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Riflessioni sull’inconscio – 1^ parte – Marco Calzoli

Riflessioni sull’inconscio – 1^ parte  – Marco Calzoli

L’inconscio è quella istanza della nostra vita psichica preclusa alla consapevolezza, ma di cui possiamo fare esperienza mediante alcuni segni: soprattutto sogni, lapsus e dimenticanze, sintomi, blocchi corporei (Reich, Lowen), sincronicità (Jung). Esisterebbero molti tipi di inconscio, per i quali gli studiosi ipotizzano determinati correlati neurali. L’inconscio freudiano, collegato alle reminiscenza, sarebbe localizzato nei circuiti della memoria (ippocampo, amigdala, corteccia). L’inconscio junghiano, collegato all’idea del Sé, nei lobi frontali. L’inconscio lacaniano, collegato al linguaggio, nell’emisfero sinistro (area di Broca, area di Wernicke). L’inconscio cognitivo nella corteccia. L’inconscio emotivo o intelligenza emotiva (Goleman) nel sistema limbico. Esiste anche un inconscio procedurale o implicito, che trattiene schemi automatici come guidare l’automobile o suonare il violino, localizzato nel cervelletto e nei nuclei della base. L’inconscio relazionale è tributario della teoria dell’intersoggettività, per la quale la mente non è isolata e pulsionale ma origina e si estrinseca unicamente nella relazione: sarebbe collegato ai circuiti neuronali della socialità, come quelli della corteccia prefrontale. Ma questi tipi di inconscio non vanno intesi come compartimenti stagni: sono tutti collegati tra di loro, più o meno. Così come coscienza e inconscio non sono due blocchi separati. La mente lavora in maniera integrata con i suoi vari aspetti. La teoria dei tre cervelli di MacLean ipotizza tre aree encefaliche dominanti (corteccia, sistema limbico, complesso R) collegate rispettivamente a tre funzionalità fondamentali: pensiero astratto, emozione, attività somatica. Ma non esistono pensieri totalmente astratti senza aspetti emotivi né corporei. Se entriamo in aula essendo stati feriti dal partner, la capacità cognitiva viene ridotta e il cuore batte più forte. La stessa lingua italiana esprime questo concetto. Abbiamo questi tre termini in relazione alla memoria: la parola ra-mmentare (livello cognitivo), la parola ri-cordare (livello emotivo), la parola ri-membrare (livello corporeo). La prima memoria è dominante nella concettualizzazione (quando impariamo una lezione), la seconda nei legami, la terza nelle prime impressioni (che pare essere influenzate addirittura dall’odore della pelle della persona accanto). Quando impariamo una lezione, i vissuti emotivi avuti con il professore, relegati nell’inconscio, possono influenzare il livello di motivazione nel compito che stiamo facendo. L’attività dell’insegnamento non è un programma matematico ma una relazione. Un professore antipatico e poco empatico determina nell’allievo una memoria emotiva talmente negativa da inficiare l’apprendimento. Inoltre, la rievocazione del ricordo non è come aprire un cassetto, si tratta bensì di una riconfigurazione (aspetto costruttivistico della memoria) determinata da altre memorie, da schemi cognitivi, da emozioni.

