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Il frutto – Lorenzo Merlo

Il frutto – Lorenzo Merlo

La colpa
L’ 8 aprile 2020 è crollato il ponte Caprigliola sul fiume Magra della Strada provinciale 70. Ad agosto 2019 gli esperti dell’Anas avevano rassicurato il sindaco di Aulla (Ms) che aveva richiesto il loro intervento: “Non presenta al momento criticità tali da compromettere la sua funzionalità statica, sulla base di ciò non sono giustificati provvedimenti emergenziali”.  Nel novembre successivo, cioè due mesi dopo, alcuni automobilisti denunciano un’evidente crepa che non induce gli esperti a interrompere la viabilità. Il viadotto tiene. Viene facile, pare ovvio e sembra doveroso e giusto, dare contro alla perizia dell’esperto ingegnere. Ma anche, e forse più, dare contro alla sua incompetenza e superficialità. Pare necessario punirlo con una pena. Non si può soprassedere a fatti di questa portata dove, presumibilmente a causa del fermo della maggioranza delle attività commerciali e di tutti i privati cittadini, solo due furgoni sono stati coinvolti, fortunatamente senza nessuna morte di mezzo. Salvo negligenze, non aveva l’ecoscandaglio idoneo a riconoscere le condizioni dell’imminente crollo. Ovvero la stima effettuata non corrispondeva alla verità. Significa che l’evento si ripeterà. La realtà è più ampia della stima che ne può fare la scienza e la sua tecnologia.

L’ambito
L’esperto dell’Anas e i suoi equipollenti di tutti i campi dove c’è di mezzo la sicurezza delle persone, dopo fatti come questo della Sp70, sono destinati – salvo scappatoie d’ordine vario dalle cavilliche, alle burocratico-prescrizionalistiche – alla crocifissione professionale e personale. È la regola del gioco. Ogni ambito ha la sua. Essa detta e dichiara dove sta il giusto e lo sbagliato, dove sta la verità.

Scienza
Uno degli ambiti, con le sue regole autoreferenziali è quello della cosiddetta scienza. Ma per comprendere la questione dell’ambito e sufficiente considerare la pallamano o la briscola. In questa materia è valido solo quello che può misurare, purché solo con le sue unità di misura. L’egemonia razionalistica delle menti costringe i pensieri e la vita entro il tondino, come quello per la doma dei cavalli. Ne escono soldatini addestrati a reiterare ciò che hanno appreso, con ferocia da guerra santa. La domanda è, può un ingegnere dell’Anas dire, o fare qualcosa di estraneo all’universo che ha appreso nel tondino?

Sicurezza
Entro l’ambito culturale nel quale sono nate e cresciute le ultime generazioni dal secondo dopoguerra in qui, si è assistito alla rincorsa verso la sicurezza. È nuovamente l’ambito del tondino del razionalismo. Professionisti e specialisti lavorano per delineare attrezzature e decaloghi necessari alla sicurezza. A nessuno di loro può nascere l’idea che più garantisci la sicurezza, più crei le condizioni per abbassare il livello di attenzione individuale necessario a realizzarla. La sicurezza alla quale si dedicano gli specialisti è di tipo tecnico-meccanico. Che colpa ne hanno?È la sola che riconoscono.Ricordate il tondino unico? Sono ciechi nei confronti di quella che possiamo realizzare attraverso la relazione con l’ambiente e l’assunzione di responsabilità. Si dedicano a quella che presumono oggettiva e tralasciano quella soggettiva o meglio, relazionale o quantica.

Responsabilità                                                                                                                                                                                                                                 Entro questa cultura meccanicistica devitalizzata, mortificata nel suo spirito umanistico, trafitta dalla logica positivista, tutti abbiamo progressivamente portato l’attenzione sulla responsabilità esogena. Ciò ha comportato una modalità di concepire il reale come composizione di elementi diversi, sostituibili e con caratteristiche precise e definite. Ecco allora, gli specialisti, soli detentori della verità ai quali ci si deve rivolgere per ogni aspetto della vita. Ecco la delega, l’affidarsi. È un processo culturale ben rappresentato dalle acque bianche di un torrente che si avvia alla cascata esiziale ben rappresenta. Comporta infatti aver ceduto il timone di noi stessi. Aver dimenticato l’intelligenza creativa che l’assunzione di responsabilità invece fa germogliare. Sentirsi la responsabilità di tutto è una matrice di miglioramento di sé e quindi sociale. Matrice, al momento ben soggiogata dalla favola della sicurezza garantita dagli esperti, e venduta. La sicurezza è diventata una merce in senso stretto: paghi e te la compri. Almeno così credi. Come l’ingegnere è un frutto di una cultura positivistica, così il crollo di un ponte è un pomo di quella speculativa, per sua natura positivistica all’ennesima potenza.

