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Il governo Nitti, il questore Mori e l’eccidio di via Nazionale, (Roma, 24 maggio 1920) – prima parte – A cura di Giacinto Reale

Il governo Nitti, il questore Mori e l’eccidio di via Nazionale, (Roma, 24 maggio 1920) – prima parte – A cura di Giacinto Reale

“Perché proibire un innocuo corteo studentesco per le strade di Roma? Si era dato l’ordine di proibirlo, allo scopo di dare una sanguinosa lezione agli elementi nazionali” (Mussolini su “Il Popolo d’Italia” del 26 maggio)

 

Agli inizi del 1920, Roma è oggetto di una violenta campagna sovversiva, che mira, evidentemente, a sovvertire la situazione, in una città nella quale il nazionalismo, nelle sue varie articolazioni (tra le quali possiamo comprendere anche il fascismo, almeno per ciò che riguarda la rivendicazione della guerra e dei diritti della vittoria) fa da padrone.

Una prova si era avuta il 1 dicembre dell’anno precedente. Quel giorno, al momento dell’ingresso di Vittorio Emanuele per inaugurare la prima seduta del neo-eletto Parlamento, i rappresentanti del PSI hanno inscenato una manifestazione al canto dei loro inni, prima di abbandonare polemicamente l’aula.

All’uscita, però, ad attenderli ci sono gruppi di Ufficiali, Arditi, nazionalisti e fascisti che impartiscono una sonora lezione a più d’uno, a base di ceffoni e pedate:

Dopo che il Re ebbe fatto ritorno al Quirinale, si cominciarono a verificare scontri tra Ufficiali e socialisti. Come il solito, i socialisti, disarmati e pronti solo per gli scioperi e per le elezioni, ebbero ovunque la peggio. Un deputato socialista venne ferito gravemente, e altri quattro in modo leggero. (1)

Il ruolo dei mussoliniani è, comunque, secondario, a fronte dell’iniziativa spontanea di circa duemila Ufficiali, in servizio e congedati, e nuclei di nazionalisti organizzati.

Una situazione minoritaria destinata a protrarsi in questo inizio del 1920, quando molti componenti del Fascio della Capitale sono partiti per Fiume, a cominciare dall’attivissimo Angelo Scambelluri, e una crisi vive anche l’Associazione Arditi, con molti iscritti costretti a farsi da parte per le esigenze di quotidiana sopravvivenza.

Ad aggravare questa situazione difficile (o forse come conseguenza di essa), all’interno del Fascio prende corpo una piccola crisi, proprio sulla questione dei rapporti con i nazionalisti.

Il solerte Questore della Capitale, che è poi quel Cesare Mori destinato a tornare in questa storia, il 23 febbraio ne informa il Ministero, precisando che Umberto Fabbri, esponente di spicco del Fascio romano:

[…](aveva) dichiarato che era intenzione di Milano espellere dai Fasci i nazionalisti…i quali hanno nel loro programma Dio Re e Patria, motto che non può essere condiviso dai Fasci, che si differenziano appunto dai nazionalisti per la questione religiosa. (2)

Si può dire, comunque, che i manifestanti del 1° dicembre danno un piccolo segnale da parte di chi non intende arrendersi, mentre scioperi, violenze, manifestazioni di lotta contro il caroviveri, residuali di quelle dell’estate del 1919 e anticipatrici di quelle che verranno, supportate da una piazza sempre pronta ad imporre la sua volontà sembrano prefigurare un futuro plumbeo.

Il 28 aprile, una Guardia Regia viene accoltellata a morte dopo un comizio socialista nei pressi del Colosseo, e, anche dopo un così tragico evento, il clima, in occasione dei funerali, è tale da incutere timore per l’avvenire. Due giorni dopo, infatti, Bottai annoterà:

Ho assistito oggi alla dimostrazione borghese ai funerali di una Guardia Regia uccisa in un comizio. Confrontavo mentalmente i funerali del primo dicembre ad un proletario.

La massa d’oggi aveva fisionomia indecisa, tratti opachi, una molteplicità di segni che generava un senso di festosa varietà, nel complesso una massa amorfa, senza anima, inerte. Quella di dicembre era tragica e solenne, d’una compattezza terribile. (3)

 

È per questo che il pur imbelle Nitti dispone per un rafforzamento senza precedenti delle misure di sicurezza nella Capitale.