Pensiamo anche all’attacco di panico, che dipende probabilmente da una disfunzione dell’amigdala, parte fondamentale del sistema limbico, un sistema sottocorticale, quindi inconscio. La paura nasce da una attivazione dell’amigdala: nell’attacco di panico ci sarebbe una attivazione dell’amigdala improvvisa e senza una causa oggettiva. Altri ipotizzano circuiti diversi (locus coeruleus). Nei soggetti particolarmente sensibili gli attacchi di panico possono insorgere anche dall’aumento della pressione parziale di anidride carbonica nel sangue o dopo somministrazione di caffeina o altre sostanze che aumentano il tono ortosimpatico. In ogni modo sono tutti meccanismi non coscienti. Ma nella clinica chi ha attacchi di panico è spesso una persona con un io molto fragile. Quindi c’è sempre un collegamento tra inconscio emotivo e coscienza in questi episodi caratterizzati anche da sintomi somatici, quali la tachicardia e la sudorazione. Poniamo attenzione altresì all’amore, che è un sentimento (emozione filtrata dalla parte razionale), dipendente dalla chimica della ossitocina, mentre l’esperienza iniziale dell’innamoramento è una emozione, dipendente dalla chimica della serotonina. L’innamoramento consiste nello scoprire l’altro, invece l’amore è lo sviluppo della propria personalità in sintonia con quella del partner. La nostra personalità è la sintesi di conscio e inconscio. Ma l’amore non può vivere solo di emozione e di altre dinamiche inconsce, Fromm parla di una vera e propria “arte di amare”, nel senso di renderci disponibili e adatti a farci raggiungere dall’amore dell’altro e di darlo in maniera efficace. Questa è anche una attività cognitiva, dipendente dalla sfera razionale della persona. I rapporti di coppia falliscono perché uno dei partner smette di configurarsi attivamente per rispondere ai bisogni dell’altro (poi questi farà spesso la stessa cosa generando un circolo vizioso). Si tratta di un’arte razionale, anche se non solo. Tra amanti il bisogno fondamentale, anche se non unico, è quello di sentirsi amato. Spesso una persona non riesce in questo compito perché, rimuginando sui torti subiti, smette di essere attento alle esigenze dell’altro. Questa disattenzione è spesso dovuta al fatto che i partner smettono di parlare un unico linguaggio di amore: l’arte razionale, supportata emotivamente, di comunicare in maniera efficace con il partner smette di esistere. Ci sono almeno quattro linguaggi per esprimere l’amore al partner, che devono essere in sintonia: verbale (dirlo esplicitamente), occasioni speciali (una cena, una vacanza insieme), doni (un mazzo di fiori, un anello), sesso (in molte coppie l’aspetto corporeo della sessualità è la cosa più importante che regge la relazione amorosa). L’individuo, quale entità unitaria, è semplicemente una illusione. Magari è la sintesi di più parti, ma l’uomo è in sé una realtà che sì tende all’unità ma è comunque diversificata. Il livello più corporeo del nostro psichismo ci permette di osservare gli altri con gli organi di senso: essi trasmettono un messaggio chimico al sistema nervoso periferico e questo lo converte in un messaggio elettrico che arriva all’emotività (sistema limbico) e poi alla razionalità cosciente (corteccia). Osservando in questa maniera l’ambiente, pur nella mediazione del sistema corporeo, noi formiamo nel nostro inconscio un dato esperienziale, che si sedimenta in noi e costituisce la base della relazionalità. Nello sviluppo questo dato esperienziale inconscio si fonde con i dati elaborati successivamente dalla memoria di cui abbiamo consapevolezza e ne deriva l’immagine di noi stessi. Il neonato ancora non ricorda ma, in base al dato della poppata, crea un legame simbiotico con la madre. Certamente il primo attaccamento del neonato con la madre è innato, ma non del tutto, stando a quell’esperimento famoso per il quale un cucciolo di scimpanzé, avendo a disposizione due fantocci, preferisce stare con quello morbido (e di nutrirsi con quello gelido ma che emette latte per poi ritornare subito da quello morbido). Tale unione simbiotica del neonato con la madre, sebbene non cosciente, è la base dello sviluppo relazionale successivo, che si integrerà con ulteriori esperienze sociali, questa volta coscienti, e determinerà il concetto: Io sono questo. Crescendo ulteriormente, la persona, divenuta adulta, diviene un attore sociale, sempre più affrancato dalla famiglia di origine. Questo comporta che l’adulto, secondo quanto rilevato da Mead, facendo un gesto e in questo modo comunicando, si pone nella doppia funzionalità di chi assume lo stesso atteggiamento dell’altro e di chi comunica all’altro stesso come deve comportarsi. Proprio perché l’attore sociale assume il ruolo dell’altro può riflettere su sé stesso e così indirizzare in meglio o in peggio il processo di comunicazione. È così che la società entra intimamente nella persona, fino a strutturare la valutazione cosciente dell’individuo. Tutto questo genera inoltre automatismi che si sedimentano nell’inconscio e che determinano il loro reiterarsi nella vita quotidiana. Si vede che l’uomo è il risultato complesso di un insieme di corpo, coscienza, inconscio e relazione.

