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Vintila Horia, l’esule eterno – Giovanni Sessa

Vintila Horia, l’esule eterno – Giovanni Sessa

Una nuova edizione di Considerazioni su un mondo peggiore

La Romania ha svolto, nel corso del secolo XX, nonostante la sua marginalità geopolitica, un ruolo centrale nella cultura europea. A concederle tale primato furono gli intellettuali della «giovane generazione» che si formarono nella prima metà del Novecento e vennero «a ferri corti» con il proprio tempo. Tra essi spiccano i nomi di Eliade, Cioran, Noica, Ionesco. Non certo secondario fu il ruolo svolto, in tale congerie spirituale e creativa, da Vintila Horia, scrittore dalla prosa cristallina ed elegante. Egli fu, fino alla fine dei suoi giorni, coerente rispetto alle scelte ideali messe in atto durante la giovinezza, che difese pagando un tributo salato a tiranni e conformisti. E’ da poco nelle librerie, per i tipi della OAKS editrice, uno dei suoi libri migliori e più profondi, Contro il mio tempo. Considerazioni su un mondo peggiore (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.230, euro 20,00). Il volume è accompagnato da un saggio introduttivo di Gennaro Malgieri, che consente al lettore di entrare nei recessi meno noti del mondo dello scrittore. Nato nel 1915 a Segarcea, nella regione romena dell’Oltenia, Horia (pseudonimo di Vintila Caftangioglu) entrò ben presto in contatto con il teologo nazionalista Crainic (pseudonimo di Ion Dobre), intellettuale vicino a Codreanu e alla Guardia di Ferro, nonché teorico di uno stato etnocratico e corporativo, avente il proprio vertice nel monarca. Crainic fu personaggio ambiguo, dal quale Horia si allontanò. Fece bene: il suo mentore, infatti, ricorda Malgieri, all’epoca del comunismo al potere, dalle pagine della rivista, La voce della patria: «tentò di affermarsi come ideologo che poteva riunire i vari partiti ultranazionalisti in un fronte […] al servizio della Romania comunista» (p. XI). La carriera diplomatica portò il nostro autore in Italia e a Vienna ma, alla fine del Secondo conflitto mondiale, subì un periodo di prigionia concluso in un campo di sfollati a Bologna. A Firenze fu folgorato dalla personalità di Papini, del quale apprezzò soprattutto il sentimento tragico della vita, da lui condiviso e alla luce del quale andava oramai elaborando una sorta di pessimismo filosofico cristiano, non dissimile da quello cui guardava con interesse in Spagna, nel medesimo frangente, Miguel de Unamuno. Più in particolare, Papini seppe incarnare: «la purezza del rischio, il coraggio di restare se stesso in un secolo fatto di nauseanti vigliaccherie e di delitti innalzati a modelli d’umanità» (p. XIII).

Tali vigliaccherie, Horia le patì sulla propria pelle nel 1946, quando fu condannato dal Tribunale del popolo romeno ai lavori forzati (in contumacia) per «collaborazionismo» con il Terzo Reich (accusa falsa). Fu così costretto al definitivo esilio. Dapprima si recò in Argentina, poi si trasferì a Madrid. Qui diede alle stampe il suo lavoro più noto, che uscì anche in edizione francese, Dio è nato in esilio. La bellezza tersa delle pagine di questo fantastico diario ovidiano gli valse il Premio Goncourt. Preferì non ritirarlo a causa della bagarre mediatica, suscitata attorno al suo passato politico, dalla stampa gauchiste francese ed europea. Horia era infatti convito, lo ricorda con persuasività di accenti il prefatore, che la letteratura, baluardo della libertà individuale, in Europa era da tempo corrotta dall’ideologia marxista. Diversa la situazione in America latina, come aveva potuto constatare di persona, dove Borges testimoniava che: «lo scrittore […] si regge dritto e occupa una posizione “verticale”» (p. III), quale centro onfalico della vita comunitaria. L’Europa avrebbe dovuto liberarsi dalla nefasta influenza dell’ideologia gauchiste, tanto più che gli intellettuali del dissenso nei paesi dell’Est, andavano dimostrando la «crisi» irreversibile di tale sistema di pensiero. Le relazioni che Horia presentò ai Convegni degli intellettuali di Destra, nei primi anni Settanta, furono sotto questo aspetto, profetiche.

Per entrare nelle vive cose del volume di cui stiamo discutendo, il lettore deve tenere a mente questa asserzione dell’intellettuale romeno: «Io non mi trovo in una posizione avversa al mio tempo, ma allo spirito del mio tempo» (p. VI). L’esilio patito da Horia non fu solo fisico, la lontananza dalla patria romena: egli visse da esule nella modernità, fu esiliato nel «mondo peggiore», il cui tratto fondativo, la «morte di Dio», aveva sterilizzato le capacità creative degli uomini. Vera espressione del moderno per Horia era l’entropia trionfante in esso, la corsa verso il basso, la «thanatizzazione» dell’esistenza, un destino: «al quale non ci si può sottrarre se non abbracciando l’essenza della vita» (p. XXII). In Considerazioni su un mondo peggiore, lo scrittore utilizzò l’universo valoriale di Nietzsche, Dostoevskij, Jünger, Heisenberg e Abellio, per stimolare nei lettori una reazione nei confronti della decadenza. Con Dostoevskij, egli, infatti, sapeva che il «mondo peggiore» non aveva espresso ancora in toto le proprie potenzialità regressive, in quanto: «mi sembra chiarissimo […] che il diavolo lo si trovi nel profondo dell’uomo» (p. V).

Da Abellio aveva imparato a comprendere la volgarità del progresso, che stava conducendo l’umanità verso il disumano, come era possibile evincere dalla tragedia di Hiroshima. Horia ritiene che evidente segno dei tempi, avrebbe dovuto essere ravvisato nella riduzione, perseguita dalla teologia modernista, della dimensione religiosa a fatto sociale. Sappiamo bene che tale deriva non si è ancora conclusa. Per questo, l’esegesi delle pagine di alcune opere di Jünger (Heliopolis, Sulle scogliere di marmo), lo indusse a sviluppare amare considerazioni sulla condizione dell’esilio nel «mondo peggiore»: «quando i personaggi che simboleggiano i valori difesi dallo stesso autore debbono lasciare il loro paese ed andarsene via. Ma verso dove?» (p. VI). Infatti, oltre alla patria esteriore, è oggi venuta meno anche quella interiore: il mondo post-moderno ha liquefatto l’egemonikon. Unica via d’uscita: recuperare, attraverso una cultura liberata dalle scorie ideologiche, il «canone europeo»: «fatto di memorie e di musica, di storie e di illusioni, di combattimenti e di sconfitte […] di glorie serbate per mostrarsi nella luce boreale di un mattino immaginato», chiosa Malgieri (p. VII). Horia ebbe contezza che sarebbe stato necessario ravvivare la Tradizione. Oltre le rovine del presente e il senso di smarrimento dell’uomo contemporaneo, tornerà a mostrarsi allora la «Destra eterna», la cui voce è polifonica e non monodica. Al momento essa si fa sentire nella parola degli scrittori che, come il «contadino danubiano» Horia, ebbero il coraggio di opporsi al «mondo peggiore» per svegliarlo dal lungo letargo. Manca una sintesi politica ed ideale, atta a rendere il tradere di nuovo storia, mondo, vita vissuta.

Giovanni Sessa

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Categorie: Libreria, Tradizione

Pubblicato da Giovanni Sessa il 5 Giugno 2020

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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