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La Puglia ribelle e l’assassinio di Ferruccio Barletta (Minervino Murge, 11 aprile 1920) – seconda parte – A cura di Giacinto Reale

La Puglia ribelle e l’assassinio di Ferruccio Barletta (Minervino Murge, 11 aprile 1920) – seconda parte – A cura di Giacinto Reale

Ferruccio Barletta non può nemmeno essere definito, a rigore, un “fascista”: a quella data il Fascio ancora non esiste nel suo paese, né risulta una sua attiva militanza. Eppure, il fascismo gli assegnò il primo posto nell’albo d’oro dei caduti pugliesi, quasi a voler stabilire un’ideale continuità col “prima”.

 

Ferruccio Barletta nasce a Minervino Murge il 10 gennaio 1901, da una famiglia che, già agiata, conoscerà momenti di difficoltà dopo la morte del padre, avvocato, che costringerà la madre a non pochi sacrifici per assicurare al figlio il proseguimento degli studi, prima al Ginnasio di Altamura, e poi al Liceo di Trani.

Sulla famiglia Barletta grava il ricordo di un triste avvenimento, verificatosi il 1° maggio del 1898, quando la folla, inferocita per l’aumento del prezzo del grano, prese d’assalto la casa di Battista Barletta, zio di Ferruccio, ritenuto uno dei responsabili dell’aumento, e penetrò all’interno, nonostante la difesa dell’aggredito, che aveva esploso un colpo di fucile dal balcone.

Egli fu poi finito con due colpi di coltello, mentre furono risparmiati la moglie e i figli.

Con un simile precedente in famiglia, è ovvio che l’adolescente Ferruccio senta ostilità – sia pur non manifestata in atti concreti – verso le masse che aizzate dai socialisti ripropongono passate violenze, e sia da esse malvisto, perché erede della vittima di ieri, fratello di due combattenti della guerra appena finita, e “studente” egli stesso, espressione, cioè, di quella piccola borghesia di sentimenti “nazionali”, che rappresenta il maggiore ostacolo all’affermazione sovietista in Italia, stante la congenita viltà dei grossi borghesi.

Gli tocca, per questo, subire, in occasione di un breve rientro in paese per le festività natalizie, una prima aggressione, alla quale si sottrae con la fuga, nell’unico modo possibile cioè, di fronte alla turba inferocita che lo insegue.

Ma non ha paura, perché sa di essere di nulla colpevole, e così, di lì a poco, in coincidenze con le feste scolastiche per la Pasqua, torna a Minervino, andando inconsapevolmente incontro alla morte.

Ricostriamo i fatti, partendo dallo scarno racconto de “Il Corriere delle Puglie” del 13 aprile:

 

Minervino, 12 aprile 1920

Gravi disordini si sono avuti a deplorare nel pomeriggio di ieri. Alle 18 circa, si teneva un comizio per la disoccupazione, quando lo studente Ferruccio Barletta fu sentito disapprovare quel che diceva un oratore. I vicini protestarono e cominciarono a minacciare lo studente, che si allontanò rapidamente per rifugiarsi nel caffè di tal Ranieri, ove fu raggiunto dai più scalmanati e ferito di pugnale.

Il vice commissario di PS Cordova e la guardia campestre Vincenzo Nobile accorsero in difesa del Barletta, ma il funzionario, nel tafferuglio che ne seguì, fu sfregiato con un colpo di rasoio al viso, e la guardia campestre venne pugnalata all’addome. Accorsero pure i Carabinieri, ma vennero travolti e disarmati dalla folla furente, ed alcuni di essi anche feriti di coltello e pugnale.

Lo studente Barletta fu trasportato in grave stato nella propria abitazione. La guardia Nobile fu rinvenuto malconcio cadavere in fondo ad un burrone. (1)

 

Maggiori dettagli è possibile reperire in una pubblicazione dell’epoca (2), ed essi rendono ancor più triste la storia, ma rendono bene il clima che c’è nelle campagne e nei piccoli centri, del Sud, non meno di quelli del Nord.

