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Coronavirus e restrizioni della libertà: la lezione di Socrate e di Platone – Federica Francesconi

Coronavirus e restrizioni della libertà: la lezione di Socrate e di Platone – Federica Francesconi

In tempi di coercizioni delle libertà fondamentali, coercizioni che vanno a ledere pesantemente i diritti civili del cittadino costituzionalmente garantiti, dovute al contenimento della diffusione del Corona Virus, qualche riflessione è d’obbligo. Sono molti i cittadini che in queste settimane si chiedono se queste limitazioni alla libertà di movimento e alla libertà d’impresa siano compatibili o meno con uno Stato di diritto o, piuttosto, con uno Stato di polizia. Il pensiero filosofico ci può venire in aiuto per sbrogliare la matassa di una situazione ingarbugliata, ai limiti del caos. Partiamo innanzitutto da una domanda che penso sorregga tutte le altre: è giusto obbedire alla legge, anche quando essa è ingiusta? Si tratta di un problema molto dibattuto nell’ambito della riflessione filosofica sin dalle sue origini. Ed è nell’Atene di fine V- inizio IV secolo a.C. che va cercata la risposta a tale quesito, o meglio, le risposte. Siamo in un momento cruciale della storia della città-stato culla della democrazia: in seguito alla sconfitta nella guerra con Sparta Atene scivola lentamente verso una crisi irreversibile dei suoi istituti democratici che sfociano nel regime autoritario dei Trenta Tiranni, che cade nel 404 a.C, lasciandola città in un clima di confusione e di profondo malessere. Ed è in questo contesto che si inserisce il processo a uno degli intellettuali più scomodi della storia: Socrate, l’ostetrico dell’anima. Egli fu accusato da alcuni suoi concittadini di empietà e di corruzione dei giovani. Naturalmente si trattò di accuse infondate. La sua vera colpa era di aver proposto una visione del mondo di rottura che minava le fondamenta ideologiche del potere. Il pensiero di Socrate, che metteva al centro l’areté (virtù), intesa come dominio delle passioni, non poteva infatti non infastidire i potenti, che fondavano la loro azione non sull’areté bensì sulla ricchezza e sull’autorità. Durante il processo, che si svolse a porte aperte, Socrate affermò che la legge può uccidere un uomo ma mai potrà uccidere l’idea che egli con le sue scelte di vita ha incarnato, se quell’idea manifesta verità di fondo allineate con l’esercizio dell’areté. Dunque la legge può perseguitare, mortificare e persino arrivare ad uccidere fisicamente un uomo virtuoso, ma facendo ciò non fa altro che rafforzare l’idea di cui quell’uomo è stato il testimone.

Il martirio, quindi, per Socrate è cosa buona e giusta. Alla domanda se è giusto obbedire a una legge ingiusta Socrate risponde pertanto affermativamente. Una legge ingiusta non annulla la dimensione del Bene che un uomo con le sue scelte coerenti di vita incarna. Essere privati della libertà e della stessa vita è un bene, perché ad un uomo che segue l’areté, ovvero il Sommo Bene, non può capitare nulla di male dopo la morte. Emblematica e sapienziale la chiusura dell’arringa difensiva che Socrate pronuncia davanti ai giudici della boulé, il tribunale di Atene: “Ma ormai è ora di andare: per me alla morte, per voi alla vita. Chi poi di noi si incammini verso la meta migliore, è ignoto a tutti, tranne che al dio”. Qui emerge la pìstis, cioè la profonda fede di Socrate come uomo che ha consacrato la sua vita alla ricerca della Verità. Che male potrebbe mai venire dopo la morte a un uomo di tale tempra umana e spirituale? In conclusione per Socrate ubbidire alla legge non solo è giusto ma è anche doveroso, in quando non toglie nulla all’essenza di un uomo votato al Bene. Sino alla fine, bevendo la cicuta in carcere, pena a cui i suoi concittadini lo avevano condannato, testimoniò l’adesione ferma a questo principio, testimoniando così che lui, oltre a essere politès, cioè cittadino ligio alle leggi, fu anche anèr, un uomocoerente con la legge della sua anima e ubbidiente a quel daimon, a quella voce interiore che gli vietava di disubbidire alle leggi dello Stato. Non dello stesso punto di vista era Platone, il suo discepolo più brillante. Fautore di un progetto utopistico di una Repubblica ideale retta da filosofi, dunque elitaria nella sua composizione, Platone alla domanda se bisogna ubbidire alle leggi di uno Stato, anche quando sono innegabilmente ingiuste, dà una risposta coerente con la sua avversione a un regime democratico guidato da uomini mediocri e meschini, che avevano condannato il suo adorato maestro, uomo virtuoso e giusto. Tra l’altro un regime democratico, quello in vigore ad Atene, che proprio dopo la caduta del regime dei Trenta Tiranni manifestò tutta la sua debolezza sancendo così il fallimento del primo esperimento reale di democrazia della storia. Platone, uomo per cui l’azione è sempre subordinata all’idea, non poteva accettare di obbedire a delle leggi per loro essenza ingiuste. In lui l’idea di Bene ha una forte valenza sacra, anzi divina. Nel suo sistema metafisico l’idea dell’Uno è identificata con l’idea suprema di Bene; ciò implica che qualsiasi sistema politico che non si ispira all’idea somma di Bene, inteso come intero, come tutto, e quindi come cura e salvaguardia del corpo e dell’anima in tutte le loro parti, non può e non deve godere del beneplacito dei singoli cittadini. Ora, applicando gli insegnamenti di Platone all’attuale condizione dei cittadini italiani, reclusi entro le loro mura domestiche, che cosa se ne può ricavare da essi? Innanzitutto che le restrizioni imposte, se da una parte ambiscono a salvaguardare la popolazione dal contagio del virus, dall’altra vanno inevitabilmente a minacciare la salute psicofisica del cittadino, con conseguenze disastrose che già ora possono essere immaginate e quindi anticipate. Costringere per mesi milioni di esseri umani in spazi ristretti e comprimere, in molti casi eliminare, il loro bisogno innato di socialità e relazioni umane ha degli effetti devastanti sulla psiche, tali da provocare serie patologie psichiche che avranno certamente delle ricadute sul piano sociale e sanitario. Il governo italiano non ha voluto prendere in considerazione le ripercussioni che la compressione delle libertà di movimento avrà su ogni singolo cittadino.

