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Ancora dal confine orientale – Fabio Calabrese

Ancora dal confine orientale – Fabio Calabrese

Io credo che nessuno di noi vorrebbe vivere i tempi che oggi stiamo vivendo. La Guerra Fredda e il confronto est-ovest avevano imposto una lunghissima moratoria al conto da presentare all’Europa da parte dei vincitori del secondo conflitto mondiale, conto che oggi viene presentato senza remissione e pesantissimo.

La prospettiva che ci si apre davanti è né più né meno che la morte dei popoli europei per sostituzione etnica. Sembra però che qualcuno non si accontenti di ciò, dell’assassinio in tempi lunghi dei popoli europei che ciò comporta, ma voglia premere sull’acceleratore. Abbiamo visto il movimento razzista anti-bianco dei “Black Lives Matter” passare rapidamente dall’iconoclastia al terrorismo tra i plausi della sinistra becera e idiota sempre pronta a solidarizzare coi nemici della propria gente.

L’ultima impresa dei BLM, di cui certo non avrete sentito parlare ai TG che non fanno informazione ma propaganda di regime: l’assassinio di una giovane donna bianca, Jessica Doty Wittaker di 24 anni che lascia un bambino di 3, uccisa per aver sostenuto che anche le vite dei bianchi sono importanti.

In questa situazione, tragica come non ce ne sono forse mai state in millenni di storia, sarebbe bene che nascesse una nuova solidarietà tra Europei (e bianchi, dovunque vivano) ma, così come l’amore non può essere unilaterale, questa solidarietà non può essere a senso unico, in particolare, coloro che sono usciti sconfitti nella seconda guerra mondiale, noi italiani soprattutto, non dobbiamo cedere ancora, perdere più di quello che abbiamo già perso.

Tempo fa, un tizio sloveno aveva dato una risposta arrogante a un mio post su facebook: “Noi abbiamo vinto e voi avete perso”, e concludeva: “Io sono sloveno, e così pure saranno mio figlio e mio nipote”.

Gli ho risposto che si, senza dubbio noi italiani abbiamo perso, ma se lui pensava che loro avessero vinto, si sbagliava di grosso: suo nipote sarà probabilmente mezzo peruviano, e suo pronipote un mulatto. Tutta l’Europa, compresi gli stati nominalmente vincitori è uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Noi possiamo almeno prenderci la soddisfazione di dire che i nostri padri, a differenza dei loro, hanno combattuto dalla parte giusta, in difesa dei popoli del nostro continente.

Io non rifiuto a priori il dialogo con nessuno, ma a chi è sgarbato, so come rispondergli a tono.

Come vi ho già raccontato (approfittando per la verità di un articolo destinato prevalentemente ad altro, L’eredità degli antenati, venticinquesima parte), il consiglio comunale triestino ha deciso di istituire il 12 giugno come giorno della memoria della liberazione di Trieste dal comunismo, infatti il 12 giugno 1945 le truppe neozelandesi entravano nella città scacciandovi quelle comuniste jugoslave che l’avevano occupata all’indomani della capitolazione, e vi avevano iniziato la stessa atroce mattanza che ha costretto gli italiani a fuggire dall’Istria. Vi avevo anche fatto notare che questa decisione riecheggia e segue di poco quella del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di istituire il 7 novembre, anniversario del golpe leninista in Russia passato falsamente alla storia come “rivoluzione d’ottobre” (d’ottobre secondo il calendario giuliano allora in uso in Russia) come giornata del ricordo delle vittime del comunismo.

Io non voglio avallare nessuna specie di atlantismo, e certamente la politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca è discutibile sotto molti aspetti, a cominciare dalla politica mediorientale, ma sul comunismo ha le idee chiare, e più si solleva il coperchio del calderone comunista, più ci si avvede che esso è un pozzo senza fondo di orrori.

