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Il buon borghese – Livio Cadè 

Il buon borghese – Livio Cadè 

Si può dubitare dell’esistenza del buon selvaggio, non certo di quella del buon borghese. Anzi, mi pare difficile trovare oggi qualcuno che non si adegui a un tale modello e alla sua bontà. Per qualcuno sarà forse triste osservare come gli ideali più nobili di un’antica società subiscano un’eclissi a misura del progressivo imporsi di valori borghesi. Nessuno può dire con certezza che tale mutamento rappresenti un’effettiva evoluzione. Ne dobbiamo prendere atto come di un fenomeno climatico. Le grandi vocazioni cavalleresche o religiose si raffreddano e muoiono quando, nello spirito di una nazione, si fanno largo gli interessi più venali e mondani della borghesia. Dei vecchi valori restano solo malinconiche vestigia, come fossili racchiusi nella fantasia di alcuni che, seduti sul comodo divano di un decoroso salotto, si commuovono leggendo di eroi, santi e condottieri. Un sacro fremito scorre nelle vene intorpidite, ma l’estasi futile che si produce in loro, come in novelli don Chisciotte, non li induce certo a rinunciare alle comodità della vita.

La borghesia non è una casta né una classe sociale, ma un modo d’essere. Non vi sono in tal senso differenze essenziali tra il popolo e l’élite, tra dominati e dominanti. Ogni vero borghese segue una medesima filosofia i cui solidi principi poggiano sul profitto e l’oculata amministrazione, la comodità e la sicurezza. Il modesto bottegaio e il grande banchiere amano entrambi la vita come le pulci amano il cane che le alloggia, ma se allo stomaco del primo è sufficiente qualche goccia di sangue per riempirsi, all’altro fiumi di sangue non bastano. È una mera questione di quantità, di dimensioni. Il borghese percepisce la vita in termini assolutamente semplici: da un lato c’è il dare e dall’altro l’avere, non importa di qual genere di beni – materiali o immateriali – si tratti; tutto ciò che esuli da tale contabilità è per lui astratto, irreale. Tutti i borghesi appartengono a una stessa chiesa e tutti condividono uno stesso cibo eucaristico, il guadagno. È vero che su quest’ostia spalmano, come condimento, le idee di libertà, di tolleranza, e altri simili pensieri edificanti. Potrebbero sembrare inutili orpelli, ma la coscienza borghese non ama la nudità, si ammanta di un’etica posticcia: abiti dignitosi ed eleganti che le tengano caldo d’inverno e fresco d’estate, e si possano cambiare alla bisogna.

Essenziale per il vero borghese è non riconoscere alcuna trascendenza, oltre quella del profitto personale. Ogni buon borghese sarà quindi privo sia di misticismo che di grandi visioni. Potrà costruire cose enormi ma mai grandi, avere idee utili ma mai sublimi. Inoltre, essendo per natura conformista – specie quando si sforzi di non esserlo – non gli riesce di creare nulla di originale. Al massimo dei suoi sforzi, il borghese è eccentrico. Cerca di épater le bourgeois, cioè di scandalizzare sé stesso e i propri simili rimestando nel suo vuoto interiore. Frequenta concerti, teatri, cattedrali, mostre e musei, fingendo di comprenderne la bellezza. In realtà considera l’arte, la religione, la poesia, inutili perdite di tempo. Dopo aver prodotto un modo senza bellezza, cerca di estetizzare l’esistenza – il cibo, gli arredamenti, i vestiti – e di esibire il suo buon gusto. Mostra un vivo interesse per la cultura, anche se ne è profondamente annoiato. Segue con scrupolo deferente le mode, specie quelle intellettuali. Adora i viaggi, i titoli di studio e le vaste letture, si preoccupa di iniziative filantropiche e umanitarie. Perché prerogativa del borghese è avere un buon cuore e una mente aperta. E quanto più è incapace di pensare, tanto più prodiga un vero culto alla libertà di pensiero, al rispetto delle opinioni altrui, alla critica costruttiva e il dialogo, e ad altri simili luoghi comuni.

Soprattutto, il borghese ama il proprio corpo, questo fenomeno biologico che coincide per lui con il centro del reale. Egli cerca tutto ciò che gli garantisca la salute, la forma fisica, e vede in questo il vero scopo della vita. Nonostante ciò, è un malato cronico che ha solo imparato a dissimulare i sintomi delle sue varie malattie, e che vuol vivere il più a lungo possibile, perché teme di passare da un vuoto a un vuoto ancor più profondo. Non gli importa certo di salvare l’anima. Gli preme apparire giovane a dispetto dell’età, delle rughe e degli acciacchi, perché l’invecchiare e il morire sono scandali che non può accettare. Il limite, la fine, sono la contraddizione della sua filosofia, l’eresia per lui più ripugnante. Se è posto di fronte alla realtà, combatte la sua angoscia con un’ottusa idolatria della scienza e della medicina, divinità materne cui si affida, cui ciecamente crede, da cui attende ingenuamente la salvezza. Si nutre perciò di farmaci e di esami diagnostici, sperando di esorcizzare lo spettro della morte.

