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L’Europa alle origini della civiltà, seconda parte – Fabio Calabrese

L’Europa alle origini della civiltà, seconda parte – Fabio Calabrese

Non dobbiamo pensare che Stonehenge, la piana di Salisbury, il Wiltshire rappresentassero una sorta di isola di civiltà in un mare di barbarie. Se ci spostiamo nel nord delle Isole Britanniche, un altro importante complesso neolitico è quello delle isole Orcadi, l’arcipelago che si trova a ridosso delle coste occidentali della Scozia, e quello che è stato chiamato il cuore neolitico delle Orcadi, che dal 1999 è stato proclamato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità, e al riguardo ci serviremo della guida fornita da Wikipedia.

Il complesso neolitico comprende il cerchio di pietre erette di Stenness, formato da caratteristiche lastre piatte, il Cerchio di Brodgar, all’incirca coevo di Stonehenge e con cui presenterebbe analogie costruttive, le tombe di Maeshowe e il villaggio di Skara Brae. Skara Brae è probabilmente unico al mondo in quanto si tratta di un villaggio di età neolitica giunto fino a noi praticamente integro. A proposito delle case di Skara Brae scavate nel fianco di collinette dette “middens”, Wikipedia riporta:

La loro principale qualità era la protezione dal rigido clima delle Orcadi. In media le case misuravano 40 metri quadri con al centro un forno necessario per cucinare e riscaldare. Dal momento che sull’isola crescevano pochi alberi gli abitanti usavano i resti delle mareggiate e le ossa di balena, con l’aggiunta di zolle erbose, per costruire il tetto delle loro case interrate.

Le case erano complete di arredamento costruito in pietra, tra cui armadi, guardaroba, sedie e ripostigli. Un sofisticato sistema di drenaggio all’interno del villaggio permetteva l’esistenza di una grezza forma di bagno in ogni casa. Sette delle case hanno un arredamento molto simile, con letti ed armadi nelle stesse posizioni. L’armadio sta sul muro opposto all’entrata, in modo che fosse la prima cosa visibile entrando in casa”.

Questi antichi scozzesi, insomma, non si facevano mancare nulla.

Ma forse l’elemento più interessante si trova nel complesso funerario di Maeshowe, dove le tombe sono posizionate in modo tale che la camera centrale sia illuminata dal sole al solstizio d’inverno. Questa caratteristica ricorda fortemente quella analoga della tomba irlandese di Newgrange. In entrambi i casi, ottenere questo effetto richiede sia una conoscenza astronomica sia un’accuratezza costruttiva da non sottovalutare, e che non testimonia certo la primitività di coloro che hanno edificato questi monumenti.

Né nulla di meno che sofisticato è rappresentato dalla tomba irlandese di Newgrange, che in realtà però non è che uno dei monumenti appartenenti alla tipologia delle tombe a corridoio che si trovano nella valle del Boyne tra le città di Slane e Drogheda.

Riprendo qui la descrizione che ne dà il sito turistico Irlandando:

Newgrange è la tomba a corridoio più famosa d’Irlanda e risale al 3200 a.c.. Delimitata da 97 pietre perimetrali, è formata da un lungo corridoio e da una camera a croce. La pietra d’ingresso è di incredibile bellezza con i triskell scolpiti ma la vera scoperta è ammirare all’interno della tomba i numerosi motivi misteriosi incisi nella pietra come caprioli, spirali, losanghe e figure geometriche.

Se l’esterno della tomba (pare di una famiglia di alto lignaggio) è imponente con il suo diametro di 75 metri e un peso pari a 200.000 tonnellate, l’interno è quasi claustofobico per le piccole dimensioni della camera interna ma soprattutto dello strettissimo corridoio che si deve percorrere per arrivarci.

Ma la caratteristica che rende davvero unico e spettacolare questo luogo è quello che avviene ogni 21 dicembre, durante il solstizio d’inverno. Dal buio più totale, la luce nei primi minuti del giorno, penetra lentamente all’interno della tomba illuminando il corridoio e infine la camera sepolcrale. La tomba così vede la luce per 17 minuti al cui scadere ritorna nel buio per un altro lungo anno”.