Va comunque notato che la decisione del nostro consiglio comunale ha provocato una reazione rabbiosa dell’ex sindaco PD Roberto Cosolini, sfogatasi in una lettera al “Piccolo”, il giornale triestino. Non c’è niente da fare, si gratta un poco il pidiota (non occorre molto, si tratta di una patina sottile), e si trova subito il comunista.

Noi però siamo in Italia, un Paese che da tre quarti di secolo soffre, cui è stata imposta una “democrazia” ipocrita che è di fatto una dittatura catto-marxista dove di fatto la volontà popolare viene sistematicamente elusa attraverso inciuci, intrallazzi, manovre di palazzo, e la regola non scritta è che a ogni manifestazione di anticomunismo debba seguire un gesto “antifascista” dieci volte più eclatante, e per farlo si è pensato bene di far intervenire nientemeno che la suprema carica dello stato, il “nostro” presidente della repubblica Sergio Mattarella.

Si ha avuto la pensata di “restituire” alla Slovenia l’edificio della Scuola Interpreti dell’Università di Trieste che ha la colpa di sorgere sull’area dove era un tempo ubicato l’Hotel Balkan “distrutto dai fascisti”.

La “famosa” storia dell’incendio del Balkan è in realtà un esempio vergognoso delle falsificazioni della storiografia antifascista postbellica, credo che sia una storia che pochi conoscono fuori da Trieste, e merita di essere almeno brevemente raccontata.

Per intenderci, siamo nel 1920, nel pieno di quel “biennio rosso” che seguì la prima guerra mondiale, una sorta di guerra civile latente con la quale “i rossi” cercarono di imporre in Italia come altrove una tirannide di tipo sovietico scatenando un’orgia di violenze. La oggi tanto vituperata “violenza fascista” nasce come reazione a ciò, come autodifesa.

Sul confine orientale, sui territori recentemente annessi, la situazione era più grave che altrove, perché le minoranze slave, pur essendo appunto tali, intendevano opporsi in ogni modo all’annessione di queste terre al regno d’Italia, facendo ricorso alla violenza.

L’episodio che innescò i fatti triestini si verificò a Spalato, dove gli estremisti slavi uccisero due marinai italiani: Tommaso Gulli e Aldo Rossi, comandante e motorista della regia nave “Puglia”.  Questo fatto provocò una manifestazione a Trieste, e di nuovo estremisti sloveni aprirono il fuoco sui manifestanti, uccidendo il tenente Luigi Casciana e un civile, Giovanni Nini.

Questo secondo duplice omicidio sollevò un’ondata d’indignazione ancora maggiore, e una manifestazione ancora più vasta da parte degli italiani di Trieste, fra i quali c’erano, s’intende, molti fascisti, ma anche moltissima gente senza tessere di partito. La manifestazione confluì verso l’Hotel Balkan che non era solo un albergo di proprietà slovena, ma anche la sede del Narodni Dom (casa del popolo), la principale organizzazione politica slovena, del giornale in lingua slovena e altre associazioni sempre slave. Dalle finestre del Balkan si cominciò a sparare sui manifestanti. Non c’è che dire, quella era gente dal grilletto facile, per cui la vita degli italiani non aveva valore, e che si considerava in guerra contro di noi.

Una fucilata colpì e uccise un agente del cordone di polizia che era stato disposto proprio per proteggere il Balkan dalle prevedibili ire dei manifestanti, e a questo punto la folla forzò l’ingresso e irruppe nell’edificio, e fu in quel momento che scoppiò il famoso incendio.

Dopo la seconda guerra mondiale, fu facile attribuire la colpa di questo incendio ai fascisti, una storia simile a quella di tante altre “violenze fasciste” inventate più o meno di sana pianta o attraverso narrazioni deformate degli eventi, ma le testimonianze dell’epoca sono chiare e concordi: l’incendio scoppiò a partire dai piani superiori, non raggiunti dagli italiani, in altre parole furono gli stessi sloveni ad appiccarlo, probabilmente in un tentativo frettoloso di distruggere, dandoli alle fiamme, documenti che non dovevano assolutamente cadere in mano alle autorità italiane, documenti che probabilmente dimostravano il collegamento fra le attività terroristiche anti-italiane e il regno di Jugoslavia.

