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Pulsional Ritual: Dionisiaco come Mito Arte Pensiero – Vitaldo Conte e Giovanni Sessa

Pulsional Ritual: Dionisiaco come Mito Arte Pensiero – Vitaldo Conte e Giovanni Sessa

«Sotto l’incanto del dionisiaco non solo si stringe di nuovo il vincolo fra uomo e uomo; anche la natura fatta estranea, nemica e soggiogata, festeggia di nuovo la sua conciliazione col suo figliol prodigo, l’uomo» F. Nietzsche

Pulsional Ritual è un libro uscito nel 2012 (Ed. Gepas): scritto da Vitaldo Conte e Giovanni Sessa. Per l’occasione viene stralciato per proporre il Dionisiaco come Mito Arte Pensiero.

VITALDO CONTE

…il flauto di Pan e il ritorno di Dioniso come rianimazione naturale…

Nell’antro della creatività Pan, accettando l’oscurità della propria natura archetipica, è l’entronauta che si predispone al viaggio verso la luce, la consapevolezza delle pulsioni ancestrali, in cui l’arcaico e il contemporaneo possono diventare lingue in progress dell’espressione artistica. Il suo flauto è un richiamo per la nostra rianimazione naturale. L’antro (possibile, impossibile, immaginale) diviene così un paesaggio interiore, il sogno e il segreto movente della creazione stessa, una metafora e realtà insieme, indicante «i recessi materiali in cui risiede l’impulso, gli oscuri fori della psiche da cui nascono desiderio e panico» (J. Hillman). C’è da augurarsi, forse, per un nostro risveglio, il ritorno di Dioniso: i suoi fedeli d’amore lo aspettano per fuoriuscire dalla clandestinità e celebrarlo con la danza estrema. Le Baccanti sono pronte a “resuscitare” i suoi riti con la loro estatica frenesia nel movimento della festa che incarna “la negazione di ogni limite”. Dioniso «è il dio la cui essenza divina è la follia. Ma, per cominciare, la follia stessa è essenza divina. Divina, cioè a dire, qui, che rifiuta la regola della ragione» (G. Bataille). Talvolta la religione è associata alla ragione con le sue norme, “usata” per regolamentare la libertà dell’essere: ma l’essenza della religione è sragionante: «La religione è senza dubbio, anzi è fondamentalmente sovversiva: essa distoglie dall’osservanza delle leggi. Almeno, quel che essa comanda l’eccesso, è il sacrificio, è la festa, di cui l’estasi è il culmine» (G. Bataille). Un’amica poetessa, diversi anni fa, “velata” con una identità rituale, m’inviò una cartolina da Siracusa con delle parole, che oggi comprendo e “allego” come auspicio a questo testo: «La necessaria follia-saggezza del dio, la sacralità che custodisce il senso profondo della vita entro ogni arida astrazione e violenza schematica del potere – è stata celebrata –. Quasi impossibile non pensare a te che desideri il suo ritorno».

La nostalgia del Mediterraneo e il desiderio di un Sud, vissuti per secoli nella storia europea, particolarmente nella Mitteleuropa, oggi possono “esistere” come pulsione-rumore di una nostra rianimazione, archetipica e creativa. «Ma la ‘Grecia’ alla quale noi ci volgiamo non è letterale; essa comprende tutti i periodi dal minoico all’ellenistico, tutte le località dall’Asia Minore alla Sicilia. Questa ‘Grecia’ rimanda ad una regione psichica storica e geografica, ad una Grecia fantastica o mitica, ad una Grecia interiore della mente che è soltanto indirettamente connessa con la geografia e la storia effettive» (J. Hillman). Pan, fuoriuscito dall’oscurità della sua/nostra “caverna”, continua ad aspettarci, liberato dalle inquisizioni delle norme, dei divieti, delle paure, come materialità e natura originaria (corporea e psichica). Durante i funerali per la morte di Crowley che amò molto la Sicilia (…), i partecipanti declamarono una sua poesia, un Inno a Pan che è ancora raccolto dai suoi fedeli: «Vieni attraverso il mare della Sicilia e dell’Arcadia! Vagante come Bacco, con i fauni e pardi e ninfe e satiri per guardie … Vieni a me, a me! Vieni insieme ad Apollo in abito nuziale … (…) vieni attraverso il mare … Vieni col flauto e la zampogna! … Fai ciò che vuoi come può fare un dio … manichino, fanciulla, ninfa, uomo … nella forza di Pan …» (A. Crowley).

(…) La Sicilia, “liberata” dal rappresentare il Sud di qualcosa, può essere “centro” dell’erranza e della geo-grafia (terra-scrittura) di una espressione che ha negli “antri” e nelle navigazioni del Mediterraneo i propri segreti impulsi (culturali e archetipici) di naturale percorso. Questo può essere “attraversato” da chiunque come il proprio viaggio di Ulisse: con una seduzione incessante per il “segreto”, ricercando e rileggendo radici e pulsioni ancestrali (mitiche, simboliche, visionarie) del mondo. Con l’attrazione, persistente e irresistibile, a oltrepassare i confini del mondo visibile di ogni epoca, fino alle sue ultime ed estreme “porte”: come quelle delle colonne d’Ercole – luogo di segnalazione immaginaria più che geografica – che volevano indicare la freccia verso l’ignoto, la paura del non conoscibile, il rischio del proprio perdersi.

