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Lo sviluppo del Fascismo e il secondo Congresso Nazionale (Milano 23-25 maggio 1920) – seconda parte – a cura di Giacinto Reale

Lo sviluppo del Fascismo e il secondo Congresso Nazionale (Milano 23-25 maggio 1920) – seconda parte – a cura di Giacinto Reale

 

 

“Noi veniamo dal Carso. Ma non andremo verso la reazione” (Marinetti al Congresso, 24 maggio)

   

Cesare Rossi, nel suo intervento, si muove con la consumata abilità dell’esperto politico, sia pure concedendosi qualche stoccata precisa, in particolare nei confronti di Marinetti, della cui intenzione di lasciare il movimento ormai si vocifera da più parti:

Ieri l’ottimo e valoroso nostro amico Marinetti, nel suo improvvisato e sempre brillante discorso, ha inneggiato alla repubblica. Se il suo grido evocatore significa fedeltà ad un nome e ad un’idea tradizionale che ha sempre infiammato la nostra fede, per mio conto l’accetto, anche perché io particolarmente non ho mai creduto né alla virtù né alle glorie di Casa Savoia.

Ma se Marinetti volesse illustrare quel grido, volesse sostanziarlo e metterlo ij rapporto alla situazione politica attuale ed al contegno della monarchia in questo momento, egli si accorgerebbe di essersi immerso in pieno romanticismo e di aver fatto – lui, così poderoso caposcuola del futurismo – del puro passatismo politico.

[…]

Marinetti ha detto che la reazione non deve partire dal Carso. Ebbene, io capovolgo l’apostrofe e gli rispondo che abbiamo il dovere di impedire che gli uomini del Carso siano soffocati all’unica reazione che esiste in Italia, quella del Partito Socialista. (1)

La sostanziale indifferenza al problema istituzionale è sostenuta dall’oratore nella convinzione che la monarchia sia ormai “un’eterna assente nella direzione della vita politica italiana…un fantasma di nessuna influenza”, mentre esiste il rischio che un moto antidinastico venga pilotato, stante l’attuale rapporto di forze, dal sovversivismo negatore della Patria.

Anche qui, come si vede, una posizione sostanzialmente interlocutoria, che non chiude le porte ad alcuna soluzione, e conferma la natura di “passaggio” dell’intero Congresso. Per questo, non appare condivisibile l’opinione di De Felice, secondo il quale: “In pratica Rossi gettava così le basi per la trasformazione dei Fasci da movimento tendenzialmente di sinistra in movimento esplicitamente di destra.

Opinione che non considera come sarà proprio Rossi, in piena offensiva squadrista, nell’estate del 1921, a fare, “da sinistra”, il più violento atto d’accusa contro quelle che definirà “consorterie clerico-agrario-conservatrici” che stavano alterando il programma originario del fascismo in un “puro, autentico ed esclusivo movimento di conservazione e reazione”.

L’accusa, che è, nella sostanza, ingiusta, arriverà a toccare, nella nota lettera del 21 agosto toni lirici, che costeranno all’estensore l’incarico di Vice Segretario del movimento e lo condanneranno all’oblio politico:

Il dissenso, il disagio, e talvolta la ripugnanza per certi sentimenti di uomini di libertà – amici, vi siete mai chiesti, per esempio, cosa rappresentino di sacro quelle case, con tutto il loro carico di masserizie e di affetti che, in alcune zone della Valle Padana, i nostri gregari bruciano con tanta disinvoltura solo perché abitate da avversari? – sono completati dalla constatazione di una fenomenale incomprensione dell’ora politica che si vive, della più cieca miopia di fronte al cumulo enorme di rancori che il fascismo suscita e della rivelazione della più assoluta ignoranza intorno a quello che è la costituzione ed il valore intimo dei Partiti e dei loro moderni atteggiamenti. (2)

Rossi, comunque, per ora è abile, anche se non convince tutti, tal che le sue conclusioni sono approvate “quasi all’unanimità”, a differenza di quelle mussoliniane.

Si dovrebbe quindi passare alla discussione sul problema agricolo, ma, essendo il Relatore Alceste De Ambris assente, perché a Fiume, viene deciso di rimandare la trattazione al Consiglio Nazionale.

Azzardata appare, anche in questo caso, la tesi avanzata – sempre da De Felice – che vede in questa omissione un altro segno della “conversione a destra”. Il testo, infatti, è già noto a tutti i partecipanti, per essere stato pubblicato su “Il Popolo d’Italia” del 19 e solo l’assenza dell’estensore suggerisce di non avviare la discussione, stante la sua impossibilità di eventualmente replicare.