Oltre ai Reparti dell’Esercito, già presenti in buon numero e sempre utilizzabili per ragioni di ordine pubblico, ed ai Carabinieri, sono ben 7.500 (su un totale di 40.000) le Guardie Regie dislocate a Roma.

Questo nuovo Corpo di Polizia è stato creato da Nitti nel settembre 1919, in sostituzione delle vecchie Guardie di Città, e si è subito capito che lo scopo è di fornire al Governo, più che alle Istituzioni nel loro insieme, una forza militarizzata e “affidabile” che lo serva fedelmente.

Esso si distingue, fin dall’inizio, per la durezza dei suoi interventi, che segue le direttive ricevute dal creatore (e poi da Giolitti), e lo rende particolarmente inviso ai fascisti, al punto che Mussolini, a dicembre del 1922, tra i primi atti del suo Governo, riterrà opportuno scioglierlo e sostituirlo, per alcune funzioni, implementate da altre, con la Milizia.

In genere, comunque, non godrà di buona stima:

Le stesse Guardie Regie non sfuggirono alla classica connotazione della “polizia liberale”, anzi, il loro manifestarsi come “pura violenza” fu un tratto accentuato dalle Autorità che le governarono e organizzarono, e come tale fu percepito nel Paese. (4)

Nella decisione mussoliniana inciderà certamente il forte impatto che, nella memoria della base squadrista, ha l’episodio di Modena, dove il 26 settembre del 1921 le Guardie Regie hanno aperto il fuoco contro un corteo fascista, sostanzialmente pacifico, facendo sei vittime tra i partecipanti.

Anche se in quel caso – come a Roma, vedremo – la responsabilità ricade in primis sul funzionario responsabile in piazza, che qui è il commissario Guido Cammeo, fortemente sospettato di antipatie verso i mussoliniani, non va dimenticata la tendenza di questo particolarissimo Corpo di repressione ad essere “propenso alla sparatoria”, piuttosto che al contenimento “fisico” dei manifestanti.

In merito, è stata avanzata anche la tesi che ciò sia dovuto ad un arruolamento che, favorito dalle condizioni economiche vantaggiose, ma poco curato nella selezione dei singoli, si è incentrato soprattutto su “manovalanza” del Sud, di scarso autocontrollo, poco prestante fisicamente, e quindi pronta, in caso di difficoltà, all’uso indiscriminato delle armi, nella convinzione di impunità.

Sarà questo, insieme al fatto che la base degli arruolamenti è composta da ex “Guardie di città”, con la cattiva fama – soprattutto agli occhi degli ex combattenti ora fascisti – di “imboscati”, per aver evitato il fronte con il ricorso al più comodo servizio di ordine pubblico all’interno, a motivare la diffusa ostilità della Regia Guardia verso gli uomini in camicia nera.

Infatti, alla fine del 1922, di fronte alle voci di prossimo scioglimento del Corpo, a Torino e in altre città ci saranno violenti incidenti, oltre una logica difesa corporativa del posto di lavoro, con morti, tra uomini in divisa che gridano “Abbasso Mussolini” e “Abbasso il fascismo” e gli squadristi.

Questo lo stato d’animo col quale, quindi, la mattina del 24 maggio, a cinque anni dall’entrata in guerra, circa 3.000 uomini delle Forze dell’Ordine circondano l’Università, dove è prevista una manifestazione degli studenti nazionalisti, con una dimostrazione di forza che si presenta da subito spropositata, a fronte del numero dei convocati alla Sapienza (non più di 6-700) che all’epoca aveva sede nell’attuale palazzo dell’Archivio di Stato, in Corso Rinascimento, tra il Pantheon e piazza Navona.

Anche la loro oggettiva scarsa pericolosità, trattandosi perlopiù di studenti liceali che non hanno nemmeno fatto la guerra fa giudicare inopportuno e fuor di misura un simile spiegamento di forze.

