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L’eredità degli antenati, diciannovesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, diciannovesima parte – Fabio Calabrese

Ricominciamo dalla fine del mese di marzo a riesaminare la questione della nostra eredità ancestrale, quello che in questo periodo possono presentarci le riviste scientifiche e il web riguardo ai nostri progenitori. Diciamo subito che si nota una rarefazione degli eventi e delle scoperte riguardo ai mesi scorsi e soprattutto all’intensissimo 2019.

Sarà l’effetto del coronavirus, della pandemia che in questo periodo sta sconvolgendo tutto e tutti? Davvero non lo si può escludere. Vediamo comunque di esaminare il non molto che al momento c’è sul tavolo.

Il 24 marzo è apparso su “Pikaia, il portale dell’evoluzione” un articolo a firma di Mattia Polo che ci spiega (e appunto questo è il titolo) I Neanderthal siberiani provenivano da varie popolazioni europee.

L’articolo riporta i risultati di una ricerca già apparsa in data 27 febbraio sulla rivista in lingua inglese “PNAS” condotta in collaborazione dalla FAU – Università Federico Alessandro di Erlangen Norimberga e dall’Accademia delle Scienze di Novosibirsk sul sito della grotta Chagyrskaya nella Siberia meridionale, su reperti neanderthaliani (fossili e strumenti litici) risalenti a un arco di tempo compreso fra 59 e 49.000 anni fa (paleolitico medio).

Questa ricerca ha evidenziato che gli strumenti litici non presentano somiglianze con quelli già noti ritrovati nella grotta di Denisova nell’Altai (occorre precisare che quest’ultima, dove furono scoperti i resti di una popolazione umana fin allora sconosciuta, detta appunto denisoviana, ha ospitato in vari periodi popolazioni diverse fra cui anche uomini di Neanderthal), mentre presentano invece analogie con manufatti ritrovati in Croazia e in Baviera, in particolare nel sito di Sesselfegrotte.

La conclusione è dunque che questi neanderthaliani appartenevano a un gruppo diverso da quelli insediati a Denisova, ed erano di origine europea.

Perché è importante questo ritrovamento? Fino a Homo erectus la produzione di strumenti litici è, possiamo dire, il riflesso diretto del livello di organizzazione cerebrale, non si possono distinguere differenti tradizioni culturali che invece compaiono appunto con l’uomo di Neanderthal. In altre parole, comincia qui quella ridondanza che ci ha portati dallo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori fino alle astronavi e che finora si riteneva fosse comparsa solo con l’uomo di Cro Magnon.

Le scoperte più recenti ci inducono a rivalutare nettamente questo antico uomo a cui siamo debitori dal 2 al 4% del nostro patrimonio genetico. Abbiamo visto che le ricerche più recenti indicano che sia sopravvissuto fino a 31.000 anni fa (novemila in più di quel che gli avevamo finora concesso), e che era capace di manifestazioni artistiche, sembra si debbano a lui pitture parietali che finora erano attribuite a uomini più recenti e, come vi ho detto altre volte, poiché la sua impronta genetica è presente in noi e negli asiatici ma non nei neri subsahariani (tranne una traccia lievissima, sembrerebbe, lo 0,3% che pare dovuta a incroci relativamente recenti), io sarei tentato di attribuire ad essa quel “guizzo” in più che ha avviato europei e asiatici sulla strada della civiltà.

Passiamo ora a un ambito del tutto diverso. Io penso che tutti voi riconosciate senza difficoltà il personaggio raffigurato in quest’illustrazione: si tratta di Francesco Giuseppe imperatore d’Austria che fu il grande avversario dell’unità italiana dal 1848 al 1916. A fine marzo, il sito di aste on line Catawiki ha messo in vendita questo quadro presentandolo come un ritratto di Federico il Grande (Friedrich der Grosse) opera di artista ignoto. L’errore, alquanto marchiano, è stato poi corretto, credo proprio in seguito alla mia segnalazione (ne è stato per la verità commesso un altro, perché il personaggio è presentato come Franz Joseph, ma in tedesco Giuseppe è Josef con la f finale, mentre il ph compare nella grafia inglese del nome, e sulla tendenza molto forte che esiste oggi ad anglicizzare tutti i nomi stranieri, si potrebbe fare un lungo discorso, ma lasciamo perdere).

