare individui riluttanti a diventare partner sessuali. Tali ‘amuleti d’amore’ hanno poco a che fare con l’amore romantico; d’altra parte, causano alla vittima un elenco spesso dettagliato di disturbi causati da mal d’amore: perdita di sonno, appetito e forza di volontà.

  1. La figura del mago egiziano e i suoi strumenti

Il sacerdote egiziano poteva essere autore e compilatore di formule magiche e di riti, per poi metterli in pratica e quindi rivestire il ruolo di ‘mago’. La funzione del sacerdote egiziano come mago si può collegare alla figura del Xry-Hbt (hery-hebet), sacerdote ritualista: egli recitava incantesimi e inni durante il rituale nel tempio, così come nei riti magici e apotropaici nel funerale; in particolare nel periodo tardo egiziano il ‘capo sacerdote ritualista’ diventò il ‘mago’ per eccellenza. Nella letteratura dall’Antico Regno fino all’epoca greco-romana le qualificazioni del mago sono ‘sacerdote ritualista o ‘scriba della Casa della Vita’. 5 L’appartenenza diretta dei maghi alla classe sacerdotale porta a concludere che non vi erano maghi itineranti del tipo ciarlatano dei nostri tempi. La testimonianza più evidente della professione di mago è una scatola del Medio Regno avvenuta nei magazzini del Ramesseum 6  (Figura 5) . Rinvenuto nel fondo di un pozzo di una tomba della XII dinastia, il contenitore ligneo misura cm.45 x 30 x 30, è rivestito di stucco bianco e sul coperchio mostra la figura di uno sciacallo. Il contenuto consisteva in: ventitré papiri frammentari, varie perline, amuleti, figurine, quattro bambole, bastoncini (penne), una statuetta della dea Beset  con un serpente in ogni mano, un cobra di bronzo stretto in una massa di capelli e un mandriano di avorio pastoforo.

Figura 5 – Contenuto della ‘scatola del mago’

Lo studio dei papiri rivelò la natura magica della collezione, essendo i testi rituali e medico-magici. 7 Gli oggetti, poi, fanno parte dell’equipaggiamento magico: perline come amuleti per la sicurezza e la salute; coltelli apotropaici per proteggere i bimbi dai demoni; immagini di divinità protettive (cobra e Beset) e figure umane. La presenza di Beset ben si adatta alle immagini sui coltelli eburnei. Il cobra sacro è comune come protezione, e la presenza dei capelli indica la ‘legatura’ per rafforzare l’incantesimo nel rituale apotropaico. Le ‘bambole’ corrispondono alle cosiddette ‘concubine’ usate per favorire la fertilità femminile. Infine la statuetta del mandriano pastoforo si collega agli incantesimi cantati o recitati dai mandriani durante il guado della mandria per proteggerla dall’attacco dei coccodrilli: la ‘formula dell’acqua’. Dalla strumentazione della cassetta non possiamo avere dubbi sulla presenza di un rx-xt (rekh-khet) , conoscitore di cose, cioè di riti, quindi un HkAy (hekay) , mago, con competenze professionali in medicina, fertilità femminile, protezione da serpenti e demoni, malattie infantili e magie agricole, a parte la conoscenza dei papiri e l’uso di penne con cui scrivere incantesimi. L’identità professionale, inoltre, era corroborata dalla figura dello sciacallo sul coperchio della cassetta, che riproduce il titolo Hry-sStA (hery-sesheta), colui che è sopra i segreti.

  1. Le tipologie della magia egiziana

 

Magia per i bisogni terreni.

L’uomo dell’antico Egitto, come noi, era afflitto dalle malattie. I malanni causati da agenti esterni, come ferite e lesioni provocate da uomini o animali, erano evidenti poiché manifesti apertamente e visibilmente. Le malattie interne invece erano più preoccupanti poiché non visibili, e quindi attribuibili a potenziali nemici interni, come animali (i nostri parassiti) o spiriti maligni.

Come tutti sanno, la medicina ufficiale era abbastanza progredita e utilizzava le risorse naturali derivate da sostanze organiche e inorganiche. Ne fanno fede i vari papiri medici fino ad oggi conosciuti dei quali presentiamo una lista: 8

Papiro Kahun (1850 a.C.)