Nel passato quando un armatore caricava la nave cargo e si apprestava per il viaggio di trasporto delle merci sapeva che c’era un pericolo rilevante, non costituito né dagli agenti atmosferici né dai pirati, ma dall’ammutinamento dei marinai. È da qui che nacque la leadership: il capitano doveva usare autorità e autorevolezza per tenere sotto controllo la ciurma durante il viaggio senza destare in essa il desiderio di ammutinarsi. L’autorità si basa sulla gerarchia, l’autorevolezza si basa sul mostrare il nostro valore così da farci seguire. Tutti noi usiamo inconsapevolmente queste strategie comunicative. Dall’insegnante che alza la voce per mostrarsi il capo (autorità) al corteggiatore che fa bella mostra dei suoi meriti di fronte all’amata (autorevolezza). Gli aspetti di ogni comunicazione sono due: verbale e non verbale. Le parole esprimono il contenuto cosciente, invece il linguaggio del corpo esprime il contenuto incosciente, fortemente legato alle emozioni. Ogni comunicazione umana ha queste due parti, ma la comunicazione non verbale è sempre preponderante rispetto a quella verbale. Se vogliamo comunicare con qualcuno dobbiamo avere intenzione di farlo e ottenere l’intenzione dell’altro di dialogare con noi. È vero che non si può non comunicare (primo assioma della comunicazione), ma è più probabile che la facciamo bene se si adoperiamo intenzionalmente al meglio di noi. Per ottenere una buona comunicazione, cioè azzerare la noia che spinge l’altro a non voler comunicare, bisogna innanzitutto sintonizzare le due componenti di ogni comunicazione: le parole che diciamo devono essere accompagnate da una gestualità (non verbale) consona. Se diciamo di amare una donna, non possiamo manifestare con atteggiamenti corporei che non è vero. Se diciamo ad una persona di fidarsi di noi, ma la guardiamo in cagnesco, la comunicazione non riesce in quanto i livelli comunicativi non sono in sintonia. La comunicazione disfunzionale tende ad allargarsi dal privato (una coppia di giovani sposi) al pubblico. La buona comunicazione è basata su argomenti razionali: anche quando si discute le parti sono legate ai fatti e alla valutazione degli stessi. Quando invece si allarga agli altri, è indice di una emotività, spesso dovuta anche a conflitti inconsci personali non risolti, che spinge alla esasperazione. Si dice: Che tutti sappiano chi sei! Devi perdere la faccia davanti a tutti! Questa esasperazione causata all’emotività si alimenta di ragioni razionali, perché i litiganti vogliono recuperare al danno di immagine e dimostrare quindi di avere ragione. Quindi le due parti, da persone private che erano, diventano in questo modo personaggi di un vero e proprio dramma pubblico, con conseguenze prevedibili. Infatti, l’esasperazione degenera per via del fatto che ritornare al privato significa ritornare al dolore del legame in crisi. Rimanere sulla bocca degli altri significa in qualche modo affrancarsi dal dolore per vivere non la propria vita privata, origine del conflitto, ma la scena pubblica. Non solo, ma anche ritornare al buio privato della non speranza (in quanto gli altri possono anche dare sostegno nel momento della prova). Il disegno è un ottimo strumento di indagine della mente delle persone. In esso le immagini sono indicative tanto della organizzazione cognitiva quanto delle dinamiche inconsce. Molti studiosi riconoscono che sottoponendo a un bambino il disegno della famiglia si possa arguire in qualche modo se è abusato oppure ha uno sviluppo normale. Anche se il disegno non basta per capirlo con certezza: sono necessarie altre informazioni, provenienti dal colloquio, che spesso nasce dalla valutazione del disegno, e dall’analisi del bambino nella vita quotidiana o mentre gioca. Nel disegno della famiglia i minori abusati o trascurati tendono a usare tratti pesanti. Le figure hanno pochi dettagli, specie omissione di occhi, viso e arti (queste parti del corpo hanno chiara valenza relazionale, la omissione è segno che la relazione con le figure disegnate è problematica), uno o entrambi i genitori sono omessi (difficoltà di relazione con uno o entrambi di essi), il personaggio di sé stesso non è inserito (l’abuso lo sta annientando). Il bambino abusato fisicamente tende a disegnare personaggi senza emozioni o con atteggiamenti ostili (segno che li percepisce come mancanti di affetto o addirittura pericolosi). Nelle bambine abusate si evince che i membri della famiglia sono raffigurati distanti tra loro (segno di comunicazione difficile o che il contatto è fonte di pericolo). In alcuni casi di abuso sessuale incestuoso il bambino non riesce a disegnare la famiglia (il trauma è talmente potente che il bambino si difende negandola). Il comportamento maturo integra i diversi aspetti della nostra mente. Il bambino si fa sopraffare dalla emozione della paura.