A prescindere dal fatto che sull’attuale edificio della Scuola Interpreti, gli sloveni non potrebbero che presentare delle rivendicazioni molto dubbie, dal momento che un secolo fa vi sorgeva un edificio che essi stessi hanno distrutto, bisogna notare anche che una cosa è la minoranza slovena (con cittadinanza italiana) presente a Trieste, un’altra la repubblica di Slovenia, ma lo ius soli cui tante volte i sinistri si appellano funziona esattamente come l’articolo 3 della costituzione più bella del mondo, cioè vale solo quando è rivolto contro gli Italiani.

IL REGALO della Scuola Interpreti alla Slovenia è avvenuto lunedì 13 luglio, sancito da un accordo firmato nella nostra prefettura da Mattarella e dal presidente sloveno Borut Pahor. L’Italia, come al solito, da un simile accordo non ci ha guadagnato niente, ma sappiamo per lunga esperienza che avere a cuore l’interesse nazionale, per i “nostri” politici è “roba da fascisti”.

Bisogna notare ancora che una manifestazione di protesta contro questa cessione immotivata, indetta dalle associazioni degli esuli e dall’associazione Trieste Pro Patria (che doveva svolgersi in Piazza della Borsa, dunque, come sa chi conosce Trieste, in un’ubicazione tale da non intralciare le “manifestazioni ufficiali”, e non si poteva come al solito invocare l’ordine pubblico) è stata proibita. Vediamo dunque una volta di più all’opera un altro principio fondamentale della democrazia: tappare la bocca al dissenso.

Il peggio però in un certo senso doveva ancora venire: la democrazia antifascista non si accontenta di arrecare danno, deve per forza aggiungervi la beffa. Poco prima della firma dell’accordo, i due presidenti si sono recati a deporre due corone alla foiba di Basovizza e al cippo che ricorda quattro “martiri” sloveni, in realtà quattro terroristi giustiziati nel 1930.

Sotto l’apparenza di un gesto di pacificazione, è stato il peggior insulto che si potesse arrecare ai nostri morti (E ricordiamo che il monumento della foiba di Basovizza commemora anche i moltissimi italiani uccisi nelle foibe rimaste in territorio jugoslavo, oggi sloveno): equiparare migliaia di nostri connazionali trucidati dagli assassini slavo-comunisti per la sola colpa di essere italiani a quattro terroristi responsabili di omicidio e giustiziati dopo un regolare processo! (All’epoca la legislazione di quasi tutti gli stati, non solo dell’Italia, prevedeva la pena di morte per i delitti particolarmente efferati), veramente, pur nella sua essenza stomachevole, la democrazia antifascista non era ancora mai scesa tanto in basso.

Se non fosse stato vergognoso, poi lo spettacolo di Mattarella e Pahor che si tenevano per manina come un’anziana coppia gay, sarebbe stato ridicolo.

Come se non bastasse, la beffa è stata doppia, perché assieme alla firma dell’accordo, Mattarella ha conferito un’onorificenza allo scrittore Boris Pahor (curiosamente quasi omonimo del presidente sloveno), notoriamente negazionista, secondo il quale “Le foibe sono una balla”. Insomma più in basso di così non si poteva cadere nel calpestare l’Italia e l’italianità.

