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Il governo Nitti, il questore Mori e l’eccidio di via Nazionale, (Roma, 24 maggio 1920) – seconda parte – A cura di Giacinto Reale

Il governo Nitti, il questore Mori e l’eccidio di via Nazionale, (Roma, 24 maggio 1920) – seconda parte – A cura di Giacinto Reale

“Per sgominare una cinquantina di ragazzi, rei di aver gridato “Viva il Re”, le Guardie Regie operarono un fuoco di fila, uccidendosi perfino tra loro” (“Il Giornale d’Italia” del 25 maggio)

A poche ore dagli incidenti, la stessa notte del 24, prende il via una massiccia operazione di polizia, richiesta espressamente da Nitti a Mori, che porta all’arresto di 250 persone, quasi tutti esuli dalmati e fiumani.

Tra essi, e la cosa suscita grande scalpore nella pubblica opinione, anche molte ragazze ospiti dei collegi religiosi della Capitale, che vengono portate, senza troppi complimenti, alle Mantellate.

Ancora maggiore diverrà lo sdegno quando si saprà del comportamento scorretto tenuto verso le prigioniere:

Tra i Dalmati e i Fiumani residenti in Roma si estrasse a sorte chi dovesse sfidare il prof. Regnoli, medico delle Mantellate, per il trattamento da costui usato alle signore e signorine arrestate. Fu sorteggiato Mario Bussich, che nominò suoi secondi l’avv. Caprino e il Colonnello Mazzini Beduschi. (1)

 

La notizia del volgare trattamento, per il momento non viene troppo risaputa, mentre la bufera poliziesca e giudiziaria continua, con perquisizioni alle sedi delle Associazioni irredentiste, al Fascio, all’Associazione Arditi, e il fermo degli oratori della Sapienza, tra i quali Bottai.

Perquisizioni che non portano a niente e a nessun ritrovamento di armi. Cresce così l’ira di Nitti, che si industria in un pericoloso doppio gioco, del quale sconterà le conseguenze.

Da un canto ordina un’inchiesta per appurare la verità sui fatti, dall’altro, con un dispaccio telegrafico cifrato inviato ai Prefetti del Regno il 25 alle ore 12,30, fa chiaramente intendere come deve soffiare il vento:

Incidenti di ieri a Roma dimostrano che sotto parvenza nazionalista è vero movimento criminoso. Fino poco tempo fa si parlava solo di Fiume. Ora, in previsione Fiume venga all’Italia, si inventa movimento per la Dalmazia. Tutto ciò non può che avere origini impure. Ogni movimento criminoso va subito represso.

Si cerchi di sapere da qual parte vengano i fondi. Le mie istruzioni vanno eseguite in modo chiaro e preciso. Si arrestino subito i promotori di disordini e si esaminino le loro carte. Si troverà senza difficoltà da chi sono pagati.

In genere, chi promuove disordini eccita persone ignare, studenti, Ufficiali, reduci di guerra.

Bisogna colpire i promotori. (2)

 

In un ultimo disperato tentativo di trovare un alibi per la sua responsabilità precisa in ordine al comportamento degli uomini in divisa in piazza, Nitti fa uno scivolone che nuocerà gravemente alla sua credibilità.

Dichiara infatti, in Parlamento, di aver ricevuto segnalazioni, da funzionari in servizio a Trieste e Zara, su un progetto di colpo di Stato, accompagnato da vari attentati, da parte di Dalmati e Fiumani risiedenti nel territorio nazionale, o giuntivi appositamente.

Nello stesso tempo, però, scarica il fedele e solerte Mori. Riferendosi al complesso delle indagini e degli arresti, dice:

È infatti assurdo che sia stato esteso a persone che avrebbero dovuto essere note per la loro dignità, la loro responsabilità e il loro patriottismo. Ciò che è peggio, fu esteso a persone che per la loro condizione, per il loro sesso e per la loro età avrebbero dovuto eliminare ogni sospetto.

Ma, poiché sui fatti del 24 maggio e sulla condotta dei funzionari che vi hanno avuto parte è in corso una inchiesta e sarà presto espletata, è opportuno che se ne attendano i risultati. (3)

 

La pezza, come suol dirsi, è peggio del buco. Il ViceAmmiraglio Millo, tirato in ballo da Nitti, scrive al Senatore Lucca che ha promosso l’interpellanza dalla quale è nata la risposta del Primo Ministro, e lo sbugiarda:

Riferimento risposta Presidente del Consiglio sua interrogazione, desidero che Ella sia da me informata che unico avvertimento dato dal Governatore della Dalmazia al Governo centrale circa avvenimenti nella penisola, è del 23 corrente, dico 23 e conteneva la notizia che forse tre individui esaltati di cui si fornivano nome cognome e connotati partiti da Zara si sarebbero recati a Pallanza a compiervi attentati contro personalità italiane e straniere.