L’adulto la domina con la razionalità, senza però penalizzare del tutto l’aspetto inconscio. Dentro di noi persiste il nostro Io Bambino, come lo chiama l’analisi transazionale, che è una porzione di esperienza interiorizzata relativa alla nostra infanzia. Quando affrontiamo una difficoltà, occorre evitare di comportarci da bambini, ma possiamo imparare da questo Io Bambino una lezione importante: quella di nutrire il nostro inconscio di fantasia e di piaceri semplici con lo scopo di rafforzare la nostra mente per sconfiggere la paura. L’atteggiamento di un bambino di fronte al pericolo è ambiguo: piange (viene sopraffatto dalla paura) ma poi inizia a sognare scenari felici o va alla ricerca di piccole consolazioni (l’abbraccio della mamma). Da adulti aggiungiamo la razionalità, secondo schemi cognitivi più evoluti e appannaggio di anni di esperienza. Il vantaggio dell’esperienza sta nel saper valutare razionalmente meglio ciò che ci circonda. La paura scatena nell’organismo il cortisolo che fa aumentare l’insulina con effetti deleteri sul corpo. Invece la corretta valutazione agisce in maniera contraria perché ci calma mentalmente. Se nel passato gli antenati vedevano un leone, la paura suscitava alla coscienza la sensazione del pericolo e innescava il meccanismo fisiologico del difendersi o del fuggire. Anche oggi questo meccanismo arcaico è funzionante: reagiamo a un terremoto spaventandoci prima e poi fuggendo da casa. Ma nel mondo moderno le cose che ci fanno più paura sono imprevedibili e non racchiuse in un solo contesto e momento, come il terrorismo o le epidemie. Di fronte a questi scenari non possiamo né combattere né fuggire. Ma allo stesso tempo abbiamo paura. Allora questa paura si è trasformata nel mondo moderno in un blocco all’azione. Oggi questo è il sostrato ancestrale e inconscio che ci accompagna, dipendente da un meccanismo psicocorporeo arcaico. Tuttavia alcune persone hanno sviluppato strategie coscienti che lo fanno superare. Sono le persone particolarmente resilienti, che resistono agli ostacoli, anzi li usano come punti di forza per sviluppare l’azione. Di norma chi tende a superare gli ostacoli ha un pensiero vincente, per esempio è un pensiero allostatico, per cui la sfida non è un rischio ma una opportunità. Per allostasi si intende quell’atteggiamento per cui ci si adatta al cambiamento. Anche in questo aspetto il comportamento di queste persone è un mix di inconscio e conscio. L’inconscio ereditario le spinge in un verso, ma le strategie coscienti sanno oltrepassare il passato e vedere il nuovo. La paura dipende dall’amigdala. Solo dopo il segnale arriva anche alla corteccia, quindi diviene cosciente. Quindi possiamo definire la paura con un aspetto prima incosciente e poi cosciente. Vale a dire che l’emozione della paura ha inizialmente una propria vita inconscia, prima di essere condivisa coscientemente dal soggetto. Le conseguenze somatiche della paura (come la tachicardia) sono innescate dall’amigdala. Si tratta di reazioni comuni a tutti i vertebrati. Non per nulla per Darwin la base fisiologica delle emozioni deve essersi conservata intatta lungo tutta l’evoluzione: è interessante osservare come i recettori per gli oppiacei (recettori chiave collegati ai neuropeptidi delle emozioni) sono identici nel cervello di tutti i vertebrati.