Insieme agli universitari, ci sono, infatti, molti studenti delle scuole medie superiori, che hanno imposto lo sciopero ai loro colleghi, e, nella mattinata, hanno provato ad ottenere – con scarso successo, però – l’esposizione del tricolore a sedi di Ministeri e Uffici pubblici.

Il fatto che siano nazionalisti (che Nitti spregiativamente definisce “briganti pagati dai pirati della finanza”), e che intendano onorare, cinque anni dopo, l’entrata in guerra dell’Italia, costituisce un’aggravante per il Presidente del Consiglio, che l’anno prima aveva fatto passare la data sotto silenzio, per ingraziarsi i socialisti e i neutralisti di ieri, ed ora, per di più, è alle prese con la sedizione dannunziana a Fiume.

“Per li rami”, potremmo dire, questa sensazione di avere di fronte un nemico da combattere assolutamente, si trasmette al Prefetto Riccardo Zoccoletti, al Questore di Roma, Cesare Mori, e agli uomini in piazza.

Ad aggiungere benzina sul fuoco ci pensano i socialisti, che convocano una contromanifestazione nella vicina piazza Navona, riescono a raggiungere la Sapienza e provocano scontri – di lieve entità – con gli studenti colà riuniti.

Perciò, quando il corteo dei giovani si muove, in direzione Quirinale, dove i partecipanti intendono far giungere al Sovrano la voce dell’Italia che non dimentica il sacrificio della guerra, gli animi sono moderatamente tesi.

Prima, nel piazzale dell’Ateneo, hanno parlato, su un palco improvvisato dove, secondo la ricostruzione dell’Avanti “un Ardito agitava la bandiera nera e il gagliardetto degli Arditi”, Italo Foschi, che ha portato il saluto dell’assente – perché indisposto- Corradini e e Alessandro Dudan, rappresentante dei Dalmati. Con loro, i giovani, destinati a futura fama, Ines Donati in rappresentanza del Gruppo Femminile Antibolscevico, e Giuseppe Bottai per il Fascio.

Si sono fatte circa le diciannove, quando finalmente il corteo parte. Non sono molti, anche se “da Piazza Colonna Piazza Venezia il Corso era stretto, non facevamo brutta figura”, ma, ciò nonostante, si concedono il piacere di una solenne fischiata sotto la sede del Partito Socialista, in via del Seminario, prima di essere bloccati dalla Forza Pubblica.

La cosa non li spaventa, così come la sicurezza della giovinezza non fa loro pesare l’indifferenza della gente sui marciapiedi.

All’incrocio tra via IV novembre e via XXIV maggio, però, un imponente schieramento di Carabinieri, Guardie Regie e militari impedisce la salita verso il Quirinale, così che i manifestanti accettano la deviazione su via Nazionale, per fermarsi e concludere il tutto sulla scalinata del Palazzo delle Esposizioni.

Il corteo, nelle ricostruzioni giudiziarie e nelle testimonianze di chi c’era, ha avuto fin qui un andamento assolutamente tranquillo, quasi goliardico e festoso.

Sulla scalinata, alcuni studenti (ormai non sono più di 150 quelli che sono riusciti a superare i vari blocchi polizieschi) si siedono per terra, e sembra quasi abbiano solo intenzione di tirar tardi, considerando la manifestazione ormai terminata.

È a questo punto che una Guardia Regia, nel tentativo di trascinar via un manifestante, di fronte alla sua reazione, estrae la rivoltella, e un Ufficiale, impegnato nello stesso tentativo con altro giovane, riceva un pugno sul naso e comincia a sanguinare.

La vista del superiore ferito fa perdere il già scarso autocontrollo agli uomini. Alcuni sparano in aria, e altre Guardie, non in servizio, e per di più in borghese, tirano a loro volta ad altezza d’uomo.

Il fuoco di quegli uomini in abiti civili, non riconosciuti dai loro colleghi, provoca la tragedia. I militari in servizio aprono a loro volta il fuoco sulla folla, e, alla fine, saranno più di cento i colpi sparati.

La reazione degli studenti, che sono tutti disarmati, è l’unica possibile:

In quel momento passò per l’aria il balenio di una fiammata e il colpo secco di una revolverata; poi numerosi altri balenii, altri colpi. I poliziotti che mi circondavano si guardarono sorpresi; e io ne approfittai per attraversare l’arco del Palazzo e defilarmi dietro la parete di un pilastro.

