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STORIA DELLO SQUADRISMO FIORENTINO NEL 1920: “Anche solo per sputare su quel ritratto di Lenin messo lì nell’angolo” (2^ parte) – Giacinto Reale

STORIA DELLO SQUADRISMO FIORENTINO NEL 1920: “Anche solo per sputare su quel ritratto di Lenin messo lì nell’angolo” (2^ parte) – Giacinto Reale

Se, come abbiamo visto, gli uomini cominciano ad esserci, si pone ora, per i mussoliniani della città gigliata, il duplice problema della sede e delle armi.

La convivenza con i più moderati reduci dell’Associazione Nazionale Combattenti rischia di creare qualche incomprensione, e la mancanza di armi, le sole che possono aiutare a fronteggiare la schiacciante disparità numerica rappresenta un ostacolo per ogni iniziativa seria.

A giugno viene presa in affitto una stanza in via Cavour 29, che ognuno dei volenterosi soci si industria a rendere accettabile. Qualche vecchia sedia, un tavolo, una libreria traballante, e, per terra, un ritratto di Lenin, “predato” chissà dove, a fare da sputacchiera. All’esterno un cartello in tela, con su scritto “Fasci Italiani di Combattimento e Avanguardia Studentesca” pitturato da Frullini che con colori e pennelli ha dimestichezza: “Alla costruzione del cartello detti tutta la mia capacità pittorica, al ritratto tutta la mia forza di stomaco!”

La modestia del locale e del suo arredamento lasciano indifferenti i frequentatori. Da qui a qualche mese la facilità con la quale andranno a fuoco le spesso imponenti e ammobiliatissime sedi sovversive li convinceranno della vanità di certe esteriori esibizioni di potenza. Ciò che conta è lo spirito e la volontà:

18 ottobre,

Da qualche tempo i nostri penati erano stati trasportati da piazza Ottaviani al numero 29 di via Cavour.

Si stava bene nel vecchio locale, prima di tutto non si pagava niente, mentre qui credo che ci sia anche il caso di pagare l’affitto, e poi spesso, in questo corridoio lungo e stretto dove a malapena entra una scrivania al fondo, alla sera, quando ci siamo in una trentina, non c’è verso di muoversi.

Però ci si affeziona tanto a questo bugigattolo che non passa giorno che non si venga a perdere qui qualche ora, per sentire le notizie, fare i soliti piani sballati, o anche solo per sputare su quel ritratto di Lenin messo lì nell’angolo.

E ci accorgiamo che questo buco fa da mescolatore, amalgama gli elementi socialmente più disparati, studenti con operai, commercianti con professionisti; unisce e smussa i diaframmi tra le classi, che difficilmente in altro modo potrebbero essere eliminati, poi ci si tratta tutti col “tu”, come se fossero mill’anni che ci si conoscesse. Molti sono vecchie conoscenze dell’Alleanza di Difesa Cittadina. (1)

 

Questo descritto da Piazzesi è il miglior fascismo cittadino, che ritornerà spesso anche negli scritti di Pavolini. Ed è quello che darà il tono alla vigilia fiorentina, anche se qualche tentativo di inquinamento, da parte di quelli sprezzantemente definiti “barbogi”, non mancherà:

Occorre ben ricordare che i barbogi e i loro clienti e i loro figli erano entrati nel Fascio con i loro scopi particolari, uno fra essi, quello di esercitare la giustizia di classe, cioè punire non come fascisti, ma come figli dell’avvocato, del dottore, del fornitore, ecc. Ne derivò che per molto tempo bastava che uno stuolo di questi incontrasse gente vestita da operaio, perché i giustizieri picchiassero di santa ragione. Avevano anch’essi una concrezione eguale a quella dei comunisti che avevano picchiato e assassinato gente decentemente vestita. Strana ma logica conseguenza di due forze negative che devono scomparire o rinnovarsi.

Appena i pochi barbogi e i loro clienti e figli si trovarono a contato con la forza, fecero come i loro fratelli maggiori al fronte: se la svignarono gridando: “Viva l’Italia, viva Fiume!” (2)

 

Se, però, cominciano a crescere due elementi che saranno indispensabili nelle azioni di piazza che sono ormai nell’aria, e cioè l’affiatamento e la fiducia reciproca tra gli uomini, resta il problema delle armi. A smuovere le acque ci prova, con una lettera del 24 agosto, indirizzata alla Direzione Centrale del Movimento, Mario Montanari, segretario amministrativo del Fascio:

Caro Rossi, per il 12 settembre, giorno della manifestazione che stiamo per fare grandiosissima, sapendo che vi sarà qualcosa per l’aria, più che altro con gli anarchici, le nostre squadre sono molto malamente armate…

Qua ci temono perché credono che si abbia un arsenale bell’e buono… e invece siamo sprovvisti di tutto.