Con successivo telegramma del 25 dico 25 si avvertiva che i tre individui erano rientrati a Zara. (4)

E infatti, il testo del telegramma del 23 confermava corrispondeva a quanto detto da Millo:

Da informazioni imprecise si ha notizia possibile attentato contro delegazione italiana o jugoslava Pallanza contro Presidente Consiglio. Si ritiene pertanto conveniente segnala V. E. seguenti individui, che sarebbero partiti giorno 21 per Fiume, perché Dalmati esaltati nazionalisti. Cherstovich Giovanni, anni 32, alto, sbarbato, capelli occhi castano, aspetto fiero, vestito elegante, professione pittore, sedicente commerciante; Usmiani Vincenzo anni 30, alto, capelli neri, colorito bruno, molto bruciato dal sole da parere mulatto, barba baffi rasi, vestito elegante, cameriere; Gallebotta Ildegardo, anni 33, statura media, porta occhiali, cammina curvo, aspetto meschino, vestito decentemente.

Compagnia Carabinieri Pallanza e Questura Trieste informati (5)

 

Che questa segnalazione non giustificasse in alcun modo la sparatoria del 24 e la successiva retata è subito evidente. Si rende allora necessario trovare altri responsabili dell’accaduto.

Le prime dichiarazioni al Sostituto Procuratore del Re dei dirigenti di Pubblica Sicurezza presenti sul posto evidenziano subito l’imbastimento di una difesa corporativa a difesa degli uomini.

Si parla di “ragazzaglia” che si sarebbe mischiata ai manifestanti e di colpi di rivoltella esplosi a tradimento alle spalle delle Guardie Regie.

Mori fa di più. Nel suo rapporto ricostruisce l’intero svolgimento della serata, accennando ad un tentativo di raggiungere la sede romana dell’Avanti, precisa che l’Ufficiale ferito era stato colpito con un “corpo contundente”, e sottolinea che il fuoco è stato aperto dai tutori dell’ordine “di propria iniziativa”.

A smentirlo è proprio il ferito, Capitano Molino che dichiara di essere intervenuto per separare uno studente ed un suo sottoposto, non esprime certezze su chi lo abbia effettivamente colpito nella colluttazione, esclude in maniera assoluta che i giovani avessero armi.

Una così autorevole e “diretta” testimonianza non fa demordere chi invece – probabilmente sentendosi spalleggiato anche dai superiori – insiste sulla tesi degli sparatori in borghese, mischiati agli studenti, che avrebbero innescato il tutto. I magistrati però, che dispongono ormai di plurime testimonianze in senso contrario non si fanno infinocchiare e arrivano alla minaccia di arresti per una Guardia che insiste (salvo poi ritrattare) nella versione farlocca.

A definitivamente ridimensionare il tutto vi è, infine, la testimonianza di un Maresciallo dei Carabinieri, che si trovava a passare in via Nazionale, il quale afferma – infelicemente, per la verità – che la scena di ragazzini di 14-15 anni che fuggivano da tutte le parti, mentre la gente seduta ai tavolini dei caffè si mostrava indignata, aveva un che di “comico”, ma non configurava alcun pericolo per gli uomini in divisa.

Ulteriori indagini permettono, inoltre, di accertare che gli sparatori in borghese erano anche essi Guardie Regie, che si trovavano a transitare di lì per raggiungere la Questura, ed hanno ritenuto loro dovere intervenire.

La ormai acclarata certezza che gli agenti fossero stati male istruiti e gestiti, ha per prima conseguenza l’allontanamento dall’incarico di Mori, il 4 giugno, con trasferimento in Sicilia, dove già era stato, ad occuparsi questa volta di repressione dell’abigeato (e non di mafia), che proprio una promozione non può considerarsi.

Cinque giorni dopo anche Nitti lascerà il suo incarico, e così l’intera vicenda perderà molto del suo significato “politico”, pur continuando l’iter giudiziario.

Il 31 ottobre del 1921 la Sezione di Accusa della Corte di Assise di Roma rinvierà a giudizio, oltre a Mori, 12 Guardie Regie per rispondere di complicità corrispettiva in omicidio e in tentato omicidio.