Ginecologia. Silloge sistematica di 17 casi di malattie ginecologiche. 3 pagine (m.1,14). Frammento University College, London.

Papiro Ramesseum (1850 a.C.)

Terapia medica. Ricette per il trattamento di affezioni oculari, reumatiche, pediatriche e ginecologiche. Incompleto (m. 3,31). British Museum, London.

Papiro Edwin Smith (1550 a.C., copia del 2300 a.C.) Chirurgia e traumatologia. Descrizione di 48 casi di vari tipi di traumi e di notevole metodica scientifica. 22 pagine (m. 4,70). Academy of Medicine, New York. 9

Papiro Ebers (1550 a.C.) 10 Medicina generale. Vari casi di malattie dermiche, oculari e degli arti. Cardiologia. Presenza di formule magiche. 102 pagine (m. 20). Università di Lipsia.

Papiro Hearst (1550 a.C.)

260 ricette per il trattamento di affezioni di intestino, cuore, vescica, paterecci, ascessi e parassitosi. 18 pagine. Incompleto (m. 3,50). Università di Berkeley, California.

Papiro Berlino 3027 (1550 a.C.)

Pediatria. 2 ricette in parte scientifiche e in parte magiche. 15 pagine. (m. 2,17). Museo di Stato, Berlino.

Papiro Londra (1350 a.C.)

Terapia. 61 ricette per il trattamento delle affezioni oculari e ginecologiche. 19 pagine. Frammentario (m. 2,10). British Museum, London.

Papiro Berlino 3038 (1300 a.C.)

Medicina generale. Ricette varie, prognosi di parto, trattamento in parte scientifico e in parte magico. 24 pagine (m. 5,20). Museo di Stato, Berlino.

Papiro Chester Beatty VI (1200 a.C.)

Proctologia. 40 ricette per affezioni ano-rettali. 10 pagine. Frammentario (m. 1,35). British Museum, London.

Papiro Carlsberg VIII (1200 a.C.)

Oculistica e ostetricia. Alcune ricette copiate dal papiro Ebers; 7 prognosi di parto. 3 pagine. Frammentario (m. 0,27). Università di Copenaghen.

Papiro Brooklin (400 a.C.)

Zoologia; tossicologia. Trattato sui serpenti; antidoti contro i loro veleni. Museo di Brooklin.

Là dove la medicina ufficiale non arrivava, si ricorreva a quella alternativa, cioè la magia, e spesso si reputava prudente accompagnare i rimedi con adeguate formule magiche. L’antico Egiziano non era tormentato solo dalle malattie. La vita era piena di problematiche esistenziali: amore; carriera; lavoro, malocchio, ecc. Quando non si giungeva a vincere questi intoppi con le proprie forze, una dose appropriata di magia poteva risolvere la questione. Quindi ci troviamo in presenza di formulari adeguati alle varie bisogne. Di più il mago poteva ottenere la crescita dell’acqua in un canale o viceversa; sapeva come salvare un battello che stava per naufragare; poteva allontanare un uragano (sempre stando agli scritti).

 

Magia per i bisogni ultraterreni

Sappiamo che gli antichi Egiziani consideravano la vita terrena come un’anticamera di quella ultraterrena che era eterna. Per tale ragione costruivano le loro dimore terrene in materiali deperibili, come legno, mattoni crudi e qualche raro elemento portante in pietra. Dedicavano invece tutti i loro mezzi economici (coloro che se lo potevano permettere) alla costruzione della tomba in pietra, sia con strutture esterne, sia ricavata (situazione ideale) nel ventre della roccia delle falesie desertiche a occidente del Nilo. Assistiamo così al fenomeno dell’architettura funeraria, più che noto, in cui confluivano risorse economiche, religiose e magiche: piramidi, mastabe, ipogei con annessi e connessi, dettati dal credo delle varie epoche.  Il sepolcro era la ‘casa dell’eternità’ per l’antico Egiziano: indipendentemente dalla sua forma, esso doveva essere progettato e realizzato in modo da soddisfare quella serie di esigenze imposte dal credo. Siamo spettatori della genesi di quelle espressioni religiose e magiche che imprimevano al sepolcro la funzione protettiva per la parte immateriale dell’essere umano. A partire dal re Unas (VI dinastia) gli ambienti interni delle piramidi furono ricoperti di una fitta rete di formule magiche atte a indirizzare e proteggere il defunto sovrano nel suo cammino verso l’eternità cosmica: i Testi delle Piramidi. S’iniziarono, cioè a porre per iscritto, e nell’eterna pietra, le espressioni religiose tramandate oralmente dai tempi dei tempi.

