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Mascherine, museruole e post verità – Roberto Pecchioli

Mascherine, museruole e post verità – Roberto Pecchioli

Esci di casa e, se hai ancora gli occhi collegati al cervello, ti è tutto chiaro. All’angolo, la coda per entrare al supermercato, gente rassegnata, silenziosa e distanziata; un incaricato della catena di distribuzione fa il caporale di giornata, allontana chi si approssima e impedisce, inflessibile, l’accesso. Si gode il suo grottesco potere, come in un vecchio film di Totò, Siamo uomini o caporali. Caporali, principe De Curtis, non dubiti. Tra la gente, prevalgono i volti coperti da mascherine; più in là, una signora di cui si distinguono solo i capelli, tra maschera e occhialoni, porta in giro il cane con guinzaglio e museruola. Mascherine e museruole, ecco l’immagine, unita a quella degli sgherri felici di poter, finalmente, mettere in fila i loro simili. Fai qualche altro metro, e una pattuglia di vigili urbani chiede con fiero cipiglio a un vecchio dove stia andando. Ha due sacchetti dell’immondizia, scuote la testa e con ammirevole presenza di spirito propone ai cantonieri di gettare essi stessi la spazzatura nei vicini cassonetti, badando a separare i rifiuti misti da quelli di carta e cartone.

A questo è ridotto l’orgoglioso homo sapiens, con tutta la sua scienza, la supponenza e l’immensa superiorità che ostentava sino un mese e mezzo fa. Accetta di non vivere – qui e adesso – per non morire (forse). Tutta colpa di un virus, certo, ma le cose sono un po’ più complicate. Maschere che diventano museruole, caporali che impartiscono ordini, città spettrali, la paura, uomini e topi, e il sorriso amaro di chi, invecchiato, canticchia come all’asilo: casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. Non mettiamo in dubbio la necessità dell’attuale serrata generale: da che mondo è mondo, davanti alle malattie contagiose, i sani si rinserrano, rinchiudono i contagiati, costruiscono muri. Un amico ci ha mostrato un avviso relativo alla tragica “grippe” del 1918, che sterminò più europei della guerra in corso. Le stesse prescrizioni, i medesimi consigli con un secolo di anticipo, meno la chiusura del mondo.

Sarebbe uno spettacolo istruttivo, se non ci fossero i lutti e le sofferenze al tempo del moto perpetuo, dei ponti da costruire e dei muri da abbattere, della retorica cosmopolita e della libera circolazione obbligatoria, metafora della felice condizione del migliore dei mondi possibili. Puff, tutto svanito, una gigantesca bolla di sapone, il virus corre a 5G e non esiste comando della Matrix globale in grado di bloccarlo. Si aspetta il miracolo: habemus vaccinum, presto qualcuno, un nome a caso, Bill Gates, darà l’annuncio. Chissà quali sostanze, quali intrugli con effetti a lungo termine sui popoli aggiungeranno alla prodigiosa pozione. Ma che importa, tutti in fila a braccio scoperto in attesa della siringa liberatrice, meglio se accompagnata da qualche chip a radiofrequenza, così, tanto per monitorare, verbo passepartout, parolina magica che apre ogni porta e cela indicibili verità.

Per ora, siamo tutti fieri difensori del nostro lebensraum, lo spazio vitale, grottesca geopolitica di salvaguardia individuale. L’uomo torna ai fondamentali, la lotta per la sopravvivenza, la paura, il vicino è un nemico, il respiro altrui preoccupa. Tutto vero, ma, “benché il parlar sia indarno”, si rende necessario ridare fiato al pensiero critico, abbandonare la stupida retorica ufficiale dell’”andrà tutto bene”, la più comica, rassicurante fake news clamorosamente contraddetta dai bollettini quotidiani e dal fondato terrore di una spaventosa crisi economica. Per una volta, usciti di casa e osservato il desolato panorama, pensiamo anche al dopo, se potremo viverlo. Le mascherine si trasformano in museruole, nella marcia trionfale della post-verità. Dovunque nel mondo, in sinistra contemporaneità e con modalità pressoché identiche, i governi chiamano menzogna ogni notizia non filtrata da loro e dalle sacre “istituzioni”.

La censura e la sorveglianza intensificate mirano a controllare le masse e non sono destinate a sparire quando la minaccia sparirà. Non stiamo per strada, le comunicazioni sono limitate, i dispositivi che portiamo in tasca sono soggetti a sorveglianza sempre più invasiva. Naturalmente ci sono persone in buona fede che vogliono proteggere le persone dal virus, ma dove c’è potere e paura, esiste un programma per togliere la libertà. Messaggio difficile da far pervenire alle masse terrorizzate, ridotte a istinto di conservazione, nuda vita biologica, ma in tempi di menzogna, dire la verità è un atto rivoluzionario. La narrazione ufficiale è la seguente: I metodi di sorveglianza di massa potrebbero salvare vite umane in tutto il mondo, consentendo alle autorità di tracciare e frenare la diffusione del nuovo coronavirus con velocità e precisione senza precedenti. Lo dissero anche a proposito delle misure eccezionali contro il terrorismo, con i risultati che conosciamo.

