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La ragione della divinità – Marco Calzoli

La ragione della divinità – Marco Calzoli

Il senso religioso della vita non si esprime necessariamente in una religione formale, ma è un afflato interiore che tutte le persone hanno. Si tratta della ammirazione istintiva verso la grandezza e il mistero. Solo alcune persone identificano questa esigenza interiore in una divinità alla quale tributare culto. Tale senso religioso o spiritualità si può incarnare anche nell’amore verso il partner, nel lavoro, nella cultura oppure nell’arte.

La religione suppone spesso che la divinità senta l’amore del fedele e risponda di conseguenza. Una volta si dicevano le giaculatorie, brevi preghiere anche spontanee, dal latino “giavellotto”, come se fossero frecce d’amore rivolte al cuore di Dio.

Il cristianesimo dice altresì che amando il prossimo, si tributa un atto a Cristo stesso. Don Orione diceva spesso che anche nel più misero degli uomini brilla l’immagine di Dio.

Indubbiamente le radici della nostra Europa sono profondamente religiose. Ci sono popoli che sono orientati meglio verso la spiritualità, come quello indiano, invece gli europei sono meglio orientati verso la religione, cioè un credo con precisi articoli di fede e precise pratiche rituali.

Poi ci sono pratiche né totalmente religiose né totalmente svincolate da una sorta di rito, ed è per esempio il caso dell’esoterismo. L’esoterista non prega una divinità perché crede nelle energie, che manipola a piacimento con un rito magico, il quale potenzia la capacità della sua mente di influenzare queste energie. Il satanista non prega Satana, ma questa divinità (e i demoni) viene invocata (dentro di sé) o evocata (all’esterno) con particolari riti, nei quali per esempio può essere mostrato un sigillo, cioè un geroglifico che Satana riconosce e per questo si presentizza.

Le religioni hanno spesso figure sacerdotali, che operano il sacrificio, o comunque intermediari: i musulmani non hanno sacerdoti, perché Maometto non li ha voluti (sebbene ci sia qualcosa di simile in ambito sciita), ma l’imam svolge varie funzioni, come presiedere la preghiera del venerdì, mentre l’ulema interpreta il Corano. Gli ebrei non hanno più sacerdoti dalla distruzione del Secondo Tempio: i rabbini sono gli interpreti della Torah. Comunque il sacerdozio è in potenza nella Mishnà e verrà ricostituito dopo la venuta del Messia.

Alcuni tipi di satanismo hanno sacerdoti, che presiedono la Messa Nera, un rito orgiastico in cui, nello scimmiottare il rito cristiano, una donna viene posseduta dal sacerdote e dagli adepti, mentre lo sperma dei partecipanti raccolto in una coppa viene consumato da questi, a volte mescolati a droghe; il sacerdote nero può anche uccidere durante la Messa Nera un bambino avuto da lui assieme a questa donna rituale. L’energia sessuale (e anche vitale della vittima sacrificale) viene offerta ai demoni come nutrimento in cambio di favori. Ma anche gli esseri umani possono nutrirsi si essa, persino quella del dolore arrecato alla vittima, spesso consumata mediante il sangue. Uccidendo e nuocendo alla vittima all’interno del cerchio magico, tutta l’energia rimarrebbe ivi concentrata per essere prelevata. Crowley, considerato il più grande mago mai esistito, ispiratore del satanismo moderno, mentre per altri sarebbe stato semplicemente un bizzarro esoterista affermò che il bambino è l’oggetto magico più adatto per ogni operazione.

Ma il satanismo USI (Unione Satanisti Italiani), appartenente al satanismo spirituale, non riconosce figure sacerdotali, intermediari di qualsiasi tipo, non pratica Messe Nere né commette reati legati alle droghe. Il satanismo spirituale riconosce Satana come il vero Dio buono, infangato di proposito dagli spiriti cristiani, che hanno costituito nei secoli una religione falsa e occultamente malvagia. Il satanismo occultista identifica Satana come il Male, quello razionalista semplicemente come simbolo della adorazione della materia (LaVey diceva che per essere satanista non è necessario fare le Messe Nere, basta amare il denaro).

La religiosità europea deriva dalla religione ebraica, dalla quale il cristianesimo si è evoluto. Certamente lo spirito europeo è anche pagano (greco e romano), ma esistono fuori di dubbio le radici culturali ebraiche e cristiane, a detta di molti, ma non di tutti.

La Bibbia chiama la Palestina “terra di Canaan”: il toponimo Canaan deriva da una parola hurrita che significa “porpora”. Il toponimo Palestina é una grecizzazione (che compare per la prima volta in Erodoto) di Filistea, la terra dei filistei. Invece la denominazione di Israele compare innanzitutto in una stele egiziana (la prima menzione che abbiamo del popolo ebraico).

