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L’Urvolk della Cultura megalitica e del bicchiere campaniforme: un’Europa indoeuropea ab imis – Alessandro Daudeferd Bonfanti

L’Urvolk della Cultura megalitica e del bicchiere campaniforme: un’Europa indoeuropea ab imis – Alessandro Daudeferd Bonfanti

In queste poche righe riassumerò molti anni di studio condotti con profonda passione e grande perizia, palesate esse nella dovizia di dati. Cercherò ad uopo di essere molto semplice e spedito nella descrizione di quei popoli che nell’antica età calcolitica diffusero in Europa la loro cultura e spiritualità, ancor oggi ben visibile nelle loro architetture funerarie note nelle specifiche forme di dolmen, menhir e cromlech. Vi è già stata una notevole produzione letteraria su questo specifico argomento, ben visibile nelle innumerevoli biblioteche e librerie sparse nel mondo, siano esse operanti nel ristretto ambito accademico (dove molto spesso la miopia intellettuale è sovrana), siano ora esse aperte al grande pubblico tramite forme di fruizione molto più accessibili -sebbene molte volte non tanto ”accettabili” per impostazioni e per contenuti-. Se la fruizione accademica risulta molto ‘’ostica’’ nelle sue specifiche impostazioni (ossia nell’output metodologico e divulgativo), e molto spesso ‘’miope’’ nei contenuti (ossia nella scelta dei dati destinati alla divulgazione), quella dei circoli culturali aperti ad un pubblico molto più vasto ma ”non iniziato” mostra di perseguire sic et simpliciter lo specifico interesse di quegli ”studiosi”, dei quali molti sedicenti tali, abili nell’arrogarsi una certa vana gloria, al fine di conseguire ampi successi commerciali, favorendo soprattutto la vittoria ideologica di quelle lobbies moderniste, anti-tradizionali e New Age, che li usa per questi precipui scopi di disinformazione. Ma la Storia, o meglio dire la Preistoria in questo caso, è un’altra, e qui in breve ve la racconto. Gli Indoeuropei, ossia quelle popolazioni che si autodefinivano Aryos ”Signore/Nobile” (evincesi dal metodo delle aree laterali), e dunque da non definirsi solamente gruppo linguistico come taluni vorrebbero far credere con le loro insistenti elucubrazioni, nel corso dei millenni si sparsero attraverso un continuo ed intenso Voelkerwanderung dalle loro sedi ancestrali nord-europee, dando vita nel tempo ad una miriade di civiltà conosciute nel corso della storia come cultura greca, romana, persiana, hindu, scito-sarmata, celtica, germanica, slava etc. (ovvero tutti i popoli parlanti dialetti indoeuropei, di cultura e spiritualità –Weltanschauung–  indoeuropea). Ma non tutti abbandonarono le sedi nordiche ancestrali, trattenendosi ivi alcuni per altro tempo e magari migrando a piccole ondate nei tempi successivi. A sua volta, da altre sedi già colonizzate, alcuni popoli indoeuropei migrarono verso altre aree dell’Europa e dell’Asia, creando quei movimenti di popolo, di lingua e cultura materiale (funeraria in questo specifico caso) noti come Kurgan waves, la cui denominazione fa riferimento alle tombe-tumulo presenti in gran numero nelle steppe russe delle aree settentrionali ponto-caucasiche, tra Mar Nero e Mar Caspio. Trattasi però di riflussi indoeuropei secondari e non originari come Marija Gimbutas et alii hanno sempre e ciecamente sostenuto[1]. Da aggiungere anche il sostegno di Lord Colin Renfrew nel suo libro Archeology and Language (Londra, 1987)[2] a quanto ipotizzato dalla lituana Gimbutas, secondo la quale ‘’il complesso del vaso campaniforme, una diramazione della Cultura di Vučedol, continuò le caratteriste dei Kurgan …’’, cosa, questa, davvero fantasiosa, poiché la Cultura balcanica di Vučedol ha avuto origini e sviluppi assolutamente opposti (a sua volta derivata dalla Cultura di Baden, quest’ultima a sua volta dalla Cultura di Lengyel), in totale disincronia dunque con quella del bicchiere a campana, essendo quella balcanica un’evoluzione culturale tipicamente proto-illirica, sempre ed assolutamente indoeuropea, alla quale hanno partecipato quei Siculi rimasti nell’antica sede, dopo la prima migrazione di Siculi e Liburni nell’Italia centrale, i quali diedero impulso alla Cultura rinaldoniana (questo è esaustivamente dimostrato nei miei 3 libri sui Siculi) e poi proto-appenninica. Addirittura, David Anthony, basandosi sempre sugli enunciati della Dottoressa lituana, espose la teoria che indicava la Pannonia, ossia la regione pianeggiante ungherese, come focolaio di questa facies, essendo essa ‘’discendente’’ della ‘’terza ondata kurgan’’ dei popoli delle steppe russe della Cultura di Jamna[3]. Ovvero di male in peggio. Mi occorrerebbero molte pagine per sanare queste aporie, per cui rimando ai miei scritti.

