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L’origine dei Siculi e la loro migrazione fino in Sicilia – Daudeferd

L’origine dei Siculi e la loro migrazione fino in Sicilia – Daudeferd

Da poco più di una decina di anni mi occupo del problema ”Siculi” all’interno del quadro etnografico e culturale della compagine preistorica e proto-storica della Sicilia. Pochi archeologi, assieme ad un numero ancor più ristretto di antropologi, si sono interessati alle prische popolazioni siciliane dell’età del Bronzo e della prima età del Ferro, traendo molto spesso conclusioni sin troppo superficiali e senza alcuna obiettività scientifica che desse una precisa descrizione dell’oggetto della ricerca ed allo stesso tempo desse nuovi impulsi a nuove indagini sul campo. Bene, non è stato così per me. Quel poco che ho letto sui saggi finora editi e disponibili nelle accademie universitarie non hanno mai soddisfatto la mia curiosità scientifica, sebbene sia stata proprio la sciatta faciloneria di questi studiosi a farmi prendere l’iniziativa di dar vita a questo grande lavoro di ricerca, ché a tutt’oggi non può dirsi definitivamente concluso, nonostante gli esiti siano stati sempre positivi, copiosi di dati al punto di permettermi di ricostruire con tanta meticolosità la profonda spiritualità e la straordinariamente vivace cultura delle genti anelleniche (o pre-greche) della Sicilia: ovvero Siculi, Sicani ed Elimi. Quando si sente parlare di ”Siculi”, tutti, soprattutto in non siciliani, pensano sempre al cliché proposto per il ‘’siciliano’’ di fine ottocento: un ometto di complessione bruna, spesso basso di statura, con capelli e baffoni corvini, la tipica coppola, lupara a tracolla, che avanza per un sentiero arido al suono del marranzano tra piante di fichi d’India ed erbacce secche ingiallite dal sole rovente. Questo ”tipo” è ormai nell’immaginario collettivo di tutto il mondo a causa di una pessima pubblicità che niente ha a che fare con la realtà: basta notare quanto siano diffusi i capelli biondi e gli occhi chiari; così come il marranzano è un antichissimo strumento di origine nordica presente nella musica popolare scandinava, celtica e slava; così come i fichi d’India provengono dall’America centrale e sono dunque una recente importazione, e così ancora come tante altre piante presenti nell’isola. Nei film spesso è proposto proprio questo fenotipo e molto spesso gli attori non sono siciliani, per non parlare poi dei souvenirs, quelli che riproducono ”u siculu”, i quali non servono tanto a stimolare la pessima capacità di osservazione di quei turisti giunti nell’isola per cogliere e vivere quanto ci sia di reale in tutto ciò, ma addirittura infirmano con la loro irrealtà figurativa quanto già nella mente di costoro è stato distorto dalla fantasia degli alloctoni. Tutti infatti pensano che ”Siculi” siano tutti i siciliani, in maniera indistinta, sebbene nessuno, e neanche molti tra gli isolani, sappia chi fosse stata questa popolazione che diede il nome attuale alla nostra meravigliosa isola. Si parla infatti di Sicilia greca, di Sicilia romana, di Sicilia bizantina, di Normanni, Svevi, Aragonesi e così via, ma quasi mai di coloro che molto tempo prima hanno abitato quest’isola, dandole il nome di Sikelia ”Sicilia” (forma ellenica attestata, di certo riconiata sul coronimo siculo Sikulia) e, ahimé, anche se impropriamente, agli abitanti attuali considerati ”Siculi” e non propriamente ‘’Siciliani’’. Io cercherò di spiegare succintamente chi erano i Siculi, chi i Sicani, chi gli Elimi, chi i Sicelioti ed infine chi sarebbero dunque i Siciliani attuali. Il mio lavoro si è basato principalmente sulla lettura sinottica dei testi antichi in lingua greca e latina (ossia una lettura condotta contemporaneamente su diversi testi posti l’uno accanto all’altro per svolgere un immediato confronto): direttamente Storie o Guerra del Peloponneso di Tucidide (V sec. a.C.), Antichità romane di Dionisio di Alicarnasso (I sec. a.C.), Biblioteca storica di Diodoro Siculo (I sec. a.C.); indirettamente, tramite i testi già summenzionati, Sikelikà o Fatti di Sicilia di Antioco di Siracusa (V sec. a.C.), Sikelikà di Filisto di Siracusa (IV sec. a.C.), ed ancora Sikelikà di Timeo di Tauromenio (III sec. a.C.) detto il ‘’detrattore’’; e poi leggendo ancora l’Eneide di Virgilio, il poeta ‘’archeologo’’ nel vero senso della parola, così come molti altri testi ancora. A seguire ho confrontato le letture sinottiche con i dati ricavati dalle analisi del materiale archeologico; poi ho proceduto con l’analisi linguistica ed infine con l’analisi antropologica, la più difficile ma anche la più soddisfacente. Tutto questo mi ha permesso di fare una ricostruzione dei popoli pre-greci siciliani dell’età preistorica e proto-storica molto accurata, sebbene, aggiungo, sia sempre avido di molte altre scoperte. Da indoeuropeista posso dire che è stato un lavoro molto impegnativo, quello della decifrazione delle lingue dei Siculi, degli Elimi e dei Sicani (questi ultimi non hanno lasciato testi scritti ma molti toponimi ed idronimi), alla fine del quale però ho visto uno dei miei sogni realizzarsi: la classificazione di altre tre lingue di filiazione schiettamente indoeuropea e la loro sistemazione all’interno dell’albero genealogico. Tutto questo è ovviamente presente nei miei due lavori già richiamati nel precedente articolo, rispettivamente Siculi: popolo Ario venuto dal Nord (ovvero Historia Siculorum) e Siculi indoeuropei. Le origini nordiche dell’ethnos, tomi I-II. I Siculi erano una popolazione di stirpe indoeuropea e di ceppo proto-illirico, la quale nella lontana età della pietra, intorno al IV millennio a.C. era ancora un tutt’uno con le altre genti proto-illiriche stanziate nel centro dell’Europa, molto sopra il corso medio del Danubio, nell’area centrale e meridionale situata tra i fiumi Elba e Vistola, confinando con altri macro-gruppi indoeuropei, precisamente con quello da cui emersero i proto-Latini, gli Osco-umbri ed i Veneti (Paleoveneti o Venetici) ad Ovest, con quello da cui emersero gli Elleni, i Macedoni ed i Frigi ad Est e Sud-Est, con parte del gruppo celtico (al tempo proto-celtico) e parte di quello germanico a settentrione (che con quello proto-celtico e poi ur-celtico ha avuto una lunga ed intensa osmosi), e subendo anche qualche processo osmotico culturale con il gruppo indoeuropeo definito ”Altoeuropeo” o ”Paleoeuropeo” od ancora ”Indoeuropeo A”, a cui appartenevano invece i Sicani, conterranei dei Siculi anche in tempi molto posteriori (a partire dal 1270/1250 a.C. in Sicilia). Con quest’ultimo gruppo, l’influenza era comunque ostacolata dal corso danubiano, poiché questo gruppo di origine carpatica detto ”A” si estendeva a quei tempi a partire dalla riva meridionale del fiume. Tutto questo si evince non soltanto dalle analisi antropometriche, ma anche e soprattutto dalle analisi fonetiche che caratterizzano la lingua dei Siculi (metodo delle aree laterali, glottocronologia attraverso analisi fono-componenziale, rilevazione delle isoglosse primitive e dunque nell’individuazione dei foni originari: ovvero il trattamento delle sonanti, le catene di spinta e trazione fonetiche, rotazioni consonantiche, rilevamento delle laringali originarie con ricostruzioni dei sistemi vocalici primitivi etc.). Questo gruppo di proto-illiri, crescendo in numero, abbandonarono le loro sedi ancestrali centro-europee, attraversando il Danubio nel suo medio corso, nella regione dell’attuale Ungheria, riversandosi nei Balcani alla fine del IV o agli inizi del III millennio a.C., occupando così tutta la penisola sino all’estremità della Grecia conosciuta in epoca storica con il nome di Peloponneso. Si crearono molte tribù a partire dalle propaggini più settentrionali della penisola balcanica, tra le quali vi erano i Liburni, i Siculi, gli Ausoni, i Dauni, i Peucezi, i Messapi, i Caoni, i Coni, i Pelasgi e gli Enotri. I Liburni ed i Siculi, vicini e parenti più stretti dei primi, occuparono rispettivamente le sponde e l’entroterra della Dalmazia, precisamente i territori dall’attuale Slovenia all’Albania, seguiti in successione dai Dauni, poi dai Peucezi (questi accolsero parte degli Enotri una volta giunti in Italia), i Caoni, i Coni, gli Ausoni, i Pelasgi (questi giunti fino in Grecia), i Messapi ed infine gli Enotri, i quali ebbero un’estensione massima dall’Epiro fino al Peloponneso. Non molto tempo dopo, carestie ed altre calamità spinsero una parte di tutte queste tribù verso la costa prospiciente bagnata dal Mar Adriatico, ossia la nostra penisola. Prima giunsero gli Ausoni, nella seconda metà del III millennio a.C. dalla costa Sud-orientale, spingendosi fino all’attuale Lazio, sicché l’Italia fu denominata Ausonia; poi giunsero i Siculi assieme ai Liburni nel centro peninsulare, tra Emilia-Romagna, Umbria e Marche, intorno agli inizi del II millennio a.C.; poi ancora gli Enotri, i quali giunsero intorno al XVII sec. a.C. sempre da Sud-Est e ricacciando gli Ausoni più a settentrione, nella Campania e nel Lazio principalmente, e dando una nuova denominazione a quell’area, ossia Enotria. I Pelasgi furono gli ultimi ad arrivare, agli inizi della seconda metà del II millennio a.C., giungendo dapprima alle foci del Po, percorrendo gran parte della penisola seguendo gli Appennini in direzione Sud ed unendosi a gruppi proto-latini dei centri terramaricoli, con i quali cacciarono via i Siculi ed i Liburni da quei territori, facendo salpare via i Liburni e respingendo più a Sud nel Lazio i Siculi.