Riguardo a Newgrange, vediamo anche la descrizione che riporta Wikipedia:

Il tumulo di Newgrange, scoperto qualche anno prima di quello di Knowth, con il suo alto muro perimetrale di pietre in quarzo bianco e scure, è stato oggetto, specie all’esterno, di un’opera di ricostruzione archeologica più consistente, secondo una concezione di restauro che non coincide con quella attuale.

I motivi a losanga e a spirale incisi sulla magnifica pietra dell’entrata, definita una delle pietre più famose nell’intero repertorio dell’arte megalitica, includono un motivo a triplice spirale, rinvenuto soltanto a Newgrange e ripetuto all’interno della camera, che rievoca il motivo del triskelion dell’isola di Man e le spirali della cultura di Castelluccio in Sicilia. Il passaggio è lungo, oltre 60 piedi e conduce ad una camera centrale cruciforme “di sepoltura”.

La struttura, con le sue pietre perfettamente incastrate e la copertura di numerosi metri di terra di riporto, fu edificata per resistere ai millenni: in effetti la volta non ha mai lasciato passare una sola goccia d’acqua fino alla camera centrale. Al di sopra dello stretto passaggio dell’ingresso, un’apposita apertura permette, all’alba del giorno del solstizio d’inverno (21 dicembre), ad un raggio di sole di illuminare la camera centrale per 15 minuti, grazie a calcoli astronomici notevolmente precisi, non sconosciuti a diversi popoli dell’antichità”.

Noi non abbiamo a che fare con una meraviglia isolata del nostro passato, ma con la testimonianza di una cultura ricca quanto “stranamente” ignorata dall’archeologia ufficiale e dai libri di testo, vi cito di nuovo quel che al riguardo riporta Wikipedia:

Presso Newgrange, nella contea di Meath, si situa l’area archeologica più famosa d’Irlanda.  Brú na Bóinne (la dimora del Boyne in irlandese) è un’area della valle del fiume Boyne (circa 40 km da Dublino) delimitata tra le città di Slane e di Drogheda, dove il letto fluviale serpeggia in numerose anse. Qui è possibile ammirare un paesaggio archeologico unico al mondo, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: un esteso complesso archeologico con oltre 50 monumenti costruiti nel neolitico da un’antichissima civiltà contadina preceltica repentinamente scomparsa. Originariamente costruito intorno al 3200 a. C., giacque dimenticato per millenni fino al XVII secolo. È stato oggetto di una prima estesa campagna di restauri tra il 1962 e il 1975, e tuttora proseguono gli scavi archeologici.

Solo due dei siti archeologici sono attualmente visitabili, ma sono i più importanti e imponenti di tutta la zona: i tumuli di Newgrange e di Knowth. Un terzo, quello di Dowth, è oggetto di restauri (2002) e potrà essere aperto al pubblico in futuro. Si tratta di notevoli tombe a corridoio sovrastate da estese colline artificiali, tutte costruite nello stesso periodo storico.

Anche se sono comunemente definite tombe a corridoio dagli studiosi, in realtà lo scopo preciso degli immensi tumuli non è certo, malgrado essi siano stati accuratamente scandagliati. Probabilmente non fu solo, o non principalmente, funerario, ma certamente connesso alle cerimonie religiose e forse ad un culto solare. Rimangono come enigmatica testimonianza di una civiltà complessa e progredita che popolò l’Irlanda prima dell’avvento dei Celti e ben prima degli invasori Vichinghi, 6 secoli prima della costruzione delle piramidi egizie.

Il tumulo di Knowth, vecchio di oltre tre millenni, è il più ampio di Brú na Bóinne. Gli scavi archeologici hanno rivelato che questo fu un sito sepolcrale ed un insediamento fin dai tempi del neolitico, attraverso le età del bronzo e del ferro, fino ai primi anni del cristianesimo e del periodo normanno. Perduta la memoria del suo scopo originario, il luogo fu utilizzato anche nei secoli successivi e, tra le altre cose, vi fu anche edificato sopra un villaggio fortificato.