Questi popoli dei tumuli/kurgan erano i parlanti dialetti indoeuropei satəm che dopo la migrazione ancestrale verso Sud-Est da Nord si riversarono in parte nuovamente verso Ovest, trovando nell’area carpatica un luogo di incontro e scontro, e dunque di nuova propulsione e nuovo irradiamento, come se il perimetro carpatico fosse un occhio del ciclone degli spostamenti delle stirpi arie. Purtroppo non posso inoltrarmi in questi ambiti, altrimenti indurrei il lettore ad una terribile emicrania dovuta all’assimilazione di un’enorme mole di dati. Al momento mi basta dirvi che tutto questo è stato esaurientemente esposto nel mio libro Historia Siculorum: popolo ario venuto dal Nord, e poi ripreso in forma sistematica nei due saggi successivi Siculi indoeuropei: le origini nordiche dell’Ethnos, Tomi I e II.

 

 

 

 

 

Il megalitismo europeo, inteso esso come manifestazione cultuale uranica del passaggio alla sfera celeste dello spirito del defunto, e dunque come casa terrena e portale per il trapassato, ha un’origine remota che accomuna tutti i popoli indoeuropei sparsi in tutta l’Europa sin dalla più remota preistoria del continente. Nel Sud della Scandinavia, in Danimarca, nel Nord della Germania e nella Pomerania polacca si svilupparono a partire dal Mesolitico diverse culture succedutesi l’una dopo l’altra e conosciute in Archeologia come Cultura di Maglemose, Cultura di Ertebølle (villaggio della Danimarca), Cultura del vaso imbutiforme[4] (Trichterbecherkultur dal 4000 al 2700 a.C. circa), le due Culture sovrappostesi della ceramica cordata/ascia da combattimento e dell’anfora globulare (dal 3200 fino al 1800 a.C., quindi durante il tardo neolitico, il calcolitico e la prima età del Bronzo) ed infine quella che ha interessato anche la Sicilia nel corso del III millennio a.C. con i noti dolmen e la tipica cultura materiale, ossia la Cultura del bicchiere campaniforme, diffusasi dal Centro-Nord Europa a partire dal 2900/2800 fino al 1800 a.C. A partire da questa sede nordica ancestrale nel remoto mesolitico si sviluppò e si diffuse gradatamente nel resto dell’Europa un modello funerario particolarmente adatto alla religione dei popoli indoeuropei, una stirpe patriarcale, patrilineare, guerriera[5] e volta ai culti solari e celesti, di cui lo Svastica ne è il simbolo: in pratica un ethnos totalmente opposto alla mentalità sciattamente borghese di questa modernità scimmiottata da femministe, da invertiti, da comunisti hollywoodiani, da spacconi edonisti e da capitalisti depilati e tutti impomatati. Un popolo, gli Indoeuropei, la cui esigenza di culto dei defunti e della ciclicità della vita terrena (la visione storica ciclica in F. W. Nietzsche è tipicamente indoeuropea, contrapposta alla visione lineare dello spazio-tempo accettata dalla sinistra e dal capitalismo borghese) li portava a progettare per i propri avi una tipologia di ‘’case’’ che fossero allo stesso tempo un gate ”passaggio” per l’aldilà, un portale per comunicare in determinati momenti astrali (Solstizi, Equinozi ed i giorni sacri intermedi) con gli Dei e con i Nunzi, che poi erano i loro cari estinti. I termini dolmen, menhir e cromlech sono di origine celtica (gallese/bretone) e significano rispettivamente ”tavola di pietra [per ricordare]” (da men, che è soltanto una sineddoche strumentale di ”pietra” per metonimia dall’originario significato di ”ricordo/pensiero/mente”); ”pietra [per ricordare] diritta”; e ”ampio circolo”. Non sono soltanto presenti nelle isole britanniche, da New Grange in Irlanda a Stonehenge nel Sud dell’Inghilterra, ma giungono fino in Siberia, nell’entroterra russo (Arkaim è il sito archeologico a forma dello Svastica). I dolmen erano delle strutture trilite, costituite da tre pilastri e dalla famosa e pesantissima tavola postavi sopra, da cui il nome della struttura, e che successivamente venivano coperte di terra fino a formare un tumulo, sebbene è presente anche la variante ‘’a corridoio’’, da me definita ‘’polipede’’, ossia una struttura non più trilitica, ma costituita da due file parallele di pali litici (navata) coperti da lastre litiche (taol/daol ‘’tavola’’, da confrontare con il lemma latino tabulum), come nel caso di Mura Pregne, alle pendici del Monte Castellaccio, presso Termini Imerese, nel versante tirrenico siciliano, oppure coperti da massi grossolanamente sbozzati ed aggettanti, formanti così un struttura archi voltata, come nel