Dall’Antico Regno in poi vi è uno sviluppo sempre più ramificato di queste composizioni: Testi dei Sarcofagi, Libro dei Morti 11  e le varie “guide” toponomastiche del complesso mondo dell’aldilà. Già nell’Antico Regno abbiamo la presenza delle decorazioni parietali nelle tombe nobiliari che diventeranno sempre più organizzate nello scorrere dei secoli. Queste decorazioni, note a tutti, trattano di temi della vita terrena che dovevano rispecchiarsi nella quarta dimensione. Nelle tombe reali del Nuovo Regno abbiamo invece le pareti, e anche in alcuni casi i sarcofagi, decorati con i “libri” toponomastici dell’aldilà: Libro dello Amy-Duat, Libro delle Porte, ecc. Non dimentichiamo poi gli importantissimi riti che precedevano l’inumazione, quali la mummificazione, in cui la salma era preparata per l’eternità, fisicamente e magicamente, e poi la famosa Apertura della Bocca che si svolgeva all’ingresso del sepolcro. 12 Tutto quest’apparato, che abbiamo esposto succintamente, serviva alle necessità della parte immateriale dell’essere umano. Solo la magia poteva sovrintendere a questo scopo, e il meccanismo fu sottile e ben equilibrato, poiché ideato ad assolvere tutte le varianti che presentavano il percorso e la vita dell’aldilà. In effetti, buona parte delle espressioni magiche terrene servirono come ossatura a quelle ultraterrene.

Lo spirito 13 seguiva il viaggio del sole nell’aldilà. Cibi, bevande e suppellettili erano depositati nella tomba, ma anche rappresentati sulle sue pareti. Lo spirito doveva compiere verso il regno di Osiride un viaggio irto di pericoli più o meno potenziali: la magia ci pensava. La confessione nella sala del giudizio era corroborata dalla magia. Lo spirito poteva voler tornare di quando in quando sulla terra: la magia provvedeva. Animali nocivi esistevano anche nel mondo dei beati: ecco la magia. Si doveva lavorare nei campi e compiere altri lavori: un esercito di servi e serve virtuali 14  erano a disposizione, animati dalla magia … Questo mondo complesso figurativo e plastico era accompagnato dalla scrittura. Non a caso si è detto che i primi ‘fumetti’ furono inventati dagli antichi Egiziani. Nelle scene parietali ogni situazione è descritta; i vari personaggi parlano tra di loro: discorsi, lazzi, parole ironiche o pesanti; i personaggi della scena in genere hanno nome, alcune volte anche il nomignolo, e professione: grazie a ciò spesso si sono potute ricostruire genealogie; ogni oggetto, animale, pianta ha il suo nome. A cosa servivano questi “fumetti”? Qui è d’uopo accennare al fenomeno della ‘voce giusta’.

Nell’idioma egiziano esiste il termine mAa-xrw (maa-kheru) letteralmente ‘giusto di voce’, ma che può avere varie sfumature di significato. Come verbo: trionfare; essere giustificato, trovato giusto; vincere; ottenere, guadagnare (attraverso giustificazione); 15  come sostantivo: giustificazione; trionfo;16  come condizione: giustificato; trionfante.17 In Egitto nella classe sacerdotale vi era un officiante particolare, il Xry-Hbt (khery-hebet), letteralmente ‘colui che è sotto il rituale della festa’, 18 correntemente chiamato ‘sacerdote-lettore’ ma che più propriamente si indica con ‘sacerdote ritualista’. Questo sacerdote era addetto principalmente alla ‘lettura’ dei testi nelle cerimonie templari o funebri. Egli, naturalmente, spesso era anche un mago, come il caso di Jaja-em-ankh, Neferty o Uba-iner (nella letteratura indigena); Uni; Hery-khuf; Qar; Imeny; Khnum-hotep; Jehuty-hotep; Jefay-Hapy.