Per Gould gli organismi sono congegni improbabili, quindi non dovrebbero funzionare. L’evoluzione della specie è partita da materiale scarso e difettoso per ottenere, nel lunghissimo periodo, risultati sorprendenti mediante il tenta e ritenta. Come scrive LeDoux, se l’intelligenza pone il problema di come abbia fatto in pratica l’evoluzione a permettere un risultato così sorprendente, dall’altra parte per le emozioni, uguali nella stragrande maggioranza degli animali, il problema è inverso: come ha fatto l’evoluzione a mantenere le emozioni identiche in specie così diverse? È vero che le emozioni hanno nell’uomo un sentimento soggettivo che le accompagna, ma esse sono i mattoni elementari che mediano le interazioni comportamentali con l’ambiente utili alla sopravvivenza. Per questo l’evoluzione ha preferito lasciare le cose come stavano. Che la paura è collegata all’amigdala è stato scoperto per primo da Weiskrantz. L’amigdala è composta da 12 nuclei, implicati nella paura sono quelli laterale e centrale. Il nucleo laterale ha funzionalmente più aree. Implicati all’inizio del condizionamento alla paura sono i neuroni della parte più dorsale della regione dorsale. I neuroni dell’adiacente parte ventrale della regione dorsale sono impiegati per la memoria a lungo termine relativa alle associazioni riguardanti la paura. Il nucleo centrale dell’amigdala ha proprietà plastiche, quindi viene impiegato per l’immagazzinamento a lungo termine delle associazioni. Nei mammiferi la memoria a lungo termine della paura appresa richiede CREB. Infatti i neuroni dell’amigdala vengono reclutati per la memoria a lungo termine in funzione dei loro livelli basali di espressione di CREB. Dalla paura o dalla fobia nasce l’ansia, cioè uno stato generalizzato di inquietudine per qualche cosa. La paura deriva da un pericolo reale (paura di un cane rabbioso), invece la fobia dipende da qualcosa di non reale (la fobia di un ragno, che in realtà non può nuocerci). L’ansia è vista, dalla prospettiva della psicologia cognitiva, in maniera duplice. Abbiamo una ansia adattiva, che ci spinge alla giusta azione. Prendendo come esempio una situazione molto comune come quella di un esame, l’ansia ci viene in aiuto nel metterci in allerta all’avvicinarsi della data dell’esame. Più la data si farà vicina e più noi sentiremo l’urgenza di studiare per avere successo nella prova. L’attivazione data dall’ansia ci farà mantenere la concentrazione e il focus mentre studiamo, dandoci la possibilità di preparaci il meglio possibile. La mattina dell’esame saremo molto attivati e potremmo sentire la testa svuotata con la sensazione di non ricordare nulla, ma, una volta di fronte al foglio di carta, riusciremo a rispondere a tutte le domande. Finito il test, sentiremo il calo dell’attivazione e il peso della stanchezza – prima nascosto da uno stato di attivazione – arriverà tutto in un colpo, assieme ad una sensazione di appagamento. Ma l’ansia ha anche un aspetto disadattivo. L’idea del prossimo esame universitario ci mette in uno stato di ansia e confusione. Solo il pensiero del giorno in cui dovremo dare l’esame ci blocca lo stomaco, quando vediamo i libri sul tavolo ci blocchiamo a pensare all’ultimo esame dato e alla brutta figura con il professore. I giorni passano, studiamo ma in modo poco strutturato e sempre con la paura di non riuscire a passare l’esame. Il giorno della prova non ce la facciamo, restiamo in casa e ci ripromettiamo che daremo l’esame la prossima sessione. Uno stato di sollievo finalmente rimpiazza l’angoscia e l’ansia, torniamo a respirare. Possiamo concludere che quando l’ansia non è presente, la motivazione all’azione è molto bassa o assente, mentre quando l’ansia è pervasiva, ci possono essere reazioni di freezing o di evitamento per ripristinare dei livelli di ansia percepita come tollerabile. Questi stati hanno come esito l’incapacità di portare a termine il compito. Ma, nel mezzo, un certo livello di ansia è indispensabile per avere buone prestazioni e per raggiungere determinati obiettivi. Tutti questi processi non sono solo inconsci e non sono solo coscienti. Il compito da svolgere richiede memoria volontaria per imparare la lezione, cosa indispensabile per superare l’esame. Ma l’ansia è una attivazione mentale con meccanismi inconsci: non scegliamo razionalmente di provare ansia per motivarci l’azione, ma l’ansia viene da sé, automaticamente. Noi funzioniamo come un tutto unico, in cui conscio e inconscio lavorano insieme.