Nessuna volontà di censura, chè anzi De Ambris e Mussolini si sono incontrati qualche giorno prima, a conferma del “carattere ancora amichevole delle relazioni”, destinato a peggiorare solo qualche tempo dopo, ma per ragioni certamente non ideologiche, ma piuttosto “formali”, come emergerà, alla rottura, dal duro rimbrotto mussoliniano:

Caro De Ambris, permettimi di protestare vivamente per il fatto che il progetto di Costituzione sia stato diramato, per ordine tuo, contemporaneamente a tutti i giornali (i quali naturalmente non pubblicheranno o ritarderanno al massimo). Mi pare di poter avere un riguardo per questo straccio di giornale che si batte da mesi e mesi. E vedi di convincerti una buona volta che di sinceri fiumani, all’infuori dei fascisti, in Italia non c’è nessuno nessuno nessuno. (3)

Si aggiunga che le prime notizie provenienti da Roma, del massacro di via Nazionale, impongono una sterzata ai lavori stessi.

Prima che la seduta abbia termine, un Legionario fiumano consegna a Pasella una pergamena con il messaggio di d’Annunzio, che viene letto all’Assemblea, tra le acclamazioni dei presenti:

Ai fascisti, agli Arditi, ai Volontari di guerra, i milanesi legionari a Fiume, nella ricorrenza della data storica, rinnovano il giuramento sacro di: “Fiume e Dalmazia o morte”

Fiume d’Italia, 24 maggio 1920 (4)

 

Quando i lavori riprendono, la mattina del 25, l’aria è carica di tensione per le notizie che arrivano da Roma, dove le Forze dell’Ordine, il giorno prima, hanno aperto il fuoco su un pacifico corteo, formato soprattutto da giovanissimi esuli delle terre d’oltreconfine, che intende commemorare l’entrata in guerra dell’Italia.

Molte le vittime, e, come se non bastasse, viene confermata la notizia di centinaia di arresti, nella notte, tra partecipanti (tra essi molte ragazze) e presunti organizzatori della manifestazione.

Umberto Pasella presenta un Ordine del Giorno che viene approvato all’unanimità, di ferma condanna dell’operato di Francesco Saverio Nitti:

Il Congresso dei Fasci di Combattimento addita al disprezzo e all’odio degli Italiani l’uomo nefasto che, posto a capo del Governo dalle losche manovre di quel Parlamento che è all’antitesi dell’anima nazionale, proibisce, con poliziesco austriaco arbitrio, nella Capitale d’Italia, l’esposizione del vessillo della Patria, che fu in cento battaglie consacrato dal sangue dei nostri soldati oggi costretti dal Governo d’Italia a vergognarsi di aver combattuto valorosamente e vittoriosamente in difesa della Patria; ed invita la gioventù italiana a vendicare il sangue versato per ordine di Cagoia, per le vie di Roma. (5)

Prende quindi la parola Ferruccio Vecchi, il popolarissimo “sfasciatore dell’Avanti”. Egli innanzitutto affronta il problema dell’opposizione a qualsiasi tipo di sciopero, ma che deve essere ferma e risoluta principalmente nei confronti delle agitazioni nel settore dei pubblici servizi, per la riaffermazione dell’autorità dello Stato, perché, come scritto nel suo “Arditismo civile”:

Lo sciopero originariamente è stata la guerra del povero contro il ricco, o meglio, del lavoro contro il capitale, dello sfruttato contro lo sfruttatore, del salario fisso e scarso contro il plusvalore che cresceva prodigiosamente ogni giorno e impinguava il detentore dei mezzi di produzione.

[…]

Ma quando lo sciopero, come ora, ha coinvolto coi ricchi, con la classe dirigente, anche il Paese, ed in blocco entrambi ha preteso travolgerli, allora ha sbagliato, sbagliato molto male, offendendo anche coloro i quali, approvandone lo scopo economico, non intendevano però misconoscere il valore storico ed eterno della Nazione. (6)

La sua proposta di un “volontariato del lavoro” da impiegare, all’occorrenza in operazioni di contrasto agli scioperi non convince, però tutti i presenti, e alcuni (Alessandro Mechiorri, per esempio, ma anche Pasella stesso) manifestano apertamente la loro perplessità per azioni di opposizione agli scioperi puramente economici, in qualunque campo dell’attività nazionale.