L’officiante doveva leggere con ‘voce giusta’, cioè ‘appropriata’ i testi. Si riteneva che la vibrazione della sua voce animasse la scrittura e le immagini. Per ‘animare’ qui s’intende un’operazione che logicamente superava il piano fisico: non un atto illusorio bensì, nell’intenzione e nella tecnica del rituale, un procedimento per cui ciò che era animato era la controparte ‘astrale’delle immagini riprodotte, piano invisibile all’occhio umano. Ora nel sistema geroglifico esistono dei segni che, impiegati necessariamente per il loro valore fonetico, riproducono animali nocivi, come serpenti, scorpioni, belve, ecc. Per lo spirito del defunto si presentava quindi il pericolo che, una volta animati dalla ‘giusta voce’ questi segni potessero nuocergli. S’interveniva con la magia operatoria che martellava o decapitava detti segni dopo la lettura: in tal modo si rendevano innocui per l’eternità, una volta assolta la loro funzione grammaticale. Vediamo, dunque, come la magia fu importante specialmente in questo campo e, con accettabile sicurezza, possiamo affermare che questa forza magica nacque più da esigenze ultradimensionali che da quelle terrene.

 

Magia medianica e per gli dei.

La personalità degli spiriti dei defunti egiziani dipendeva o dal favore degli dei o dal comportamento sulla terra. Dopo la morte, l’uomo giusto diveniva uno ‘spirito’ luminoso e viveva in simbiosi con gli altri spiriti e con il cosmo; addirittura poteva avere lo stesso potere degli dei e assicurare ai propri parenti una buona copertura. Lo spirito dell’uomo cattivo, invece, era escluso dal regno di Osiride, ‘moriva’ per sempre, era uno ‘spirito errante’ e poteva creare seri problemi ai vivi, entrando nei loro corpi e scatenando i malanni più tremendi, come follia, convulsioni, epilessia, ecc. Per evitare tutto ciò veniva in soccorso la magia che tendeva ad ammansire le entità cattive e, a scanso di equivoci, a ingraziarsi anche quelle buone. Nelle tombe esisteva la cosiddetta (Figura 6) ‘falsa porta’ rwt 19 .

Figura 6‘Falsa porta’ di Kai-em-ankh (ricostruzione dell’autore).

Originariamente il manufatto era posto al centro del lato meridionale della mastaba, poi nel suo interno; nel corso dei secoli abbiamo poi varie tipologie di ‘false porte’. La porta era impenetrabile per il vivo, ma non per lo spirito, nella fattispecie il ka 20 del defunto. In effetti si trattava di un ‘passaggio’ tra il mondo dei vivi e quello dei defunti. Sul monumento è rappresentato sempre il defunto.  in genere con i suoi familiari e la cosiddetta proscimena che augurava al trapassato tutte le belle cose di cui il suo ka poteva nutrirsi. Dinnanzi alla porta vi era sempre una lastra per offerta, spesso della forma, adattata alle esigenze dell’offerta, ma che comunque richiamava il senso del verbo, o sostantivo, Htp (hotep), offrire; offerta. 21  Su di essa si bruciavano e si evaporavano cibi e bevande che sul piano astrale erano assorbite dall’entità del morto. Quest’operazione era chiamata prt-xrw (peret-kheru), letteralmente ‘uscita della voce’: il termine non ha bisogno di eccessive spiegazioni, in virtù di quanto prima esposto; la formula era letta con ‘voce giusta’ per animarla. Nell’epoca tarda si sviluppa la magia evocativa dei defunti e degli dei, così come la negromanzia, gli oracoli, i rituali per scacciare o abbattere i demoni.

  1. Le formule magiche.

La formula è il procedimento più antico per applicare la magia. Per il primitivo il linguaggio aveva virtù magiche e come aveva effetto su animali ed esseri umani, ben presto egli giunse a credere che sortisse effetto anche sulla natura e, di conseguenza, nel mondo ultradimensionale. Le formule magiche sono di vari tipi.