La struttura del tumulo, circondata da tumuli “satelliti” minori, è complessa: contiene due lunghi e stretti corridoi che partono agli opposti della collina e che, singolarmente, non si congiungono nel mezzo ma rimangono separati da una spessa parete di rocce, attraverso la quale è tuttavia possibile comunicare a voce. Alla base del tumulo sono stati riportati alla luce enormi massi perimetrali, molti dei quali sono scolpiti con articolati graffiti dalle forme geometriche e astratte”.

Un altro vero e proprio enigma archeologico che riguarda sempre le Isole Britanniche e la Francia atlantica, cioè in sostanza l’area dove sono sorte la cultura megalitica e poi quella celtica, è rappresentato dai forti vetrificati dell’Età del Ferro.

In quest’epoca nelle Isole Britanniche e nella Bretagna continentale sorgono delle costruzioni che sono un bel mistero, o meglio sarebbero un bel rompicapo per gli archeologi  se costoro si affannassero un po’ di più a prestarvi attenzione e cercarvi una soluzione, i forti vetrificati,  di fortezze sparse in tutta la Scozia, in Bretagna, in Irlanda, accomunate da una misteriosa particolarità sono stati costruiti con materiale siliceo dapprima in forma di edifici a  secco, tipo castellieri o nuraghi, poi sottoposti a calore intensissimo che ha fuso e vetrificato la silice trasformandoli in un blocco unico praticamente indistruttibile. A tutt’oggi le tecniche impiegate dagli antichi scozzesi, bretoni e irlandesi per produrre il calore necessario ad un’operazione di questo tipo, rimangono un assoluto mistero.

A questo riguardo, riporto uno stralcio di un articolo di Oreste Diga apparso nel 2002 su EdicolaWeb:

“Per fondere il granito ed assicurare una più efficace coesione degli elementi, si potrebbe pensare che i costruttori abbiano utilizzato dei bracieri ardenti posti ai piedi delle mura. Questa spiegazione…diventa del tutto inconsistente quando ci si rende conto che occorre raggiungere una temperatura di 1300 gradi per avviare la fusione delle rocce di granito.

In territorio scozzese sia Castle-Spynie, nell’Invernesshire, sia Top-o-Noth, nella contea di Aberdeen, costituiscono esempi di questi fortilizi, ma le costruzioni più rappresentative sono Craig Phoedrick e Ord Hill of Kissock, edificati su due colline distanti tre miglia circa l’una dall’altra, ubicate all’estremità del golfo di Moray, nei pressi della città di Inverness, di cui sembrano difendere l’accesso dal mare.

Esse appaiono, secondo la descrizione dell’archeologo Jules Marion, come un’acropoli dal tracciato regolare la cui parte superiore appiattita in forma di terrazza ovale, presenta un incavo al centro di un bacino profondo da due a tre metri, simile al cratere di un vulcano. Alla base dell’acropoli, l’intero perimetro è ricoperto da blocchi di granito vetrificato di dimensioni ragguardevoli, che dominano a picco sul lato orientale la valle del fiume Ness. Le pietre del forte, scure ed enormi, sono tenute insieme da uno strato di malta dallo spessore difforme per consistenza e formano un agglomerato talmente compatto da rendere praticamente impossibile la sua dissociazione.

I “forti vetrificati” presenti in Francia (circa una dozzina), si trovano soprattutto nella zona del fiume Creuse, ma anche in Bretagna e nella regione della Vienne. Scrive Robert Charroux nel suo libro “Civiltà perdute e misteriose”, che i più significativi forti vetrificati francesi, nella regione della Creuse, si trovano a Chateauvieux e a Ribandelle (sulla sponda opposta del fiume, rispetto a Chateauvieux). Le mura perimetrali di Chateauvieux si snodano lungo un tracciato ovale, il cui asse longitudinale misura 128 metri; il parapetto si trova sulla sommità di uno sterro spesso sette metri alla base e tre metri in cima. Su tali strutture è stato edificato un muro con delle pareti granitiche. Lo spazio fra le due pareti è riempito da una gettata di granito fuso spesso 60 centimetri per una larghezza di 4 metri, su una base di tufo. Non c’è traccia dell’uso di alcun tipo di malta. Risulta così che la parte interna delle mura sia completamente vetrificata, al contrario della parete esterna.