La psicologia evoluzionistica tenta di coniugare i concetti dell’evoluzionismo con i dati che abbiamo ottenuto sulla mente. I comportamenti umani sarebbero il risultato dell’evoluzione. Un atto estremo come l’omicidio sarebbe esprimibile in chiave evoluzionistica come il tentativo di togliere di mezzo un avversario alla propria sopravvivenza e alla propria preservazione genica. Da queste idee è nato un approccio, di per sé variegato, detto psichiatria evoluzionistica, che cerca di chiarire le malattie mentali tradizionalmente intese secondo modelli evoluzionistici. Secondo uno di essi, uno specifico ambiente del passato ha determinato l’evoluzione di una funzionalità mentale, ma al giorno d’oggi l’ambiente è mutato e quello che nel passato era normale oggi appare come patologico. Pensiamo ancora all’ansia. Quando nel passato mancavano drasticamente le risorse materiali per la sopravvivenza o venivano i leoni nel villaggio, l’ansia è nata per far fronte attivamente a pericoli del genere. Nello scenario attuale però i comportamenti ansiosi si coniugano male: per esempio in contesti di urbanizzazione e di esibizione dello status, andare in giro per la città urlando presi dal panico viene scambiato per un comportamento assurdo, anche se biologicamente derivante da una attivazione funzionale alla sopravvivenza: essere molto preoccupato per un pericolo incombente. Certamente l’uomo non vive solo di ragione cosciente, esprime anche un modo di essere determinato da memorie ancestrali, sedimentate nell’inconscio. Da una parte la razionalità serve per vivere in contesti sociali, seguendo regole ben accettate dal gruppo, ma dall’altra molti comportamenti sono determinati altresì da cause non razionali, ataviche, inconsce. Quando mangiamo, la società ci insegna a porre un freno volontario e cosciente sulla quantità di calorie ingerite, ma la predilezione che abbiamo per gli zuccheri si spiega tra l’altro con la memoria atavica di assumere sostanze molto energetiche funzionali all’attività in vista della sopravvivenza.

Guidano parla della organizzazione cognitiva, vale a dire l’organizzazione di conoscenza dei processi individuali che si delinea in maniera progressiva nel corso dello sviluppo mediante la quale l’individuo costruisce i propri significati personali. Per significato personale si intende il modello con cui l’individuo organizza i dati dell’esperienza e vede sé stesso nel mondo. Per esempio, oltre all’ansia patologica, possiamo avere una organizzazione di significato ansiosa (detta anche fobica). Mentre l’ansia normale è una reazione psicocorporea a un pericolo reale o a un evento problematico (come un esame) e mentre l’ansia patologica corrisponde a una destrutturazione dello psichismo, il tratto fobico della personalità è un modo di essere stabile della personalità normale. Da bambino questo tipo di persona ha avuto un attaccamento insicuro alla madre. Se la madre non risponde adeguatamente alle esigenze del bambino, questi non si fida del tutto di lei e non vi si attacca in maniera sicura, sviluppando in futuro una personalità ansiosa. La personalità ansiosa risponde agli eventi incerti della vita con la paura. Essendo una organizzazione di significato, il tratto fobico funziona su due versanti: cosciente e incosciente. Ha una visione del mondo concepita in termini coscienti come pericolosa e infida, ma la sua insicurezza di base deriva da quell’attaccamento insicuro con la madre, sedimentato nell’inconscio e la alimenta di continuo. L’approccio della localizzazione (per cui solo un’area cerebrale è deputata a una singola funzione) è stato messo in discussione ampiamente nel panorama attuale delle neuroscienze, per una ragione neuroanatomica (i neuroni formano collegamenti anche in punti molto lontani, per cui in sé non ci sono neuroni di una specifica area) e per una ragione neurofisiologica (un neurone per funzionare metabolicamente e nella trasmissione dell’impulso ha bisogno dell’apporto corporeo con glucosio e grassi e dell’apporto dei neuroni con i quali fa sinapsi). Oggi si parla precisamente di Connettoma (Spoms 2005). I neuroscienziati hanno studiato a fondo le nostre memorie implicite. L’abitudine è la più semplice, come quando un gatto impara il movimento preciso per ritrarre la zampa da uno stimolo doloroso. Se a breve termine, deriva da una depressione pre-sinaptica dovuta a riduzione di rilascio di glutammato (depressione omosinaptica). L’abitudine a lungo termine coincide con una diminuzione del numero delle sinapsi del 30%. Il condizionamento è più complesso e si struttura come l’associazione tra due stimoli (il cane emette salivazione quando vede il cibo e poi quando sente il campanello che è stato associato al cibo): neurologicamente avviene una facilitazione coordinata nella trasmissione sinaptica. Invece nella memoria implicita a lungo termine, che conserva traccia di procedure articolate, vi è anche una attivazione genica: c’è innanzitutto un aumento della produzione di AMP ciclico dovuto all’aumento di rilascio della serotonina, avvengono poi reazioni a catena che portano alla attivazione di due geni che attivano la sintesi proteica per la formazione di nuove sinapsi deputate alla memoria.