 

Formule d’ingiunzione o proibizione. Con esse s’ingiunge, ad esempio nei Testi delle Piramidi, al defunto re di alzarsi; oppure lo spirito del re comanda al serpente di restare dov’è o lo invia contro il nemico. Nella stele di Metternich, il mago respinge il serpente e ordina agli scorpioni e ai coccodrilli di non muoversi. Avviene che il mago ordina al veleno, al pus, di uscire dal corpo del malcapitato e al medicamento di produrre il suo effetto. Ancora il mago ordina allo spirito maligno di abbandonare il corpo del malato, o di non toccare il bambino.

 

Formule d’invito e di minaccia. Alcune volte vale più un invito rivolto a un pericolo che un’ingiunzione. Accade che il re domanda agli dei di servire lo spirito di suo padre, di accoglierlo fra di essi e di proteggerlo. Così, nella sfera più umana, sacerdoti, persone, innamorati, pregano gli dei, li invitano a essere clementi e di favorire le loro richieste. Ma, di fronte a casi ‘duri’, il mago minaccia le entità ostili con vari metodi intimidatori. In tutti i ceti della società si giunge a minacciare le forze avverse secondo il caso: il mago del re minaccia i nemici di questi; il contadino invita ironicamente il lupo a morire nel suo campo, e così via. Comunque il mago prudente non promette niente e non minaccia, ma agisce alla stessa maniera degli spiriti inferiori, cosciente della loro impotenza, e promette il bene al suo benefattore e maledice il suo nemico.

 

Formule con allusioni mitologiche. Spesso le formule magiche contengono allusioni mitologiche che in genere si riferiscono a miti: purtroppo, tranne quelli a noi noti, buona parte di essi hanno un significato che ci sfugge, poiché appartenenti a una tradizione antichissima. Bisogna notare che nel mito menzionato dal mago, una delle divinità si trova nella stessa situazione dell’oggetto dell’operazione magica: se il dio ha sofferto, era sperabile che comprendesse lo stato del sofferente e quindi lo liberasse del malanno. Frequentissima è l’allusione alla vicenda di Horus, figlio di Iside, il cui la madre, grande maga, esercita la sua potenza magica per proteggere il figlio dagli attacchi delle forze maligne.

Formule dichiarate come cose di provenienza divina. Il mago dichiara che le sue formule sono di provenienza divina: ad esempio, egli asserisce che i suoi rimedi sono l’occhio di Horus; oppure gli amuleti da lui modellati sono quelli che protessero Horus.

 

Formule con accorgimenti psicologici. Il mago attribuisce alle forze nemiche che deve combattere le qualità psichiche dell’uomo. Se non può vincerle con la forza, cerca di abbindolarle con un artificio psicologico: ad esempio, un mago propone al coccodrillo un indovinello, con lo scopo di distrarlo e fargli dimenticare l’attacco.

 

Formule con enumerazione. Spesso troviamo formule con lunghi elenchi di forze ostili, di tutto ciò che il dio protegge, o tutti i tipi di morte da cui la formula protegge. È possibile che con questo sotterfugio il mago cercasse di stancare le forze nemiche.

 

Formule incomprensibili. Vi è una serie di formule con miscugli incomprensibili (per lo meno per noi) di parole o suoni. Si tratta di espressioni in lingua straniera, o imitazioni di questa. Non necessariamente il mago le usava per prendere in giro i creduloni, ma è ragionevole pensare che giungessero in Egitto anche esperienze straniere di magia. Alcune sono delle formule in altre lingue, altre possono essere derivate da stati di trance o di estasi, ritenute dunque manifestazioni o messaggi della divinità.

In conclusione, in questa breve suddivisione dei tipi più comuni di formule, si notano spesso delle glosse di come usarle, o raccomandazioni esprimenti la loro bontà, o l’efficacia di una rispetto a un’altra. Infine è sicuro che il mago riusciva spesso nel suo intento. Si trattava della capacità di suggestione del mago che sortiva il successo, e anche l’autosuggestione del destinatario dell’azione benigna o maligna della pratica magica. Bisogna aggiungere poi le circostanze favorevoli e … un po’di fortuna.