Va bene, vi direte, ma cosa c’entra tutto ciò adesso, considerando che rispetto alla scala dei tempi di cui ci stiamo occupando, il risorgimento è storia recentissima, praticamente cronaca?

Il fatto è che negli ultimi tempi sembra emergere una curiosa tendenza a “spostare tutto a nord”.

Dopo Omero nel Baltico di Felice Vinci, dopo Pinocchio in Scandinavia (secondo alcuni, nello scrivere la sua storia Collodi si sarebbe ispirato a un’antica leggenda norrena), abbiamo visto nella diciottesima parte che Mauro Biglino nel suo ultimo libro ha pensato bene di traslocare nel Baltico pure le vicende bibliche, e che Pizzarotti, il sindaco ex grillino di Parma ha trasformato Federico di Svevia in Federico di SveZia. Lo spostamento di Francesco Giuseppe dalla Vienna asburgica alla Berlino degli Hohenzollern potrebbe essere espressione della stessa tendenza.

A parte gli errori grossolani (ma non per questo meno significativi), c’è da chiedersi se questa non sia una reazione inconscia al tentativo di imporci una visione africanizzata della nostra storia che oggi viene da oltreoceano, se l’anima europea non reagisca, sia pure in maniera confusa, al tentativo di stravolgerla.

Una cosa penso che in ogni caso si possa dire con certezza e rappresenti un punto assolutamente non negoziabile: specialmente oggi che la guerra fredda è finita da un pezzo, chi considera la potenza d’oltre Atlantico, sempre meno caucasica ogni giorno che passa, in modo diverso da un oppressore e un nemico, semplicemente non è dei nostri.

Come avrete notato, da almeno un anno a questa parte, ho evitato su queste rubriche (prima Una Ahnenerbe casalinga, ora L’eredità degli antenati) di parlare dell’attività dei gruppi facebook, tranne nei rari casi in cui non sia saltato fuori qualcosa di realmente interessante. A questo riguardo bisogna dire che le persone che scrivono su questi gruppi, non solo si rivolgono a un pubblico esiguo di poche centinaia di membri, ma soprattutto non hanno perlopiù manifestato alcuna gratitudine per la “cassa di risonanza” superiore di almeno due ordini di grandezza a quel che potrebbero raggiungere con le loro forze, che è stata loro offerta in passato, anzi in più di un’occasione hanno dimostrato comportamenti davvero “antipatici”.

Non è il caso di fare nomi, ma sembra proprio che il fatto di poter scrivere su facebook dia a qualcuno un senso fasullo di onnipotenza.

Rispettando tutte le precauzioni del caso, tuttavia, non mi asterrò dal citare ciò che compare sui gruppi facebook solo se vengono toccate delle questioni davvero importanti.

Se vi chiedessi quali differenze ci siano fra le religioni abramitiche, quelle che falsamente sono ritenute le “grandi” religioni (ebraismo, cristianesimo, islam) e tutte le altre, un aspetto che certamente occorrerebbe mettere in rilievo, è la diversa concezione del tempo: lineare per quelle abramitiche, ciclico per le altre, che possiamo chiamare tradizionali. Eppure, anche questa distinzione non è così rigida come si può pensare di primo acchito.

E’ forse questa la considerazione più interessante che si può desumere da una recensione pubblicata in data 22 marzo su MANvantara del libro Il mito dell’eterno ritorno di Mircea Eliade.