A sinistra, ricostruzione della camera funeraria di una tomba a grotticella artificiale della Cultura sicula della facies eneolitica di Rinaldone presso il Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini, Roma (la tomba detta ‘’della Vedova’’, rinvenuta nella località Ponte San Pietro, nel territorio di Viterbo, Lazio); a destra, esemplare di vaso a fiasco, tipico della Cultura rinaldoniana sicula centro-peninsulare e laziale, esposto in una delle teche del Museo. Crani dolicomorfi ellissoidi, rintracciabili dai Balcani alla Sicilia (noti gli esemplari di Pantalica, molti dei quali consegnati dal messinese Sergi agli enti di studi antropologici capitolini), un vero filo d’Arianna per la ricostruzione dell’iter migratorio dei Siculi e l’individuazione delle molteplici facies culturali succedutesi nel tempo.

 

I Siculi intrapresero la fuga per la salvezza, trovando l’ostilità di molte altre tribù, soprattutto osche (gli eredi della Cultura delle tombe a fossa), giungendo infine nel territorio dei loro cugini Enotri, i quali li accolsero. Lì, nell’attuale Calabria, i Siculi divennero numerosi e molto potenti, al punto che un loro re, il cui nome era Italo ”Torello”, prese possesso di tutta la Enotria e che dopo la sua morte fece cadere in odio tutto il suo popolo tra gli Enotri, al punto che dovettero fuggire nuovamente in Sicilia (ricordo sempre che l’antroponimo Italos, detto così alla greca, è attestato solo nelle iscrizione sicule, e mai rinvenuto nelle terre enotrie, dalla Basilicata alla Calabria, ragion per cui vide bene il buon Tucidide nelle origini sicule e non enotrie di Italo[1]). Era questo l’anno 1270 a.C. ed i Siculi, ”un grande esercito”, così come specifica Tucidide[2], conquistarono tutto il settore orientale dell’isola, dando vita alla Sikelia, ossia la ”Terra dei Siculi”, devastando e respingendo con una lunga e sanguinosa guerra i Sicani[3], quel gruppo paleoeuropeo (dunque sempre indoeuropeo) che si era insediato nell’isola intorno alla seconda metà del III millennio a.C., fuggendo anch’esso dall’Italia (e non dall’Iberia) a causa dell’arrivo degli Ausoni[4]. In Sicilia giunsero poco dopo gli Elimi, sempre di stirpe proto-illirica, perché, come i Morgeti, erano il risultato di una frammentazione del gruppo enotrio, tra i quali confluirono per sinecismo altri elementi etnici, come una piccola parte dei Sicani e una grossa parte di Elleni (precisamente quegli Elleni di ceppo acheo che presero possesso nel Bronzo medio della roccaforte anatolica, quella Wilusa che poi divenne nota con il nome di Troia, essendo l’Iliade la narrazione di uno scontro avvenuto nel Bronzo finale tra due gruppi achei, l’uno della madrepatria, l’Ellade, l’altro della colonia anatolica nella Troade). I Sicani, strano a dirsi, sono stati confinanti dei Siculi non solo nel cuore dell’Europa in tempi molto remoti, ma anche, sebbene in piccolissima parte, nella stessa penisola balcanica (ove permangono non poche tracce toponomastiche nell’attuale Slovenia) ed infine in Sicilia. Tutto questo è difficile, veramente molto difficile, da intuire a prima lettura dalle fonti storiche, soprattutto se sono lette singolarmente e senza conoscere bene la lingua greca e quella latina. Tutti gli storici ci forniscono notizie discordanti, alcune apparentemente inverosimili ma reali, altre ancora credibili ma invero false. Esso è tutto un puzzle che per completarlo mi ci sono voluti molti anni e soprattutto molto rigore scientifico. In questa ricerca ho usato un’infinità di dati provenienti da diverse branche scientifiche, non solo dalla filologia dunque, per ricostruire bene le fonti antiche, ma molto dall’antropologia fisica e dalla glottologia. Posso addurre un semplice esempio. Tucidide (storico ateniese del V sec. a.C.) sosteneva che i Siculi provenissero dall’Italia e che fossero diversi dagli Enotri, che i Sicani fossero di origine iberica e che gli Elimi fossero un gruppo di Troiani e di Elleni confinanti ed in buoni rapporti con i Sicani, ma non fusi con quest’ultimi. Dionisio di Alicarnasso e Diodoro Siculo, entrambi vissuti nel corso del I sec. a.C., come già detto, hanno riportato diligentemente e fortunatamente ampie parti (lectiones) dei testi ormai perduti di questi storici sicelioti molto più antichi, i quali, essendo anche a diretto contatto con queste popolazione epicorie, potevano di certo dissertare molto di più su esse; riferendomi nuovamente ad Antioco e Filisto di Siracusa, vissuti rispettivamente nel V e nel IV sec. a.C., Ellanico di Mitilene, vissuto nel V sec. a.C., e Timeo di Tauromenio, vissuto nel III sec. a.C. Antioco sosteneva la provenienza iberica dei Sicani, l’origine troiana e greca degli Elimi e l’origine peninsulare ed enotria dei Siculi[5]; Ellanico sosteneva l’origine peninsulare ed enotria degli Elimi e peninsulare ed ausonia dei Siculi[6]; Filisto, molto vicino alla cultura sicula, essendo un generale al comando di Dionisio I ed avendo nell’esercito un numeroso gruppo di Siculi (la fondazione di colonie nel centro dell’Italia, come ad esempio Ancona, ne è una prova[7]), sosteneva l’origine iberica dei Sicani e quella peninsulare dei Siculi, ma a torto considerati Liguri[8], ben sapendo però che i suoi ”Liburni”, parenti molto prossimi dei Siculi, furono ritenuti Liguri dai copisti più antichi e così l’unico che aveva ben inteso la verità fu considerato il peggiore; infine Timeo, il quale ha riportato invece molti errori tacciando però tutti di ignoranza, affermava che i Sicani fossero autoctoni, come ”spuntati fuori dal nulla”, e che i Siculi fossero sempre di origine peninsulare. Sempre Tucidide sosteneva che i Siculi fossero stati cacciati via dalla popolazione osca degli Opici, i quali abitavano la Campania, e che la migrazione fosse avvenuta nell’XI sec. a.C.; Antioco sosteneva che i Siculi fossero stati cacciati via dagli Enotri, ma non sapeva collocare con precisione tale migrazione; Filisto affermava che nell’ottantesimo anno prima della distruzione di Troia, dunque nel 1264 a.C., avvenne la migrazione dei Siculi in Sicilia a causa degli Enotri; Ellanico collocava tale migrazione con molta precisione nel ventiseiesimo anno di sacerdozio di Alcione ad Argo, dunque nel 1270 a.C., ma con la variante consistente nella cacciata degli Elimi sempre a causa dell’ostilità degli Enotri, i quali sarebbero giunti nella parte più occidentale dell’isola, e dopo cinque anni quella dei Siculi fuggiti dagli Iapigi che abitavano il Nord della Puglia, in quanto i Siculi erano secondo lui Ausoni. Come ben si vede, c’è tanta confusione, tante discordanze, ma se si sovrappongono tutte queste informazioni attraverso la lettura sinottica delle fonti e successivamente si accolgono tutti i dati attraverso un filtro di analisi antropologica, linguistica ed archeologica, ciò che se ne ricava alla fine è la verità dei fatti. Tanto per cominciare i Sicani non erano Iberi, nella maniera più assoluta, poiché nella loro lingua (ricavata da antroponimi, idronimi, oronimi e toponimi) non vi è niente di iberico ma di Indoeuropeo A (tra l’altro ben documentato dal Prof. Villar[9], anche se mai ha incluso nel gruppo proprio i Sicani, contribuendo comunque molto nella ricostruzione degli strati indoeuropei più antichi, quelli caratterizzati dalla isoglossa laringale h2, dalla quale e + h2 > a, cosa, questa, persistita nel gruppo germanico e subendo un’ulteriore evoluzione nello Slavo antico con h2 > h3, dunque con esito o). Poi erano presenti ab antiquo in Italia settentrionale e centrale, ove avvenne il loro scontro con i Liguri, i quali erano stanziati tra Liguria e Piemonte. Certamente esiste un fiume Sicano nella penisola iberica, ma trattasi della storpiatura di un idronimo celtico in area iberica, il quale era inizialmente Sekwanos, ossia ”Fiume che divide due territori”, e che con questa radice semantica sik– ”taglio” era presente in tutta la Francia (da cui il nome del fiume Senna da Sequana). Questi fiumi infatti, tanto nella penisola iberica tanto nella regione francese, confinavano tribù celtiche come i Sequani ed i Segobrigi, nei cui etnonimi si può leggere la radice sik– presente anche nei Sicani (da qui la palese ascendenza celtica e non ‘’ibero-mediterranea’’ sulla quale insistono tuttora alcuni). Successivamente i Sicani si scontrarono con gli Ausoni, una volta giunti nel Lazio, e da quel momento -metà del III millennio a.C.- passarono in Sicilia. Molti toponimi dal Lazio fino in Calabria, dunque lungo il versante tirrenico, riportano una tipica suffissazione sicana, non presente invece in Puglia e dunque nel versante adriatico o ionico. Virgilio ricorda infatti nell’Eneide i veteres Sicani e lo scontro tra questo ethnos e gli Ausoni, il quale pose fine all’età dell’oro[10]. I Sicani diedero vita alla facies di Castelluccio e di Thapsos dal 2200 al 1270 a.C. Alcuni elementi della precedente cultura dolmenica si fuse con essi e forse questo infirmò l’antica tesi dell’origine iberica, sebbene quel gruppo fosse proto-celtico e non iberico. Alcuni crani di Castelluccio (nel territorio di Noto) sono infatti del tipo sfenoide. Molti archeologi, a cominciare dal roveretano Paolo Orsi, sostennero che nessun cambiamento avvenne al tempo della migrazione sicula e che Pantalica sarebbe stata la continuazione culturale di Castelluccio. Cosa, questa, da rigettare assolutamente. Non soltanto è cambiata totalmente la cultura materiale, ma le calotte craniche corroborano proprio la tesi della migrazione: i crani di Pantalica sono nella maggioranza dei casi del tipo ellissoide, un po’ differenti dunque da quelli delle culture di Castelluccio e Thapsos[11]; inoltre, la ceramica tipicamente sicana (di impasto grigio-giallo decorata dapprima a bande dipinte formanti vari intrecci romboidi e triangolari e successivamente ad incisione) continuò ad esistere nel versante occidentale dell’isola, mentre nella parte orientale ne comparve una nuova e con una forte percentuale di ferro, di colore rosso-granato, la cui composizione non sembra essere insulare ma peninsulare.