Mussolini promise al nostro Galardini, quando venne a Milano, che le armi doveva in parte sussidiarle il CC. Quanto potete inviare sarà ben accolto: con una rivoltella di numero che ci avete inviato ci si può appena suicidare…Io credo che la questione di quegli affarini sia vitale per noi. E specialmente per Firenze, dove si può armare circa 80 soci, ma con che?

[…]Capirà bene, mica tutti i fascisti possono sobbarcarsi una spesa di 100 e più lire! Risponda al mio indirizzo, perché alla sede di via Cavour per ora non è igienico far inviare la corrispondenza. (3)

 

Il riscontro, però, non è quella atteso. Da Milano, per “intuitive ragioni finanziarie” respingono la richiesta di un contributo, e aggiungono, drastici: “le difese locali devono essere escogitate sul luogo”.

È una risposta insolitamente dura, che riserva a Firenze un trattamento diverso da quello di altre città. Non è questo il luogo per addentrarsi nella disamina dei finanziamenti che da Milano arrivano in periferia, ma è indubbio che essi sono in gran parte influenzati dal rapporto più o meno privilegiato che singoli leader locali hanno col vertice o con Mussolini in persona.

A Torino è noto a tutti lo stretto legame tra il direttore de “Il Popolo d’Italia” e Mario Gioda, così come conosciuto è quello con Arpinati (al quale verranno inviati, tra l’altro, i fondi per il pagamento anticipato di sei mesi di affitto della sede di via Marsala) a Bologna. Vi è poi Milano “Fascio primogenito” e il Nord Est dove la vicinanza geografica di Fiume e la presenza di uomini come Marsich e Giunta sono presupposti sicuri per un occhio di riguardo. Anche Roma, dove giocano insieme il ruolo politico della Capitale di Italia e la presenza di Bottai, molto stimato da Mussolini, usufruisce – nonostante la sostanziale inattività del Fascio, “schiacciato” dai Nazionalisti, di un trattamento di favore, al punto che Pasella, già a maggio, rinfaccerà ai camerati della città l’invio “del quadruplo di quanto inviato a Torino”.

Niente di tutto ciò a Firenze, quasi a premessa di un certo distacco che sempre ci sarà tra il Fascio cittadino e i vertici milanesi.

Due le cause. L’assenza di un capo riconosciuto in loco e conosciuto al vertice, e l’effetto controproducente che avrà il tentativo paselliano – subito contrastato in ogni modo – di stabilire in loco un suo protettorato.

Tutto questo, comunque, verrà dopo. Per ora, ciò che è certo è che, anche per i rifiuti opposti da Milano, i pochi fascisti devono far da sé, con risultati non sempre buoni, destinati a protrarsi per alcuni mesi:

Fui squadrista. Ogni più piccolo paese della regione ebbe una mia visita, e in ognuno di essi fondai una sezione del Fascio. A Firenze divenni noto, e anche fra gli avversari non suscitai antipatie. Dirigevo un settimanale “Sassaiola fiorentina” che usciva abbastanza regolarmente ed era l’organo dei fascisti non troppo ortodossi.

Quante volte sono stato bastonato! Io e il mio redattore capo, Giuseppe Fonterossi, dovevamo consultare una carta della città per controllare le vie che ci erano precluse, e qualche volta neppure quell’accortezza era sufficiente. (4)

 

A Frullini va anche peggio:

Ai primi del ’20 abitavo con la mia famiglia in un quartiere delle case dei ferrovieri al Ponte delle Mosse.

L’elemento sovversivo, che non mancava in quelle abitazioni, conoscendo le mie idealità politiche e la mia attività di squadrista, pensò di colpirmi nelle cose più care e di levarmi definitivamente di mezzo…

Infatti, una sera, nelle vicinanze della mia abitazione, furono sparati contro di me da un angolo buio della strada (tipico contrassegno d’imboscata comunista) due colpi di rivoltella che fortunatamente non ebbero il bersaglio che gli assassini si proponevano. (5)

 

Ad aggravare la situazione di tensione in città sopravvengono due episodi, diversi, ma che contribuiscono a peggiorare il clima.

