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Lockdown, una lettura jüngeriana – Stefano Beccardi

Lockdown, una lettura jüngeriana – Stefano Beccardi

C’è solo una cosa peggiore di due mesi di clausura domestica nel mezzo della tempesta epidemiologica: due mesi spesi inutilmente. Non intendiamo qui sollevare polemiche politiche (che pur avrebbero ragione d’essere), ma al rischio che nel foro interiore nessuna riflessione sia nel frattempo maturata nell’approccio positivo alla dura realtà. Se i problemi immediati che ci si pone in questa situazione di crisi riguardano la sfera lavorativa e, più in generale, economica (che non si vogliono sminuire, ma dovrebbero indurre a riflettere quanto siamo sempre più succubi delle oscillazioni dell’abbondanza), d’altra parte ci sono questioni di fondo, esiziali, che, se trascurate, prima riesplodono sotto forma di frustrazioni, ire, manie, fobie e disturbi psichici assortiti per poi spegnersi nel nulla. Questioni che non ci si attende certo che siano affrontate dall’“uomo qualunque”, arrestato sull’orizzonte del presente e scivolato sullo sfondo della storia, ma delle quali non vi è alcuna traccia nemmeno nel dibattito della classe dirigente (senza pretendere il livello dei “filosofi” della Repubblica platoniana). Una classe dirigente talmente appiattita, insulsa e impotente da manifestarlo da sé, ogni volta che si spoglia delle proprie responsabilità e delle proprie prerogative per consegnarsi alla mitizzata categoria degli “esperti”. D’altronde, la tecnocrazia avanza nel deserto umano (parafrando lo Zarathustra nietzschiano, si dovrebbe appuntare «guai a chi in sé cela deserti»). Proprio per distinguersi dai qualunquisti e dagli imbelli occorre riflettere sull’opportunità che il periodo di cattività offre, il quale, per forza di cose, ha rimesso al centro del nostro quotidiano il confronto con lo spazio e il tempo, elementi che ci appaiono alla portata (almeno virtualmente, in formato digitale) benché sempre meno ci appartengano. Sospesa la frenetica routine quotidiana, siamo stati ricondotti alla dimensione individuale e/o famigliare, nella quale in troppi casi ci siamo ritrovati alieni. In questo frangente, o ci si riappropria di se stessi oppure ci si perde definitivamente.

Invero, «Ci sono, nel corso del tempo, in quest’incessante divenire che ci circonda, degli istanti di tregua, nei quali comprendiamo all’improvviso che qualcosa è successo. In tali istanti, percepiamo chiaramente quanto, in fondo, sia scarsa l’importanza che esercitiamo sulle cose, e quanto invece tutto sorga dalle profondità e acceda all’esistenza per trascorrere in essa un breve istante prima di scomparire di nuovo, svolgendo così un compito enigmatico nell’alternanza del divenire, dell’essere e del declino» (E. Jünger, Fuoco e sangue). Tuttavia i più, anziché cogliere tale istante in vista di un risveglio, da una parte patiscono la dipendenza dai simulacri del dio-benessere (gli aperitivi in centro, lo shopping, il jogging, il fitness), dall’altra si predispongono a prestarsi in modo tanto passivo quanto zelante (fino alla delazione) alla virtualità e al “distanziamento sociale” quali nuovi modelli di socialità “virtuosa”. Dalla gestione dell’emergenza si passa così all’esperimento sociale, alimentato dalle angosce fomentate morbosamente dai media. Ora più che mai occorre prendere coscienza del limite, innanzitutto quello di noi stessi, costantemente ignorato e travalicato. Riscoprirlo tramite i cardini dell’essere – il legame alla terra, la centratura per non cedere alla psicosi della privazione, la proiezione comunitaria nel processo di identificazione e di lotta avverso un ferale nemico comune – e il confronto con il fattore morte, perché torni a rappresentare un metro di misura e di feconda ispirazione dell’esperienza umana: «I punti di rottura sono luoghi di ritrovamento. Anche la morte è un punto di rottura, non una fine; ed è questo l’orizzonte della parola “origine”» (E. Jünger, Al muro del tempo).