Ugo Mattei, teorico dei “beni comuni”, ha descritto i droni che volteggiano sopra le nostre teste con una felice immagine: uccelli che ti fotografano a tua insaputa. Spiano non terroristi o malviventi, non trafficanti di uomini ma pescatori, cercatori di funghi, uomini e donne a passeggio. I commenti sulle reti sociali fanno presagire un ulteriore degrado civile: maledizioni, delazioni, auguri di morte. Tempo di sicofanti che accusano il vicino, il conoscente, il collega. Nei momenti gravi, emerge il meglio e il peggio della natura umana. Rimaniamo disgustati, anzi demoralizzati dall’egoismo da ratti di tanti criceti in gabbia. Il presente è la concretizzazione delle peggiori distopie letterarie, ma corrisponde agli auspici dei potenti, i Rothschild, Soros, Bill Gates, che intimano controllo, isolamento e vaccini con supporto di microchip.

Questo non significa una lettura complottistica per attribuire loro tutte le nostre disgrazie. Significa che l’oligarchia dominante approfitta della situazione – le tragedie sono sempre una magnifica occasione per qualcuno – per far avanzare la sua agenda di controllo e dominazione. Le campagne governative, dietro le quali c’è la manona del livello alto del potere, avvertono di notizie false, “bufale” che circolano in rete, (dis)informazioni pericolose sul contagi. Facebook è in grado di controllare la circolazione di certi messaggi su Whatsapp, in maniera da limitarne la diffusione. Basta poco: la messaggeria fa sì che una comunicazione si possa condividere con uno solo dei contatti, anziché cinque. Il gigante di Zuckerberg non legge, né seleziona i messaggi, almeno così assicura: sarebbe censura! Può limitarsi a quelli che stanno diventando, come si dice, “virali”. Qualcuno farà circolare l’ultima barzelletta o una fotografia piccante, ma i più sono messaggi critici con i governi e il potere in tempo di coronavirus. Così, pervertendo la realtà, considerando fake news, bufala, ciò che diventa voce di popolo, arriva, senza parere, la censura.

Dalle mascherine si passa alle museruole, tra gli applausi di masse raggelate dalla paura della morte – tornata alla ribalta dopo essere stata nascosta, silenziata, negata per decenni – e la collaborazione attiva dei delatori appollaiati sul balcone. Un libro fortunatissimo è Venti lezioni, dell’americano Timothy Snyder. La prima delle lezioni, il cui titolo originale è On tiranny, Sulla tirannia, prescrive di non obbedire in anticipo. “Un cittadino che si comporta in questa maniera sta insegnando al potere ciò che esso sarà capace di fare.” E’ assolutamente vero. La tirannia più insidiosa non s’impone con la violenza, ma acquista potere attraverso i nostri cedimenti progressivi. La rana bollita a fuoco lento non si avvede del suo destino e reagisce quando è troppo tardi. Snyder avverte che chiunque sia in grado di fare breccia nella nostra sfera privata può umiliarci e distruggere a suo piacimento le nostre relazioni. Abbandonare i fatti è abbandonare la libertà, dice, concludendo però con una frase grottesca: la post-verità è pre-fascismo.

Ahi, ahi, ci risiamo con il fascismo immenso ed eterno, sentina di ogni male, definizione buona per tutto ciò che non piace, metafora del Male, nero come la morte. Come sempre, chi è padrone del linguaggio, se la canta e se la suona. Battere il nemico assente è un gioco da ragazzi. Se tuttavia osserviamo in controluce, ci accorgiamo che talvolta confessano. Post-verità fu eletta parola dell’anno nel 2016 dall’Oxford Dictionary. Da allora non si fa che parlare di false notizie, ossia di vere menzogne. Il potere attribuisce la falsificazione ai suoi oppositori, agendo come ci avesse aperto gli occhi all’improvviso sul potere dell’informazione e della disinformazione; sull’uso che se ne può fare a livello politico ed economico; sulle potenzialità e i rischi legati ai nuovi media e alle nuove tecnologie. In sostanza, ammette l’imbroglio, semplicemente spostandolo al lato opposto.