caso di Cava dei Servi, nella regione montuosa iblea del ragusano, nella Sicilia Sud-orientale. Quello che noi oggi vediamo è semplicemente lo scheletro strutturale, la camera funeraria con all’interno le fosse per la deposizione del defunto e l’area per il corredo (le tombe tholoi micenee/achee ne sono una tipizzazione prettamente proto-ellenica). I menhir erano segnacoli funerari con la specifica funzione di indicare una via astrale per l’aldilà, di cui il noto sito di Carnac in Francia ne è uno splendido esempio, così come in Sicilia Nord-orientale lo sono quelli dell’Altopiano dell’Argimusco nel Messinese (a torto descritti nella letteratura scientifica geologica ‘’modellati dall’azione eolica’’, mai sinora contemplati da quella archeologica, e che su questo argomento tornerò battagliero in un altro momento, visto che nessuno ha osservato che trattasi di ortostati). Erano i menhir non tombe stricto sensu, anche se accoglievano e proteggevano nelle immediate vicinanze o all’interno del perimetro tracciato dalla loro disposizione una necropoli, ma un vero e proprio santuario all’aperto, ossia sub Divo, praticamente un temenos ”aria ritagliata per il culto”. Infine, i cromlech erano l’evoluzione templare e sempre sub Divo degli allineamenti dei menhir, avvalendosi così di chiusure trilitiche per creare un circuito cultuale senza soluzione di continuità, in cui le aperture verso l’esterno potessero fungere da punti di osservazione dei momenti astrali, siano essi solari siano essi lunari. Tutti i campi ospitanti menhir e cromlech di qualsiasi parte del continente euro-asiatico sono stati progettati dopo un lungo periodo di osservazione astrale, dalla posizione dell’astro solare al suo sorgere agli inizi delle quattro stagioni e delle fasi lunari all’interno dell’anno solare. Ma chi erano i costruttori di queste meravigliose strutture e soprattutto com’erano? Non si deve assolutamente parlare di acculturazione e dunque che diverse stirpi abbiano fatto uso della stessa concezione funeraria tramite una tecnica diffusa: linguaggi e culture a quel tempo erano di uso esclusivamente tribale, non vi erano il capitalismo, le internazionali comuniste ed altre organizzazioni lobbistiche (la più antica, famosa e longeva è stata il giudeo-cristianesimo) a livellare il genere umano all’omogeneità mediocre di oggi giorno. Gustav Kossinna aveva dunque gran ragione su questo argomento, e ciò che si pensa oggi circa i processi di diffusione ed omogeneizzazione culturale è semplicemente il frutto di un’aberrazione che aspira a distruggere la diversità presente nel nostro mondo mediante l’insana idea della globalizzazione e della bastardizzazione ad ogni livello. Un congolese può parlare inglese, ossia una lingua germanica, ma costui non sarà mai un germano, dunque un indoeuropeo, ma è tanto semplice intuire che la sua eloquenza inglese testimonia un contatto ravvicinato con genti di stirpe germanica e dunque indoeuropea. In realtà, in costui, con la soppressione della sua identità culturale, si manifesta il genocidio delle razze e dunque la perdita della ricchezza delle diversità nel mondo nostro (biodiversità umana), poiché ognuno di noi dovrebbe preservare la propria cultura, la propria lingua, la propria religione (che non sia quella di tipo ecumenico –di derivazione semita-, id est la ”globalizzazione culturale”, ossia ancora la ”distruzione spirituale”) e soprattutto l’origine della nostra singolare ed inalienabile ricchezza: il nostro sangue, il nostro patrimonio genetico. Tornando agli antenati indoeuropei costruttori dei megaliti, si può ben osservare che dalla Cultura di Maglemose[6] a quella del bicchiere imbutiforme e così via queste genti si spinsero sempre più verso Sud, dapprima tra il Reno e la Vistola, trovando come confine a Sud-Est il medio corso del Danubio, portando con sé modelli culturali e soprattutto concezioni spirituali che piano piano e spesso per esigenze ambientali modificarono di poco. Il centro carpatico, come già detto, funse da occhio del ciclone per quanto riguarda gli spostamenti dei nordici Indoeuropei, i quali giunsero fino alle coste estreme dell’Atlantico, ovvero Portogallo e Spagna, passando dalla Francia e dalla Spagna alle isole britanniche. Proprio questi furono coloro che mutarono i loro tumuli nella forma dei dolmen, dei menhir e dei cromlech a partire dalla metà del V millennio a.C. e forse anche poco prima.