Può dare un’idea il fatto che l’“Avanti” del 1° maggio 1920 stimerà in 145 morti e 444 feriti gravi il numero complessivo delle vittime in scontri con le forze dell’ordine nell’anno intercorso, e tra essi indicherà, come particolarmente significativo, l’episodio accaduto a Decima di Persiceto il 5 aprile dello stesso anno il fatto più grave.

Qui, durante una manifestazione di contadini e mezzadri, organizzata dalla Camera del Lavoro di ispirazione anarchica, nascono, quasi incidentalmente (pare per la rottura di un sifone dell’acqua, che ferisce un Brigadiere di Carabinieri) incidenti violentissimi tra i militi e la folla, con i primi che, presi dal panico, aprono il fuoco e fanno otto morti e quarantacinque feriti.

Proprio per ricordare queste vittime, domenica 11 aprile, una settimana dopo quella di Pasqua, la Camera del Lavoro minervinese indice un comizio in piazza. L’oratore, Michele Veglia, un ciabattino che è anche Segretario dell’organizzazione sindacale, non risparmia i toni, e dà al suo intervento coloriture classiste, contro i signori che devono “provare loro cosa significhi lavorare la terra. E… se non vorranno, si ammazzerà anche”.

Più che logica conseguenza è che alcuni giovanotti (Ferruccio e qualche suo amico studente) che non indossano il classico tabarro dei contadini di quelle parti, bloccati, perché impossibilitati a proseguire, ad un angolo della piazza, siano fatti oggetto di occhiate sospettose e minacciose insieme. A far precipitare la situazione sono alcune parole (forse di lamentela per l’inerzia delle Forze dell’Ordine di fronte alla violenza verbale dell’oratore) che Ferruccio scambia con un Brigadiere dei Carabinieri di servizio.

Qualcuno sente, equivoca sul significato e passa parola. La folla ondeggia, rumoreggia, e a nulla vale il tentativo del giovane di bordeggiare la piazza per allontanarsi in direzione di via Luigi Barbera, per poi prendere il largo verso la collina, oppure fare il giro per tornare a casa.

Alcuni si fanno sotto, non pochi brandiscono un coltello, e al povero Ferruccio non resta che rifugiarsi in un piccolo caffè, all’inizio proprio della via.

Entrato, si nasconde sotto il bancone, ma, quando i suoi inseguitori a loro volta penetrano all’interno e cominciano a buttare tutto all’aria, con la forza della disperazione raggiunge un ripostiglio, nel quale si chiude, non senza, però, che alcuni lo abbiano scorto.

Colpi di pugnale e pistola tempestano la porta, che viene ben presto sfondata, così che agli assalitori si presenta il giovane sanguinante, già colpito da un colpo di rivoltella alla fronte. In una esplosione di follia collettiva, il corpo, riverso a terra, è raggiunto ancora da coltellate e colpi di bastone, mentre eguale ferocia assassina si riversa contro il Commissario Cordova e la guardia forestale Vincenzo Nobile, decorato di medaglia d’argento in guerra, che sono entrati nel locale, per porre fine al massacro.

Il primo viene raggiunto da una rasoiata e lasciato a terra sanguinante, mentre il secondo che prova la fuga, viene raggiunto fuori paese e finito a coltellate, prima che del suo corpo sia fatto scempio.

Al bar, intanto, si accavallano le intenzioni più truci. L’idea prevalente è di portare il corpo di Ferruccio alla sede sindacale, per poi bruciarlo in piazza:

E già in un modo bestiale avevano sollevato di peso lo studente martire per portarlo alla camera del Lavoro, quando i corrieri annunziavano che in piazza si disarmavano i Carabinieri, gli Ufficiali, i soldati, si bastonava la forza pubblica e bisognava lasciare un dannato morente per appiccare i cagnotti del Commissario già malconcio. (2)

La notizia dei tumulti in piazza distoglie le belve, e mani pietose possono allora rialzare il corpo da terra, sdraiarlo su una tavola, e portarlo alla sua abitazione, dalla madre e dalle sorelle che, dal giorno dell’aggressione di Natale, erano in ansia ogni volta che il loro caro usciva di casa.