Beffa nella beffa, per fare posto all’insolente corona coi nastrini misti italo-sloveni, è stata rimossa proprio quella dell’associazione degli esuli italiani della Dalmazia. Un caso, o volontà di far ignorare una verità “scomoda”? Fra tutte le popolazioni italiane che vivevano sulla sponda orientale dell’Adriatico prima che su di esse si abbattesse la feroce “pulizia etnica” slavo-comunista, quella dalmata fu probabilmente la più sfortunata, infatti la Dalmazia ci fu negata alla pace di Parigi del 1919 seguente al primo conflitto mondiale. Una motivazione, forse la più importante, del nostro intervento in guerra nel 1940, fu il completamento dell’unità nazionale, perseguita per un secolo dai padri risorgimentali e dai fanti delle trincee carsiche, mancavano all’appello ancora la Dalmazia, Nizza, la Corsica, la Savoia, Malta. Chi al riguardo condanna il fascismo, per coerenza dovrebbe condannare anche il risorgimento.

Naturalmente, questa è storia di un’altra epoca. Da quando esiste la democrazia antifascista, essa non ha fatto altro che vergognose concessioni senza ricavarne nulla, tranne forse la soddisfazione di umiliare e offendere quel sentimento nazionale che essa è la prima a collegare al fascismo.

Per chiarire il quadro storico, all’indomani del secondo conflitto mondiale fu disegnato sulla carta uno stato cuscinetto che si sarebbe dovuto collocare fra Italia e Jugoslavia, il cosiddetto “Territorio Libero di Trieste” (TLT) che teoricamente sarebbe dovuto essere costituito da Trieste e dintorni da cui le truppe neozelandesi avevano sloggiato gli jugoslavi. E che per nove anni resterà sotto l’amministrazione militare angloamericana (parte denominata zona A), e una parte dell’Istria (zona B). In pratica, esso non aveva nessuna possibilità di venire in essere, perché la Jugoslavia comunista non era disposta a cedere neppure un metro di ciò di cui si era impadronita.

Nel 1954, non essendo mai stato costituito il TLT, gli angloamericani sgombrarono la zona A restituendola all’Italia. Qualcuno a Roma ebbe subito la bella pensata di cedere alla Jugoslavia parte della zona A, cosa che l’Italia non era minimamente tenuta a fare, e l’area del villaggio di Crevatini fu regalata ai comunisti assassini della nostra gente in cambio di nulla, riducendo ulteriormente il già rattrappito hinterland triestino, come se la mutilazione subita dall’Italia con la perdita dell’Istria, di Fiume, del 90% della Venezia Giulia prebellica non fosse abbastanza!

Non doveva essere che la prima di una lunga serie di cessioni alla Jugoslavia comunista, si stabilì il principio che l’economia triestina doveva essere “complementare e non concorrenziale” a quella jugoslava, in pratica si programmò il declino della città che dal 1954 a oggi ha perso un terzo dei suoi abitanti, perché i giovani triestini devono andarsene altrove se vogliono trovare lavoro.

Nel 1975, fu firmato il trattato di Osimo, con il quale l’Italia cedette alla Jugoslavia la sovranità che ancora le rimaneva teoricamente sulla zona B, non essendo il Territorio Libero di Trieste mai stato costituito. In cambio di che? Di nulla, naturalmente!

Potrebbe sembrare che in questo modo venisse meno una sovranità soltanto teorica, priva di effetti pratici, ma non è così, perché in tal modo la sovranità jugoslava si estendeva sulle acque della ex zona B, trasformando quelle percorribili dalle navi italiane verso il golfo di Trieste in uno stretto budello che a causa dei bassi fondali è di fatto impercorribile dalle navi di grosso tonnellaggio. La decadenza del nostro porto e dell’economia triestina ha subito una notevole accelerazione.

L’abbiamo imparato sulla nostra pelle, a nostre spese in tutti questi anni: antifascista significa sostanzialmente anti-italiano. E adesso l’ennesimo cedimento e l’ennesima vergogna.

Il suolo straniero si può assimilare, il sangue straniero no. O lo si allontana o lo si elimina”. Queste parole le ha scritte Adolf Hitler nel Mein Kampf, ma sono stati i comunisti a trasformarle in un programma messo sistematicamente in pratica.