L’oratore è, in pratica, costretto a fare dietrofront, e, nella sua replica, afferma che “egli rappresenta la parte estremista in seno al Comitato. Per la traduzione in pratica dei suoi intendimenti si rimette alla procedura ordinaria”.

Al solito, è Mussolini a rimettere la discussione sui giusti binari. Per gli scioperi, ogni decisione va presa “caso per caso”, valutando le singole situazioni; per la questione istituzionale, non si può accettare la pregiudiziale repubblicana, a meno che non si voglia confluire nel Partito Repubblicano. Drastica poi la risposta a chi ha sollevato il problema dei rapporti con il Papato: “Io sono oggi completamente al di fuori di ogni religione, ma i problemi politici sono problemi politici”.

Alla ripresa pomeridiana dei lavori, tocca a Filippo Tommaso Marinetti, e al suo atteso intervento.

“Parlo io. Con forza e slancio insisto sulla necessità di dosare la nostra disapprovazione dei scioperi. Vi sono scioperi sacrosanti da sostenere.

Parlo dei cattivi pensatori e del gregge. Propongo la funzione di cane fedele intelligente che vigila quando i pensieri sono ubbriachi o dormono.

Noi abbiamo fatto, fino ad ora, o il cane idiota che addenta le pecore o anche abbiamo sparato sui cattivi pastori ferendo involontariamente il gregge!

Sono applauditissimo. Parlo poi della Repubblica da esigere e della monarchia zaino (pieno di cose inutili) da buttar via.

Parlo del Papato. Concludo: “Noi veniamo dal Carso…ma non andremo verso la reazione”.

Due altri discorsi violenti sulla stessa tesi per spiegare il mio punto di vista. Sono applauditissimo. Ho con me un terzo del Congresso.

Viva la Repubblica, fuori il papato.

Ovazione. (7)

 Dopo un intervento “moderatore” di Pasella, che afferma di non credere, al momento, al pericolo reale del Papato (“però, il giorno in cui una influenza interna od esterna dovesse avere un certo valore per la rinnovata attività della burocrazia papale, tutta Italia si ribellerebbe”), il Congresso ha praticamente termine.

Manca l’ultimo adempimento burocratico, consistente nella nomina della Commissione Esecutiva, al quale si dà corso sbrigativamente. Invece, la decisione – importante questa – sull’atteggiamento da prendere alle prossime elezioni amministrative, è sostanzialmente rinviata.

Viene infatti approvato un Ordine del Giorno che demanda ai singoli Fasci la decisione “tattica” sulle alleanze, con due “sbarramenti” non irrilevanti:

Nel giudicare circa la opportunità di accordi locali per combattere la lotta elettorale, i fascisti debbono tenersi lontani da alleanze con Partiti di pura e schietta reazione, ma debbono cercare invece di dimostrare nei propri accordi non soltanto il desiderio di rovesciare l’Amministrazione attuale, bensì quello di avere a cuore gli interessi generali.

Debbono soprattutto i Fasci dimostrare infondata l’accusa che nella lotta essi siano avversari delle classi proletarie, che cercano il proprio elevamento e un più conveniente tenore di vita. (8)

Vi è poco, in queste affermazioni, che giustifichi il già citato giudizio di una “conversione a destra” del movimento. Esse sono, piuttosto, una conferma del già accennato momento “di transizione”, che lascia spazio, più in generale, a posizioni “sfumate” e possibiliste.

Questo non può piacere ai più inquieti, che non vogliono accettare il protrarsi di una situazione di stallo che nessuno sa ancora bene dove porterà. Vengono perciò in primo piano, forme di dissenso che coinvolgono Vecchi e Marinetti. Ufficialmente il motivo – che però non convince del tutto – delle loro critiche è la mancata accettazione, al Congresso, della pregiudiziale antimonarchica ed antivaticana, che però è precedente allo svolgimento dell’Assise milanese.