Il concetto di memoria implicita è molto più esteso, fino ad arrivare ad essere una funzionalità fondamentale della nostra mente. Le prime esperienze sono immagazzinate dal neonato fino ai 24 mesi nella memoria implicita, della quale non è consapevole. La memoria implicita è la base della nostra valutazione del pericolo. Gli stimoli sensoriali arrivano al cervello, precisamente nel talamo, che è il loro luogo di smistamento: una via neuronale invia gli impulsi nervosi alla corteccia (dove avviene la consapevolizzazione), un’altra via neuronale invia gli impulsi verso il basso, in strutture sottocorticali della memoria implicita, come l’amigdala, che valuta il pericolo. Se lo stimolo è valutato come pericoloso, l’amigdala attiva autonomamente le reazioni corporee senza passare per la consapevolezza data dalla corteccia. Se lo stimolo non è pericoloso, abbiamo il passaggio anche per la corteccia, cosa che comunque avviene dopo. È per questo motivo che se siamo punti da un’ape ritraiamo la mano senza pensarci, ma ce ne accorgiamo subito dopo. La cognizione, cioè la capacità di conoscere e risolvere problemi attraverso il ragionamento cosciente, è una delle facoltà della coscienza, accanto alla volontà e al sentimento. Quando risolviamo un calcolo come 2 + 2, siamo coscienti di farlo e sappiamo che il risultato è 4. Ma deve esserci una facoltà anche inconscia che ci permette di processare informazioni. Il primo a scoprirlo è stato Helmholtz. Attraverso i suoi esperimenti ipotizza che tra la sensazione e la sua presa di coscienza ci debba essere un grande lavoro cerebrale. Egli scopre infatti che c’è un relativamente lungo lasso di tempo tra la sensazione e l’arrivo al cervello dove avviene la consapevolizzazione. Tale conduzione attraverso i nervi del segnale avviene con lentezza e implica attività cognitive delle quali non siamo consapevoli. Da ciò nel tempo si è arrivati a ipotizzare la presenza di una sorta di inconscio cognitivo. Non solo, ma i neuroscienziati attribuiscono alla cognizione cosciente e alla cognizione incosciente correlati neurali diversi. Oggi l’attenzione è posta anche sulla negligenza unilaterale, che consegue a lesioni del lobo parietale destro. Questi soggetti hanno una vista normale ma ignorano la presenza di oggetti nella parte sinistra. In un esperimento sono sottoposte due immagini di una casa, la parte sinistra di una casa è in fiamme. Richiesto se osservano differenze tra le due case, rispondono di no. Ma quando si chiede loro in quale casa vogliono andare ad abitare, scelgono la casa che non brucia. Quindi loro percepiscono la parte sinistra e sono in grado di ragionare in quei termini, ma solo inconsciamente, in quanto non ne hanno la consapevolezza. Quindi ci approcciamo al mondo che ci circonda e lo conosciamo in base a meccanismi consci e inconsci. Sta proprio nell’inconscio cognitivo la ragione che ci spinge a selezionare alcune informazioni e non altre e a elaborarle in maniera soggettiva. Ma, dall’altra parte, il livello di vigilanza, cioè la concentrazione che mettiamo coscientemente, è la parte consapevole che regola il processo.

(continua…)

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha dato alle stampe 30 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.

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Categorie: Psicanalisi

Pubblicato da Marco Calzoli il 17 Aprile 2020

Marco Calzoli

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha dato alle stampe 32 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.

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