Il loro fascismo eterno, l’urfascismo di Umberto Eco, ha un padre, l’antagonista di Socrate in un dialogo della Repubblica di Platone, Trasimaco, il quale, da disincantato uomo politico, definisce la verità come l’utile di chi è potente. Il potere ha la forza per imporre la sua versione, che diventa verità. Nel mondo di oggi, peraltro, la verità è bandita in favore dell’opinione, dell’interpretazione, del relativismo; è sostituita dall’esattezza scientifica, dalla tecnica, dal modello matematico. Il potere ne dispone, dunque esso stesso è la verità. Possiede le conoscenze psicologiche e antropologiche per ingannare, ricorrendo ai meccanismi neurocognitivi alla base delle trappole mentali che ci portano a distorcere i dati di fatto. Lo sapeva benissimo Lee Mc Intyre, autore del saggio intitolato Post verità, l’inventore del termine. E’, se letto in filigrana, una vera e propria confessione. La post verità si rivela per quello che è: un contesto in cui la falsificazione vince in quanto a nessuno – tanto meno al potere – interessa la verità. Quando si mente, si cerca di convincere qualcuno che quel che si sostiene è vero. Con la post-verità, ciò è irrilevante. Non occorre sforzarsi di ingannare. Non si devono costruire prove false. Quel che conta è avere la forza di imporre la propria versione, indipendentemente dai fatti. Basta ripetere concetti semplici e accattivanti, anche se infondati, con tutta la forza della comunicazione.

E’ ciò che il potere fa da sempre, dai tempi di Platone e dell’argomento di Trasimaco. Mc Intyre finge di svelare l’arcano della post verità, ma in realtà gioca nella squadra dell’oligarchia, di cui è membro influente. La sua conclusione è chiara: bisogna credere solo alla scienza. Nessuno neghi l’evoluzione, la natura antropica del cambio climatico o si azzardi a sospettare di certi vaccini. Post verità, per lui, è tutto ciò che non si accorda con l’orchestra ufficiale. Basta con le affermazioni non provate, con le opinioni al posto dei dati. Anche chi vuole più sicurezza mente: distorce i dati sulla criminalità. Salga dunque al potere la statistica, specie se può essere controllata, adattata, piegata a modelli matematici – i nuovi evangeli – in grado di sostenere le tesi del potere che, si badi, non sono più tesi, ma verità. La post verità sfocia in un nuovo, obbligatorio illuminismo scientista, che rigetta lo statuto di ideologia, rovesciandolo sull’avversario. Ideologico è il dissidente, ovvero il portatore di post verità; noi, il potere, il sistema, siamo scienza, oggettività, esattezza. Mc Intyre sta per dare alle stampe un nuovo testo, intitolato Scientific Attitude, metodo scientifico. Il cuore della scienza è l’esattezza che si fa verità, asserisce, nessuna teoria, al contrario dell’ideologia che anima le post verità (altrui).

Chi nega le verità scientifiche o sostiene pseudoscienze può negare anche qualsiasi altro dato di realtà. Chi è attaccato a un’ideologia farà qualunque cosa per difendere dalle critiche le idee a cui è affezionato. Per questo occorre diffondere l’attitudine scientifica, ossia l’adesione ai fatti per contrastare la post verità anche in ambito politico, conclude. Chi controlla la catena dell’informazione e della cultura, non casualmente è anche proprietario delle più importanti tecnologie, impone il linguaggio e decide quali sono i fatti. A tutti gli altri, la trascurabile maggioranza, resta la scelta tra l’adesione acritica o l’ingresso nel girone infernale dei mentitori, dei diffusori di false notizie, dei venditori di post verità. L’inversione è compiuta, i ruoli si rovesciano, il perdente, nella lotta per la “narrazione” non ha semplicemente torto, è un malvagio, un immorale da bandire in nome della verità. Quella di Trasimaco.

Al tempo del coronavirus, chiunque dissenta, chieda di conoscere i dati sulla mortalità negli anni precedenti all’attuale, non sia convinto dell’origine del contagio da un pipistrello dispettoso, non sia d’accordo con le misure dei governi – pressoché identiche ovunque, dunque almeno sospettabili di una regia occulta – va bandito e condannato. E’ un nemico pubblico, addirittura un nemico della vita, forse un potenziale genocida. I Buoni insorgono, arriva la cavalleria, come nei vecchi film western, e tutto è pronto per il lieto fine in cui “andrà tutto bene”. Avremo il vaccino, sarà obbligatorio, nessuno chieda la vera composizione, salverà grandi e piccini, i malvagi saranno puniti. Lo sapeva un vero giacobino, un devoto della Dea Ragione, il Saint Just, a cui è attribuita la frase, rivolta al re detronizzato, “non siamo qui per giudicarvi, ma per condannarvi”.

E intanto trascorre un altro giorno di blocco totale. CI siamo adeguati alla mascherina, ci abitueranno facilmente alla museruola, il distanziamento sociale avrà la forma e la lunghezza di un guinzaglio. In virus, post veritas, nel virus, la loro post verità.

 

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Roberto Pecchioli il 18 Aprile 2020

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