Si difende dall’incertezza della vita con polizze e assicurazioni, reclama leggi e diritti che lo proteggano da ogni rovescio della sorte. I turbamenti, i disordini, il vacillare delle istituzioni, tutto questo risveglia in lui un ancestrale terrore. Egli rispetta profondamente il potere che lo protegge dagli imprevisti. Dimenticandosi che deve egli stesso la sua ascesa sociale a una rivoluzione, o forse al contrario per il fatto che oscuramente se ne ricorda, egli teme che altre rivoluzioni lo privino dei privilegi ottenuti e, prospettiva orribile, condannino a un rapido oblio quei principi che crede santi e imperituri.

Non è insolito che il borghese si interessi di argomenti spirituali, ma questi per lui sono poco più che vana erudizione o ricerca di formule funzionali al benessere psicofisico. Il borghese, anche se cristiano, si accontenta di una coscienza laicamente igienizzata, adorna di sentimenti democratici e umani. Il ricordo di un Cristo che scaccia i mercanti dal tempio lo turba, gli sembra interferire con gli onesti commerci della gente. Il borghese non può comprendere tali sfide all’ordine costituito, vi vede presagi del caos. Sa bene che ogni alterazione dello status quo metterebbe a repentaglio la sua tranquillità materiale: la sua rendita, il suo stipendio, i suoi risparmi, la sua pensione, le sue comodità, le sue abitudini, insomma tutto quello che ha di sacro nella vita.

“Ogni sommossa fa chiudere le botteghe e deprimere i titoli, ferma la borsa, taglia il commercio, intralcia gli affari, precipita i fallimenti; non vi è più denaro, le fortune private sono incerte, il credito pubblico è scosso, sconcertata l’industria, esitanti i capitali e il lavoro a vil prezzo; paura dappertutto, contraccolpi in tutte le città. Da tutto questo nasce la confusione. È stato calcolato che il primo giorno di sommossa costa alla Francia venti milioni, il secondo quaranta e il terzo sessanta; una sommossa di tre giorni costa perciò centoventi milioni, ossia, tenendo solo calcolo del risultato finanziario, equivale a un disastro, naufragio o battaglia perduta…” *

Ma i borghesi non devono temere oggi colpi di stato, rovesci di regime. È una questione di età. Non sono né i vecchi né i bambini a far le rivoluzioni, ma gli spiriti giovani e audaci. Purtroppo il buon borghese soffre di una deprimente senilità. È cauto, razionale, calcolatore. La borghesia corrompe ogni romantico slancio dell’anima, rende i giovani simili a vecchi bambini. Li incanta con trastulli tecnologici sempre più irreali, esseri puerili ma già rassegnati alla routine, alla schiavitù di abitudini e di piccole manie. Non c’è quindi da temere che una tale gioventù abbia sussulti di fegato e di cuore e si butti in lotte temerarie. E ad ogni evenienza, i cani da guardia dell’ordine borghese saprebbero come contenerne gli eroici furori.

Ma v’è un’altra ragione che mette i borghesi al riparo dal rischio di sussulti sociali. È che dalla piccineria borghese, dalla sua flaccidità spirituale, non possono nascere quei tiranni maestosi che inducono gli spiriti liberi a ribellarsi. Quelle figure orrende ma grandiose, che possono suscitare un’inconfessata ammirazione e pur nell’odio infiammare gli animi nobili, chiamarli a raccolta. I despoti del mondo moderno non sono Cesari, Tamerlani o Napoleoni, ma invisibili burocrati, uomini d’affari e speculatori, più simili a ratti o a parassiti che a tigri feroci.

“…v’è una deformità di bassezza che corrisponde alla bruttezza del tiranno; la viltà degli schiavi è un prodotto diretto del despota; da quelle coscienze corrotte esala un miasma in cui si riflette il padrone; i poteri pubblici sono immondi, i cuori sono piccini; le coscienze sono piatte, le anime sono cimici”. *

Una rivolta non può nascere da calcoli di bottega ma da una fierezza interiore, incurante di pericoli e di possibili perdite. Per il borghese, che venera religiosamente il guadagno e la sicurezza, ogni insurrezione rappresenta quindi la figura dell’Anticristo, il satanico par excellence. Abituato a misurare solo la quantità delle cose, il borghese non si pone la questione, troppo sottile per lui, della qualità morale di una ribellione e se sia giusto combattere un potere iniquo. Il borghese è teoricamente democratico ma, nella sostanza, non obietterebbe nulla a una dittatura che proteggesse i suoi interessi. È teoricamente liberale ma, essendo preda di un’ansia incurabile, cede senza rimorso la sua libertà in cambio della sicurezza.

