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La caverna di Platone – Enrico Marino

La caverna di Platone – Enrico Marino

Per 500 posti da infermiere in Lombardia hanno risposto in 10.000; per 300 posti da medico, in 8000. Questo dimostra, oltre all’indiscutibile e ammirevole slancio di solidarietà di cui è capace il nostro popolo, che ci sono italiani pronti a impegnarsi e che ci sono lavori che gli italiani vorrebbero fare, se gliene fosse data la possibilità, senza essere costretti a espatriare. Dimostra, inoltre, che la realtà del mercato del lavoro è una realtà drogata dall’inefficienza di un potere che è impreparato non solo a fronteggiare le emergenze, quanto soprattutto a gestire la normalità.

L’allocazione delle risorse e una visione strategica a lungo termine dell’economia e della produzione sono elementi essenziali per la vita di una nazione e la capacità della classe politica nel campo della programmazione economica e produttiva è una cartina tornasole della sua qualità.

Da settantaquattro anni, ormai, abbiamo continui riscontri dell’inadeguatezza della classe dirigente di questo Paese, nel permanere, se non addirittura nell’incrementarsi, di problemi atavici e irrisolti e nell’emergere di nuove drammatiche povertà.

La “questione meridionale” è un elemento paradigmatico in questo senso.

C’è tutt’oggi nel Paese un’area geografica, vasta all’incirca sei regioni, dove si vive in condizioni di arretratezza rispetto a molteplici standard europei: arretratezza industriale, sociale, economica, sanitaria, abitativa, scolastica, infrastrutturale e sul piano della legalità e della sicurezza. Se il virus dilagasse in quell’area sarebbe un disastro.

Il mancato sviluppo di una così larga parte del Paese, che costituisce peraltro una immensa risorsa e un patrimonio eccezionale di bellezza, arte e cultura, è la testimonianza inconfutabile del fallimento di questo regime che continua a fornire pessime prove di sè nelle più differenti circostanze.

Oggi tocchiamo con mano l’abisso nel quale ci hanno precipitato le politiche degli ultimi 30 anni a base di dismissioni, privatizzazioni e vincoli di bilancio, nel momento in cui ci ritroviamo a dover elemosinare persino i presidi sanitari di base, le mascherine con le quali proteggere medici, infermieri, forze dell’ordine e noi stessi dal pericolo di un contagio di massa.

Siamo ridotti al punto di dover ascoltare, senza reagire, dichiarazioni farneticanti come quelle del comunista Zanda, tesoriere del PD, che ha proposto di racimolare prestiti dando in garanzia il patrimonio immobiliare di proprietà statale, “almeno per la parte costituita dagli edifici che ospitano uffici, sedi delle grandi istituzioni, ministeri, teatri, musei…”. In tal modo, successivamente potremmo dare in pegno gli Uffizi, la Reggia di Caserta o il Colosseo, oppure vendere interi pezzi di Paese, per ridurci alla fine in condizioni peggiori della Grecia.

Tutto questo non turba i kapò europeisti, i quali continuano ancora a traccheggiarsi con soluzioni come il MES tanto care ai loro padroni di Bruxelles. Quelli che hanno ridotto il Paese, da potenza mondiale per manifatture prodotte ed esportate, all’attuale livello di miseria e indebitamento, sono ancora tra noi e rivestono ruoli guida. Persone come Gentiloni, Monti, Letta e Prodi, insistono a ripetere che se riusciremo a salvarci dovremo ringraziare l’Europa. Così come dovremmo ringraziare la BCE se si degnerà di acquistare i nostri titoli di Stato. Con questa logica, dopo esserci lasciati chiudere in una gabbia, dovremmo essere lieti che tra le sbarre filtri un po’ di luce e d’aria. In questi anni di permanenza nell’UE il reddito di ogni italiano ha subito decurtazioni di migliaia di euro, ma c’è chi insiste nel perseguire strade disastrose.

Se si vuole che le istituzioni chiamate a rimediare al tracollo delle economie, a seguito del coronavirus, siano le stesse che hanno sempre creato i maggiori ostacoli alla vita dei popoli europei; se si pensa che la Commissione, la Banca Centrale, l’Eurogruppo/Ecofin e il Consiglio Europeo sono istituzioni che non rispondono ad alcun principio di democrazia, ma solo a istanze tecnocratiche non-elettive, allora si mette immediatamente a fuoco il pesantissimo deficit di questa chimera che chiamiamo Unione Europea.