Nel pomeriggio del 10 di agosto si verifica un’esplosione nella polveriera sita nel quartiere di San Gervasio, che fa otto morti. Potrebbe essere l’occasione per un momento di raccoglimento di tutti intorno alle povere vittime, e, invece, le fazioni si dividono. I socialisti rinfacciano alle Autorità – militari, in specie – di conservare, stivato in città, un gran quantitativo di esplosivi, a quasi due anni dalla fine dalla guerra, mentre il Fascio, con un manifesto (la cui affissione viene vietata dal Questore) invita ad aspettare l’accertamento delle responsabilità, evitando attacchi che hanno come obiettivo ultimo l’Esercito vittorioso di Vittorio Veneto.

A fine mese, il 29, si svolge in città – per buona misura – un comizio socialista che chiede tante cose. La smobilitazione di chi è ancora sotto le armi, la revoca della censura sulla stampa, l’amnistia per i reati militari, l’avvio di rapporti con la Russia sovietica.

Al termine del comizio, un minaccioso corteo si dirige sul centro cittadino, quasi ad imitazione di quanto avvenuto il 15 aprile dell’anno precedente a Milano. Qui, però, non ci sono fascisti ad attendere, e lo scontro avviene con le forze di polizia, con il risultato finale di tre morti tra i sovversivi, più un Commissario di PS. As essi saranno tributati onori con cerimonie funebri separate ed ostili.

La marcia soviettista verso la conquista del potere, che minacciosamente i propagandisti “rossi” agitano in ogni occasione, sembra inarrestabile.

Nelle campagne, dove la forte presenza dell’istituto della mezzadria favorisce il fenomeno delle Leghe bianche, a scapito di quelle socialiste, bisognerà aspettare la fine di novembre perché si verifichino le prime occupazioni di terre. Nel capoluogo, invece, già il 2 settembre vengono occupate le fabbriche cittadine (non sono poi tante, la Galileo e la Pignone le più significative), con il consueto contorno di violenze spicciole e mobilitazione paramilitare.

A Firenze il clima non deve essere molto diverso da quello della vicina Pistoia, così come raccontato da “L’Avvenire”, in una cronaca datata 11 settembre:

[…]mercoledì sera, circa le due di notte, insieme agli infaticabili amici della Commissione, facemmo un giro di ispezione alle linee di difesa delle officine S. Giorgio. Che dire della preparazione tecnica della difesa? Ad ogni cinquanta metri un robusto guardiano ci dà l’altolà, chiede se non una, almeno due volte la parola d’ordine; indi, scrutandoci da capo a piedi, ci fa lentamente cenno di avanzare. Ogni posto di guardia, segnalato con un numero progressivo, è guardato da un capoposto e tre o quattro e più uomini pronti e scelti, che non lasciano passare una mosca, ed è molto prudente che la Commissione abbia in mente di mettere in azione un potente riflettore, per illuminare i vari tratti dove deve avvenire l’ispezione. (6)

Le occupazioni finiscono il giorno 30, ma si lasciano dietro un clima teso, nel quale si fa strada il desiderio di rivalsa di chi male ha dovuto tollerare bandiere rosse e mitragliatrici fuori degli stabilimenti.

L’occasione sembra presentarsi quasi subito, quando al Fascio giunge la notizia che a Montespertoli, dove si è votato il 10 ottobre, dopo che la precedente Giunta socialista è stata sciolta per malversazioni, la vittoria socialista ha avuto come primo effetto l’esposizione di un bandierone rosso sul balcone del Municipio.

In paese c’è fermento da qualche giorno. Ai pochi fascisti locali, capitanati da Livio Cigheri, si accompagna un giovanottone alto e moro, dall’accento meridionale, che tutti pensano sia un poliziotto in borghese, senza riuscire a capire perché sia lì.

In effetti, si tratta di Gennaro Abbatemaggio, uno dei protagonisti “dalla parte dei buoni” del famoso processo Cuocolo alla camorra, che è stato volontario di guerra, Ardito, legionario fiumano, e ora simpatizza per la causa fascista, dalla quale, comunque, si allontanerà nel giro di qualche settimana, dopo una formale diffida apparsa su “Il Popolo d’Italia”.

A fargli compagnia, nel pomeriggio dell’11, scendono, dalla corriera proveniente da Firenze, quattro uomini dall’aria decisa di chi è abituato ad andare per le spicce. Sono Amerigo Dumini, Bruno Frullini, Attilio Paoli e Giacinto Fani, che si danno subito da fare, con il solo effetto, però di far scattare la mobilitazione avversaria.

Alla fine dovranno rifugiarsi nella caserma dei Carabinieri e attendere la mattina dopo per ripartire.

All’intero episodio, fondamentale nella storia del quadriennio rivoluzionario, e paradigmatico di un modo di essere e comportarsi, dedicheremo una dettagliata ricostruzione a parte.