  1. Demoni ed entità benigne 22

Non è facile discernere il concetto di ‘demone’ nella religione egiziana, poiché la terminologia scritta e iconografica non distingue entità maligna (demone) da divinità (nTr). Tutt’al più si nota che in scrittura il nome dell’entità malvagia è scritto con inchiostro rosso con opportuno determinativo (in genere;e varianti). La differenza principale tra demoni e dei, sta nel fatto che i primi non avevano culto, almeno fino al Nuovo Regno. Nella gerarchia degli esseri soprannaturali, i demoni sono subordinati agli dei e, per quanto siano dotati di speciali poteri, questi sono limitati alla loro natura e obiettivi. Generalmente la loro influenza è circoscritta a un singolo compito e, in alcuni casi, sono al comando di un dio, agendo come suoi emissari significando ciò che forse sono creazioni delle divinità. 23  Il defunto vagante (mwt) e lo spirito disincarnato (Ax) si distinguono dai demoni. Nonostante mostrino talvolta la loro natura demoniaca, sono manifestazioni dei defunti nell’aldilà. Essi acquistano la loro identità soprannaturale solamente dopo la trasformazione generata dalla morte e dal rituale. Mentre le entità mwt sono sempre malevole, gli spiriti Ax possono essere pericolosi o benefici. Comunque nulla vieta che entrambi siano nominati nei testi apotropaici, poiché ostili verso gli umani. Alcuni demoni portano disordine nel mondo ordinato o agiscono in quello dei vivi per comando del divino (gli erranti), mentre altri mediano tra ordine e caos o sacro e profano proteggendo luoghi sacri della terra e dell’aldilà dalle impurità (i guardiani).

La mancanza di descrizioni delle origini, dell’ubicazione e delle forme dei demoni rende impossibile identificare ogni singola categoria di demoni. Comunque possiamo desumere due categorie di entità: gli erranti e i guardiani. Tra gli erranti (xAtyw: khatyu) possiamo trovare delle bande controllate da grandi divinità, come Ra e Osiride, e che agiscono come esecutori del loro volere divino. Possono essere degli agenti punitori sulla terra e nell’aldilà, come gli wpwtyw (uputyu). i messaggeri, menzionati dei testi magici e rituali dal Medio Regno fino al periodo romano; in altri casi possono provocare tribolazioni agli umani senza ordini divini. La cattiva influenza degli erranti può essere contrastata e tenuta a bada ai confini del mondo umano mediante la magia, anche se non possono essere distrutti completamente. Essi possono agire per comando divino, ma anche indipendente da esso, anche se sembra certa la prima identità. Gli erranti erano considerati anche come causa di malanni interni e mentali la cui patologia era ignota. Tra essi il demone Sehaqeq (shAqq) creduto responsabile dell’emicrania, rappresentato come un giovane che si copre il volto.

Gli incubi (rswt Dwt: resut jut; cattivi sogni) potevano essere causati dai demoni che li introducevano nel corpo, considerati così una sottocategoria dei demoni erranti. La possessione demoniaca non avviene solo durante il sonno ma anche nel giorno. I demoni erranti entrano anche in case ‘infestate’ come appare in liste di parti di una casa da difendere da entità cattive. 24 I guardiani svolgono la loro attività nell’aldilà e in genere sono benevoli verso i defunti che dimostrano di conoscere i loro nomi. In genere sono legati a specifici luoghi in cui la loro efficacia risulta effettiva. Ad esempio, i demoni wrt sono spesso connessi a luoghi della natura, come bacini acquei, rive, montagne, ecc. dai quali possono assalire il viandante. La natura generalmente aggressiva dei guardiani è motivata dal bisogno di proteggere la loro dimora, come portali, regioni dell’aldilà e luoghi sacri. Quindi possono essere considerati come divinità minori protettrici, spesso rappresentate zoomorfe, zoocefale, mummiformi armate di coltello o altre armi. Troviamo perciò delle figure ibride che esprimono le loro nature protettrici, apotropaiche o aggressive. La maggior parte delle entità ‘demoniache, sono maschili e raramente sono femminili. Abbiamo incontrato nei testi magici la presenza di ‘morti’ e ‘morte’, ‘spirito’ del defunto’ e ‘spirito della defunta’, ‘opponente maschio’ e ‘opponente femmina’ , ma questi abbinamenti sono uno standard esprimente l’insieme dei possibili enti dannosi.