Ecco perché l’Italia deve cogliere questa occasione unica per muoversi in una diversa direzione, abbandonando l’illusione che basti modificare qualche marginale stortura o sostituire la Von Der Leyen o Christine Lagarde con figure meno indecenti, poiché la patologia è interna al processo stesso di costruzione dell’Unione.

Si tratta, piuttosto, di uscire dal sistema economico predatorio neoliberista impostoci, per ricostituire in Italia un sistema economico produttivo di stampo keynesiano, che preveda nazionalizzazioni, intervento dello Stato nell’economia, distribuzione della ricchezza alla base della piramide sociale, investimenti pubblici nella sanità, nell’istruzione, nella ricerca e via dicendo.

In ultima analisi, si tratta di riconquistare la sovranità monetaria che è essenziale per eliminare il debito pubblico con tutte le sue conseguenze, seguendo le indicazioni che ci vengono dalla lettura della stessa carta costituzionale e, particolarmente dagli articoli 1 (sovranità popolare), 2 (diritti inviolabili dell’uomo), 3 (eguaglianza economica e sociale), 42 (obbligo del proprietario di assicurare la funzione pubblica della proprietà), 43 (necessità di porre in mano pubblica i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia), 47 (tutela del risparmio).

Il debito pubblico non rappresenta un ostacolo in un paese sovrano, che disponga della propria moneta, di enormi riserve di lavoro e di capacità produttiva.

Ma non abbiamo, al momento, risorse politiche in grado di condurre la Nazione fuori dalla crisi con mano ferma e che abbiano visione strategica e sufficiente determinazione da operare scelte talmente rivoluzionarie, seppure uniche in grado di invertire totalmente l’attuale rotta.

Ci basterebbe, almeno, una reazione di dignità, basterebbe solo ammettere di aver preso un abbaglio a credere in questa Unione Europea e dopo aver riconosciuto questo errore comportarsi di conseguenza.

L’Italia dovrebbe dunque agire per suo conto, prendendo subito quelle misure che possono mettere in sicurezza la nostra economia, adottando un piano strutturato sull’emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza, con rendimenti moderati, ma sicuri e fissi, garantiti dallo Stato e indirizzati al mercato interno, mettendo a frutto e in sicurezza il nostro risparmio, favorendo anche un eventuale rimpatrio dei capitali.

Va superato anche il malsano ‘divorzio Tesoro-Banca d’Italia’ introdotto nel 1981, vanno sbloccati i fondi stanziati per i lavori pubblici e vanno favoriti i prestiti a tasso zero per dare un immediato supporto in liquidità alle PMI; vanno sostenute l’apertura e la produzione delle aziende e non la chiusura e la cassa integrazione; si potrebbe anche rimodulare coraggiosamente l’IVA canalizzando i consumi sull’interno, tagliando 5 o 10 punti sulle produzioni nazionali, per aumentarne altrettanti sui beni importati; tutte iniziative autonome anticrisi che sarebbero pienamente rispettose delle norme europee.

Gli ostacoli sono altrove e tutti nell’indole dei nostri governanti, nella loro seduzione all’asservimento, nell’ideologia malsana del vincolo esterno, nella suggestione incapacitante che non sapremmo mai risollevarci con le nostre sole forze, nell’impotenza morale di generazioni di politici smidollati e succubi, abituati a eseguire e mai protagonisti, indegne controfigure di quelli che nel secolo scorso innalzarono il Paese al rango di potenza europea.

In realtà, il benessere dell’Italia e di cui l’Italia ancora gode, nonostante le tragedie odierne, è dovuto solo ed esclusivamente al lavoro e all’ingegno degli italiani.

Ma per impedire la distruzione economica e materiale e la definitiva colonizzazione del Paese, occorre fornire una guida ai nostri fratelli ancora incatenati nel buio della menzogna, con una visione distorta della realtà, per condurli alla luce della verità. Ecco la responsabilità storica alla quale oggi siamo chiamati, fare uscire il Paese dalla caverna dell’usura liberista, fuori dalle tenebre di questa UE.

Enrico Marino

 

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Categorie: Politica

Pubblicato da Ereticamente il 6 Aprile 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Francesco Zucconi

    È incredibile che non sia ancora nato un gigantesco rifiuto della cultura e della prassi ordoliberista difese da gente incolta circa la storia economica dell’Italia. Una media potenza collocata nella semi periferia del Sistema non può prosperare senza un economia mista in cui lo Stato abbia un ruolo centrale nel favorire lo sviluppo delle industrie strategiche; non certo dei bulloni per le BMW…

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