Nonostante i tentativi medici, il giovane muore il 13 aprile. Sulla sua tomba, qualche mese dopo, verrà scritto:

 

Ferruccio Barletta

Se un novello ed ancor più vile Maramaldo

Ti inferse di pugnale un colpo

Il sangue tuo vermiglio, lo strazio delle tue carni

La giovinezza tua a diciannove anni spezzata

Il dolore immenso dei tuoi congiunti

Gridano vendetta

Al cospetto di Dio e degli uomini.

Vittima innocente

Di tracotante ira brutale

Ferruccio

Riposa in pace (3)

 

 

Nelle settimane successive, il paese vive in un clima quasi preinsurrezionale. I grossi proprietari, confermando una tradizione di viltà che ha contribuito al degenerare della situazione, si trasferiscono nei centri vicini, e la Camera del Lavoro resta padrona assoluta di Minervino, al punto di procedere alla formazione di un nucleo di Guardie Rosse, con circa 250 aderenti, comunisti, socialisti ed anarchici, espressione attivistica del “Fronte Unico Rivoluzionario” costituito agli inizi dell’anno.

Solo con l’arrivo di nuovi, più energici, responsabili dell’ordine pubblico la tendenza sembra invertirsi, al punto che il 20 settembre, per la prima volta, sul balcone del Municipio viene esposto il tricolore, dopo anni nei quali spesso la sola bandiera rossa aveva adornato il palazzo comunale.

Proprio l’improvvida, successiva decisione di allontanare Carabinieri e Agenti, per sedare una rivolta scoppiata nella vicina Spinazzola, è però alla base degli incidenti che, tra il 22 e il 23 febbraio del 1921, costituiscono l’atto di nascita del Fascio paesano.

Contro la mobilitazione leghista, che, dopo l’uccisione di un fascista e il ferimento di altri due, mira alla distruzione della sede del Fascio, i pochi mussoliniani si mobilitano a loro volta, scendono nelle strade a fare a fucilate, e, nella notte, incendiano la Camera del Lavoro.

All’alba, dopo che in paese è stato proclamato lo sciopero generale, la situazione pare precipitare. La vita cittadina è bloccata da militanti social-comunisti armati, mentre grosse nubi sembrano addensarsi sulla sorte dei fascisti (o anche presunti tali) che vivono nelle campagne, nelle masserie spesso trasformate in fortilizi. Gruppi di facinorosi si riuniscono a 1 km dall’abitato, in contrada Lami, si dividono in squadre, e danno il via al rastrellamento, con l’ordine preciso di incendiare le fattorie degli avversari.

Al termine, si dovranno lamentare cinque vittime e varie abitazioni di campagna (tra le quali quella del dirigente fascista Limongelli e del canonico Borrelli) incendiate.

La contromisura adottata dai fascisti, che si dividono tra la difesa della sede, sempre minacciata di incendio da parte dei sovversivi, e la perlustrazione dei dintorni, è la costituzione della “cavalleria fascista”, composta da squadre di uomini che, in sella ai loro quadrupedi, armati di fucile, vanno, dove occorre, a prestare soccorso e disperdere i nemici. Questi giustizieri a cavallo, nell’immaginazione popolare, assumono ben presto i caratteri della leggenda:

 

Cavalieri abbrunati della morte

come la notte cupa.

Scendete dalla pugna fraticida

al suon del passo del vostro cavallo

siccome una sfilata di fantasmi

sospinti dal destino.

Scendete mestamente nella notte

impugnando la briglia dentro il pugno

d’acciaio che si armò per la difesa

del più sacro diritto.

Lontano, Minervino si riveste

d’un tramonto d’opale come sangue

è sangue, fu versato, d’innocenti

dalla folla briaca.

Come la notte avete scuro il cuore,

cupo presagio! Luccica nel guardo

una lacrima ardente, pei fratelli

massacrati… morenti.

L’idra del bolscevismo, le piovre

assetate di sangue hanno compiuto

l’atto insano. Piangete, ma tempratevi

nel sacro giuramento di vendetta.

Cavalieri abbrunati della morte (4)

 

L’episodio più atroce si verifica alla masseria Barbera, e presenta singolari elementi di somiglianza con quanto avvenuto in paese quell’11 aprile dell’anno prima. Identica la furia bestiale degli assassini, identica la solitudine della vittima, identico il suo disperato tentativo di fuga, identica il massacro a coltellate e lo scempio del cadavere.