Probabilmente a sparare sono stati di più (si parlerà di un centinaio di colpi esplosi, non escludendo la possibilità che caricatori aggiuntivi fossero in possesso degli agenti), ma l’identificazione di tutti è ormai impossibile.

Un annetto dopo, ad agosto del 1922, il processo, su istanza degli imputati, sarà trasferito a Napoli, dove sopravverrà la prima amnistia del Governo Mussolini che metterà fine all’iter processuale.

Restano da dire due parole sulla sorte del Questore Mori, le cui responsabilità apparvero certe, nella predisposizione del servizio d’ordine prima, nella gestione della piazza manifestazione durante, nel tentativo di intorbidare le acque poi.

Giolitti, che ben conosce i suoi polli e sa della disponibilità dell’uomo a servire il Governo – qualunque, e lo dimostrerà anche in seguito – non di rado ricorrendo a sistemi al limite della legalità, lo recupera dall’esilio siciliano e lo manda, a febbraio del 1921, a Bologna, nominandolo Prefetto, col preciso incarico di stroncare quello che si sta dimostrando uno dei Fasci più forti sul territorio nazionale.

I forti squadristi di Arpinati però, che in poche settimane hanno buttato gamballaria il socialismo emiliano, ritenuto imbattibile, sono altra cosa rispetto agli studenti di via Nazionale, e non si lasceranno certo intimidire dall’arrivo del funzionario che “L’Assalto”, il loro battagliero giornale definirà subito “quello che a Roma fece ammanettare e bastonare le donne di Dalmazia, trattandole come volgari prostitute”.

Mori, da parte sua, proverà l’uso del pugno di ferro. A metà marzo chiede ed ottiene l’arresto dello stesso Arpinati, per “responsabilità oggettiva” in un episodio di violenza al quale egli è fisicamente estraneo.

L’ unica colpa dell’ex anarchico, ora capo fascista, è di aver firmato, in qualità di responsabile del Fascio, i documenti di noleggio dei camion che, in spedizione, si sono recati a Pieve di Cento, con conseguente sparatoria e morte accidentale di una donna affacciata ad una finestra.

L’arresto durerà pochi giorni, e, a riprova che il Prefetto non è “padrone” della sua città, avviene a Milano, dove Arpinati si è recato per una riunione di Partito, con il successivo trasferimento del detenuto nel carcere di Ferrara e non a quello bolognese.

Nonostante lo smacco subito, i rapporti tra l’Autorità e i fascisti restano tesi, nel secondo trimestre dell’anno, con il susseguirsi di arresti per episodi di spicciola violenza, che solo qualche settimana prima sarebbero stati giudicati irrilevanti.

Quando “L’Assalto” se la prende con le Forze dell’Ordine, accusate di eccessiva tolleranza – se non di connivenza – con il fiorente spaccio di cocaina che fa capo ad alcune farmacia cittadine, la reazione è rabbiosa.

Per ritorsione, la sera di lunedì 20 giugno vengono arrestati, in un sol colpo, ventuno fascisti che manifestano contro precedenti fermi giudicati arbitrari e conseguenti lunghe detenzioni in carcere.

Sarà pur vero che, come scrive orgogliosamente il giornale: “I fascisti non sono ventuno! Sono legioni!, ma è indubbio che sempre più profondo si va facendo il solco tra Mori e il fascismo cittadino.

Anche la provincia non sfugge a questa logica repressiva. Budrio, S. Agata Bolognese, Monzano di Capognano, Granarolo, Castelfranco Emilia sono alcuni dei paesi all’ordine del giorno perché epicentro di piccole e grandi repressioni, che portano all’arresto dei fascisti più attivi, mentre a poco serve la minaccia che chiude uno degli articoli di denuncia di questa situazione: “E se il Prefetto continua di questo passo, i guai potrebbero essere molto seri”.

Minaccia che si accomuna al tema, mai abbandonato, della tolleranza di Mori verso i socialisti: “Qual è la ripartizione di funzioni nell’alleanza tra Prefetto e socialisti? Il Prefetto manda i fascisti in galera. I socialisti, invece li mandano al camposanto o in ospedale”.

La segreta speranza è quella che sembra prendere corpo in trafiletto apparso il 3 settembre sul giornale, nel quale si dà notizia dell’esonero di Mori dall’incarico, a causa del rinvio a giudizio richiesto dalla Procura generale di Roma per i fatti accaduti nella Capitale a maggio dell’anno precedente.

