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La Luce – Filippo Goti

La Luce – Filippo Goti

«Due esseri erano al principio del mondo, uno Luce, l’altro Tenebre» (Mani)

Immancabilmente, in ogni persona dedita allo studio e alla ricerca spirituale, la parola Luce è associata alla Conoscenza e la parola Tenebra all’Ignoranza. Trattasi di un moto del nostro intelletto istintivo ai limiti del meccanico, che forse, e dico forse, non ci permette di cogliere l’evidenza che non sempre Luce e Conoscenza hanno rappresentato un binomio indissolubile. Non è però questa la sede appropriata per tracciare il percorso che dal tardo giudaismo, e dalla riduzione del fenomeno naturale dal fenomeno sacro, ha condotto la Luce ad assumere significato di illuminazione interiore. Basterà, in questo nostro ambito, sottolineare come per la prima volta ciò assurge a significato compiuto in Platone e precisamente in questo suo scritto: “Tale conoscenza non è infatti comunicabile in parole, come lo sono le altre, ma dopo una lunga convivenza indirizzata appunto all’oggetto e dopo che si è vissuti insieme, istantaneamente, come luce che scaturisca da fiamma palpitante, una volta sorta nell’anima, ormai è lei stessa a nutrire sé stessa.” Il filosofo narra di una conoscenza che non è frutto delle verità che possono essere estrapolate dal percepire e studiare i fenomeni esterni all’uomo e come quest’ultimo si relazioni con le cose tutte, bensì questo tipo di conoscenza supersostanziale nasce da un’esperienza dinamica interiore, che assume forma di luce palpitante e che da un lato illumina, rende leggibili, gli anfratti tortuosi della psiche umana, e dall’altro, in quanto evento unico ed individuale, non è comunicabile esternamente. Presentando lo gnosticismo di tipo alessandrino, in quanto formatosi su di uno substrato filosofico e simbolico ellenico, elementi in comune con il pensiero platonico, anche in siffatto contesto la luce assume significato e funzione di illuminazione interiore ed individuale: di Gnosi. La Luce non è solo, nello gnosticismo, espressione poetica ed allegorica della conoscenza interiore, essa rappresenta anche il mondo del Pleroma: il luogo di piena luce emanata dagli Eoni. È questo intenso e palpitante bagliore che Adamo scorge, per la prima volta nell’Eden, dopo aver mangiato il frutto della Conoscenza. Alzando lo sguardo al cielo e scoprendo, in tal modo, che esiste un piano superiore e che quello che credeva essere la massima espressione di beatitudine era solamente un’angusta ed ingannevole prigione:

«Come il loro rumore venne alle orecchie di Adamo, egli si svegliò dal suo sonno e alzò gli occhi al luogo della luce» (G 126).

La luce come primo elemento sensibile dell’Essere. Alzare gli occhi al cielo, distogliendo l’attenzione e l’attrazione dalle cose delle terra, è un atto simbolico che ha come significato quello di non essere più sotto l’influenza del potere stordente ed ipnotico degli inganni demiurgici. Similare associazione fra regno celeste e luce la riscontriamo anche nel sistema iranico:

«Dal luogo della luce sono uscito, da te, abitazione luminosa. Vengo a esaminare i cuori, a misurare e provare tutte le menti, a vedere in quale cuore dimoro, in quale mente riposo. Chi pensa a me, io penso a lui; chi invoca il mio nome, io lo chiamo. Chi prega la mia preghiera da laggiù, io prego la sua preghiera dal luogo della luce… Sono venuto e ho trovato i cuori sinceri e credenti. Quando non dimoravo in mezzo ad essi, pure il mio nome era sulle loro labbra. Li ho presi e li ho guidati su nel mondo della luce» (G 389 s.).

Ancora nel sistema iranico troviamo la luce espressione di redenzione dall’ignoranza. Il messaggero inviato dal Dio della Luce, libera gli uomini, in forza della trasmissione del suo insegnamento, dalla cecità indotta dalle tenebre. Questo messaggio assume la forma di una chiamata, di un suono che scuote e vibra dall’interno di ogni uomo che è disposto a riceverlo ed accoglierlo:

«Una chiamata risuonò intorno a tutto il mondo, lo splendore sparì da ogni città. Manda d’Hayye si è rivelato a tutti i figli degli uomini e li ha redenti dalle tenebre nella luce» (G 182).