Ciò che preme dire qui è che evidente la sproporzionata reazione avversaria, quasi a prefigurare una costante dei tempi che verranno, quando la predicazione sovversiva istigherà un odio feroce verso gli uomini in camicia nera, tale da autorizzare l’agguato, l’imboscata e lo sfregio dei cadaveri, segno di tempi nuovi e terribili.

Dall’avventura/disavventura di Montespertoli, comunque, Dumini ne uscirà complessivamente bene. È confermato il suo coraggio spregiudicato, il suo ruolo di leader, e, nello stesso tempo egli diventa l’elemento più rispettato e temuto dagli avversari, che così ne alimentano il mito. Nei mesi a venire, quasi ovunque – e non solo dalle sue parti – ogni volta che ci sarà un protagonista di fatti di violenza che parla con accento toscano, le vittime faranno il nome di Amerigo Dumini.

Nello stesso tempo, prende corpo una consuetudine destinata ad affermarsi. I fascisti pochi ed isolati nei loro paesi, praticamente indifesi di fronte alle prepotenze avversarie, quando sono proprio allo stremo, si rivolgono ai camerati del capoluogo per un aiuto. Una telefonata o una visita al Gambrinus e l’intervento di pochi ma fegatosi, capaci di ribaltare le situazioni, è assicurato.

Due esempi degni di menzione, sono quelli del Capitano Francesco Baldi, che da Barberino del Mugello, il 27 marzo del 1921, si rivolgerà ai fiorentini per aiuto, dopo che i sovversivi prima lo hanno assediato in casa con i suoi familiari, e poi hanno minacciato di tornare e dare fuoco all’abitazione, e quello del pluridecorato Capitano degli Arditi Pietro Tongiorgi, uno dei protagonisti dell’avventura fiumana, nel corso della quale ha occupato Arbe, che lascerà, ultimo dei dannunziani, solo il 12 gennaio del 1921.

Il primo, sarà personaggio di spicco del fascismo locale, fino al tragico epilogo, quando, il 23 marzo del 1931 (e la scelta della data ha un chiaro significato simbolico) si suiciderà, per le gravi difficoltà economiche nella quali si trova, con moglie e tre figli, dopo aver dilapidato il suo pur ingente patrimonio iniziale in iniziative a sostegno del fascismo e della sua terra.

Di Tongiorgi, del quale negli anni a venire si perderanno le tracce, invece, va fatta menzione della personale vicinanza al Poeta, che lo ha personalmente conosciuto, stimato ed amato, e lo chiama “l’irriducibile”. Forse anche per tenere fede a questo appellativo, rientrato in Patria, sarà tra i primi fascisti di Pescia, che è la sua città natale.

Anche lui, di fronte alle difficoltà riscontrate per l’opprimente presenza social-comunista nel suo paese, si rivolge, per aiuto, ai camerati del Gambrinus, che, in una ventina, guidati da Frullini e Banchelli, puntualmente arrivano, si trovano di fronte ad una reazione forse imprevista, e devono, prima di risolvere la situazione a loro favore, lamentare un ferito grave:

Ad un tratto, su un ponticino, la folla ci stringe da presso. Erano centinaia armati ed urlanti, e mentre volavano le nostre sante legnate e frange l’aria il caratteristico rumore degli schiaffi, alternato da qualche colpo di rivoltella, vedo a pochi passi da me un brutto ceffo che, con una mano in tasca si avvicina cautamente ad uno dei nostri che era impegnato contro un gruppo di avversari.

Pure io, stretto dappresso dai comunisti, cerco di avvicinarmi, quando un grido acuto di dolore parte dal camerata Gino Vannini. Un balzo e sono nel mezzo, a tempo di sorreggere il povero Vannini che grondava sangue per due ferite di pugnale alla schiena.

Mentre con un braccio lo sorreggevo, con l’altro, impugnando la mia Mauser, feci fuoco più volte contro il vile aggressore che se la svignava in fretta. (7)

 

FOTO 3: memorialistica squadrista, Frullini

FOTO 4: memorialistica squadrista: Piazzesi

NOTE

 

  1. Mario Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano 1919-22, Roma 1980, pag. 84
  2. Umberto Banchelli, Le memorie di un fascista, Firenze 1922, pag. 176
  3. in: Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino 1919-1925, Firenze 1972, pag. 112
  4. Amerigo Dumini, Diciassette colpi, Milano 1958, pag. 18
  5. Bruno Frullini, Squadrismo fiorentino, Firenze 1933, pag.17
  6. Marco Francini, Primo dopoguerra e origini del fascismo a Pistoia, Milano 1976, pag. 58
  7. Bruno Frullini, cit., pag 161

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 17 Giugno 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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