Di lato a sinistra, dolmen di Lanyon Quoit, West Cornwalls, Inghilterra; a destra, complesso di menhir a Carnac, Britannia, Francia.

 

 

Di lato a sinistra, i menhir dell’altopiano dell’Argimusco, territorio di Montalbano Elicona, Messina, Sicilia; a destra, dolmen di Monte Bubbonia, Gela, Sicilia.

 

 

 

Queste popolazioni stanziate lungo le coste atlantiche erano proto-Celti, o meglio dire antichissimi antenati dei Celti, essendo in parte anche gli antenati degli ur-Celti che diedero vita alla cultura del Bronzo finale nota come Cultura dei Campi d’urne (e poi di Hallstatt e La Tène). Essi crearono tra il V ed il III millennio a.C., partendo dalle coste atlantiche della penisola iberica, della Francia settentrionale e delle isole britanniche, questa tipica facies culturale detta ”megalitica”, che ancor oggi è sorprendentemente visibile. Nel V millennio a.C. i megaliti atlantici erano eretti in contemporanea con i tumuli della Cultura del vaso imbutiforme della Scandinavia, della Danimarca, del Nord della Germania e del Nord della Polonia (Pomerania); e così fino al III millennio a.C. nel corso della Cultura dei vasi campaniformi, la quale proprio dal Nord Europa si irradiò dapprima nel versante atlantico iberico. La cultura dolmenica nel corso di questi millenni si re-diffuse anche verso Sud, concentrandosi in determinate aree mediterranee, non uniformemente ma ad enclaves, segno, questo, di barriere culturali ed etniche, ”sfociando” poi in luoghi costieri che nel Sud iberico e francese nel corso della storia sono stati luoghi di antico stanziamento celtico e dunque non iberico né ligure, giungendo anche in Corsica, nel Nord-Ovest della Sardegna, e precisamente nelle aree sgombre delle culture proto-sarde, ed infine in Sicilia centro-settentrionale. Ebbene, il bicchiere campaniforme ha seguito lo stesso percorso tracciato dalla Cultura dolmenica atlantica, interconnettendosi ad essa nel corso del III millennio a.C., essendo il III millennio a.C. il momento della diffusione della Cultura dolmenica a Sud e nelle aree mediterranee. Da non dimenticare che i temibili guerrieri dei bicchieri campaniformi erano anche sepolti in tombe a cista litica, le quali in Gran Bretagna sono state trovate nelle aree dolmeniche, come nel caso del noto ”arciere di Amesbury”, detto anche il ”Re di Stonehenge”.

 

Di lato a sinistra, menhir di Avebury, Wiltshire, Inghilterra; a destra, complesso di menhir a Marzago, Lecco, Italia.

 

 

Vere Gordon Childe[7] e Marija Gimbutas[8] avevano visto bene dunque circa l’indoeuropeità del popolo del bicchiere campaniforme ed il loro unico ‘’problema’’ consiste nel fatto che sbagliarono entrambi la determinazione sia del tempo sia del luogo di provenienza di questo popolo patriarcale e guerriero, poiché essi non si diffusero a partire dalle steppe pontiche né dall’area carpatica a Nord del corso danubiano. Questo popolo ebbe invero come centro di irradiamento l’area centrale nord-europea: la Danimarca e la fascia settentrionale dall’Olanda fino alla Germania e con successiva diffusione dapprima verso l’area atlantica francese ed iberica, oltrepassando l’Oceano verso le isole britanniche, e dopo percorrendo le vie dei dolmen verso il Sud dell’Europa. Anzi, direi di più: è stato proprio questo popolo a diffondere la facies megalitica dolmenica dall’area atlantica verso il Sud dell’Europa, ovvero in Corsica, Sardegna e Sicilia a partire dalla Francia Sud-orientale confinante con la nostra Liguria. Posso anche aggiungere che sia Mario Alinei sia Francesco Benozzo nella loro teoria della continuitas hanno trovato la soluzione, sebbene attraverso un’analisi linguistica erronea in toto, poiché non si può parlare di lingua celtica né a livello pre-dialettale né dopo le frammentazioni dialettali se non in un’epoca seriore a questa fase della preistoria[9]. Io, infatti, non condivido nient’altro della teoria esposta da Alinei e Benozzo, i quali sono giunti ad un dato certo attraverso un errore di calcolo.