La Luce assurge anche a forma e sostanza del corpo dei figli del Padre Celeste; un corpo che non è involucro, in quanto questi esseri sono nella loro pienezza perfetti e non scissi o parcellizzati in composita forma. È questa la pienezza del Corpo di Gloria. Luce e Tenebra si contendono la vittoria finale sul campo di battaglia dell’uomo: la Luce, frammischiata, anela alla propria totale restaurazione e la Tenebra, nella sua orrida genesi, di sopravvivere.

«Sono Yokabar-Kushta, uscito dalla casa di mio Padre e venuto qua. Sono venuto qua con splendore nascosto e con luce senza fine» (G 318).

Ecco la molteplicità di significati che in ambito gnostico viene attribuita alla luce; essa riveste non solamente la funzione di elemento redentivo dall’ignoranza in cui versa il pneumatico, ma anche quella di espressione della dimora celeste a cui lo gnostico anela il ritorno, nonché di elemento supersostanziale e manifestativo dell’essenza degli Eoni: il Corpo di Gloria. Una pluralità di significati che è bene aver sempre e comunque presente, in modo da poter svelare nella pluralità degli scritti il sottile tendere indicato dai Maestri della Gnosi; è infatti evidente che qualora la luce sia impiegata come sinonimo del Pleroma, essa ha funzione di indicare un percorso che termina con una ricompensa: il poter unirsi alle schiere degli Eoni; qualora sia opponente e trionfante sulle tenebre, viene indicato il processo intellettuale che porta all’identificazione e all’affermazione della verità che redime e libera; infine qualora sia associata al corpo degli Eoni, di questi spiriti perfetti ed incorruttibili, essa ha una chiara valenza alchemica operativa, suggerendo la necessità di una profonda trasformazione interiore, attraverso la rimozione degli elementi estranei, la purificazione e rettificazione degli elementi impuri e la finale sublimazione dello gnostico verso una sua totale spiritualizzazione:

«Che cosa, allora, Egli desidera che l’uomo pensi? Questo: ‘Sono come le ombre e i fantasmi della NottÈ. Quando appare la luce dell’alba, allora l’uomo comprende che il Terrore che lo ha investito, non era niente… Finché l’Ignoranza ispirava in loro terrore e confusione, e li lasciava incerti, tormentati e divisi, vi erano molte illusioni dalle quali essi erano molestati, e vuote finzioni, come se fossero sprofondati nel sonno e si ritrovassero preda di sogni affannosi. O essi fuggono da qualche parte, oppure sono trascinati inutilmente ad inseguire altri; o si trovano coinvolti in risse, dando o ricevendo colpi; oppure cadono da grandi altezze… [eccetera, eccetera]: fino al momento in cui coloro che stanno attraversando tutte queste cose, si svegliano. Allora quelli che avevano sperimentato tutte queste confusioni, improvvisamente non vedono niente. Perché esse non sono niente, cioè una fantasmagoria» (E. V. 28, 24 – 29, 32).

La Luce della conoscenza come unico elemento dinamico in grado di dissolvere le ombre dell’ignoranza e della caducità; un distopico labirinto dove l’uomo è immerso dalla volontà e dalla creazione demiurgica. Dobbiamo ricordarci come nella prevalenza dei sistemi gnostici il mondo demiurgico è una miscellanea fra luce ed oscurità. Questa commistione, frutto vuoi della lotta fra due principi opponenti coevi oppure dalla caduta della Sophia, determina la difficoltà dell’intelletto individuale di scorgere il Vero che è oltre le forme. Inoltre essendo le Tenebre non assenza completa di Luce, ma miscellanea e frammischiamento, è proprio intravedendo le forme, la loro individuale e complessiva assurdità, che l’uomo-gnostico potrà prima dubitare e successivamente interrogarsi attorno alla natura e all’origine delle cose. Procedendo così in una fenomenologia dell’Essere, che si snoda, a ritroso, da un’escussione delle forme e delle loro relazione con lo gnostico stesso. L’irruzione della Luce individuale, di questa intuizione partorita dall’Intelletto Individuale e fecondata dal Nous del Pleroma, comporta non solo una trasmutazione (la gnosi è forma e veicolo di redenzione) individuale (l’ascensione oltre il potere dei 7 reggenti del sistema cosmico demiurgico), ma un progressivo collasso della creazione privata dell’elemento individuale. Determinando quel singolare evento che vede il destino dell’uomo gnostico, coincidere con il destino della manifestazione stessa.

Filippo Goti

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Categorie: Gnosticismo

Pubblicato da Ereticamente il 3 Maggio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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