Solo tenendo presenti questi fondamentali, riemersi all’improvviso dal pantano della “fine della storia”, si riacquista quel controllo di sé che rende chiare le sfide capitali (altrimenti latenti) che ci attendono al varco, su tutte quella contro la «magica danza che il mondo contemporaneo balla» (E. Jünger, I prossimi titani), cioè la tecnica, nelle forme del capitalismo di controllo, della robotizzazione e del postumanesimo. Pseudo-risposte che, in occasione della crisi, saranno più facilmente proposti, e forse accolte, come panacea dei mali e dell’instabilità umana. Del resto, sono proprio i lati più suadenti della tecnica – semplificatrice delle defatiganti procedure ed espansiva dei “diritti civili” – a rappresentare il “cavallo di Troia” della nostra progressiva trasformazione da soggetti a oggetti: «L’essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina» (E. Jünger, Trattato del ribelle). Per interrompere questa catena, che non offre soluzioni ma aggiunge sempre nuove questioni, occorre – come si diceva poc’anzi – riappropriarsi dell’immediatezza dello spazio, del tempo e dei mezzi, dei quali ci si illude di averne disponibilità quando invece si è soltanto debitori, nella cornice del nostro limite. Questo significa, innanzitutto, rifiutare i capisaldi della contemporaneità, cioè il progressismo, il globalismo e i relativi corollari: il modello economico-sociale fondato sul principio dell’espansione (della quantità, della celerità), la concorrenza spietata (condita sociologicamente e culturalmente in vario modo) e l’accentramento demografico (dalla campagna alla città-megalopoli) – i quali, tra l’altro, hanno concorso nel favorire il rapido e letale propagarsi del virus: fattori di crescita smisurata e repentina disgrazia. Così come bisogna mettersi in guardia dai prodotti della tecnica che, pur presentandosi come un palliativo in questa ora, accelerano i processi di auto-isolamento e di oggettivizzazione (si vedano le app per il tracciamento anti-contagio, lo smart working, l’istruzione in conference call, mentre il 5G ci consegnerà una realtà artata sempre più fluida e impalpabile), in una folle corsa verso una concezione securitario-edonista dell’esistenza, dalla quale è stato ormai pressoché espulso il senso del sacro e, quindi, ciò che non può essere oggetto di libera contrattazione.

E’ proprio questo il momento, evidente in quanto accelerato, in cui si palesa il fatto che le opportunità offerteci sono pressoché interamente precarie, dunque occorre essere pronti a renderle o a pagarle sempre più a maggior prezzo. La clausura domestica è dunque l’occasione per scoprirsi intimamente servi, pronti a qualsiasi cedimento pur di tornare agli agi, o per scoprire una sopita vena ribellistica che, anche se probabilmente non porterà ad alcuna rivoluzione su grande scala, aiuterà a ridefinire ciò che, per un anelito di dignità, saremo ancora disposti ad accettare o a rinunciare. La “cartina tornasole” di questa attitudine al riscatto può essere rappresentata, per esempio, dall’appagamento personale mediante una lettura, o un’arte, o una passeggiata solitaria in aperta campagna, che rifletta la libertà e la creatività della dimensione interiore (rifuggendo, dunque, da una socialità forzata per evadere da una solitudine sofferta), e dalla capacità di fare squadra, creando un’armonia e stabilendo degli obiettivi, con i prossimi congiunti. Modi per vivere l’oggi e rendere possibile un domani.

Rendersi capaci di raccogliersi quando tutto intorno si espande, e di riespandersi quando il resto intorno implode: perché la regola alberga in noi. Capiamo allora che il vero rischio non è la caduta, anche fragorosa, ma la costanza di uno stato larvale in cui siamo tenuti e in cui ci spegniamo, senza uno schianto e forse senza nemmeno più un lamento (parafrasando e aggravando la condizione degli “uomini vuoti” di Eliot). Alla fine, scopriremo che ciò che più avremo sofferto durante questa clausura e la prima cosa che vorremo fare una volta che sarà finita rende l’idea di ciò che siamo e con cui, in ogni caso, dovremo fare i conti, perché, considerata la superficialità egocentrica di certi esibizionismi e le vacue “parole d’ordine” da cui siamo circondati, «ci consumiamo lentamente, certo soltanto per carenza d’idee perché, per il resto, l’infamia lo meritava» (E. Jünger, Eumeswil).

Stefano Beccardi

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Ereticamente il 1 Maggio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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