Altro aspetto tipico del borghese è il suo amore per la natura. O meglio, il retorico rimpianto di quella natura che lui stesso ha distrutto, edificando al suo posto orrende città. Un vago senso di colpa si trasforma in lui in preoccupata coscienza ecologica. In realtà, vive nel mito di un progresso che tolga potere alla natura per consegnarlo a ciò che è artificiale. Il borghese esalta romanticamente la natura bucolica, il paesaggio che gli dà piacere, le terre, i mari e i monti che sistematicamente degrada. Ma odia la natura che, secondo leggi inflessibili, gli presenta conti da pagare. Detesta l’idea che il clima, i cicli della vita, le regole del cosmo, possano intralciare i suoi piani o, ancor peggio, insorgere contro di lui, e venera ogni dispositivo tecnico-scientifico che accresca il suo potere su un universo tanto minaccioso. Di fatto, vuole una natura addomesticata, borghesizzata anch’essa.

Non illudiamoci, in forme più o meno gravi, la borghesia è un male comune a tutti. Il borghese, povero o ricco, colto o ignorante, è insomma lo spirito medio del nostro tempo, privo di veri ideali, di vere missioni da compiere o di vere vocazioni da realizzare. Il suo io più profondo si rispecchia in immagini superficiali ed effimere. Tutto in lui è un dare risposte senza aver capito la domanda. La sua vita è priva di senso e di fondamento, chiusa in una angusta immanenza, nella fallacia di ciò che reputa concreto. Anche fosse padrone di mezzo mondo, tutto in lui rimane piccolo e insignificante. Gli restano i riti quotidiani, la rincorsa di beni e la sottomissione a valori di cui non saprebbe spiegare il significato, e quelle miracolose medicine che gli impediscono di vedere il suo reale, pessimo stato di salute. E questo sogno, che ogni tanto lo accarezza e quasi gli par vero, di essere immortale.

*(Victor Hugo).

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 7 Luglio 2020

Commenti

  1. Fabio Bonsignore

    lucida immagine del contemporaneo

  2. Roberto Gallo

    Ottima e precisa diagnosi del vero virus che tutti portano in malandata salute. Quindi, inutile pensare a rivoluzioni o cambi di passo. L’unica liberta’ per la quale i giovani (gli unici, in teoria, in grado di realizzare cambiamenti) sono disposti a lottare – si fa per dire – e’ quella di Shengen. Giovani che vogliono definirsi tali ma che desiderano piu’ dei padri la borghese tranquillita’. Perderanno l’una e l’altra. Pochi se ne accorgeranno. Tardi

  3. Nebel

    Complimenti. Ha esposto perfettamente la solitudine di coloro che si scontrano quotidianamente contro il muro di gomma borghese.

  4. roberto

    C’è chi ha la monomania del sopravvivere ad ogni costo nella mediocrità… e chi il Tao Te Ching… Complimenti per la lucida, spietata analisi, che fa riflettere!

  5. upa

    Esiste anche il borghese di comodo..quello che ama il detto iniziatico del rispetto per gli altrui costumi..
    Il borghese di facciata ha deciso di mascherarsi..e non per pusillanimità..ma per astuzia necessaria all’Opera..
    Si percepisce come un agente segreto in territorio nemico a cui è lecito camuffarsi…
    Il borghese di facciata mostra qualche tratto audace di anticonformismo..come un timido chignon..un piccolo tatuaggio..un vestiario sciatto a significare la sua estraneità alle apparenze..un’eccessiva educazione come diversità benefica….perché il borghese di facciata teme il biasimo come prolegomeno a chissà quali reazioni sanguinolente che lo vedrebbero disturbato nella sua ricerca del Vero..
    Ricerca questa che lo inorgoglisce.. e cela con benevola superiorità..
    Ma teme soprattutto nella perdita della sua tranquillità vista come il trampolino ineluttabile per i suoi futuri voli spirituali verso gli “stati superiori”..
    Il borghese di facciata si riconosce come un animo nobile..e detesta i borghesi con l’animo borghese..che non frequenterebbe mai se non per scambio di convenevoli..
    Il borghese di facciata può essere un nobile mascherato..oppure può essere un borghese più furbo..
    Ha deciso che andare in paradiso in carrozza è la scelta più saggia..
    Ma sa anche che alla fine dovrà scendere dalla carrozza..e il pensiero di trovare demoni urlanti invece di angeli osannanti lo tormenta..
    Ecco..esiste anche questa tipologia..i confini tra le caste sono sfumati..la maschera di chi credeva di averla si dimostra appiccicata al volto..anzi..è il volto stesso..e la nobiltà solo un un’illusione..
    Come andrà a finire..?
    Questa è l’unica tipologia umana che può scegliere..e alla fine bisognerà farlo..bisognerà togliere la maschera..sempre sperando chi sia tale..e bisognerà farlo con eleganza e semplicità..non si può forzare..perché ciò che siamo non abbisogna di nessuno sforzo..e se ci arrabattiamo significa che siamo ancora acerbi e non degni di risposte..

    • Livio Cadè Staff

      Sì, anche questi sono tratti ricorrenti di una certa mentalità borghese. Dobbiamo tuttavia, a margine di questi giudizi critici, accettare il fatto che senza una borghesia dello spirito non esisterebbe neppure un’aristocrazia.
      È la legge degli opposti complementari…
      Quindi, se vogliamo che esista la ‘nobiltà’, lasciamo che esista la ‘borghesia’.

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