La Palestina è una terra povera di risorse naturali e nel passato di nessun rilievo politico né sociale. Però sta in una posizione strategica che faceva gola ai grandi imperi del tempo perché punto di snodo tra Ovest (Egitto e quindi tutto il Mediterraneo) e Est (Asia).

Per questo motivo è stata sempre sottomessa alle popolazioni più potenti di lei. Gli ebrei prima di sedentarizzarsi in Palestina erano al soldo degli egiziani, poi gli ebrei che si stanziarono nella Terra Santa divennero soggetti a assiri, babilonesi, persiani, greci, romani.

Ciò giustifica il mix culturale che ravvisiamo nella Bibbia. La religione ebraica e quella cristiana, che si basano su quel testo sacro, risentono del sostrato egiziano, mesopotamico, greco e romano.  Il Salmo 104 è stato scritto sulla falsariga dell’egiziano Inno a Aton. La storia di Mosè sulla falsariga di quella dell’accadico Sargon. C’è anche un preciso apporto persiano: nella figura di Dio e in quella dello Spirito Santo; Cristo sarebbe il profeta Zoroastro; il Dio dell’Avestā (testo religioso dello zoroastrismo, religione persiana), cioè Ahura Mazdā, è il Creatore (dātar: entità che dà) di tutto, ma non del male, creato da una divinità inferiore, che darà luogo alla figura di Satana. Alcuni libri dell’Antico Testamento sono in greco, così come lo è tutto il Nuovo, nel quale gli studiosi ravvisano molteplici latinismi.

Per la Bibbia non esiste una vera e propria visione storica, come noi oggi la intendiamo, mutuandola da quella greca: veritiera successione di fatti. È interessante che quelli che i cristiani chiamano Libri Storici sono chiamati dagli ebrei Profeti anteriori. Questo perché non è storia ma teologia della storia: i fatti non venivano esposti come erano accaduti ma mediante schemi teologici, certamente più aderenti al vero rispetto a quelli dei popoli vicini ma sempre con poca attenzione ai particolari trasfigurati in vista della tesi teologica da dimostrare.

Gli ebrei non trattarono di storia fino al XVI secolo dell’era cristiana, come tenta di spiegare un testo fondamentale di Yerushalmi intitolato Zahron. Questo perché solo attorno a quel periodo l’umanesimo riscoprì le opere greche storiche e nella prima metà del Cinquecento avvenne l’espulsione dalla Spagna degli ebrei, cosa che dovette spingere gli ebrei a ricostituirsi, cioè a ripensarsi.

Anticamente il centro della vita religiosa degli ebrei era il Tempio di Gerusalemme. Fu distrutto dai babilonesi (586 a. C.) e poi ricostituito dopo l’esilio (a partire dal 536 a. C.). Ai tempi di Erode, quindi molto dopo la ricostituzione del Secondo Tempio, esso era comunque in uno stato di rovina, allora Erode (come testimonia Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche XV, 380) nell’abbellirlo a spese proprie fece un’opera che avrebbe dovuto renderlo immortale.

Nel 70 d. C. anche questo Secondo Tempio venne distrutto, questa volta dai romani. Il rabbino Yohannan ben Zaccai intercedette presso i romani affinché questi lasciassero vivere una accademia giudaica, cosa che essi accettarono di fare. Da essa l’ebraismo si ricostituì, non più centrato sul sacrifico al Tempio ma sulle buone azioni.

L’Islam risente nell’ebraismo e del cristianesimo. Gesù è solo uno dei vari profeti succedutisi, dei quali Maometto è il più grande.

Dio è per l’Islam la sola cosa che rimarrà di tutto ciò che egli ha creato. Corano 55, 26-27: “Ogni cosa perisce ma non il suo Volto”, che nell’originale arabo suona kullu man ‘alayhā fānin. Wayabqā wajhu rabbika.

Ogni cosa è dettata dalla volontà di Dio. L’espressione “non cade foglia che Dio non voglia” si ritrova nel Corano (6, 59: wamā tasquṭu min waraqatin illā ya’lamuhā).

Ma è una concezione che si ritrova spesso nelle religioni. Anche per questo la divinità deve essere pregata.

Nell’induismo la preghiera alla divinità scorre come un fiume. Ṛg-Veda II, 11, 3:

uktheṣv in nu sūra cākan stomeṣv indra rudriyeṣu ca

tubhyed eta yasu mandasānaḥ pra vāyave sisrate na subhraḥ.