Marinetti lo ha, infatti, anticipato già nel suo diario:

“20 maggio (1920): penso alla necessità di uscire, con Carli e Nannetti, dai fasci di combattimento, con questa dichiarazione:

“Avendo visto accentuarsi le divergenze tra noi e i fasci di combattimento circa:

  1. la simpatia attiva che meritano secondo noi gli scioperi economici onesti;
  2. la pregiudiziale antimonarchica che noi crediamo ormai indispensabile;
  3. l’insufficiente anticlericalismo dei fasci di combattimento.

diamo le nostre dimissioni da membri del Comitato Centrale e da soci dei fasci di combattimento” (9)

 

Nei fatti, l’allontanamento di qualche testa calda anarchicheggiante, in evidenza soprattutto nell’Associazione Arditi, non dispiace a tutti, mentre, a più d’uno non è mai andata giù, per una più sofisticata incompatibilità con i contenuti artistici del movimento, la convivenza con i futuristi. Non mancherà di farlo notare, con un articolo su “Il Secolo” del 3 luglio 1923, già nei primi tempi di governo fascista cioè, Giuseppe Prezzolini:

“Quanto al futurismo, bisogna riconoscere che esso si è logicamente trovato al suo posto in un solo Stato: la Russia. Colà bolscevismo e futurismo hanno fatta alleanza. L’arte ufficiale del bolscevismo è stata il futurismo…Ma come possa l’arte futurista andare d’accordo con il fascismo italiano, non si vede. C’è un equivoco, nato da una vicinanza di persone, da un’accidentalità di incontri, da un ribollire di forze, che ha portato Marinetti accanto a Mussolini. Ciò andava bene durante il periodo della rivoluzione. Ciò stona in un periodo di governo…Ho la convinzione che futurismo e fascismo non possano andare d’accordo. Se il fascismo vuole segnare una traccia in Italia, deve ormai espellere tutto ciò che vi rimane di futurista, ossia di indisciplinato e di anticlassico” (10)

Certo, fa la sua prima apparizione, in coincidenza con il congresso di Milano, un po’ di “sano realismo”, sollecitato forse anche dal fatto che ormai, la situazione generale nel Paese sembra precipitare verso un inevitabile sbocco insurrezionale, contro il quale bisogna fare fronte comune, sacrificando, se necessario, qualche rigidezza ideologica.

Resta però deluso chi contava su un allineamento dell’intero movimento su minoritarie posizione “di destra” di singoli o piccoli gruppi. Cesare Maria De Vecchi, che è il più noto ed attivo tra costoro, quaranta anni dopo confermerà la sua insoddisfazione, definendo l’Assise milanese: “una riunione meschina, che aveva dato l’esatta misura della scarsa vitalità del movimento mussoliniano”.

Giudizio ingeneroso, che non considera la situazione generale del Paese, della quale a Milano non si può non tenere conto. L’aria di rivolta sembra interessare anche le Forze Armate. A fine giugno, ad Ancona, alcuni Reparti di Bersaglieri, pronti a partire per l’Albania, si ammutinano, e a loro si aggiungono anarchici e socialisti locali, facendo estendere l’insurrezione alle città vicine.

Reparti militari si contrappongono a Reparti militari, con automitragliatrici e bombe. In un assalto ad un treno regolarmente circolante, si lamentano sei vittime innocenti, falciate da una raffica sparata dai rivoltosi, finchè, per sedare i tumulti, deve muovere da Roma un intero convoglio carico di truppe. Alla fine, i morti sono ventidue e i feriti centinaia.

Ovunque la crisi sociale è al colmo; lo rileva Mussolini che, in una lettera a Polverelli, parla di: “[…]tale cupa e feroce esasperazione che, se non si provvede, scoppierà fra poco una guerra civile”.

In tale ottica, a luglio, il Comitato Centrale fascista disporrà che i responsabili locali prendano cautamente contatto con i Comandi Militari delle maggiori città, per assicurare la disponibilità ad intervenire in caso di insurrezione socialista.

Non ce ne sarà bisogno, e invece il fallimento dell’offensiva socialista aprirà la strada al successo fascista.

 

Foto 3: cartolina autoironica del primo fascismo

Foto 4: Filippo Tommaso Marinetti

 

 

NOTE

  1. Panorami di realizzazione del fascismo, Roma 1940, vol. III, pag. 144
  2. In: Cesare Rossi, Il delitto Matteotti, Milano 1965, pag. 574
  3. In: Enrico Serventi Longi, Alceste De Ambris, Milano 2011, pag. 157
  4. Panorami di realizzazione…cit., pag. 145
  5. Ibidem
  6. Ferruccio Vecchi, Arditismo civile, Milano 1920, pag. 103
  7. Filippo Tommaso Marinetti, Taccuini 1915-21, Bologna 1987, pag. 487
  8. Panorami di realizzazione del fascismo, cit. pag. 148
  9. Filippo Tommaso Marinetti, cit., pag. 486
  10. In: Giuseppe Bonfanti, Il fascismo, la conquista del potere, Brescia 1976, pag. 18

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 13 Maggio 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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