Questo testo è forse l’esposizione più completa della dottrina del tempo ciclico e della sua suddivisione in quattro età che troviamo nei Veda e, in forme leggermente diverse, un po’ in tutte le mitologie antiche, da Esiodo agli Indiani d’America, dottrina che è un po’ il fulcro di tutto il pensiero tradizionalista ed è stata ripresa nell’epoca moderna dagli autori che si rifanno a questo filone di pensiero, Julius Evola in primis, ragion per cui ora mi asterrò dal ripetere quel che suppongo la maggior parte di voi sappia benissimo.

Ora prescindiamo dal fatto che il titolo dell’opera di Eliade non è forse estremamente azzeccato, perché “Il mito dell’eterno ritorno” sembrerebbe piuttosto un riferimento all’opera di Friedrich Nietzsche che non è esattamente su questa linea di pensiero, forse l’aspetto più interessante è che da buono storico delle religioni, Eliade osserva che questa distinzione fra dottrine tradizionali del tempo ciclico e religioni monoteiste del tempo lineare non è così netta, infatti nel cristianesimo e nel mazdeismo (ma non nell’ebraismo e nell’islam, pare di capire) si conservano tracce della concezione ciclica del tempo, nelle tendenze millenaristiche e nell’idea della parusia, cioè di un rinnovamento epocale che a un certo punto dovrebbe intervenire per riportare sulla terra il regno di Dio, concetto che non è troppo distante da quello del ritorno al Satya Yuga o età dell’oro.

Riguardo al mazdeismo, si tratta dell’antica religione persiana fondata da Zoroastro o Zarathustra (da non confondere con l’omonimo personaggio filosofico-letterario creato da Nietzsche) che trova la sua espressione nell’Avesta. Dopo la conquista mussulmana e l’islamizzazione dell’altopiano iranico, oggi questa religione sopravvive presso le comunità parsi diffuse fra Iran e India. Il mazdeismo o zoroastrismo rappresenta – credo – l’unico caso di un monoteismo non abramitico, ed è forse non privo di interesse ricordare che per questo motivo anni fa fu oggetto di un confronto di idee fra me e Silvano Lorenzoni dopo la pubblicazione di Origini del monoteismo e sue conseguenze in Europa (da lui scritto a quattro mani assieme al compianto Gianantonio Valli) e La convergenza dei monoteismi, infatti il mazdeismo non nasce in ambiente semitico ma indoeuropeo e presenta perciò differenze significative rispetto a ebraismo, cristianesimo e islam.

Ciò che Lorenzoni denuncia come deprecabile in questi ultimi, e che non riguarda la religione di Zarathustra, infatti, non è la credenza in un unico Dio, ma lo spirito fanatico e intollerante che vuole imporre il suo punto di vista con ogni mezzo, non esclusa la violenza più brutale, che vuole conquistare il mondo, che si ritiene di aver il diritto a dominare in quanto “eletti” o partecipi della “vera fede”.

Convenimmo che il mazdeismo rappresenta certamente un caso particolare e, dopo l’islamizzazione dell’Iran, fortemente minoritario, anche se pur sempre una forma di religiosità interessante e degna di considerazione.

Si tratta di un sito in lingua inglese ma – sembrerebbe – turco: “Great Turanian Spirit”. Il 25 marzo ha pubblicato un articolo (non firmato) sui Koryak, una popolazione tribale della Kamchatka (che è quella grande penisola posta quasi all’estremità orientale della Siberia, che si estende da nord a sud e chiude dal lato occidentale il Mar del Giappone e che è detta, come precisa l’articolista, anche Itelmans).

I Koryak sono una popolazione che conserva le usanze tribali e veste ancora oggi abiti ricavati dalle pelli di volpi, cani e altri animali. Il repertorio fotografico che accompagna l’articolo permette di riconoscere abiti e acconciature estremamente simili a quelli dei nativi americani, e non abbiamo motivo di stupircene, perché siamo molto vicini allo stretto di Bering, quindi all’area dalla quale si suppone siano provenuti gli amerindi prima di espandersi nel continente americano.