“Le recitazioni di cui ti rallegri, o eroe, e le lodi destinate ai Rudra e proprio queste di cui (ti rallegri) inebriandoti, (ora) )s)corrono per te come splendenti per Vayu”.

La radice SAR, “scorrere” è in tmesi con il preverbio pra, ed in mezzo vi è la divinità Vayu: la costruzione vedica è quindi sontuosa e molto evocativa.

La preghiera e la lode “scorrono”, ma in italiano dobbiamo rendere “corrono” se il loro movimento è simile a carrozze.

Il luogo per eccellenza della invocazione della divinità è il sacrificio, in sanscrito yajña, parola che indica sia il culmine del sacrificio (uccisione della vittima) sia il sacrificio in senso lato (gli atti preparatori e conclusivi, gli officianti, le energie necessarie, e così via). In ogni modo il sacrificio vedico è personificato: il corpo allude al sacrificio e ogni aspetto della filologia richiama gli elementi del sacrificio. Spesso il sacrificio nella sua interezza è un corpo unificato, formato da due corpi, di generi differenti, che divengono uno nell’atto sacrificale. Questa coppia è detta in sanscrito mithuna, e si giustifica con il fatto che il sacrificio è visto come una procreazione, cioè generazione, attraverso di esso, dei benefici per la comunità tutta.

A questo punto la metafora liquida della preghiera potrebbe alludere anche ai fluidi necessari per il sacrificio mediante la coppia.   Il sacrificio è anche generatore di vita per tutto ciò che esiste. Śatapatha-Brāhmaṇa XIV 3, 2, 1: “Tutto ciò che è, tutti gli dei hanno un unico principio vitale: il sacrificio”, sarveṣāṃ vā eṣa bhūtānāṃ, sarveṣāṃ devānām ātmā yad yajñaḥ.

Un importante inno mesopotamico al dio Marduk è un acrostico: ogni sillaba di ogni distico del testo accadico forma la frase: “Io sono Assurbanibal, che ti invoca. Concedigli vita, o Marduk, e io ti loderò”. Probabilmente è stato scritto dallo stesso Assurbanibal, ma poi è stato rielaborato ampliando in maniera anche ridondante e con poco stile la struttura originale mediante materiale tardivo.

Marduk viene detto all’inizio dell’Inno “sovrintendente dei canali del cielo e della terra”. Anche qui si associa l’elemento fluido alla sfera del divino.

Ma ciò che è in alto è come ciò che è in basso, dice un noto detto ermetico. Il Macrocosmo (universo) coincide con il Microcosmo (uomo). Nell’induismo c’è una connessione con la divinità solare e il praṇa, cioè l’energia vitale dell’uomo: la prima è la forma visibile (adhidaivatam), la seconda la forma nascosta (adhyātmam). La divinità è nascosta dentro di noi.

Proclo (Teologia platonica VI, cap. 2): “Un’unica catena e al contempo un ordine indissolubile si estendono a partire dall’alto in virtù della Bontà insuperabile della primissima Causa e della sua forza unitaria, dià tēn tēs prōtistēs aitias anupeblēton agathotēta kai to eniaion kratos autēs”. Una stessa energia collega l’alto con il basso e in ciò poggia anche la concezione della teurgia in Proclo: la comune origine dei diversi livelli dell’universo permette all’umano di entrare in contatto con le entità che popolano l’intero universo.

Nella cultura dell’antico Egitto l’ordine del cosmo è rappresentato da Maat: essa più che una divinità è la personificazione di un concetto. Essa non originaria, ma una pura costruzione teologica che si manifesta a partire dalla II Dinastia. Gli studiosi osservano che Maat emerge in periodi particolari (II, IV, V Dinastia) dove vi sono problemi di successione dinastica: la mancanza di purezza del lignaggio del nuovo re viene sopperita mediante la concezione di Maat, per cui il sovrano mantiene l’ordine cosmico.

Ma, a parte queste ipotesi degli egittologi, Maat è l’espressione dell’armonia dell’intero universo, cui fa da contraltare il caos, espresso da  Isefet. Anche nel corpo umano vi è lo specchio di questa concezione: nel corpo sano governa Maat, in quello malato Isefet.

Per curare le malattie, si usavano medicamenti e si adottavano strumenti chirurgici, oppure si invocavano le divinità per protezione e per scacciare gli spiriti impuri. Le malattie, infatti, potevano essere causate da divinità, da demoni, da defunti. Invece le espressioni egiziane dkr.t e whd.w indicano malattie di cui non si conosce bene la causa.

 

Marco Calzoli

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Categorie: Storia delle Religioni

Pubblicato da Ereticamente il 17 Luglio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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