Il racconto di Chiurco (di seguito riportato in stralci), pur con gli inevitabili accenti retorici, resta comunque fedele all’accaduto:

Nelle altre masserie non c’era nessuno; in questa vi era il solo proprietario, Riccardo Barbera, fascista, forte tempra di agricoltore, ex combattente e decorato. Egli vide la masnada e fu visto: poteva fuggire, ma non volle…

La masnada di struggitrice iniziò subito un vivo fuoco di fucileria, e quindi, con arnesi racimolati intorno, iniziò l’abbattimento delle porte, con urla selvagge e gridi di gioia.

Riccardo Barbera non aveva per compagni che un fucile da guerra, il cavallo e il cane! Imbracciò il fucile, fece fremere l’otturatore e cominciò una lotta epica…

Sparò le prime fucilate attraverso le porte, uno degli aggressori fu ucciso, ed i capi decisero di appiccare il fuoco alla fattoria… fu deciso di salire sui tetti, e con picconi e pale rompere le volte.

…Una prima breccia fu aperta: quelli di sopra chiesero a quelli di sotto le bombe a mano, ma il primo che si affacciò alla breccia fu fulminato da una fucilata.

…Un senso di sbigottimento di diffondeva. Riccardo barbera ne approfittò: aprì la porta, inforcò il cavallo e cercò di fuggire all’orribile cerchio di morte. Fu visto, centinaia di colpi si diressero su di lui, e gli fu sbarrato il passo del cancello di uscita.

Egli rispose al fuoco, si diresse sul basso muro di cinta, e stimolò il cavallo a salire, ma quello fu sordo! Discese a terra, imbracciando il fucile, gli cadde il cappello, che non raccolse, saltò il muro. Rincorso da cento tigri umane e da centinaia di pallottole, fu circondato. Sparò, ed un altro dei suoi carnefici cadde colpito a morte; si aprì il varco, e, ritirandosi, si diresse verso Montemilone, inseguito col ferro e col fuoco. L’Achille della leggenda classica non dovette battersi meglio.

Dopo altri 200 metri fu raggiunto ancora; si rivoltò, sparò, ed un quarto comunista cadde ucciso dai suoi colpi precisi e disperati. Ma, nella ridda dei colpi, anch’egli aveva avuto la mano destra trapassata da una pallottola.

…Egli non sparava più, correva: percorse così altri due km circa… una palla di fucile militare mod. 91 lo colpì all’anca. Cadde per non rialzarsi più.

I suoi carnefici gli furono sopra e Riccardo Barbera sputò ad essi in viso; il suo corpo fu straziato da venti pugnalate. (5)

 

È l’ultima manifestazione della pazzia collettiva che aveva preso anche Minervino, insieme ai paesi limitrofi. Nelle settimane che seguono, sotto l’instancabile guida di Caradonna, il Fascio cittadino si rafforzerà, e altri limitrofi sorgeranno un po’ ovunque, finchè la situazione sarà ribaltata.

Il 29 giugno del 1932, proprio a Minervino, nelle adiacenze del campo sportivo, sarà eretto un “Faro votivo”, in memoria dei Caduti del fascismo di Puglia, e il primo nome sarà quello di Ferruccio Barletta

A lui sarà intitolato anche il GUF di Bari, una Coorte della 151° Legione della MVSN, una Legione Avanguardisti, e molte squadre e Fasci giovanili.

 

 

 

 

NOTE

  1. In: Antonio Labarbuta, Socialismo e fascismo Minervino Murge 1907-1924, Biblioteca Comunale 1996, pag. 75
  2. Nicola Copertino, Ferruccio Barletta, i martiri fascisti ed i moti di Minervino Murge bolscevica (1919/21), Bari 1924, pag. 39
  3. Ivi, pag. 54
  4. Ivi, pag. 78
  5. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze 1929, vol. III, pag. 73

 

Foto 3: Ferruccio Barletta

Foto 4: il Faro votivo eretto a Minervino

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 8 Aprile 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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