E gli altri Indoeuropei intanto cosa facevano? Quelli che si spinsero a Est e Sud-Est verso la Russia modificarono questa concezione funeraria nei noti kurgan ‘’tumuli’’, proprio a partire dalla metà del V millennio a.C.; il gruppo proto-ellenico/macedone/frigio/peonio portò nel Sud dei Balcani le tombe tholoi (le celebri tombe a camera micenee); il gruppo ur-celtico diffuse il modello dei tumuli dei Campi d’urne; ed il gruppo proto-illirico, al quale appartenevano i Siculi, la nota forma della tomba a grotticella, ovvero quella camera funeraria rupestre diffusasi nella penisola balcanica ed in Italia dall’Emilia-Romagna fino in Sicilia in diverse tipologie, così come fecero anche i Sicani, che sono gli Indoeuropei noti come Paleoeuropei o Indoeuropei del gruppo a (nel mio libro vi sono tutte le analisi e le classificazioni di queste forme dialettali indoeuropee, ed i Sicani non erano né ‘’iberici’’, né ‘’mediterranei’’, né ‘’extraterrestri’’, ve lo posso assicurare). In epoca storica, il grande gruppo indoeuropeo satem dei Traci, stanziati tra le attuali Bulgaria e Romania e discendenti diretti delle Kurgan waves pontiche, costruivano tombe tumulo, ovvero kurgan, fino al tempo della conquista romana (si veda la tomba di Strelcha in Bulgaria)[10]; così come i persiani realizzavano tombe rupestri di meravigliosa fattura scultorea sulle pareti di rupi profonde ed a strapiombo, la cui forma più primitiva ricorda la tomba a grotticella sicula che si può osservare in tutta la Sicilia orientale, la Sikelia propriamente detta, e soprattutto a Pantalica. Nelle sedi ancestrali nordiche e scandinave rimase in uso la tomba a tumulo originaria, l’antenata di tutte queste forme elencate. I dolmen dunque appartengono a quella tipologia tumulare risalente alla metà del V millennio a.C. che, assieme alle altre strutture più antiche dell’area atlantica Nord-occidentale, è coeva della prima ondata Kurgan delle steppe russe e della Cultura del bicchiere imbutiforme scandinava, originatesi tutte e tre da un focolaio ancestrale comune nordico. Se si guarda bene una mappa su cui sono tracciate le aree dolmeniche, si nota subito che tutte quelle aree sono state ab antiquo occupate da popoli indoeuropei proto-celtici e subito dopo, a partire dall’età del Bronzo finale, ri-occupate per fenomeno di riflusso dai Celti propriamente detti e discendenti dagli ur-Celti; mentre le antiche sedi nordiche o aree ancestrali (la Urheimat propriamente detta) furono sempre occupate dai Germani. Nella penisola iberica queste strutture sono presenti nell’area atlantica e non nel versante meridionale prettamente iberico ‘’paraindoeuropeo’’ e/o ‘’preindoeuropeo’’, se non in piccole ed isolate aree (enclaves), e pertanto gli Iberi non furono costruttori dei dolmen. Queste strutture mancano nella Francia meridionale per un lungo tratto, emergendo verso il confine con la Svizzera e le nostre regioni di Liguria e Val d’Aosta, proprio dove si incuneavano i Celti dei Campi d’urne e poi di Hallstatt in pieno territorio ligure. I Liguri poi furono dominati dai Celti e si ritrovarono all’interno del loro ambito culturale e spirituale nelle famose Culture di Canegrate, Proto-Golasecca e Golasecca[11], quindi tra il 1200 ed il 350 a.C. I dolmen più tardi sono quelli di Crimea, nella Russia meridionale, che giungono fino al VI sec. a.C., quando ivi si stanziarono Celti (alcuni Celti, i Galati giunsero fino in Bitinia, nell’attuale Turchia Nord-occidentale e centrale). Nelle isole britanniche i dolmen più antichi risalgono alla fine del V o agli inizi del IV millennio a.C. e lì lo scheletro e la forma cranica non sembrano essere mai cambiati, mostrandosi infatti morfologicamente inalterati anche ben oltre l’arrivo di altre genti celtiche dalla Francia e dalla Spagna: il noto tipo tardonoisiano dell’Isola di Man (ben conservatosi anche dopo l’arrivo nell’isola dei Norreni)[12]. Dalla Francia Sud-orientale, confinante con l’attuale Svizzera e l’Italia Nord-orientale, queste genti raggiunsero Corsica e Sardegna Nord-occidentale, e da lì la Sicilia centro-tirrenica, irradiandosi successivamente in gran parte verso il territorio palermitano diffondendo il noto bicchiere campaniforme, i dolmen e le tombe a cista litica, con qualche sporadica fuga anche verso il versante orientale. Il corredo funerario di questa facies dalla Germania settentrionale e dalle isole britanniche fino alla penisola iberica e alla Sicilia è molto simile e sorprendentemente simile è pure la costituzione ossea e la forma cranica: il noto brassard (bracciale per l’arciere), cuspidi di frecce in selce, pugnali in bronzo, vasi campaniformi, vaghi di collane costituiti da zanne di cinghiale; ossa appartenenti ad un fisico alto e robusto, superiore a 1,70 m., con cranio dolicomorfo sfenoide, ossia con gli eurya nell’area sopra-mastoidea molto accentuati (un tipo di cranio, questo, presente anche nella facies sicana di Castelluccio), e con tendenza all’ipsicefalia (‘’cranio all’insù’’). Io stesso ho visto i crani dolicomorfi sfenoidi (forma ad incudine) durante il mio lavoro di ricerca svolto al Museo Paolo Orsi di Siracusa, osservati da tombe a cista litica monosoma; annotando anche un cranio molto antico dell’area messinese, ma soprattutto quelli della facies della Val d’Aosta e quelli britannici.

