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Il colore della pelle in primo piano – Claudio Antonelli

Il colore della pelle in primo piano – Claudio Antonelli

Le proteste attraverso il mondo sono dirette contro la polizia violenta e contro il razzismo dei bianchi nei confronti della minoranza nera.

Le minoranze esistono in seno alla popolazione bianca. Ma anche tra gli stessi africani e discendenti di africani vi sono delle minoranze. Così anche tra gli asiatici. E l’armonia non sempre regna tra queste minoranze anche quando esse hanno lo stesso colore di pelle. Gli haitiani della Repubblica Dominicana, ad esempio, sono trattati come un’etnia estranea dalla maggioranza dominicana. Nel nostro Québec gli immigrati dall’Africa non ci tengono a venir confusi con i giamaicani o gli altri immigrati caribici di pelle scura. Tra i musulmani – minoranza nei paesi europei – esistono sette rivali. In Africa il tribalismo trionfa e qualche volta impazza: vedi il genocidio dei Tutsi ad opera degli Hutu, in Rwanda.

 La nozione di “minoranza” è ambivalente. Qui da noi, i franco-quebecchesi, maggioranza rispetto a noi immigrati italiani, si considerano minoranza all’interno di un Canada che è a maggioranza anglofona. Gli inglesi del Québec si considerano a loro volta una minoranza storica, che si lamenta di aver perso i propri diritti linguistici; anche loro, insomma, si considerano vittime. Gli autoctoni nord-americani, oggi ridotti a triste minoranza in casa propria, meritano rispetto, simpatia e compatimento. Mi domando: come si sentono questi aborigeni nei confronti degli afroamericani che oggi occupano l’intera scena nel loro ruolo di vittime eccellenti della crudeltà dell’uomo bianco?

All’interno di quasi tutte le società nazionali vi sono minoranze; su base etnica, religiosa, culturale, linguistica e via enumerando. Ma queste stesse minoranze hanno talvolta al loro interno una o più minoranze. Dico ciò non certo per fare questioni di lana caprina, ma per oppormi a un facile manicheismo basato sul colore della pelle: l’odiosa pelle bianca. Mentre quella nera identifica immancabilmente le vittime. Vittime della crudeltà nostra e di quella dei nostri genitori, nonni e bisnonni; che almeno nel mio caso, però, mai si sognarono di avere degli schiavi. Inoltre, noi immigrati italiani non abbiamo mai goduto di privilegi straordinari in Québec…

Elevando il colore della pelle a fattore basico dell’identità di un individuo, si rischia d’impantanarsi nel razzismo; contro il quale, invece, ci si vanta di combattere. E difatti le attuali manifestazioni dirette a promuovere i discendenti degli africani rischiano di approfondire il solco razziale. Anche chi, prima di adesso, non considerava il colore della pelle come un importante elemento identificativo dell’essere umano con cui interagiva, oggi sentendosi minacciato e insultato per il colore della propria pelle tenderà ad avere una visione razziale dell’umanità.

In questo periodo di linciaggi morali a danno dei bianchi e dell’abbattimento delle statue del nostro Cristoforo Colombo (forse domani proporranno di abbattere anche il Colosseo, le Piramidi…) il colore della pelle dell’Altro che lancia urla minacciose contro i bianchi, accusati di praticare il razzismo sistemico, acquista un risalto spiacevole.

Ed è un peccato, perché quando si valuta l’Altro ci si dovrebbe basare soprattutto sulla sua identità di individuo, di essere umano; tenendo conto, beninteso, della cultura del gruppo cui egli appartiene. Ogni cultura ha le sue specificità, la sua grandezza e bellezza, e i suoi limiti. L’unità del genere umano e l’eterogeneità culturale non sono antinomiche. L’Altro è un individuo che ha una sua precisa identità individuale e una sua insopprimibile dignità che gli deriva anche dai valori collettivi della Nazione di cui egli è figlio. Io credo al “differenzialismo”, perché i valori, i comportamenti, le particolari sensibilità tra gli individui spesso variano secondo il gruppo culturale d’appartenenza. Ma è imperativo che all’interno della Nazione i cittadini si sentano affratellati da un sentimento unitario di destino collettivo condiviso. La Nazione, dopo tutto, è l’opposto sia della razza sia del particolarismo tribale, che le manifestazioni di oggi invece, per il momento, accentuano.

Claudio Antonelli (Montréal)

 

Fonte copertina

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Categorie: Attualità

Pubblicato da Ereticamente il 19 Giugno 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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