  1. Hermes Trismegisto

Hermes Trismegisto ( Mercurius ter Maximus) è un personaggio mitico dell’antichità greco-egiziana al quale è stato attribuito un insieme di testi chiamati Hermetica dei quali i più noto sono il Corpus Hermeticum, una raccolta di trattati mistico filosofici, e la Tavola di Smeraldo. Gli ermetici, che a lui devono il loro nome, e gli alchimisti, si rifanno a lui. I Greci danno il nome del dio Hermes alla divinità egiziana Thoth (Qwθ) il cui culto si tiene nel medio Egitto a Hermu polis Magna. Quest’assimilazione diviene ufficiale sotto i Tolomei come testimonia un decreto dell’assemblea dei sacerdoti egiziani incisa sulla celebre Pietra di Rosetta (196 a.C.). Dopo l’epoca classica, dei saggi egiziani furono deificati e assimilati a Thoth e poi all’entità sincretistica Thoth-Hermes. Ad esempio, Imhotep, dopo la sua morte, fu assimilato a Thoth e nell’epoca tolemaica lo si può trovare accanto a Thoth-Hermes, così come Amen-hotep, figlio di Hapu. Per lo storico greco Ecateo d’Abdera (V secolo a.C.) Thoth-Hermes è l’inventore dell’astronomia, della lira, della cultura dell’olivo, ecc.

L’origine del soprannome Trismegisto (tre volte grande) è incerta. Sembra che derivi dalla ripetizione dell’aggettivo aA, grande, da cui aA aA wr, tre volte grande, o grandissimo; questo appellativo si trova, ad esempio, nel tempio di Esna. Le prime menzioni in greco si trovano in Atenagora di Atene e Filone di Biblo. Nella Natura Deorum, Cicerone ricorda che vi sono cinque Mercuri e che il quinto, rifugiatosi in Egitto, fu chiamato Thoth. Clemente Alessandrino (150-215 p.C.) indica che esistono 42 libri di Ermes Trismegisto dei quali 36 contengono l’insieme della filosofia egiziana e i rimanenti la medicina. Nell’inizio del Misteri d’Egitto, Giamblico (320 p.C.) scrive che Hermes presiedeva alle parole e alla scienza. Autori come, ad esempio, Seleuco Alessandrino, Lattanzio e altri affermano il nome di Hermes come ricordo di Thoth creatore di tutte le cose e di ogni discorso e pensiero. La figura di Hermes Trismegisto passa per il Medio Evo e il Rinascimento insieme a altri personaggi come Zoroastro, Orfeo, Pitagora, Platone. Infine l’idea che Hermes Trismegisto è il fondatore dell’alchimia s’impone nel Rinascimento secondo la convinzione che egli ne sia stato il primo inventore insieme alla filosofia naturale tripartita dei minerali, dei vegetali e degli animali. Il discorso su Hermes Trismegisto porta inevitabilmente a determinate sette e associazioni esoteriche che si rifanno a pretesi ‘misteri’ e ‘iniziazioni’ dell’antico Egitto. La letteratura riguardante questi fenomeni è ampia e va presa per quello che è, poiché spesso ha dei fondamenti archeologici molto vaghi, frutto dello stravolgimento e dal cattivo filtraggio attraverso i secoli della cultura egizia dopo la sua caduta.