In alto a sinistra, carta di diffusione della Cultura del bicchiere campaniforme in Europa; a destra, diffusione della suddetta facies in Italia;

 

 

 

a sinistra, vaso campaniforme. A destra parte del corredo tombale: vasi a campana e brassard

 

 

Ciò che descrivono Zsuzsanna K. Zoffmann, A. Gallagher et alii, e Natasha Grace Bartels (riportato anche dal Prof. Tusa) è assolutamente erroneo e sembra incredibile come abbiano potuto riportare una simile descrizione: alta statura, costituzione robusta e cranio ”brachimorfo plano-occipitale”[13]. Un cranio simile è riscontrabile tra gli asiatici e con accentuata camoprosopia, oppure in quel fenotipo presente in Europa (soprattutto Sud-orientale) e noto come dinarico di origine pre-asiatica, il quale presenta statura alta e complessione olivastra nella sua forma più pura e dunque non alterata da ibridazioni, ma non tra questo ceppo leptoprosopo e dolicomorfo di origini nord-europee.

Di lato a sinistra, inumato della Cultura del bicchiere campaniforme esposto nel Museo diocesano di Brescia (cranio dolicomorfo, leggermente sfenoide); a destra, inumato entro cista litica, esposto nel Museo di Genova (cranio dolicomorfo, leggermente ipsicefalo;

Al centro a sinistra, particolare del cranio (morfologia) dell’inumato esposto nel Museo di Brescia; a destra, cranio brachimorfo plano-occipitale ‘’dinarico’’ (preso dal testo di H. F. K. GüntherRassenkunde des deutschen Volkes, 1922); 

 

 

in basso a sinistra, particolare della lama in rame del tipico coltello della Cultura del bicchiere campaniforme, a destra cuspidi di frecce in selce.

 

 

 

 

 

Un elemento molto importante è la posizione rannicchiata del defunto, con gambe leggermente flesse nel senso della rotazione cervicale, la quale varia sia nel tempo sia nella regione, ma facente riferimento quasi sempre al sorgere dell’astro solare. In Scandinavia queste strutture hanno mantenuto una continuità di culto e realizzazione fino all’epoca vichinga (i Norreni chiamavano il menhir con la parola norrena hogr ”alto/innalzato”, da confrontare con i termini in inglese high ed in tedesco hoch, entrambi significanti ”alto”) ed i Goti nel loro passaggio dalla Svezia meridionale alla Polonia settentrionale hanno importato altre strutture dolmeniche e ortostatiche (menhir) tra il II sec. a.C. ed il I sec. dell’epoca volgare (ai tempi di Tacito). I Celti hanno sempre mantenuto vivo il culto attorno a queste strutture fino al Medioevo, dunque fin dopo la loro cristianizzazione nelle isole britanniche. I Germani hanno sempre costruito strutture di questo tipo fino a tarda epoca antica (poco prima del Medioevo); i Celti britannici (Normandia e Inghilterra meridionale) hanno semplicemente continuato il culto degli antenati in prossimità di queste strutture, ormai inglobate nelle aree di proprietà della Chiesa, essendo esso il loro nobile retaggio (come nel caso di Avebury, nel Wiltshire); altri Celti, come quelli di Crimea, ne hanno costruiti di nuovi ancora nel VI sec. a.C. Erano questi dunque il popolo dei dolmen: Indoeuropei.

 cista litica di Butera, Caltanissetta, Sicilia.