Si tratta, però, di una falsa notizia. Per la resa dei conti bisognerà attendere ancora, anche se, nel frattempo, i fascisti qualche sfizio se lo toglieranno, con quello che spregiativamente chiamano “il vicerè”.

L’anno dopo, quando dal 29 maggio al 2 giugno le squadre, al comando di Italo Balbo, occupano Bologna, tra i loro obiettivi c’è quello di ridicolizzare il supremo tutore dell’ordine in città. L’appoggio di Mussolini, che parla di “Prefetto socialista” è totale, così come quello di tutta l’Italia squadrista che canta minacciosamente: “Mori Mori / tu devi morire / con quel pugnale che abbiamo affilato / Mori ammazzato tu devi morire”.

Guerri ricostruisce l’andamento dei fatti utilizzando la testimonianza di Nello Quilici:

“Come vede – disse Balbo senza preamboli – siamo più o meno ventimila. Cosa vuole che faccia il Prefetto? Al massimo, se la farà sotto per la paura…Guardi – ed estrasse di tasca l’orologio – Ora sono le 23; alle 23 e 5 deve scoppiare la prima bomba. Noi siamo precisi!”

Allo scoccare dei cinque minuti si udì un botto. Quilici saltò sulla sedia gridando che era matto, se voleva ammazzare qualcuno, eccetera. Balbo lo rassicurò, le bombe erano disposte in modo che non provocassero vittime. Fra cinque minuti ne sarebbe scoppiata un’altra, più vicina al giornale. E così fu. Poi un’altra, ma questa proprio vicinissima.

“Non si sa mai. Lei è un amico, un grande amico, possiamo dire un camerata, vero? Ma qui c’è un bel nido di cornacchioni. I suoi amministratori, mi scusi, a, ci ispirano poca fiducia. Una bella bomba è quello che ci vuole per farli rintanare nei loro buchi da sorci”.

E la bomba mandò in frantumi quasi tutti i vetri del palazzo.

La “giovanile gaiezza” di Balbo si esplicò anche in un altro modo: ordinò che tutti i fascisti, a turni regolari,e disciplinatamente inquadrati, ansassero a fare pipì sotto le finestre del Prefetto. (6)

La credibilità di Mori, a quel punto, è fortemente compromessa, così come si comincia a temere per la sua stessa persona, dopo che, in quelle convulse giornate alcune – sia pur innocue – castagnole hanno fatto saltare in aria i vetri della sua abitazione privata.

Si aggiunga la ribellione dei colleghi Prefetti dei capoluoghi limitrofi per le sue continue invasioni di campo, e si capirà perché Mussolini facilmente ottiene dal Governo il trasferimento del Prefetto a Bari (dove lo accolgono, con pari “cordialità”, le squadre di Caradonna). E anche questa non può considerarsi certo una promozione, così come non lo era stata l’invio in Sicilia nel 1920.

La diffidenza nei suoi confronti di molti autorevoli esponenti del fascismo non verrà, però, mai meno. Ancora nel 1932, quando egli sarà Senatore del Regno, Balbo, nel dare alle stampe il suo “Diario 1922” non ometterà di riportare il manifesto che fece affiggere nell’occasione a Bologna, e che così cominciava: “Da oltre un anno stiamo lottando contro i Partiti antinazionali protetti ignominiosamente dal prefetto Mori che si è fatto strumento cieco di ogni loro azione”.

E ci aggiungerà, per buona misura, i severi giudizi di allora, non mitigati dai servigi resi al fascismo, negli anni seguenti da Mori stesso, che lo individuavano come “il nemico principale dei fascisti rivoluzionari: “[…] in mille occasioni il Prefetto favorisce apertamente i rossi…il Prefetto applica con zelo le istruzione romane… aggrava la situazione…il Prefetto, bloccato a palazzo d’Accursio, sa che non desisteremo dalla lotta fino al momento in cui il Governo non si persuaderà a cessare la protezione ai sovversivi”.

Subito dopo la Marcia, il funzionario verrà messo in pensione anticipata, fino al 1925, quando il fascismo, ormai saldamente in sella, potrà permettersi di utilizzare anche l’opera di questo “onesto esecutore di ordini” per sgominare la mafia. Lui ricambierà, iscrivendosi al PNF.

Agli iniziali successi farà però seguito un lungo periodo di “incomprensioni” con i vertici locali del fascismo, caratterizzato dalla testardaggine di un uomo “sicuro di sé fino alla presunzione”, che tende a personalizzare lo scontro, con toni duellistici, generalmente risoltisi, peraltro, negativamente per lui in Tribunale.