Se da un lato è pur vero che la cultura religiosa e magica dell’antico Egitto è continuata in Grecia e in Italia con l’impero romano, per espandersi in alcune sue sfaccettature in Europa, è anche vero che la scienza dei sacerdoti egiziani dell’epoca tarda, sacerdoti depositari dell’antichità, ma anche suoi manipolatori e speculatori, è passata attraverso il filtro della mentalità dei viaggiatori greci nell’Egitto dominato dai Tolomei e poi dai Romani. Bisogna tener conto della trasformazione del pensiero egiziano durante le varie dominazioni straniere dopo il Nuovo Regno: Persiani, Nubiani, Greci, Romani, senza dimenticare il Cristianesimo espresso nella religione Copta; gli Arabi poi dettero il colpo finale a quella serie di ricordi che spesso divennero miti e leggende di una cultura ormai dimenticata e sepolta dalle sabbie dalle quali emergevano solo grandiosi monumenti istoriati da una grafia non più leggibile, e muta depositaria di una scienza e di una civiltà raffinata e intelligente. Per concludere, bisognerebbe stare attenti a determinate affermazioni di eredità della scienza dell’antico Egitto, specialmente quando si tratta di religione e di magia, poiché questi due argomenti sono molto complessi, data l’enorme distanza temporale che ci separa da essi e la ‘lingua’ che ormai non si parla più e che resta espressa solo nella scrittura.

Note:

1 Anubis sovrintende alla mummificazione del defunto. Rosellini I., Monumenti dell’Egitto e della Nubia, Tomo II, Pisa, 1834, Tav.CXXIX, in foto di testata.

2 Testa P., Viaggio nell’aldilà dell’antico Egitto, Editrice Harmakis, 2016

3 Testa P., Heka. La magia nell’antico Egitto, Editrice Harmakis, 2017.

4 Vila A., Un dépôt de texte d’envoûtement au Moyen Empire, Journal des Savants, 3,1, 1963, pag. 135 segg.

5 La Casa della Vita era un laboratorio di studio religioso e magico, in cui si elaboravano testi e studi riguardanti il campo teologico.

6 Quibell J.E., The Ramesseum, London, 1898, pag.3 segg.

7 Gardiner A.H., The Ramesseum Papyri. Oxford, 1955.

8 Per una bibliografia vedi come base III, pag.1270 segg.

9 Testa P., Il papiro chirurgico Edwin-Smith, Mediterraneo Antico, 2020.

10 Testa P., Il papiro Ebers. Saggezza della medicina dell’antico Egitto, Editrice Harmakhis, 2020.

11Testa P., Il Libro dei Morti egiziano. Libro per uscire nel giorno, Editrice Harmakhis, 2018.

12PM I2, 50. Tomba 33 nello Asasîf, a ovest di Tebe; J. Dümichen, Der Grabpalast der Patuamenap in der Thebanischen Nekropolis, 2 voll., Leipzig 1885; M. G. Daressy, Fragment d’un rituel de l’Ouverture de la Bouche, ASAE XIII, 257 segg,; Schiaparelli E., Il Libro dei Funerali degli Antichi Egiziani, Torino, 1882.

13 Termine di convenienza per lo akh, la parte più spirituale del corpo.

[1]4 Gli ushabtyu.

[1]5 Wb II, pag. 15 1-21; ALex 77.1587; 78.1604; 79.1106

[1]6 Wb II, pag.16 1-17; ALex 77.1588; 78.1605; 79.1107.

[1]7Wb II, pag.17-18; ALex 77.1589; 78.1606; 79.1108.

[1]8 Cioè: che porta. Wb III, pag.395 4-10; ALex 77.3277; 78.3236; 79.2351. I, pag. 940 segg.

[1]9 Wb II, pag. 403.

20 Il cosiddetto ‘doppio’ dell’uomo.

2[1] Notevole, su questi manufatti, è l’opera di Der Manuelian P., Slab Stelae of Giza Necropolis, New Haven and Philadelphia, 2003.

22 Szpakowska K., Demons in the dark: nightmares and other nocturnal enemies in ancient, Ancient Egyptian demonology, Orientalia Lovaniensa Analecta, 175, Leuven-Paris, 2011, pag. 63 segg.

23 Se si pensa agli amuleti dei decreti oracolari (Edwards I.E.S. Oracular amuletic decrees of the late New Kingdom, 2 voll, London, 1960, pagg.84-85: nTrw ntyw iri wrt r rmT, dei che creano un demone urt contro una persona).

24 Borghouts J., Ancient Egyptian magical texts, Leiden, 1978, pag. 10-11.

 

Pietro Testa

 

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Categorie: Egitto

Pubblicato da Ereticamente il 10 Luglio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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