Museo Regionale Paolo Orsi, Siracusa: ceramica tipica del Periodo siculo I (Pantalica I Nord, XIII-XI sec. a.C.); grossi bracieri regali, vasi a fiasco, hydriai, patere svasate per le libagioni. Si noti anche lo stile ‘’gessato’’ del grande braciere regale (a torto confuso nella letteratura archeologica con una ‘’grande coppa’’). Questo tipo di decorazione a solchi paralleli campiti di impasto bianco è un’eredità della Cultura proto-appenninica peninsulare, la quale a sua volta fu la diretta evoluzione della Cultura di Rinaldone, transitata essa dai Balcani via mare nel centro dell’Italia (Romagna, Marche, Umbria, e poi Maremma toscana e Lazio) nel corso del’età eneolitica. Alle facies proto-appenninica e appenninica parteciparono anche gli Enotri.

Museo Regionale Paolo Orsi, Siracusa: a sinistra, fibula a Svastica polare (Sauvastika) del Periodo siculo II da Pantalica (Sicilia Sud-orientale, XI-IX sec. a.C.); a destra, ceramica dello stile piumato (skyphoi, anche provvisti di manico, disposti alle estremità) e geometrico siculo (i due askoi al centro) della facies del Monte Finocchito (IX-VII sec. a.C.), contrada che ospita una ben nota necropoli sicula, nel territorio di Noto, città dello scrivente.

 

Museo Civico di Caltanissetta: a sinistra, tre oinochoai (brocche da vino) a collo trilobato, provenienti dal centro vicanico di Sabucina, databili tra VIII e VII sec. a.C., decorati con Svastica (radiante, avente i bracci volti a destra) sul campo metopale; a destra, sinossi della decorazione vascolare, comprendente anche la tematica geometrica ed una interessantissima teoria di serpi visualizzata a meandro (simbolo di bipolarità, dunque di ciclicità).

 

La ceramica sicula successiva, quella propriamente isolana, presenta infatti un impasto grigio-giallo, poiché la terra d’impasto è quella del territorio ed è da lì che nacque la ceramica piumata, la quale è presente soltanto nel versante orientale e non in contesto sicano. Gli archeologi italiani, soprattutto quelli siciliani, hanno ‘’visto’’ semplicemente il falso fino ad oggi. Gli Elimi erano chiaramente di origine proto-illirica e di certo con infiltrazioni acheo-troiane ed altre di ceppo prettamente ellenico (l’elemento focese) e sicano: la loro lingua infatti è molto simile a quella degli illiri Siculi (emi ‘’io sono’’ presente nelle iscrizioni di entrambi gli ethne, in Siculo anche nella variante iemi, o meglio dire con leggera aspirazione sulla e); e la loro ceramica si presenta di impasto grigio-giallo, proprio come quella dei Sicani e quella piumata dei Siculi (tutte produzioni isolane dunque), anche se cambia nelle fogge e nei simboli adottati nelle decorazioni (le famose protomi taurine non sono presenti nelle fogge ceramiche sicane o sicule).

A sinistra, hydria, vaso per attingere l’acqua, della facies castellucciana (2200-1450 a.C.), con tipica decorazione a bande intersecate, dalla necropoli sicana di Valle Oscura della montagna di Balate, conservata nel Museo Regionale di Marianopoli; a destra, tipica anfora elima con decorazione taurina a rilievo (protome centrale) e graffita (VIII-VII sec. a.C.).

 

Siculi, Sicani ed Elimi, e tutti questi rispetto ai Greci che giunsero qualche generazione dopo (a partire dall’VIII sec. a.C., epoca della seconda colonizzazione) presentano elementi antropologici, linguistici e culturali ben differenziati, ma sempre in forma molto relativa e dunque piccola, rimanendo sempre e comunque nell’ambito indoeuropeo. Sul significato dei nomi etnici dei Siculi, dei Sicani e degli Elimi, così sulla loro lingua e cultura potrei dire molto, anzi moltissimo, ma riservo questa sorpresa ai lettori dei miei libri. Posso terminare questo breve (e piacevole, spero) articolo dicendo che i Siculi erano i proto-Illiri che occuparono la parte orientale dell’isola, inglobando qualche elemento ausonio (già entrato nell’orbita culturale del proto-villanoviano, tra l’Ausonio I e II dell’arcipelago eoliano), affiancando la tribù enotria dei Morgeti a partire dall’inizio del XIII sec. a.C., e attraverso altri fenomeni di migrazione successivi (fino al sec. XI a.C.), e soprattutto che si denominarono tali, ovvero ”Siculi”, già a partire dal loro primo stanziamento balcanico (altrimenti, Plinio il Vecchio non avrebbe mai parlato di Siculi balcanici nella sua Naturalis Historia, ivi presenti ancora al tempo suo[12]); che i Sicani erano gli Indoeuropei A di origine sub-carpatica che migrarono dall’Italia in Sicilia alla fine del III millennio a.C.; che i Morgeti erano un frazionamento della nazione enotria, pertanto sempre proto-Illiri, e che una volta giunti in Sicilia orientale mantennero una certa distanza dai Siculi, anche se la ceramica piumata è stata trovata nelle vestigia della loro più celebre fondazione, ossia Morgantina (e poi le note tombe a grotticella artificiale); che gli Elimi erano anch’essi proto-Illiri, perché distaccatisi dagli Enotri, accogliendo nel tempo anche altri elementi etnici ed in minima quantità, tanto da non stravolgere la loro lingua, e che occuparono il versante occidentale della Sicilia poco dopo l’arrivo dei Siculi; ed infine che gli Ausoni, sempre proto-Illiri, furono davvero cacciati da Nord-Est dall’arrivo degli illirici Iapigi (Dauni), migrando in parte verso Sud e raggiungendo dunque le isole Eolie e poi le coste della Sicilia settentrionale (l’area di Milazzo), fondendosi in parte con i Siculi fino in quel di Pantalica e Lentini (l’antica Xuthia)[13]. Pertanto la Sicilia fu detta prima Trinakria ‘’Trinacria’’, poi Sikania ‘’Sicania’’ ed infine Sikelia, ossia ‘’Sicilia’’[14]. Il nome dell’Italia deriva dal nome del re siculo Italo[15], essendo prima Ausonia e poi Enotria. Anche il Mare Adriatico ha nel nome un’origine spiccatamente siculo-illirica e così anche il nome di persona che ne è derivato, Adriano: entrambi i nomi hanno la comune origine dal Dio Adranòs (in lingua sicula Hatranus), Dio del Cielo, della Luce, della Folgore e del Fuoco venerato dai Siculi, direttamente dalla forma radicale sicula hat– ‘’fuoco/calore’’, di chiara filiazione indoeuropea, essendo quella ancestrale aidh-. I Greci nati nella nostra terra furono denominati Sicelioti, ovvero ”Greci della Sikelia”, ma non erano per niente Siculi; così come i Greci nati in Italia meridionale, successivamente detta Magna Grecia, erano denominati Italioti, ovvero i ”Greci nati nella terra governata dal re siculo Italo”. Ma la denominazione di ”Siciliano” da dove deriverebbe allora? Semplice, la suffissazione in n rivela l’arcano: sono tutti coloro che provengono dalla Sikelia, l’isola che fu conquistata dai Siculi.

L’Urheimat dei proto-illiri individuata dallo scrivente tramite glottocronologia, situata tra i medi corsi dei fiumi Elba (o Oder) e Vistola, tra le attuali Germania e Polonia. Da questa sede ancestrale emersero i Siculi assieme a tutte le altre popolazioni dello stesso ceppo. Le frecce indicano la linea di migrazione dei Siculi a partire dal V millennio a.C. fino alla prima metà del XIII sec. a.C., ossia fino al periodo in cui ebbe inizio la Cultura di Pantalica I Nord in Sicilia Sud-orientale. Dall’archivio di Daudeferd.

Necropoli di Pantalica, Sicilia Sud-orientale. Complesso di tombe rupestri a grotticella artificiale.

A sinistra, capitello templare basaltico su colonna a sezione ottagonale dal centro vicanico del Mendolito di Adrano, decorato con Ruote solari (Museo Civico di Adrano); a destra, Scene di caccia a cavallo graffite sulle pareti della tomba a camera di Caratabia (vicino Mineo, Sicilia centro-orientale); entrambi realizzazioni del VI sec. a.C., Periodo IV siculo, facies di Licodia Eubea. Si noti una Crux Solaris  apotropaica incisa sulla coscia destra dell’equide.

 