Il frutto
Che poteva fare di più quel povero ingegnere del ponte Albiano o, quell’altro del Morandi; e quello che doveva presiedere alla sicurezza del tratto d’autostrada Torino-Savona il 24 novembre 2019 che ha ceduto a causa di una frana; quello che il 9 marzo 2017 si occupava di un ponte crollato del tratto marchigiano dell’autostrada A14; o quello che il 29 ottobre 2016 presiedeva alla sicurezza del cavalcavia caduto sulla provinciale 49 Molteno-Oggiono; nonché l’ingegnere in carica il 7 luglio 2014 quando crollò il viadotto Lauricella lungo la strada 626 in provincia di Agrigento; ma anche l’addetto al controllo dell’efficienza del ponte sulla provinciale Oliena-Dorgali, che il 18 novembre 2013 è precipitato per una frana; o il suo parigrado in merito al crollo di un ponte sul torrente Sturia, a Carasco, il 22 ottobre 2013; nonché il poveretto che il 15 dicembre 2004, aveva garantito la sicurezza del ponte sul torrente Vielia a Tremonti Sopra, in provincia di Pordenone, precipitato durante il collaudo? Niente. Secondo il gioco della tecnologia tutto era certamente stato fatto, salvo che dichiarare quei disastri come possibili, piuttosto che come impossibili. Entro la concezione di una realtà strutturata come sarebbe la cassettiera di un burocrate, non si riesce a comprimere l’infinito che siamo. E i risultati lo dimostrano. Se non si segue la pista che porta all’uomo e alla sua personale responsabilità non possiamo uscire dal gorgo nero i cui frutti non possono che essere avvelenati.Ma il laureato non è un lupo solitario. C’è altro. Quello che lo laurea, che organizza università e corpo docente, ci sono forme-pensierosolide come pietra. E poi ci sono Istituzioni e la politica, abnormemente stratificata verticalmente, ei suoi interessi, quelli che scivolano via come sabbia dalle mani del popolo e dell’ingegnere. Sovrastrutture ben controventate con le quali lo specialista è inconsapevole connivente e contro le quali servirebbe un po’ di forme di quella sabbia probante scivolata via: corruzione, controllo degli appalti, concessioni, e via così.

Sfascio
Lo sfascio delle infrastrutture dichiarato dall’elenco di ponti e strade disastrate, non è figlio di nessuno. È prole di un sistema gonfiato di cosiddetto progresso, coltivato a colpi di steroidi anabolizzanti, assunti da economisti e politici, sociali. Gli stessi che promuovono la scienza e il suo sortilegio. Senza contare che quella lista di danni è da allungare a piacimento con dighe, palazzi, tunnel, ospedali, scuole, eccetera; che a tutto ciò, un paese indebitato non può porre rimedio se non con pecette provvisorie come è accaduto sul ponte crollato ieri. Già da solo basterebbe per sedersi ad organizzare la rivoluzione. Un cane che si morde la coda; una ruota del criceto dalla quale non si riesce a scendere ci ha portato a credere che la sicurezza esista, che qualcuno possa realizzarla, che la lobotomizzazione che abbiamo subito sia giusta e doverosa. Lo dicono gli esperti.

Giustizia
Poi c’è la giustizia. Non c’entra niente con il giusto ma lasciamo perdere. È un altro equivoco che sarebbe meglio sciogliere fin dalle elementari. Sarebbe opportuno aggiungerle semprel’aggettivo qualificativo amministrativa. Almeno ci si capirebbe meglio. Si capirebbe che si tratta di un ambito, con le sue regole e il suo tondino.Un altro, in quanto ad essa, si affianca alla scienza. Meglio sarebbe chiamarla ricerca tecnologica. Che fa la giustizia? Condanna l’ingegnere. A volte lo assolve. In pratica potrebbe anche non esserci, visto che anch’essa è solo uno dei frutti della bacata cultura meccanicista. Chi non è d’accordo, può seguitare a credere che un giudice non sia parte integrante della realtà che crede di poter oggettivare e scomporre per arrivare al vero, come si fa coi petali della margherita.

Natura
Nonostante le controindicazioni al vetriolo la corrente che trascina a valle tutto il sapere attraverso la relazione con l’ambiente e la relativa intelligenza animale che implica, non rade al suolo soltanto il terreno sociale ma anche quello naturale. Da anni ormai vediamo leggi e decreti atti a regolamentare i comportamenti umani in natura. Aiuto. Se la massificazione lo induce, nessuno dedica energie per diffondere le consapevolezze opportune per realizzare da sé la miglior sicurezza. Il solo modo per buttare a mare la smania legiferifera.

SS – Sociétésicuritaire
Non si tratta di non controllare i ponti, tanto allora è lo stesso, si tratta di non dare per possibile la sicurezza. Ma in questa cultura così apparentemente attenta a noi ma, di fatto disumana, disumanizzata, la vedo grigia come la nube di Chernobyl o limpida come il cielo pulito di questi giorni liberi dallo smog a causa di un laboratorio (per ora) che ha chiuso male la porta supersicuradel virus. Assicurazioni, banche, istituti mangiano sulla paura indotta delle persone. Speculano, siarricchiscono e comandano. La vendita della sicurezza ci ha affascinato e ci ha condotti dove ci troviamo. Ora il popolo la pretende. Intantolo stato – o chi per esso – controlla. A breve la vaccinazione obbligatoria, microchip e 5G. Naturalmente per la nostra sicurezza. La Sociétésicuritairei cui albori parevano così innocui, crescendo ha mostrate il suo vero principio e scopo, mezzo di controllo e di inebetimento. Resterà la libertà entro la regola. Almeno per chi si vorrà sottomettere.

Lorenzo Merlo

Foto in testata, fonte www.lanazione.it

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Categorie: Società

Pubblicato da Ereticamente il 11 Aprile 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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