 

 

 

Note

[1] Gimbutas M., Bronze age cultures in Central and Eastern Europe, London 1965, pagg. 274-298; Gimbutas M., The Civilization of the Goddess: The World of Old Europe, San Francisco 1991; Gimbutas M., The Goddesses and Gods of Old Europe 6500-3500 b.C.: Myths and Cult Images. New and Updates Edition, Los Angeles 1982; Mallory J.P., Encyclopedia of the Indo-European cultures, in Beaker culture, London 1997, pagg. 53-55 (si vedano anche i Capitoli TRB Culture, Middle Dnieper Culture e Fatyanovo-Balanovo Culture); Case H., Beakers and the Beaker Culture, in Christopher Burgess, Peter Topping e Frances Lynch (a cura di), Beyond Stonehenge: Essays on the Bronze Age in honour of Colin Burgess, Oxford 2007, pp. 237–254; Grace Bartels N., Beaker Problem, Department of Anthropology, University of Albeda 1998.

[2] Renfrew C., Archeology and language: The Puzzle of Indo-European Origins, Londra 1987, Cap. 3 Lost languages and forgotten scripts: The Indoeuropean languages, Old and New (nel quale riporta la nota frase di Marija Gimbutas).

[3] Anthony D.W., The Horse, The Wheel and Language, Princeton University, 2007, pag. 367.

[4] Price T. Douglas, Europe’s First Farmers, University of Wisconsin, 2000; Cunliffe B., The Oxford Illustrated Prehistory Of Europe, Oxford University 2003-2004.

[5] Bachofen Johann J., Le madri e la virilità olimpica. Storia segreta dell’antico mondo mediterraneo (introduzione a cura di Julius Evola), Milano 1949 (testo noto nella precedente edizione con il seguente titolo: La razza solare. Studi sulla storia segreta dell’antico mondo mediterraneo, ed. Roma 1940); Benveniste E., Indo-European languages and Society, Universiy of Miami 1969.

 

[6] Price T. Douglas, op. cit., 2000; Cunliffe B., op. cit., 2003-2004.

[7] Childe V. G., Man Makes Himself, New York 1951; Childe V. G., The Aryans. A study of indoeuropean origins, Londra 1926; Childe V. G., The Dawn of European Civilization, IV edizione, Londra 1957.

[8] Gimbutas M., op. cit., London 1965; Gimbutas M., op. cit., San Francisco 1991; Gimbutas M., op. cit., Los Angeles 1982.

[9] Alinei M. – Benozzo F., op. cit., n. 29, 2008, pagg. 1-67; Alinei M. – Benozzo F., op. cit., vol. XXIX, 2008, pagg. 1-67; Alinei M., op. cit., Università della Calabria 2010, pagg. 3-13; Alinei M., op. cit., vol. XXX, in Actes du Congrès ”Environnement ed identité en Mediterranée, Corte 13-16 Juin 2000” (Biguglia, Corse: Sammarcelli 2001), 2006, pagg. 1-11; Alinei M., op. cit., Bologna 1996; Alinei M., op. cit., Bologna 2000. Benozzo F. – Alinei M., The Atlantic Celts: cumulative evidence of continuity from Paleolithic, University of Utrecht 2011, pagg. 3-23; Clark G., The prehistory of Isle of Man, in The prehisoric society, II, 1945, pagg. 70-86.

[10] Heinz Siegert, I Traci, Milano 1986.

[11] Raffaele De Marinis, Liguri e Celto-liguri, in Italia. Omnium Terrarum alumna, 1988; Gianna G. Buti – Giacomo Devoto, Preistoria e Storia delle regioni d’Italia, Firenze 1974; Venceslas Kruta, La grande storia dei Celti. La nascita, l’affermazione e la decadenza, Roma 2003; Arnaldo D’Aversa, La Valle Padana, tra Etruschi, Celti e Romani, Brescia 1986; Antonio Violante, I Celti a Sud delle Alpi (introduzione di Venceslas Kruta), in series: Popoli dell’Italia Antica, Milano 1993.