Per concludere, voglio dirvi un’ultima cosa, abbastanza importante e che sia da premessa a tutti gli articoli a seguire, ossia dal terzo in poi. L’Archeologia e l’Antropologia, così come tutte le scienze (nel mio specifico caso anche la Glottologia, della quale ne faccio copioso uso e soprattutto qualificato), necessitano costantemente di neologismi, spesso creati proprio ad hoc, o addirittura ex abrupto, i quali permettono al ricercatore di restringere con grande facilità una vasta gamma di concetti, molto spesso stratificati o intrecciati l’un l’altro in modo variamente complesso, sino a formare una nuova entità semiologica, quasi fosse un simbolo. Ciò permette a noi ricercatori l’acquisizione di una grande mole di dati e di poter a sua volta creare quadri di sintesi molto precisi e con il precipuo scopo che niente possa essere lasciato così all’oblio, ma che tutto sia sempre disponibile nel momento della fruizione dei dati medesimi. Capisco che ai non addetti ai lavori tutte queste ‘’parolone’’ possano sembrare astruse, addirittura impronunciabili, delle quali non è possibile trovare alcuna traccia nei vari dizionari, perché sin troppo specifici e soprattutto coniati sempre e continuamente ex novo. Noi ricercatori siamo fatti così, purtroppo. Ma è grazie a noi e soprattutto al nostro operato che a tutti voi è possibile seguire di pari passo le nostre ricerche, rendendo voi tutti partecipi delle nostre esperienze. I neologismi nascono comunque da una buona padronanza delle lingue classiche (mai si dica ‘’morte’’, perché m’incazzo!!), ovvero greca e latina, molto spesso attraverso un processo non solo di conio ma di rifonologizzazione di certe locuzioni estrapolate dai molteplici testi che compongono il corpus delle Letteratura greca e di quella latina. Ad esempio, il grande Prof. Paolo Orsi, il quale trascorse tutta la sua vita nello studio della preistoria siciliana (proprio lui, di Rovereto) inventò diversi neologismi, tuttora in uso nel nostro campo, come il conio enkhytrimòs, indicante la sepoltura, spesso infantile, ‘’entro un grosso vaso’’, entro la giara che in Greco antico era detta pithos. Ma è chiaro che il neologismo in questione non si trova nei dizionari Greco antico–Italiano e neanche in quelli di solo Italiano. Eppure, grazie al buon Orsi, noi ricercatori d’oggi sappiamo indicare un rito funerario specifico grazie ad una sola parola, invece di utilizzare una sfiancante locuzione. Io stesso, ormai stanco delle obsolete ‘’formule’’ e dei vetusti ‘’formulari’’ trasmessimi dall’ambiente accademico, ho dovuto per forza creare nuove ‘’formule’’ e più efficienti ‘’formulari’’ per meglio muovermi nelle mie ricerche, senza così cadere negli stessi errori in cui tutti i miei predecessori sono incappati. Se così non fosse, non si andrebbe mai avanti, si brancolerebbe nel buio pesto, non tanto come imbecilli ubriachi ma proprio come emeriti minchioni. Io ho dovuto, e ciò mi piace farlo, coniare ad uopo neologismi d’ogni tipo, sovvertendo molto spesso i quadri disciplinari imposti perché fallaci. Ma mi sono sempre attenuto a tutti i crismi dell’onestà intellettuale, avvertendo sempre i miei lettori all’inizio di ogni lettura di questa mia dura presa di posizione e spiegando agli stessi il nuovo metodo d’indagine ed il nuovo sistema di glosse da adottare per assimilare al meglio i frutti della mia ricerca. Purtroppo, nel mio primo articolo su EreticaMente ho fatto questo senza aver avuto il tempo di introdurre con ‘’garbo’’ il lettore in questo nuovo sentiero, non dotando il medesimo degli strumenti necessari per intraprendere il viaggio, che, ahimé, rischierebbe di divenir troppo arduo. Capisco pertanto lo sconforto di alcuni nel non aver capito certe ‘’nuove’’ parole, delle quali la mia unica mancanza, e dunque non imperizia, è stata non aver dato una spiegazione propedeutica. Di questo effettivamente ne provo rammarico. Il tempo a disposizione è quello che è, purtroppo, e forse io non sono proprio abituato a parlare con un pubblico molto variegato, ma sempre circoscritto in ambiti troppo piccoli. Ma posso sempre sanare ogni lacuna, e per ciò ve ne sarei sempre grato se me lo lasciate fare. Ogni incomprensione va dunque sanata, sempre con il massimo rispetto da entrambe le parti: io devo proporvi una lettura ricca e soprattutto sincera; e da voi pretendo che questa sincerità sia ricambiata, proprio come dovrebbe avvenire tra ‘’gentili’’, nel senso latino del termine, anzi indoeuropeo, estendendo il recondito significato anche ai fratelli di tutte le altre stirpi indoeuropee. Quando non si sa, non si capisce, è giusto chiedere, ed allora ciò di cui si ha bisogno sarà fraternamente dato. Il porsi negativamente con manifesta saccenteria comporta inevitabilmente una chiusura immediata tra gli interlocutori, il ché significa che gli errori rimangono sempre dentro, creando nella mente orrori, a volte, vista la testardaggine di alcuni, per sempre. Pensare male significa vivere male, e così il pretendere di ‘’sapere’’ ciò che in realtà non si sa, id est la spicciola saccenteria, crea mostri mentali di ineguagliabili proporzioni, immani e nel tempo anche invincibili, il cui risultato è una vita pessima basata unicamente sulla cialtroneria. Per cui se voi, miei cari lettori, non capite certi neologismi, quali Urvolk, o la sua versione nata per conio anglosassone Ur-Folk, o per conio norvegese (bokmaal) urfolk (del quale potrei anche farne un conio italiano, ur-popolo, sebbene suoni non tanto gradevole, ma pur sempre giusto), macro-gruppo, proto-gruppo, proto-celtico e ur-celtico, proto-illirico (dunque un po’ diverso da illirico, con il quale si designano rami genealogici susseguenti), calco semantico, calco fonetico, altoeuropeo/paleoeuropeo, sub-carpatico, xantocroismo (già usato e dunque appreso dal grande Adriano Romualdi) etc., basta semplicemente chiedere, con gentilezza ovviamente, e tutto vi sarà dato con altrettanta gentilezza. Nel caso specifico del lemma Urvolk (forma tedesca), abbiamo a che fare, così come in tutti i neologismi d’ambito scientifico, con una mera convenzione intellettuale, una creazione da laboratorio ad uso e consumo degli specialisti. Ma vista la portata che il lemma in questione ebbe nel corso della prima metà del XX sec., periodo storico in cui l’Archeologia e l’Antropologia ebbero una grande importanza nella vita del popolo tedesco, lo stesso lemma finì persino nei dizionari, e questo per un noto processo che in Linguistica è conosciuto come ‘’acclimatamento’’. Nelle altre lingue europee, ciò non è avvenuto infatti, anche perché la scienza antropologica e quella archeologica non ricoprì nelle altre nazioni d’Europa un ruolo così importante nella formazione degli individui. Ma è chiaro che il lemma ‘’tedesco’’ Urvolk non è proprio ‘’tedesco’’, ma è un’invenzione accademica, poiché il primo elemento radicale e caratterizzante, ur-, non è precisamente ‘’tedesco’’ ma prettamente indoeuropeo. Trattasi infatti di una forma radicale ancestrale presente in tutte le lingue indoeuropee, dunque rilevabile nelle aree laterali, e pertanto assolutamente indoeuropea. Questo elemento radicale si trova infatti in varie forme, delle quali vi cito solo quelle più importanti: ur̥– ‘’forza’’, comprendente nel suo nucleo una r sonante, dunque con possibilità di vocalizzazione, ha generato in Latino rispettivamente vis ‘’forza’’ e vir ‘’uomo’’ (nel senso di ‘’dotato di forza’’), ma anche urus ‘’toro’’ (perché ‘’maschio’’ e dunque ‘’forte’’); in Norreno verr ‘’uomo’’ (dalla forma più antica wirar); nell’attuale Gaelico irlandese fear ‘’uomo’’ (con metafonia di u/v > f); in Greco antico, sebbene con leggera deriva semantica, abbiamo βία ‘’forza/violenza’’ (attraverso il noto fenomeno del betacismo, ossia il render occlusiva bilabiale sonora b la fricativa labio-dentale sonora v, che a sua volta deriva dalla vocale posteriore chiusa arrotondata e non arrotondata, ossia il noto digamma indoeuropeo). Pertanto, questo elemento radicale ur– non significa ‘’primevo’’ o ‘’primordiale’’, ma ‘’forza’’, avendo dunque subito un processo di deriva semantica sino a significare ‘’uomo’’, ‘’toro’’ etc. Ora, ed è qui che vi voglio, solo entrando nella Weltanschauung indoeuropea, ci si accorge che è proprio nella forma mentis indoeuropea indicare qualsiasi atto creativo, dunque primordiale, evocando la ‘’forza’’, l’essere attivi appunto sulla inerte soggiacente materia plasmandola ai propri scopi. L’atto di forza, ur, principio maschile, è proprio questo: energia attiva plasmante la soggiacente materia passiva, che è il principio femminile; essendo comunque il ‘’primo’’ atto, quello della creazione, sull’immobilità passiva della inerte materia. Infatti, nei dizionari di qualsiasi lingua europea moderna non potremmo mai trovare questo elemento radicale, ur-, sì tanto importante come singola glossa. Questo elemento radicale è visibile persino nell’antroponimo siculo Uitalus, ossia il re Italo, il quale con la sua forza riuscì ad evincere dalla federazione enotria divenendo signore di quel territorio, creando così la Italia, la terra di Italo, la nostra Patria.

Se qualcuno può darvi sempre una spiegazione sul suo operato allora il suo operato è sempre sincero e leale, diversamente è mendace. Finora ne ho sentito dire davvero tante, sia in sede accademica sia altrove, sui Siculi o sui Sicani: chi ha visto ‘’glifi runici’’ (sic) nei grafemi delle iscrizioni sicule sparse nella parte insulare orientale; chi è addivenuto alla derivazione del Siculo dal Sanscrito; più altre oscene amenità. L’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno oggigiorno è la serietà, soltanto la serietà. Vi lascio alla prossima lettura, ricordandovi che io cerco sempre di sintetizzare in forme molto succinte e con grande sforzo quanto espongo nei miei libri in forme molto ma molto più schematiche e dunque più esaustive. Grazie sempre di cuore.

Maggio 2020

Alessandro Daudeferd Bonfanti

 

NOTE

[1] Tucidide, Storie, VI, 2, 4 (Italo, re dei Siculi); Cfr. Aristotele, Politica, IV, 9, 1-3; Antioco siracusano in Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, I, 35, 1-3 (Italo, re degli Enotri, notizia da non intendere come ‘’re di origine enotria’’, trattandosi di un errore, ma come ‘’reggenza sugli Enotri’’); Virgilio, Eneide, VII, vv. 176-181.

[2] Tucidide, Storie, VI, 2, 5; Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, I, 22, 5.

[3] Diodoro Siculo, Biblioteca storica, V, 6.

[4] Pausania, Periegesi della Grecia, V, 25, 6; Strabone, Geografia, VI, 2, 4 (nel cui testo è Eforo cumano a dire che i primi ad abitare la Sikelia furono gli Iberi, o meglio dire gli Iberici, dunque il popolo del bicchiere campaniforme).

[5] Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, I, 22, 5.

[6] Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, I, 22, 1-3.

[7] Ciò è confermato anche da Plinio (Naturalis Historia, III, 13, 111): Numana a Siculis condita, ab issdem colonia Ancona.

[8] Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, I, 22, 4-5.

[9] Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa, Ed. Mulino, Bologna, 1997.

[10] Virgilio, Eneide, VIII, vv. 322-332.