[…]

Con l’incoscienza dell’età andavo apostrofando poliziotti e guardie che mi erano vicine: “Non siamo delinquenti! Gridavamo “Viva l’Italia” ve ci sparate a bruciapelo!” (5)

Sul selciato restano sei vittime, poi diventate otto per due altri morti nei giorni successivi: quattro Guardie e quattro civili. Tra questi, una ragazza di sedici anni e un ragazzo di diciassette, ai quali si aggiungeranno otto feriti, tutti studenti tra i quattordici e i diciotto anni.

Un episodio di assoluta gravità, non tanto e non solo per il numero delle vittime, ma per il fatto che la reazione poliziesca, frutto di impreparazione professionale e, probabilmente, anche di pregiudizio politico, ha colpito degli adolescenti assolutamente inoffensivi.

Gli universitari romani chiederanno – e in molti casi otterranno – che in tutti gli Atenei le lezioni siano sospese per 10 giorni, e organizzeranno per il 30 maggio, all’Augusteo, una grande manifestazione di protesta.

Sempre nella Capitale, il 14 giugno, farà il suo esordio l’Avanguardia Studentesca, l’organizzazione giovanile dei Fasci, affidata a livello nazionale a Luigi Freddi, che da subito può contare su attive e combattive presenze nell’Università e in molti licei cittadini, e assume ben presto caratteri suoi propri, autonomi rispetto all’originario nucleo nazionalista.

Sui fatti del 24, il giudizio fascista, a caldo e negli anni a venire, sarà senza appello:

Questo stupido ed inutile massacro fu uno dei più amari frutti della politica nittiana fatta di paura e di avversione verso le correnti nazionaliste. Roma, durante l’infausto Governo Nitti, fu tenuta in continuo stato di assedio: Guardie Regie, Carabinieri, poliziotti dappertutto, sottoposti ad una continua tensione nervosa che fu la molla che fece scattare le Guardie Regie nella furibonda impresa di via Nazionale. (6)

Le varie tesi che, nei giorni successivi si accavalleranno, saranno smentite dalle indagini successive. Mentono i socialisti quando parleranno di “provocazione” da parte degli studenti, che avrebbero aperto il fuoco per primi, e non è vero, perché nessuno dei dimostranti è armato; cercano solo di intorbidire le acque i “moderati”, accennando ad un “provocatore” infiltrato tra gli studenti, che avrebbe sparato provocando la reazione.

Non ha dubbi, invece, Mussolini, che già sul suo giornale, il 26 maggio, indica, per nome e cognome, il responsabile di tutto:

Quello che è accaduto a Roma è stato voluto da Nitti. Il sangue versato in via nazionale nella ricorrenza del 24 maggio ricade sulla testa di questo Ministro degli stranieri, non degli Italiani. Nitti non può soffrire manifestazioni patriottiche. Tutto ciò che appartiene al nazionalismo lo irrita. Il ricordo della guerra e della vittoria gli è particolarmente molesto. (7)

Della gravità dell’accaduto si rendono conto anche coloro che l’hanno provocato, Nitti e Mori in primo luogo.

Per cercare di rimediare, si muoveranno goffamente e faranno anche peggio.

 

Foto 1: il palazzo delle Esposizioni

Foto 2: un giovane Giuseppe Bottai

 

NOTE

  1. Gaetano Salvemini, Lezioni di Harvard, in: Scritti sul fascismo, Milano 1961, vol I, pag. 492
  2. In: Alessandra Staderini, Fascisti a Roma, Roma 2014, pag. 21
  3. Giuseppe Bottai, Quaderni giovanili 1915-1920, Milano 1996, pag. 332
  4. Luca Madrignani, La Guardia Regia, Milano 2014, pag. 15
  5. Alfredo Signoretti, Come diventai fascista, Roma 1967, pag. 86
  6. Panorami di realizzazione del fascismo, Roma 1940, vol. V, pag. 201
  7. In: (a cura di) Edoardo e Duilio Susmel, Opera Omnia di Benito Mussolini, Firenze 1954, vol. XV, pag. 5

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 20 Maggio 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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