Il 22 dicembre del 1928 viene nominato Senatore del Regno, per preparargli una dignitosa uscita da una situazione ormai insostenibile. E infatti, il 16 giugno del 1929 viene collocato a riposo.

Scriverà un libro, che anche Arrigo Petacco che su di lui ha scritto una più che benevola biografia, fino a farne quasi un martire dell’antifascismo, non apprezzerà:

Come libro, a dire il vero, non è un granchè. Mori si rivela uno scrittore involuto, assolutamente negato alla cronaca, e molto portato agli svolazzi retorici. Non mancano,m naturalmente, gli elogi smaccati al Duce ed al Regime. Mancano invece, molte notizie precise, i nomi, i fatti e i retroscena. (7)

 

Il volume, per l’infelice scelta della foto di copertina, avrà qualche problema con la censura. Il cambio della foto (la nuova rappresenterà l’Autore in camicia nera) non sarà sufficiente a garantirgli la benevolenza del fascismo intransigente, che a Bologna ha conosciuto l’uomo e i suoi difetti. Scriverà, infatti, “L’Assalto”:

Il fatto che Cesare Mori abbia scritto, magari orrendamente, un libro, non meraviglia affatto: ancora oggi, nella terra degli aranci si ricordano gli archi di trionfo con le scritte “Ave Cesare”, sotto i quali passava ritto in arcione questo pover’uomo con la faccia da guerriero. Piuttosto, c’è da meravigliarsi che esista in Italia una casa Editrice così propensa ad offendere la propria dignità. (8)

 

Un’informativa dell’OVRA dell’ottobre del 1940 segnala la sua ingenerosa definizione, in pubblico, di “coglione” a quel Mussolini al quale pure qualcosa doveva, per l’entrata in guerra.

Morirà due anni dopo.

 

Foto 3: Ines Donati in azione antisciopero nei pubblici servizi

Foro 4: Cesare Mori

 

NOTE

  1. Domenico Mario Leva, Cronache del fascismo romano, Roma 1943, pag. 91
  2. In: Marco Cioffi, 24 maggio 1920, l’eccidio di via Nazionale, compreso in: Dimensioni e problemi della ricerca storica 2007/1, versione on line, pag. 6
  3. Ibidem, pag. 7
  4. Ibidem, pag. 8
  5. Ibidem
  6. Giordano Bruno Guerri, Italo Balbo, Milano 1984, pag. 114
  7. Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Milano 1975, pag. 180
  8. Ibidem, pag. 181
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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 27 Maggio 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. La Storia d’Italia, sempre così tragicamente uguale a se stessa, di volta in volta è stata reinterpretata: sono solo cambiati gli attori, ma lo spartito è sempre lo stesso. Noi Uomini “liberi” e disinteressati (forse) andiamo sempre a cercare dettagli e particolari che all’apparenza sembrano genuini o “nuovi”. La realtà, però, ci informa che è sempre la stessa e melensa storia che la vulgata Napoletana sintetizzò con: “issso, essa e o malamente”. L’Ideologia Politica, da che mondo è mondo, è sempre la stessa. Lo fu per i Greci come per i Latini e prima egualmente ai giorni nostri. L’unica “novità” consiste nel cambio di idioma e per certi versi, la sintassi stessa della narrazione. Alla fine di ogni periplo storico la somma è sempre la stessa: vittime, carnefici e aguzzini accomunati dal medesimo interesse: quello di prevalere oltre ogni ragione per mero interesse di parte. Noi, presunti Uomini Civili, ammantati dell’insano buonismo, ne abbiamo ammazzati e incarcerati molti di più di quanto non sia annoverabile al tempo del nazifascismo. L’unico Vincitore e dominatore della scena (ultimi 4 secoli) è sempre restato il Potere Occulto dei Rothschild, Sassonn e la Corona inglese cui la Chiesa da secoli aveva ceduto quel “Primato” usurpato all’Impero Romano dissolto da Cosche Ecclesistiche così ignoranti da far inorridire anche l’ultimo dei filosofi. In apparenza non ci sarebbe “storia”, ma non è così: l’Uomo esiste su questo pianeta ben prima dei dinosauri, così come i cosiddetti Virus che appaiono e scompaiono per lunghi periodi di tempo. P.S. Sul punto narrativo l’articolo è impeccabile, come quasi tutto il materiale letterario che ho il piacere di leggere su Ereticamente.

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