[11] Giuseppe Sergi, Crani preistorici della Sicilia, in Atti della Società Antropologica Romana, Vol. VI, Roma 1899, pagg. 3-13; Giuseppe Sergi, Crani siculi neolitici, in Bull. Paletnologia italiana, Vol. XVII, Roma 1891; Giuseppe Sergi, Crani antichi di Sicilia e di Creta, in Atti Soc. rom. di Antropologia, Vol. II, Roma 1895. Questi testi devo essere letti sempre con le dovute riserve. I crani preistorici ed antichi sono stati da me studiati principalmente cum manu; facendo anche molti confronti (non proprio diretti, perché avrei destato orrore nelle persone, ma usando ad uopo un corredo fotografico o la mia buona capacità mnemonica) con quelli delle popolazioni attuali, ossia quelle ancora abitanti i piccoli borghi o sperdute contrade di campagna, soprattutto nell’area iblea, luoghi di forte retaggio siculo (comuni come Buscemi, ad esempio, dove ho notato questo ellissoidismo accompagnato da un bellissimo biondo, xantocroismo, e complessione molto chiara, leucodermia, di un roseo molto tenue e soggetto a facile rubescenza emotiva).

[12] Plinio, Naturalis Historia, III, 22, 141.

[13] Diodoro Siculo, Biblioteca storica, V, 8.

[14] Diodoro Siculo, Biblioteca storica, V, 2, 1-2.

[15] Tucidide, Storie, VI, 2, 4.

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Categorie: Indoeuropei

Pubblicato da Alessandro Daudeferd Bonfanti il 9 Maggio 2020

Alessandro Daudeferd Bonfanti

Alessandro Daudeferd Bonfanti, archeologo ed antropologo, ricercatore scientifico, saggista, storico, galder, designer, fotografo e compositore di musica estrema (Black metal/Death metal/Grind/Doom metal/Martial/Neo-Folk, ideologicamente correlati) è nato a Noto, cittadina della provincia di Siracusa nel lembo Sud-orientale, il 26 Agosto 1977. Ha compiuto i suoi studi presso l'Ateneo di Catania, conseguendo i titoli accademici con il massimo dei voti, ed ha lavorato presso gli enti museali della sua regione, con i quali tuttora collabora, essendo massimo esperto non soltanto della più remota preistoria siciliana, ma soprattutto della più remota preistoria europea, qualificandosi come indoeuropeista di formazione globale, ossia non semplicemente linguistica, ma abbracciando vari campi scientifici e soprattutto formulando ad uopo nuovi metodi di indagine e di analisi volti ad infirmare nuove teorie senza mai distaccarsi dagli studi dei veri grandi pionieri del settore che ebbero rinomanza e riconoscimento di grandi onori nelle accademie europee fino agli anni trenta e quaranta dello scorso secolo. Fare scienza indoeuropeistica per Alessandro Bonfanti, attento seguace evoliano e romualdiano, significa unire innanzitutto Antropologia fisica e culturale con la Glottologia e la Linguistica generale, per poi trovare altri appigli probatori nella cultura materiale dei popoli antichi, ossia tramite l'Archeologia stricto sensu. L'amore smisurato, l'inestinguibile passione e lo sfavillante ardore con cui Alessandro Bonfanti svolge le sue ricerche trovano ragione d'essere nella sua Weltanschauung ariosofica, nell'orgoglio del Blutesbund e del Volkssturm, dunque principalmente nella sua fortissima spiritualità etena. La sua ardente passione e le sue ricerche hanno avuto inizio molti anni innanzi al completamento della sua formazione accademica, che egli stesso considera ''mai attesa con soddisfazione intellettuale'' se non per meri scopi burocratici, ma sin dalla sua più tenera fanciullezza, sostenuta negli anni da frequenti viaggi nel Nord Europa (Scandinavia, isole britanniche, Islanda, Germania etc.) alla scoperta della vera Heritage aria, dedicandosi allo stesso tempo alle sue produzioni sia in campo letterario sia musicale (tra tutti i suoi progetti si ricordi l’Evolian Blackened Deathgrind act ‘’Discipline Of Hate’’, fondato sul finire degli anni ’90 nel Regno Unito). Il suo percorso iniziatico ed ascetico nella antica Tradizione indoeuropea gli ha conferito il cognomen alto-norreno Daudeferd, stando a sugellare la sacralità delle sue idee e delle sue imprese come ponte tra passato, presente e futuro, dunque come erede, guardiano e milite della Tradizione aria. Alessandro Daudeferd Bonfanti ha fondato il Centro Studi Antica Europa – La Ruota del Sole, tramite il quale pubblica i suoi saggi; per decenni ha diretto la sua label/distro fieramente nominata Heiliger Krieg, totalmente dedicata ai generi estremi, quali Black metal/Death metal/Doom metal/Martial-Ambient-Neofolk; attualmente dirige anche la sua linea d’abbigliamento per i seguaci dei suddetti generi musicali, intitolata Daudeferd: A Golden Dawn For An Iron Youth (tramite la quale distribuisce sia materiale discografico sia merchandise relativo al suo gruppo Discipline Of Hate). Con tutto ciò, reggendo alto il vessillo dell'Etnonazionalismo, ha deciso di combattere questa orribile e decadente modernità, grazie agli insegnamenti del Maestro Julius Evola, dichiarando al mondo intero Kulturkampf.

Commenti

  1. Grazie per l’enorme arricchimento in una materia che sognavo di esplorare

  2. Ermanno

    Articolo avvincente nonché denso di spunti interessanti che mi sprona a porre un paio di domande all’autore. E questo nonostante la mia schietta origine trentina, non scevra quindi da ascendenze austro-ungariche, che, date le asimmetrie dell’attuale contesto geopolitico, indirizzano la mia predilezione verso quelle ungariche, quindi turaniche, rispetto alle austro-. Ritenendo inoltre che un logos impostato su premesse intellettualistiche possa fare la differenza rispetto ad un logos imperniato su una memoria etnica ed atavica che dir si voglia, aggiungo che parlare di Siculi e delle loro ascendenze non mi competa più di tanto.
    Nonostante ciò l’articolo in questione attrae la mia attenzione, rammentandomi la presentazione di un libro realizzata all’incirca una decina di anni fa a Verona, allorché posi una domanda ad un siciliano doc e del quale ho la massima stima, ovvero Pietrangelo Buttafuoco, oggi Giafar Siqilli. Il libro in questione era: “Il lupo e la luna”, una narrazione storica che intreccia le sorti dell’Impero Ottomano, la Sicilia e la Transilvania.
    Essendo parte del romanzo contestualizzata in questa regione dell’Europa, la domanda da me posta riguardava i “Siculi della Transilvania”, Székel in magiaro, Sekel in turco e Secui in rumeno. Un fonema non troppo dissonante da quello dell’etnonimo di cui parla l’articolo ed in particolare dalla Sikelia ivi citata.
    Una popolazione, quella dei “Siculi della Transilvania”, erede degli unni-avari stanziati nella regione e, a dispetto dei secoli e dei regimi trascorsi, ancor oggi tradizionalista e memore dell’antica grafia runica rovásírás o siculo-transilvana.
    Non entrando nel merito della risposta di Buttafuoco, che peraltro si evince dai numerosi articoli da lui pubblicati negli anni, gli chiesi se questa contestualizzazione del Lupo narrato nel romanzo l’avesse estrapolata sulla falsariga dell’omofonia dei due etnonimi: l’italico e il magiaro.
    Peraltro, essendo totalmente in accordo con Lei circa le premesse de “L’Origine dei Siculi”, per quanto riguarda il cliché del “siciliano”, vorrei chiederLe un parere su tale questione da me posta a Buttafuoco, circa l’esistenza di un nesso fra questi “Siculi della Transilvania” ed i Siculi, Sicani.
    Glielo chiedo perché qui da noi, in Trentino, non mancano questioni simili la cui veridicità storica sovente è adombrata da interessi di altra natura e che riguardano ad esempio l’origine dei Cimbri.
    Già il prof. Franco Cardini, qualche anno fa, affrontando l’argomento, non escluse un nesso con i Cimmeri caucasici, cui la Crimea deve il proprio nome e dove, fino al XVIII secolo, si parlava gotico, una lingua proto-germanica. Qualche anno fa, io stesso pubblicai in Adighezia, uno studio sugli idronimi trentino-altoatesini raffrontandoli con quelli circassi.
    Quindi, avendo Lei menzionato Siculi, Sicani ed Elimi, vorrei chiederLe se vi è una ragione per cui non cita gli Šekeleš, che unitamente ai Tereš, o Turša, identificati i Tirsenoi, gli Šardana, i proto-sardi ed altri, furono i Popoli del Mare.
    È verosimile che oltre ad essere giunti in Sicilia possano aver risalito la penisola balcanica insediandosi nei territori dei detti “Siculi transilvani”. Non troppo lungi dalla regione in cui è situata l’Urheimat dei proto-illiri. Non crede? Oppure Lei propende per una netta e categorica demarcazione etno-linguistica?