[12] Benozzo F. – Alinei M., op. cit., University of Utrecht 2011, pagg. 3-23.

[13] Zoffmann K. Z., Anthropological sketch of the prehistoric population of the Carpathian Basin, in Acta Biol Szeged n. 44 (1-4), 2000, pagg. 75-79; Grace Bartels N., A Test of Non-metrical Analysis as Applied to the ‘’Beaker Problem’’, Department of Anthropology, University of Albeda, 1998; Tusa S., La Sicilia nella preistoria, Palermo 1999. Pagg. 310-311.

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Categorie: Indoeuropei

Pubblicato da Alessandro Daudeferd Bonfanti il 12 Aprile 2020

Alessandro Daudeferd Bonfanti

Alessandro Daudeferd Bonfanti, archeologo ed antropologo, ricercatore scientifico, saggista, storico, galder, designer, fotografo e compositore di musica estrema (Black metal/Death metal/Grind/Doom metal/Martial/Neo-Folk, ideologicamente correlati) è nato a Noto, cittadina della provincia di Siracusa nel lembo Sud-orientale, il 26 Agosto 1977. Ha compiuto i suoi studi presso l'Ateneo di Catania, conseguendo i titoli accademici con il massimo dei voti, ed ha lavorato presso gli enti museali della sua regione, con i quali tuttora collabora, essendo massimo esperto non soltanto della più remota preistoria siciliana, ma soprattutto della più remota preistoria europea, qualificandosi come indoeuropeista di formazione globale, ossia non semplicemente linguistica, ma abbracciando vari campi scientifici e soprattutto formulando ad uopo nuovi metodi di indagine e di analisi volti ad infirmare nuove teorie senza mai distaccarsi dagli studi dei veri grandi pionieri del settore che ebbero rinomanza e riconoscimento di grandi onori nelle accademie europee fino agli anni trenta e quaranta dello scorso secolo. Fare scienza indoeuropeistica per Alessandro Bonfanti, attento seguace evoliano e romualdiano, significa unire innanzitutto Antropologia fisica e culturale con la Glottologia e la Linguistica generale, per poi trovare altri appigli probatori nella cultura materiale dei popoli antichi, ossia tramite l'Archeologia stricto sensu. L'amore smisurato, l'inestinguibile passione e lo sfavillante ardore con cui Alessandro Bonfanti svolge le sue ricerche trovano ragione d'essere nella sua Weltanschauung ariosofica, nell'orgoglio del Blutesbund e del Volkssturm, dunque principalmente nella sua fortissima spiritualità etena. La sua ardente passione e le sue ricerche hanno avuto inizio molti anni innanzi al completamento della sua formazione accademica, che egli stesso considera ''mai attesa con soddisfazione intellettuale'' se non per meri scopi burocratici, ma sin dalla sua più tenera fanciullezza, sostenuta negli anni da frequenti viaggi nel Nord Europa (Scandinavia, isole britanniche, Islanda, Germania etc.) alla scoperta della vera Heritage aria, dedicandosi allo stesso tempo alle sue produzioni sia in campo letterario sia musicale (tra tutti i suoi progetti si ricordi l’Evolian Blackened Deathgrind act ‘’Discipline Of Hate’’, fondato sul finire degli anni ’90 nel Regno Unito). Il suo percorso iniziatico ed ascetico nella antica Tradizione indoeuropea gli ha conferito il cognomen alto-norreno Daudeferd, stando a sugellare la sacralità delle sue idee e delle sue imprese come ponte tra passato, presente e futuro, dunque come erede, guardiano e milite della Tradizione aria. Alessandro Daudeferd Bonfanti ha fondato il Centro Studi Antica Europa – La Ruota del Sole, tramite il quale pubblica i suoi saggi; per decenni ha diretto la sua label/distro fieramente nominata Heiliger Krieg, totalmente dedicata ai generi estremi, quali Black metal/Death metal/Doom metal/Martial-Ambient-Neofolk; attualmente dirige anche la sua linea d’abbigliamento per i seguaci dei suddetti generi musicali, intitolata Daudeferd: A Golden Dawn For An Iron Youth (tramite la quale distribuisce sia materiale discografico sia merchandise relativo al suo gruppo Discipline Of Hate). Con tutto ciò, reggendo alto il vessillo dell'Etnonazionalismo, ha deciso di combattere questa orribile e decadente modernità, grazie agli insegnamenti del Maestro Julius Evola, dichiarando al mondo intero Kulturkampf.

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