Ci sono moltissime categorie deboli maggiormente esposte al rischio di sviluppare patologie psichiche o di peggiorarle: anziani soli, pazienti psichiatrici, disabili, bambini. Tutta una fascia di popolazione che in questo momento è stata abbandonata dallo Stato, loro e i loro familiari più stretti. La cura dell’anima passa anche attraverso la cura della psiche, ma lo Stato italiano non sembra sensibile a tale istanza. Trincerandosi dietro la super esigenza di arrestare la corsa del contagio del virus, il governo trascura volutamente la cura dell’anima, rifiutandosi di predisporre misure a tutela dei soggetti più deboli. Ed è, questo, uno dei parametri attraverso cui un cittadino ha il diritto, anzi il dovere, di valutare la giustezza di una legge ordinaria o di un provvedimento straordinario. Un altro metro di misura attraverso cui valutare la giustezza di una legge è quello legato alle ricadute economiche che le misure di quarantena hanno sulla popolazione. Ad oggi milioni di lavoratori, specialmente quello possessori di Partita IVA e quelli in nero, non ricevono alcuna protezione dallo Stato ma sono semplicemente abbandonati a loro stessi, sempre in nome di un bene maggiore. Ma se questo “bene”, che il governo italiano sostenuto dai burocrati dell’OMS e dell’ISS, lede di fatto il diritto alla sopravvivenza fisica e quello all’incolumità psichica di milioni di italiani, non sarà che questo stesso bene presentato come supremo dai nostri governanti andrà ridimensionato o perlomeno relativizzato? Ogni bene, Platone ce lo insegna, va messo in relazione con altri beni. Se un bene danneggia altri beni, nel nostro ragionamento quello della salute psichica e della sopravvivenza in termini economici sia individuali che collettivi, che razza di bene potrà mai essere? Non sarà che tale bene è in realtà un male?

Venendo alle conclusioni, abbiamo visto che la lezione di Socrate e quella di Platone rappresentano due punti di vista differenti sulla questio dell’ubbidienza alla legge. Pur non essendo esse in contraddizione, ci prospettano due approcci esistenziali alla legge antitetici. Socrate, con la sua irriducibile fede nel martirio, inteso come testimonianza di una vita vissuta coerentemente con i principi professati, è disposto a morire per la legge. Per Platone, al contrario, la legge, se ingiusta, va messa in discussione, motivo per cui è sacrosanto ribellarsi ad essa. Coerentemente con tale principio, fu proprio Platone, con altri discepoli, a offrire a Socrate una via di fuga dal carcere attraverso la corruzione di alcune guardie. Socrate rifiutò di scappare come un vigliacco, preferendo la reclusione per andare incontro al suo destino, il martirio, quello stesso destino ineluttabile che il suo daimon gli disse di accettare. Anche noi, oggi, come Socrate, siamo agli arresti. Che cosa sia giusto fare lo lascio alla coscienza di ognuno di voi, certa che il vostro daimon, cioè la voce della coscienza, saprà dare una risposta. Risposta che tuttavia dovrà tenere conto delle gravissime conseguenze che questa quarantena, specialmente se prolungata di altri mesi, avrà sul tessuto economico e sulla tenuta sociale di un popolo già martirizzato da anni di Austerity europeista. Poiché non esiste solo la morte fisica individuale, che questo virus minaccia, sebbene con percentuali irrisorie, ma anche la morte collettiva, quella di un popolo già provato oltremisura, privo di coscienza identitaria, perché così le élites lo hanno diseducato attraverso il condizionamento dei mass-media per meglio sottometterlo; ma soprattutto un popolo privo di una prospettiva a 360° sul futuro che lo aspetta. Che sarà un futuro nero, foriero di sofferenze indicibili. La legge vale, dunque, più della sopravvivenza di una nazione? A voi rimetto la risposta.

Federica Francesconi

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Categorie: Attualità, Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 5 Aprile 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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