    Grazie Ermanno

    • Alessandro Daudeferd Bonfanti

      Grazie, Ermanno, tutto quello che vuoi sapere (scusa, possiamo darci del ”tu”?) a riguardo si trova nei miei libri, anche la faccenda relativa ai Siculi transilvani. Tutto quanto. Io, purtroppo, non posso presentare un articolo di 1000 pagine, per cui devo necessariamente sintetizzare al meglio un determinato argomento, uno solo per volta. Ho pensato anche ti scrivere un articolo ad hoc, basato su quanto hai esposto nel tuo commento. Dammi un po’ di tempo, essendo davvero troppe le cose che devo fare in questi giorni di ripartenza. Grazie tante a te, comunque.
      Daudeferd

  3. Ermanno

    Grazie a te per la risposta. Come dici, un articolo non può essere esaustivo. Mi scuso, è da poco tempo che frequento il sito e non ero a conoscenza di altri scritti da te pubblicati. Quello che ti ho posto è un quesito che di tanto in tanto, parlando di Sicilia, mi affiora alla mente e leggendo il tuo articolo mi ha sollecitato ad un confronto. Comunque complimenti e grazie. Attenderò gli approfondimenti

    Ermanno

    • Alessandro Daudeferd Bonfanti

      Carissimo Ermanno,
      voglio risponderti succintamente su alcune tue curiosità, anche perché tu hai esposto molti argomenti, molto distanti tra loro, ed io non posso presentare un articolo così eterogeneo. Certamente, come promesso, presenterò il nuovo articolo su una delle tematiche da te toccate, sempre con la speranza di poter soddisfare le tue curiosità scientifiche, sollecitandoti anche nel condurre maggiori approfondimenti. Prima di cominciare, voglio dirti che sono onorato della tua presentazione e pertanto ben ti accolgo; che hai un bel nome, germanico, Hari ‘’appartenente alla casta guerriera, dunque Signore, ossia Ariano’’ e Mann ‘’Uomo’’, dunque ‘’Nobile’’; e poi che vivi in una bellissima regione, il Trentino, dove io ho lasciato il cuore. Più di una decina d’anni fa, infatti, scendendo dalla Germania (Externsteine in Renania, Monaco, poi Austria, dunque Innsbruck), mi fermai una settimana nel Trentino-Alto Adige (Bolzano, Trento, Rovereto, quest’ultima meta in onore di Paolo Orsi), dove mi sono trovato benissimo, come a casa, mangiando un pane davvero squisito e soprattutto dolci d’ineffabile bontà, godendo della calorosa cortesia della gente del luogo. Un’esperienza indimenticabile e soprattutto incantevole. Subito dopo, prima di giungere a meta, in quel di Varese, in Lombardia, passammo per il Veneto, dove ci fermammo presso un vigneto Merlot e dove i proprietari dell’azienda vinicola ci fecero assaggiare sia l’uva sia il vino. Che altro dire? Semplicemente meraviglioso. Altro che mascherine, guanti in lattice e arresti domiciliari!! Scusami se la volta scorsa ti ho risposto in modo così breve, ma, non servendomi proprio in quel momento del computer, ti ho risposto tramite cellulare, ed io, sinceramente, ho un rapporto con la tecnologia definibile se non con il solo lemma ‘’idiosincrasia’’. Mi viene davvero male e non sapendo maneggiare bene i tasti a certe velocità, sui quali letteralmente mi scivolano le dita, mi capita di pigiare una lettera al posto di un’altra commettendo così errori/orrori di battitura, che poi non rileggo, andando a finire sotto gli occhi dei miei lettori e con mio profondo rammarico. Infatti, a quanto vedo mi è sfuggita una t al posto di una d nel precedente messaggio. Ma sai, può esserci sempre lo scemo di turno, il cosiddetto ‘’minchione da tastiera’’ che vanta la sua appartenenza alla frangia più intransigente dei ‘’lecca-sardine’’, che spacciandosi per ‘’leone da tastiera’’ dimentica quello che veramente è: un coniglio nano da salotto ed anche ‘’lecca-sardine’’. C’è da dire anche un’altra cosa molto importante: dissertando di Glottologia, avrei bisogno di una vasta gamma di grafemi per una maggiore chiarezza esplicativa, che sul cellulare ovviamente non ho. Comunque sia, ora sono nel mio studio, per cui posso ragguagliarti su tutto. Prima di cominciare, voglio correggere un mio refuso nell’ultimo articolo. Trattasi del neologismo orsiano enkhytrismòs, che io ho scritto omettendo nella fretta ed in fase di battitura la penultima s. L’Orsi, tuo conterraneo, scriveva infatti enchytrismòs, ma io rendo sempre nelle traslitterazioni la velare sorda spirata del Greco antico χ con kh e mai con ch, essendo lo stesso IPA (o, qui in Italia, AFI, acronimo per Alfabeto Fonetico Internazionale) ed a ragione ad aver voluto indicare il suono velare sordo con il grafema k e non c. Comunque sia, l’importante è sapere di cosa si sta parlando quando si legge il neologismo enkhytrismòs o enchytrismòs, indicando una tafonomia particolare, ossia la sepoltura, specie infantile, entro grosse giare di terracotta. Bene, ora procedo con tutto il resto. Circa il popolo chiamato Székely in lingua ungherese, Secui in Rumeno e Siculi in Latino, che vive maggiormente in Transilvania, ma parlante un dialetto ungherese, e che vive anche in enclaves in Vojdovina, Serbia, posso dire, in base a quanto abbia sinora raccolto sia a livello linguistico, sia a livello antropologico e archeologico, che trattasi di una popolazione di stirpe magiara, dunque del ramo ugro-finnico, che però ha assunto questo nome (ma è una mia ipotesi, sulla quale ho ancora molto da lavorare) proprio perché ha occupato, già da molto tempo prima del definitivo stanziamento degli Ungari in quel di Pannonia, un’area che sembra esser rimasta nota ab antiquo come antico stanziamento dei Siculi balcanici, i quali hanno sconfinato persino nelle terre occupate dai Traci (e su questo vi sono prove). I Siculi della Transilvania vivono attualmente in una regione della Romania chiamata nella loro lingua Székelyföld ‘’Terra dei Siculi’’. Questi Siculi transilvani sono una comunità di circa 670.000 individui, suddivisi nei vari distretti di Harghita, Covasna e Mureş, costituendo la più importante tra le minoranze etniche di lingua ungherese in Romania e per i quali si cerca di creare una regione autonoma. Come dico nel mio libro, l’origine di questi Siculi è chiaramente ugro-magiara, imparentata quindi con quella finnica, e costoro non hanno nulla di che spartire con i nostri Siculi italici e proto-illirici. Gli unici e veri ‘’italici’’ sono infatti i Siculi e non le popolazioni di ceppo osco-umbro, come sempre ci hanno fatto sinora credere storici, archeologi e linguisti. L’antroponimo Uitulus/Uitalus (in Greco antico Italos) è solo siculo e non osco. Né i Siculi d’Italia erano Falisci e proto-Latini, ma proto-illirici e basta. La lingua dei Siculi, attestata essa in molti iscrizioni, coronimi, oronimi e soprattutto idronimi della mie parti e da me decifrata, presenta la tipica rotazione consonantica delle lingue proto-illiriche e dunque illiriche; mentre la lingua latina e quella falisca presentano altri fenomeni fonetici. Si può dunque accettare ancora l’accezione di ‘’italico’’ dal punto di vista geografico, di stanziamento peninsulare, ma non etnico, perché è un persistere nell’errore, proprio come fanno i pazzi. Questi Siculi transilvani sono Ungari stabilitisi nelle regioni limitrofe dei possedimenti dell’Ungheria in tempo molto più antico e non più appartenenti a questa nazione, essendo rimasti nella Székelyföld rumena e la Vojdovina serba. Gli Ungari conquistarono la loro attuale terra, l’antica Pannonia, oggi detta Ungheria, nell’896 d.C. e lo studioso ungherese Gyula László parla di un precedente arrivo degli stessi Ungari, prima della conquista definitiva, già nel secolo V d.C., e di cui la prima ondata comprendeva la tribù di questi Székely, già presenti in quel tempo nei Carpazi. La loro lingua conserva ancora termini molto arcaici della lingua ungherese, per cui questo ramo degli Ungari, arroccandosi nelle zone montuose ed isolandosi linguisticamente ha mantenuto vivi i tratti distintivi ancestrali. Il fatto più importante è che questi Siculi sono stati definiti tali, ‘’Siculi’’, soltanto a partire dal loro stanziamento in quei luoghi, perché hanno abitato quelle terre, prendendo dunque questo etnonimo dal luogo di stanziamento, essendo primieramente Ungari, o forse un ramo di questi ultimi recante un endoetnonimo o esoetnonimo distinto e dovuto a peculiarità molto diverse. C’erano Siculi proto-illirici in Tracia, ed alcuni Traci portavano infatti nomi siculi, e ciò lo racconta Diodoro Siculo. I Traci erano stanziati nell’odierna Bulgaria, ma in tempi antichi si usava la lancia e la spada, non il passaporto. Per quanto riguarda gli Haunebu o Popoli del mare, quegli Shekelesh non sono Siculi proto-illirici, ma una popolazione stanziata nell’Anatolia Sud-occidentale, fors’anche indoeuropea, ma ne dubito un po’, perché qualche fonte antica (e dubito anche di quella), se essa indica proprio loro e non altro popolo, li menziona come popolo levantino praticante la circoncisione. Pensa, sia nei Balcani, sia in Sicilia, i Siculi proto-illirici non hanno MAI sviluppato tecnologia nautica, non andando anche a pesca, neanche lungo i fiumi se non raramente. Tucidide racconta, così come Antioco siracusano ed altri storici sicelioti, che i Siculi passarono in massa dall’Italia alla Sicilia mediante zattere costruite come meglio potevano, ossia improvvisate, aspettando un vento favorevole per attraversare lo Stretto. Non sapevano navigare. Qui in Sicilia, dalle mie parti (io sono di Noto, chora dei Siculi), non è stato mai trovato un solo arnese che facesse parte del corredo di un pescatore o di un marinaio. Anzi, ti dirò di più, non vi alcuna traccia di presenza dei Siculi in pianura (mesogea) e soprattutto lungo le coste (paralia), ma vivevano arroccati sui monti praticando principalmente l’allevamento di razze bovine, caprine ed in misura minore ovine, allevando intorno alle capanne razze suine (andavano pazzi per il lardo secco ed aromatizzato). Andavano a caccia, mangiavano molta carne rossa, formaggi, quasi mai pesce e quel poco solo di origine fluviale (trote, cavedani). Avevano il mare a due passi e non ci andavano mai. Praticavano maggiormente la raccolta di specie vegetali (le donne) e non l’agricoltura, anche perché dove erano arroccati il terreno è molto eluviato. Andavano matti per gli infusi d’erbe, infatti abbiamo trovato tantissime di queste loro ‘’teiere’’. Erano comunque grossi, alti e molto forti. Ricavavano molto dalla lavorazione della marna calcarea. Usavano asce pesantissime e cuspidi di lancia lunghe e grandi provviste di grandi immanicature per aste alte più di due metri, molto pesanti. Erano comunque molto alti e soprattutto robusti. Io sono riuscito a ricostruire pure le loro acconciature, sia maschili sia femminili. Nelle loro tombe sono stati trovati anche i giocattoli dei loro bambini. Praticavano il giuramento ordalico ed i sacerdoti erano anche giudici nelle varie controversie, punendo certi reati con la pena capitale (una morte violenta). Io li adoro. Se vuoi sapere di più, molto di più, ti consiglio di leggere i miei libri. Lì troverai davvero tutto. Poi, mi parli dei Cimbri. Bene, trattasi di un popolo di ceppo celtico in origine, che ha ricevuto nel tempo varie infiltrazioni germaniche. Il nome del Galles, Cymru, ne è l’esempio. Ma ti assicuro che essi non hanno niente a che fare con i Cimmeri di ceppo scito-sarmatico. Molti popoli celtici vivevano in epoca storica al di là del Reno, nella Germania, presenti a macchia di leopardo, non solo in Gallia dunque. E poi l’osmosi celto-germanica è un fenomeno durato millenni. Pensa al noto calderone di Gundestrup, ritrovato appunto in Danimarca. Oppure alla migrazione dei Boi e Volci Tectosagi dall’attuale Boemia fino alla penisola anatolica, prendendo ivi il nome di Galati. Anche la Crimea fu area di insediamento celtico e poi germanico. I Goti che ivi abitarono parlavano un dialetto germanico orientale, ossia il Gotico appunto, e pertanto non può essere mai e poi mai ‘’proto-germanico’’, che indica un’altra cosa. Ed infine, Székely Rovásírás sono un sistema di grafemi utilizzato dai Siculi magiari sin dall’XI sec. e tuttora in uso, ma non sono assolutamente Rune. Alcuni linguisti hanno pensato che fossero d’origine altaica, ma anche quello è un errore, così come è da considerarsi errore l’accostare il gruppo ugro-finnico a quello altaico, anche secondo una visione nostratista uralica. Ormai e fortunatamente tutte queste teorie sono state abbandonate perché facevano acqua da tutte le parti: le agglutinazioni sia del gruppo ugro-finnico sia del gruppo altaico vanno dimostrate diversamente, anche perché a livello morfologico e soprattutto fonico non coincidono. E poi il buon Uhlenbeck, così come Anderson e Pedersen, aveva visto bene invece in un nostratismo indoeuropeo-ugrofinnico, per cui io sostengo questa teoria. Le rovás hanno invece tutta l’aria di esser nate dalla trasmissione nei secoli ed ormai ad uso prettamente profano, ossia alfabetico, di vari glifi importati nei Carpazi dalle tribù germaniche (Goti principalmente, Gepidi) con l’aggiunta di grafemi tout court immessi dagli stessi Magiari per esigenze fonetiche. Non c’entrano assolutamente niente i Turchi, i turanici in genere, ma ciò nasce da un intenso interscambio culturale tra IV e VI sec. nei Carpazi tra Goti, Gepidi et alii e gruppi Magiari di stirpe ugro-finnica. Basta tener conto del vocabolario ancestrale per questo, fare confronti anche a livello morfo-sintattico tra Ungherese, Finlandese, Estone e poi Turco. Adduco un esempio: in Finlandese koti ‘’casa’’, kotona ‘’in casa’’; in Ungherese itthon ‘’casa’’, otthon ‘’in casa’’; in Estone kodu ‘’casa’’, kodus ‘’in casa’’; in Turco ev ‘’casa’’, evde ‘’in casa’’. Bene, come ben si osserva, abbiamo nelle lingue ugro-finniche un morfema per indicare lo stato in luogo tramite la nasale n, la quale anche in ambito indoeuropeo indica ‘’dentro’’ e dunque lo stato in luogo; ma ciò non coincide con il Turco, sebbene il Turco si serva di agglutinazioni. Ma questo lo fanno tutte le lingue del mondo. I Turchi respirano, proprio come me e te, ma penso che anche gli alieni grigi lo facciano per vivere. Vediamo anche che in Ungherese, il ramo meridionale ugro-finnico, presenta il fenomeno della perdita della gutturale velare sorda a favore di una aspirazione, ossia k > h, poi sempre più affievolitasi, al punto che dalla radice ancestrale kehxt- ‘’casa’’ si è avuto l’esito magiaro hitt- > itt- (con geminazione compensativa della dentale), fenomeno questo riscontrabile migliaia e migliaia di volte anche nelle lingue indoeuropee. Dovreste leggere anche il mio primo articolo pubblicato su questo sito, il ché è propedeutico per quanto scriverò a seguire, sebbene la Redazione mi abbia ‘’tagliato’’ un po’ troppo. Ma va bene così, io ringrazio sempre di cuore la Redazione che mi sostiene, prevedendo e provvedendo a dovere per me e tutti noi dai pericoli di questa società moderna in cui la milizia con il vessillo dell’imbecillità è sempre all’attacco per farci del male. Carissimo Ermanno, spero di essere stato esaustivo ed anche che tu non ti sia assopito per il tedio soggiunto a causa di questa lunga e pesante lettura. Ti ringrazio sempre di tutto. Un’ultima cosa. Ora ti devi sdebitare con me, elencandomi nella tua risposta tutti i vini della tua regione: do ut des. Non conosco i vini del Trentino, che vergogna!! Ma posso rimediare, qui la volontà non manca. Grazie ancora.
      Tuo amico,
      Daudeferd