Gli esiti della seconda guerra mondiale hanno coinciso con la più enorme e sanguinosa “pulizia etnica” che si sia vista nella millenaria storia d’Europa. Non solo gli Italiani della sponda orientale dell’Adriatico, ma anche i tedeschi a oriente del fiume Oder, i finlandesi della Carelia, gli ungheresi della Transilvania, sono stati costretti a scegliere tra l’abbandono delle proprie case e delle proprie terre, e la soppressione fisica.

Comunisti che teoricamente si ispiravano a Marx, ma che in realtà capivano appieno che la realtà è molto diversa dalle fantasie dell’utopista di Treviri. Credete che i boia comunisti del maresciallo Tito andassero a vedere le dichiarazioni dei redditi degli Italiani prima di decidersi se massacrarli o meno nelle foibe?

La dinamica della storia non si basa sulla lotta di classe ma sulle contrapposizioni etniche.

Cosa dobbiamo fare di Marx, dei suoi emuli ed epigoni, di tutta la “scienza” economica, sociologica storica che su di loro è stata fondata? Buttarli nel bidone delle immondizie, è il posto che loro compete.

NOTA. Nella foto: la lapide-monumento della foiba di Basovizza, che ricopre l’inghiottitoio dove giacciono i resti di migliaia di triestini assassinati dagli slavo-comunisti.

 

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Categorie: Foibe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 Luglio 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    Ci sono momenti in cui ci si vergogna di essere Italiani. Tutti i nostri politici hanno sempre fatto concessioni unilaterali agli stranieri senza averne in cambio alcunché. In particolare le concessioni fatte sono sempre state contro gli Italiani e a favore di altre popolazioni allogene. Sempre nel nostro paese si è fatto scempio di tutto ciò che ci appartiene, anche la memoria: dalla fine del secondo conflitto mondiale si ricordano i morti della “resistenza”, gli “antifascisti”, coloro che hanno perso la vita per a causa dei nazifascisti, ma mai si ricordano i morti Italiani in Russia o nel continente africano, in Albania o in Jugoslavia, quasi fossero morti di serie B. Vorrei ricordare che molti di quei giovani di allora, molti di coloro che hanno sacrificato la vita, compiendo spesso atti di generosità ed eroismo per la salvezza dei compagni, non erano fascisti o iscritti al PNF, erano comuni cittadini che chiamati al dovere (parola oggi desueta ed anacronistica), da regolare cartolina precetto, partirono convinti di combattere per la Patria con la maiuscola (come sarebbe giusto), per le famiglie per la loro terra. Il non ricordarli è ucciderli una seconda volta, e devo ammettere che ciò mi fa fremere di rabbia. Oggi si osannano terroristi come combattenti per la libertà, ma si dimenticano coloro che hanno dato la vita per l’Onore del paese e delle Armi Italiane. Ci si vergogna di episodi della seconda guerra mondiale, ma si dimenticano quelli che, nonostante l’inferiorità tecnologica e logistica del nostro paese, hanno scritto pagine di eroismo, come la carica di Isbuscenskij, con cui la cavalleria militare Italiana chiudeva l’epica epopea della cavalleria militare, o ancora come la battaglia di El Alamein dove i nostri paracadutisti, assieme a tanti altri reparti si sono sacrificati sopraffatti da forze infinitamente superiori.
    Per i nostri politici questa è la vergogna che non bisogna ricordare.
    Forse anch’essi dovrebbero guardare al passato con umiltà e con affetto per quella Patria di cui bisognerebbe essere orgogliosi e che non ostante la loro nullità e autoreferenzialità li mantiene e non solo al potere. Molti di essi hanno da vergognarsi di fronte al popolo Italiano.

  2. Fabio Calabrese

    Caro Simola, sono d’accordo con le sue affermazioni al mille per mille!

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