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Il segretario della Lega e la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America – Marco Zenesini

Il segretario della Lega e la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America – Marco Zenesini

In un impeto di reminiscenze giusnaturalistiche ed illuministiche, il segretario pro tempore della Lega ha citato, nel corso dell’ultima seduta in Senato, la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, solennemente approvata il 4 luglio del 1776, a Filadelfia, dai rappresentanti delle tredici colonie britanniche in America settentrionale. Il senatore si è soffermato sulla prima parte della Dichiarazione, che enuncia i principi su cui essa si fonda. In particolare, appare degno di considerazione il richiamo al diritto di perseguire la felicità. Quando si prende in esame un documento storico, è ovvio che occorre sempre compiere uno sforzo di contestualizzazione in ordine ai termini in esso presenti. In questo senso, la felicità alla quale la Dichiarazione si riferisce è quella che, a partire da pensatori come John Locke, si pone all’interno di un’accezione ben diversa da quella che fu propria al mondo classico, alla Eudaimonìa come raggiungimento della Virtù attraverso un modo di vita che fosse di per sé stesso virtuoso. Al contrario, l’esperienza di quell’entità che, in seguito, si evolverà negli Stati Uniti d’America identifica la felicità come soddisfazione di taluni bisogni che devono assumere la veste di diritti i quali non devono soltanto essere protetti e garantiti dallo Stato, ma devono anche poter essere direttamente tutelati dai loro titolari: sostanzialmente, il discorso riguarda la proprietà privata e tutto quanto è ad essa relativo. Non a caso, secondo alcune recenti ricerche storiografiche, tra gli ispiratori della Dichiarazione vi fu Gaetano Filangieri, giurista e filosofo napoletano, tra i protagonisti dell’Illuminismo partenopeo (un Illuminismo contrassegnato soprattutto dalla riflessione in ordine a riforme politiche ed a modernizzazione), corrispondente epistolare di Benjamin Franklin; anzi, pare che sia stato proprio Filangieri a fornire l’ispirazione per inserire il predetto riferimento al diritto di perseguire la felicità, anziché il più esplicito diritto alla proprietà di ascendenza lockeana.

Certo, potremmo discutere a lungo delle implicazioni storiche di un diritto a perseguire la felicità inserito nell’atto fondativo di una nuova entità statuale, geneticamente sorta in contrapposizione agli antichi ordinamenti europei, ad una concezione verticale, gerarchica ed assiale del potere; tuttavia, non è questo il punto fondamentale del discorso. Insomma, non stiamo cercando di connettere il segretario della Lega ad una sorta di neoilluminismo, nell’ambito di una bizzarra analisi del pensiero politico contingente. Quello che qui interessa, piuttosto, è rilevare come la narrazione politica e simbolica sovranista, della quale il segretario leghista è indubbiamente autorevole esponente, non perda occasione per ribadire il proprio indissolubile legame con la visione atlantica e del potere e della società. Una visione che assume inscindibilmente la veste dell’individualismo di matrice anglosassone, che è cosa del tutto opposta al valore riconosciuto alla persona ed alla sua dimensione sin dagli albori del pensiero greco. Tuttavia, c’è un altro aspetto da tenere in considerazione: la fotocopia può apparire per lungo tempo simile all’originale, ma mai identica; inoltre, ad un certo punto l’inchiostro può stingere e fare in modo che tutto appaia scadente e dozzinale. Proprio per questo, si avverte l’esigenza di interrogarsi sul fatto se figure come il leghista sappiano di che cosa parlano; se siano coscienti del significato delle loro parole; se, di tanto in tanto, vi colgano almeno qualche contraddizione.

Il senatore ha citato il diritto al perseguimento della felicità: già questo, aiuta a comprendere la profonda differenza di significato che tale termine ha assunto, nel corso della storia statunitense, rispetto ai modelli che si sono affermati in Europa. Perseguire significa tener dietro con costanza ed ardore: reca in sé il seme del conflitto, quasi a voler ricordare che lo stato di natura teorizzato da Thomas Hobbes lascia pur sempre una traccia di sé, anche quando vi si esce attraverso un patto di tale entità. Al contrario, la millenaria storia europea tratta la felicità in termini di ricerca, ossia in una prospettiva che presuppone il rapporto con una dimensione altra e profonda, di cause e principi non riducibili al mero scontro tra forze umane.

Peraltro, soggiungono altri motivi di riflessione: tra i motivi ideali che animano il discorso sovranista, spesso rimarcati da alcune realtà politiche che fanno riferimento a quella che, un tempo, si poteva definire area nazionalrivoluzionaria, vi è il rifiuto, almeno verbalmente, delle logiche liberiste che hanno determinato l’agire sociopolitico continentale almeno a partire dalla fine della contrapposizione del mondo in blocchi: è quantomeno curioso investire in questa critica rifacendosi proprio alle culture che, del liberismo, rappresentano la matrice. Si tratta, in ultima istanza, di meri giochi dialettici. In realtà, il sovranismo non è altro che la forma contingente del perenne tentativo del mondo atlantico di disgregare definitivamente l’Europa; forma contingente, appunto, perché collocata a fianco di altre, che pure sembrerebbero apparire contrapposte al sovranismo stesso; ma la fonte è la medesima. Tutto questo, comunque, ribadisce con forza che non è possibile un approccio nei confronti dell’agire politico che prescinda da chiari riferimenti culturali, coscienti o meno. Il segretario della Lega, i suoi riferimenti non li lesina proprio. Certo, stavolta ha dovuto volgere lo sguardo al di là dell’Atlantico; siamo sicuri, tuttavia, che presto tornerà a parlare anche dell’unica, vera democrazia del Vicino Oriente, l’altro suo grande modello (benché la medesima democrazia non sembra nutrire lo stesso entusiasmo nei confronti del leghista stesso: del resto, in Europa, ha l’imbarazzo della scelta quanto a fedeli sostenitori). Per concludere, un punto fermo, restando sempre nell’ambito dei simboli: ai tempi di Legnano, tra il Carroccio ed il Barbarossa, avremmo senz’altro preferito il Barbarossa.

Marco Zenesini

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Categorie: Attualità, Filosofia, Politica

Pubblicato da Ereticamente il 2 Maggio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Leo Grellede

    Premessa la comune bandiera- il Barbarossa – desidero sottolineare che la Lega è un movimento transeunte il cui linguaggio non ha altro valore che quello sonoro. La Tradizione è quella culinaria e più in là inutile spingersi. Sovranismo è la declinazione “forbita” di un principio fondamentale presente – casualmente, credo, vista la genesi massonica – nella Costituzione: la sovranità dello Stato. La rinunzia è ammessa ma a condizioni di reciprocità e vantaggio. Qui sta il vulnus che il Leghismo non può capire per limiti strutturali che ne inficiano la proposta politica. Se poi si comincia a parlare di felicità manca solo un revival di Fabianesimo. Non ci resta che la “ola” in Piazza San Pietro davanti al El Papa.

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