  4. Ermanno

    Caro Alessandro,

    ti ringrazio per la schietta cordialità e la confidenza diretta con cui rispondi, in maniera peraltro oltremodo esaustiva a tutti i miei quesiti nonché alle considerazioni marginali. Ne sono veramente onorato anch’io. Purtroppo, la Sicilia non la conosco, non ci sono mai stato e, come italiano, lo dico non senza un sentimento di vergogna e d’imbarazzo.
    Perciò mi sento un po’ a disagio e, così di primo acchito non saprei cosa aggiungere. Diciamo che preferirei discuterne a quattr’occhi, dinanzi ad una bottiglia di Teroldego, visto che mi chiedi di vini trentini essendo, questo tipo di comunicazione virtuale impostaci dalle odierne tecnologie, meramente intellettuale, del tutto innaturale quanto fonte di malintesi.
    Venendo al mio nome, Ermanno, italianizzazione di Hermann, premettendo che da linguista non avresti potuto travisarne l’etimo, mi fa piacere che tu l’abbia evidenziato sviscerandone le accezioni connesse. E non posso davvero esporre qui quanto siano azzeccate anche da un punto di vista autobiografico.
    Peraltro condividiamo la visita ad Externsteine e Teutoburgo, dove mi recai una ventina di anni fa, per vedere il luogo in cui si erge il monumento del mio illustre omonimo, Re Armin.
    La tua risposta riguardo ai Siculi della Transilvania mi sembra perfettamente acconcia, pertinente, nonché nella sua essenza, in sintonia con quanto – da non siciliano – potessi congetturare.
    Tuttavia, e lo affermo con riluttanza, essendo stato tanto cordiale nei mei confronti, questo idillio si ferma qui e, date le premesse, con rammarico non posso fare a meno di puntualizzare alcuni punti divergenti rispetto alle tue varie affermazioni.
    Potrei evitare di rispondere o fermarmi qui, ma del resto non voglio nemmeno occultarmi, nascondermi dietro ad un dito, reprimere quello che penso.
    Non a caso avevo citato l’aneddoto con Buttafuoco a mo’ di biglietto di presentazione.
    Purtroppo, pur essendo vero che a porre la domanda sono stato io e conseguentemente lo stile della replica lo stabilisci tu, con tale modalità, diviene sterile e magari perfino logorroico. Ed in verità, non intendo dilungarmi in dimostrazioni accademiche o repliche bibliografiche, onde stabilire il detentore di una ragione dialettica rispetto ad un altra. La tua risposta è chiara e soddisfa un quesito per me annoso per cui non sono mai riuscito a trovare un interlocutore esperto e tu lo sei.
    In sostanza intuisco che abbiamo due Weltanschauung diverse, magari parallele, simmetriche per molti aspetti ma non convergenti nelle loro finalità.
    In estrema sintesi le mie premesse sono da turcologo ed altaista, nonché eurasista inclusivista, mentre le tue da indoeuropeista esclusivista.
    Ora parlando di lingue altaiche e ugro-finniche, prescindendo dagli autori che anch’io potrei porre sul tavolo onde suffragare quanto affermo. Da Gustaf John Ramstedt a Gyula Németh ad Ármin Vámbéry e Lev Gumilëv per citarne alcuni, in primis però io mi fido delle mie intuizioni personali.
    Ad esempio quando affermi che:

    Finlandese koti ‘’casa’’, kotona ‘’in casa’’; in Ungherese itthon ‘’casa’’, otthon ‘’in casa’’; in Estone kodu ‘’casa’’, kodus ‘’in casa’’; in Turco ev ‘’casa’’, evde ‘’in casa’’. Bene, come ben si osserva, abbiamo nelle lingue ugro-finniche un morfema per indicare lo stato in luogo tramite la nasale n, la quale anche in ambito indoeuropeo indica ‘’dentro’’ e dunque lo stato in luogo; ma ciò non coincide con il Turco.