Tuttavia, quello che colpisce, è la varietà delle fisionomie: assieme ad altre prettamente mongoliche, ve ne sono alcune, come quella della ragazza di cui vi riporto la foto, che rivelano un’impronta decisamente europide.

Se questi, come è probabile che sia, sono i parenti più stretti rimasti nel Vecchio Mondo degli Amerindi, possiamo arguire che anche la componente europide di questi ultimi fosse nettamente da non sottovalutare.

Questo ci rimanda a un discorso che abbiamo visto più volte, di un’America verosimilmente molto più “bianca” di quello che potremmo pensare, già molto prima di Colombo e dei Vichinghi.

E’ un concetto importante che occorre ribadire: laddove troviamo grandi civiltà, troviamo sempre l’uomo caucasico-europide-“bianco”, e con ogni verosimiglianza neppure le civiltà precolombiane delle Americhe fanno eccezione, laddove questa presenza non è avvertibile (Africa subsahariana, Australia aborigena, Nuova Guinea), vediamo che i nativi non si sono schiodati di un millimetro dal paleolitico. E’ un concetto importante da ribadire soprattutto oggi che cercano di venderci la favola di un’Europa “nera”.

Ora, come potete vedere, il gap, vale a dire il dislivello temporale fra le notizie e il momento in cui compaiono in questa rubrica, che per tutto il 2019 è stato considerevole, un paio di mesi all’incirca, si è notevolmente ridotto. Considerando che ci riferiamo alla fine di marzo, si può dire che ne parliamo quasi in tempo reale, forse per la prima volta da quando ho cominciato a tenere questa serie di articoli sulle pagine di “Ereticamente”, tenendo conto che da questo punto di vista c’è un limite tecnico che risulta incomprimibile.

In realtà però la cosa non è così positiva come potrebbe sembrare, perché significa in primo luogo che le fonti disponibili sono andate incontro a un forte diradamento. Potrebbe dipendere dall’epidemia di coronavirus che di questi tempi sta imperversando non soltanto in Italia, ma è ormai divenuta una pandemia globale a livello planetario? Può darsi, non è da escludere. Siamo forse al punto che non sarà più possibile continuare a tenere questa rubrica nella sua forma attuale.

Io però da questo punto di vista vi vorrei dare assicurazione che, comunque vadano le cose, il discorso sulla nostra archeostoria (permettetemi di usare questo bel neologismo creato dagli amici della redazione di “Ereticamente”) è tutt’altro che concluso. Avete visto le settimane scorse suddiviso in tre parti il testo de L’Italia megalitica, la conferenza da me tenuta l’anno scorso al Triskell, il festival celtico triestino. Vi devo ancora presentare il testo di quella da me tenuta al corso Erasmus del marzo dell’anno scorso (vedete il mio articolo Un insolito Erasmus) che ha avuto come argomento L’Europa alle origini della civiltà, poi, coronavirus permettendo, per giugno è prevista una mia conferenza all’edizione del Triskell di quest’anno sul Triveneto celtico, megalitico e preromano, il cui testo vi riporterò del pari su “Ereticamente”. Ci sono poi alcuni articoli rimasti in sospeso della serie Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, che sto aspettando il momento opportuno per presentarvi.

Fino a quando sarà possibile, fino a quando gli dei continueranno a guardarci con benevolenza, vi posso assicurare che il mio impegno e di certo quello di “Ereticamente”, continueranno.

NOTA: nell’illustrazione, a sinistra il numero di febbraio 2020 di PNAS contenente l’articolo sul sito neanderthaliano di Chagyrskaya, a destra ritratto dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria venduto su Catawiki come ritratto di Federico il Grande, a destra ragazza Koryak della Kamchatka, si notino i lineamenti marcatamente europidi.

 

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 13 Aprile 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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