Analoga è la natura della fortezza della Ribandelle-du-Puy-de-Gaudy, che venne occupata dai Celti e, successivamente, da Romani e Visigoti: ha un perimetro di 1500 metri ed una superficie di 13 ettari. L’interno delle mura, in granito vetrificato, è separato dalle pareti da strati di terra di brughiera. Alcuni particolari farebbero presupporre che la costruzione fosse terminata nel momento in cui il granito in fusione veniva colato nello spazio fra le mura; oppure che il focolare usato per la fusione fosse collocato all’interno delle pareti.

Le mura di Péran (Bretagna – comune di Plédran) sembrano essere state cementate con del vetro fuso…Le pietre non sono tenute insieme dalla malta o dal cemento, bensì dalla stessa fusione. Alcuni ritrovamenti fatti proverebbero che la costruzione risale almeno a tremila anni fa”.

Veramente si resta stupefatti a considerare lo scarsissimo interesse che l’enigma dei forti vetrificati solleva negli archeologi.

I forti vetrificati sono un mistero non solo perché non è chiaro chi e quando li abbia eretti, ma soprattutto perché non è possibile farsi un’idea della tecnica usata per trasformare dei cumuli di pietre granitiche in compatte muraglie di materiale vetroso che sembrano in grado di resistere a qualunque cosa nell’arco dei secoli, tranne forse un attacco nucleare.

Una ventina di anni fa sono girate nelle programmazioni di varie televisioni private diverse puntate di una trasmissione, “Il mondo di Arthur C. Clarke” nella quale lo scrittore di fantascienza britannico autore di 2001 Odissea nello spazio, indagava su vari misteri.

 In una puntata di questa trasmissione si parlò appunto dei forti vetrificati. Un ricercatore inglese compì sotto lo sguardo delle telecamere quella che si definisce una ricerca di archeologia sperimentale: dopo aver costruito un tratto di muro simile a quello dei bastioni di un forte vetrificato scozzese utilizzando pietra locale dello stesso tipo, tentò di procedere alla vetrificazione producendo un calore molto intenso utilizzando gli stessi mezzi che si suppone fossero a disposizione degli Scozzesi dell’Età del Ferro, ossia grandi falò di legna che avvolgevano interamente la struttura ricostruita.

L’esperimento si protrasse per giorni, durante i quali i blocchi di granito furono ininterrottamente avvolti dalle fiamme, ma non produsse in alcun modo risultati conclusivi, nel senso che si riuscì a ottenere la vetrificazione parziale di alcuni blocchi, ma si rimaneva ben lontani dal creare un’uniforme struttura compatta come quella creata dagli scozzesi preistorici, e bisogna inoltre tenere presente che l’esperimento era stato realizzato riproducendo una sezione molto piccola di muro.

L’esperimento ha almeno avuto il pregio di escludere una volta per tutte che la vetrificazione dei forti possa essere stata dovuta ad incendi accidentali, o magari appiccativi da nemici durante degli assedi. Qualunque sia stata la tecnica impiegata, dovette essere usata sistematicamente e con grande perizia

Una tecnica costruttiva che oggi non siamo in grado di replicare, proprio come porre in opera gli enormi monoliti che formano i monumenti megalitici ci porrebbe considerevoli problemi ingegneristici anche con i mezzi tecnologici di cui oggi disponiamo.

 

NOTA: Nell’illustrazione, la tomba megalitica irlandese di Newgrange.

 

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Categorie: Origini

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 Aprile 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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