    Allora dovresti spiegarmi perché il morfema nasale di cui menzioni in finlandese e ungherese e che mi pare riferirsi alla preposizione “in” presente in molte lingue europee, lo ritroviamo anche nell’unica lingua preindoeuropa del continente, cioè in basco, in cui “a casa” o “in casa” si dice: “etxean” < etxe-an (casa-in). Inoltre perché un omofono morfema suffissale nasale, lo si utilizzi, nelle più disparate forme, per marcare anche il genitivo. Il genitivo di koti e kotiin < koti-in, così come quello di ev, in turco è evin < ev-in, mongolo ger-iyn e potremo aggiungere il giapponese, ie-no, quindi in basco (che a quanto pare possiede numerosi loanwords altaici) –en, -nen, -eren, gizon uomo genitivo gizonen e così via all’infinito. Peraltro in basco esiste un comitativo in –kin, gizon, gizonekin = con l’uomo. Come dire che per proprietà transitiva con il suffisso locativo –n del finnico, potrebbe essere accostabile al latino “cum”? In ungherese il genitivo non esiste ma se quale tratto morfologico, oltre all’armonia vocalica (che già non è un aspetto irrilevante), prendessimo in considerazione lo stato costrutto, noteremo la perfetta sovrapponibilità con il turco. La porta della casa che in turco si dice evin kapısı, laddove ev (casa) +genitivo –in e kapı (porta) + (sı) suffisso possessivo di terza persona, rispecchia l’ungherese háznak kapuja: ház, (al posto di itt o ott che sono avverbi di luogo) , (casa) + dativo e kapu (porta) + (ja) suffisso possessivo di terza persona. L’ungherese al posto del genitivo impiega il dativo ma la costruzione è uguale. Potremmo dilungarci dal dravidico all’ainu e quant’altro, ma basti quest’accenno.
    Del resto, a mio avviso le teorie sulle genesi linguistiche, sono quanto di più farraginoso si possa congetturare. Si può asserire tutto e il contrario di tutto. Solitamente sono speculazioni ad hoc atte a suffragare le tesi degli stessi che le formulano. Ad esempio prendiamo la demarcazione tipologica fra indoeuropeo e lingue monosillabico-tonali: lo Šīnā, una lingua dardica, parlata nella regione di Gilgit-Baltistan, nel nord del Pakistan, così come altre dell’area, analogamente al cinese, è tonale. Come la mettiamo dunque da un punto di vista tipologico?
    Parlando di nostratico, del resto, esso riunisce in un’unica famiglia, indoeuropeo, uralo-altaico, afro-asiatico, caucasico, dravidico, sumero e aggiungerei burushaski.
    Quanto ai turchi, che non considero assolutamente alieni, bensì con un termine mutuato dall’eurasismo, “iperborei”, ti vorrei dire che proprio il mio nome possiede una curiosa simmetria con il turco, in cui esiste il nome Erman <er, maschio nel senso latino di vir e –man, con il significato di impavido, eroe. Quanto al termine “Ariano”, che citi, sembra possedere un’etimologia altaica oltre che indoeuropea. Tant’è che rispettivamente in turco e mongolo, le voci: “arı-arıg” e “ариун-aryun” significano “puro”, nell’accezione sacrale ovvero sciamanica del termine. Per dire che le isoglosse fra le due famiglie sono poi tanto rare.
    Non sono poi d’accordo sulla classificazione delle grafie runiche. Non esiste un copyright dell’utilizzo dell’aggettivo “runico”. Non è un’esclusività del Futhark, bensì anche del Köktürk paleoturco, da cui il Rovásírás deriva, ma questo come mero accenno senza entrare in dettagli bibliografici.
    Infine, riepilogando tutto in extremis, due parole sul cimbro. Anche qui non sono d’accordo, ma qui lo affermo da trentino autoctono. E qui cito Ziya Gökalp, l’artefice delle realizzazioni politico-istituzionali della Turchia repubblicana, il quale nella poesia Turan, pubblicata il 7 marzo 1911 a Salonicco, scrive:

    Nei miei polsi arrivano sensazioni
    che sono una voce profonda della storia
    Non le pagine, ma nei miei polsi,
    nel tumulto del mio cuore io leggo, sento, esalto
    tutte le vittorie vicine e lontane dell'elevata e nobile mia stirpe

    Avallo l’ipotesi di Cardini, sebbene non sia l’esperto del settore per antonomasia, ma uno studioso del quale ho la massima stima e di cui condivido la Weltanschauung.
    Non sbagli quando mi dici di aver usato impropriamente la definizione di protogermanico per il gotico. Di fatto non lo è, ma io lo intendevo non troppo formalmente per dire una lingua germanica estinta, antica. E poi, che cosa sia esattamente il protogermanico chi lo può dire? Quella lingua estinta anteriore alla Lautverschiebung secondo cui re si diceva Kuningaz? Vabbè…Quanto al celtico mi pare come il prezzemolo, si condisce di tutto e riguardo all’etimologia di Cymru, le versioni sono molteplici. Non è un etnonimo stricto sensu, Pare essere una parola composta.
    Venendo poi ai cimbri trentini e in parte anche ai mòcheni, lungi da una certa propaganda politica che li relega a maestranze giunte dalla Baviera, essendo la loro lingua, caratterizzata dalla legge di Holzmann nonché da isomorfismi con le lingue scandinave – come annotò anche Bruno Schweizer – testimonia altresì una provenienza diversa e che in parte si inserisce nella narrazione eddica di Snorri Sturluson. Esiste, inoltre, un corpus letterario che vanta parallelismi con le tradizioni sciamaniche della Siberia e dell’Estremo oriente. Perciò, oltre alle simmetrie inerenti all’idronimia e alla toponomastica, puntualizzo l’esistenza di un nesso fra cimbri e cimmeri. Cimmeri caucasici non sarmato-sciti, quindi circassi.
    Per concludere caro Alessandro, amici come prima. Grazie per la tua disponibilità che ho davvero apprezzato nonché registrato pro futuro, tuttavia sul resto, mi dispiace ma la pensiamo diversamente.

    Un saluto

    Ermanno

    • Alessandro Daudeferd Bonfanti

      Ermanno, amico mio. Apprezzo veramente la tua onestà, credimi. Non sai quanto possa farmi piacere dialogare con te. Il bello del dialogo è proprio questo: confrontare visioni assolutamente divergenti, dalle quali giungere ad un quadro di sintesi. Certo, non posso darti altre lunghissime risposte, anche perché non vorrei che qualcuno in Redazione si infastidisse ed a ragione, non essendo questo ”salotto”. Posso soltanto brevemente aggiungere che ho trattato anche la questione ”Basco”, affiliandolo sempre a questo ”nostratismo” europeo paleo-mesolitico. Quando si fanno le comparazioni si tiene conto di affinità radicali e morfemiche, premettendo comunque le coincidenze. Molti elementi aventi funzioni specifiche grammaticali, come i morfemi ad esempio, hanno assunto nel tempo altri significati oltre all’originario e dunque hanno svolto altre importanti funzioni logiche: il dativo di possesso; l’ablativo come complemento di mezzo a seguito della scomparsa del caso strumentale; etc. Per ”nostratismo” non s’intenda ”lingua nostra”, l’accezione tuttora in voga, ma una visione d’insieme un po’ più ristretta che raccoglie alcune famiglie linguistiche in una ancora più grande ed antica, e che nel caso mio include anche le lingue ugro-finniche e persino il Basco. Tu devi guardare con molta attenzione i grafemi magiari, confrontandoli con i glifi gotici, poi mi dirai. I glifi runici sono davvero tutt’altra cosa, sebbene abbiamo influenzato e non poco i grafemi siculo-transilvani. Carissimo, ci sono molti studiosi, ognuno con le sue teorie, ognuno con i propri fini da raggiungere, ed io posso solo dirti francamente che è giusto sempre apprendere, ma poi, cosa più importante, è continuare per il proprio sentiero e con le proprie capacità e mete personali. Citare quell’autore o quell’altro crea solo una gran confusione e non si va avanti nella maniera più assoluta. Ti puoi anche sbagliare su una qualsiasi cosa (a chi non capita?), ma le cosa più bella è proseguire per la propria strada e con le proprie capacità. Spero di non essere stato prolisso, non lo voglio assolutamente. Dai, puoi approfondire di più su questi argomenti, ma non dimenticare mai che devi essere sempre e solo tu a gestire tutti questi dati, anche se attinti dal testo di quello o quell’altro autore. Potrei risponderti per ore e ore su tutto quanto, e non per essere ostile nei tuoi confronti, sia mai questo!! Lo farei solo per andare avanti nelle mie ricerche assieme ad una persona colta e gentile, quale tu sei. Però, veramente, qui va a finire che scriviamo un trattato in forma dialogica, e non vorrei che qualcuno potesse lamentarsi (giustamente) di ciò. Comunque sia, caro Ermanno, ti auguro tante belle cose nella vita, perché è stato un piacere conoscerti. A proposito, grazie per il vino. Ho segnato il nome.
      Daudeferd

  5. Bern

    Libro interessantissimo.Non solo vorrei leggere ma aggiungerlo alla mia biblioteca di verità storico-antropologiche preziosamente utili oggigiorno a contrastare reazionarie visioni ideologiche.
    Mi perdoni il giro di parole,ma come siciliano non ho mai digerito le narrazioni in salsa più o meno esotica sulle origine del popolo siciliano che ci vorrebbe figli del dominatore più che di una popolazione a sè.
    Un piccolo passo avanti è già stato fatto dalla narrazione ‘mainstream’ di Alberto Angela che ha riconosciuto famosi dolci come la Cassata o i Cannoli di origine autoctona e nati nei conventi(mentre qualcuno ancora li spaccia per arabi).Tra l’altro la storia non reggerebbe in quanto la ricotta di pecora sembra abbia nulla a che fare con la civiltà araba e i dolci caseari sembrano più legati alla cultura latina.
    Oltre l’arte culinaria,parlando di architettura,ciò che a Palermo appare orientaleggiante,lo stesso Angela ha affermato che li vi è la mano di architetti siciliani,probabilmente gente colta che avrà viaggiato sulle rotte di Marco Polo e portato nella terra madre conoscenze apprese altrove.Ciò contraddirebbe anche il Tomasi di Lampedusa che nel “Gattopardo” ove il Principe Salina dialoga con l’emissario Chevalier,accusa i Siciliani di aver vissuto passivamente e che ogni progresso della civiltà fosse dovuto ad importazioni estere da parte dei vari dominatori.

    E comunque più volte in aeroporto ho dovuto più volte urlare per far capire di essere italiano,mi hanno più volte scambiato per uno Yankee,a causa della corporatura e di quella mascella larga che mi rende la base del cranio più larga della regione temporale,ricordando uno di quei crani ritrovati proprio in Renania.

    • Alessandro Daudeferd Bonfanti

      Gentilissimo Signor Bern,
      grazie per i complimenti. Leggo che Lei è un mio conterraneo, un ”picciotto comu a mia”. Bene, bene. Ma da quale valle giunge la sua voce: Val Demone, Val di Mazara o Val di Noto? Io sono di Noto, ossia un parlante Nuticiano. Per i libri, mi scriva al seguente indirizzo email: daudeferd@email.it, oppure scriva su Ebay ”Siculi Indoeuropei” o ”Siculi Popolo Ario”. Mi faccia sapere. Il seguente annuncio è valido anche per tutti gli altri utenti (Ermanno, anche tu, sbrigati allora!!). Siate tutti benvenuti: Fortuna Prospera Uti.
      Daudeferd

  6. Ermanno

    Grazie della risposta caro Alessandro, che apprezzo veramente. Spero che da qualche parte un giorno ci si possa incontrare dinanzi ad un vino siciliano o trentino che sia.

    Ermanno Visintainer

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