(…) L’energia magnetica della terra può “richiamarci”, in molteplici percorsi della vita, con richiami ancestrali. Le sue ritualità vivono ancora nella nostra memoria collettiva, anche percorrendo le dimensioni sinestetiche dell’arte. La possessione archetipica, da non confondere con quella patologica o del diabolico cristiano, può ricercare la “fuoriuscita” attraverso l’esorcismo sciamanico nella sua collettività. Come è accaduto nel Salento, con la pizzica della Taranta. Per secoli le donne salentine sono incorse in svenimenti e smanie per il pizzico del ragno del dio che danza. Questo stato di trance incarna una esaltazione rituale del femminile, avvicinandole all’orgia delle antiche baccanti, agli eccessi e invasamenti delle sacerdotesse possedute nei sacri misteri. L’irruenza di queste pulsioni può rappresentare questa liberazione.
(…) Gli «Dei rimossi ritornano come nucleo archetipico dei complessi sintomatici», rileva Hillman, anche grazie alla pulsione creatrice, che può divenire consapevolezza del proprio interiore percorso. Il dio che danza e accende fuochi scompagina limiti e generi imposti dai “ragionieri” della società e dell’arte.

(…) Gli archetipi dell’essere convivono nelle memorie-storie della cultura mediterranea, incarnandosi in feticci creativi: imponenti o impalpabili vogliono esprimere evocazioni e pulsioni primarie nei rapporti con l’ambiente. La terra, il cielo, il mare possono essere la segnaletica di riferimento per un oltre. Queste geo-architetture si costruiscono con elementi e oggetti naturali e famigliari (la sabbia, il legno, il ferro, la carta, la stoffa, ecc.), che riformulano una lingua di relazione con il mondo per mezzo dello “sguardo” della cultura di appartenenza. L’arcaico e il contemporaneo dialogano nelle manualità e nei rituali dell’atto creativo, liberando tracce e memorie sinestetiche.

GIOVANNI SESSA

Pulsionalità, Ritualità, Tradizione tra Megaliti e Suono dell’Origine

Da Martin Heidegger ad Andrea Emo, i filosofi contemporanei che hanno profondamente segnato di sé la speculazione degli ultimi decenni, hanno avuto contezza che l’arte ha, per definizione e statuto interno, una responsabilità di tipo teoretico. Essa ci pone nella condizione di apertura e connessione con la verità, è in grado di oltrepassare il limite invalicabile che al vero “immette”, quando non si riduca alla mera dimensione mimetica. La vera arte è sempre originale in quanto, come asserito in modo esplicito da Emo, non fa che ri-produrre l’Origine, corrispondergli. L’espressione poietica è connotata dell’ambiguità metamorfica del Principio, poiché protesa tra realizzazione gnoseologica e inevitabile involversi su se stessa.

(…) Nelle performances e nelle installazioni di alcune correnti artistiche contemporanee dette “estreme”, tutto ciò si mostra con evidenza. Ad esempio nella Body Art, che fa dell’esibizione del corpo d’arte, nella sua vera e propria messa in scena, espressione di purezza e impurità, di sacro e profano, di vita e morte. Il corpo diviene luogo dell’effettiva co-appartenenza di essere e nulla, di positivo e negativo. (…) Riteniamo che, per comprendere appieno queste tematiche, per contestualizzarle compiutamente sotto il profilo della loro valenza più profonda, quella storico-esistenziale, sia necessario collocarle al di là dei limiti angusti dell’estetica propriamente detta. Luogo speculativo di riferimento per un’esegesi corretta di questi fenomeni, ci pare essere quello incluso nella categoria del Tragico. Con essa indichiamo, in questo contesto, una celebrazione del mondo così com’è, senza vincoli né di tipo intellettuale né di tipo morale, attuata attraverso una creazione libera, per questo atta a corrispondere al momentaneo e transitorio darsi dell’Origine, del Principio negli enti, di ascoltarne la “voce” e di farle Eco. Quest’arte estrema non può pertanto non incontrarsi con la dimensione Pulsionale, quella in cui secondo lo psicanalista statunitense James Hillman si sono rifugiati gli antichi dei, dopo la loro fuga dal mondo, imposta dall’irrompere della visione cristiana. Qui essi hanno assunto il volto conturbante della psicopatologie e negli strati più profondi della psiche fanno sentire ancora i loro richiami, indossando la maschera che da sempre accompagna il darsi del sacro: il terrificante. Inoltre, in quanto Pulsionale e Anamnestica quest’arte non può che realizzarsi Ritualmente. Essa è, al medesimo tempo, espressione di un ascolto emozionalmente partecipato dei richiami rituali che, come conchiglie da lontani mari, sono giunte sulla spiaggia degradata della contemporaneità mercantile, e dinamica creazione di nuove Ritualità sinestetiche di Arte-Vita.

(…) Per poter ascoltare il suono del flauto di Pan, del tutto, della fúsis: «…dobbiamo prima essere afferrati dalla Natura, sia là fuori, in una campagna deserta che parla con suoni e non con parole, sia dentro di noi, in una reazione improvvisa» (J. Hillman, Saggio su Pan, Adelphi, Milano 1977). Una reazione pulsionale e rituale, oggettiva, essenziale ed impersonale nella quale Natura/Pan si ri-vela, oltre la dimensione romantica ed idilliaca della Natura, secondo modalità “calde” e, in forza di ciò, anche potenzialmente opprimenti, sconcertanti, paniche appunto. In questa vasta area, la creatività mediterranea si è espressa in Mistiche Bianche, testimoniate dalla Mostra al Castello Aragonese di Reggio Calabria, curata da Conte nel 2006. Il Bianco dell’indistinzione originaria da cui sorge, anzi sgorga il RossoVita simbolizzato dalla Rosa. Enargés nell’Odissea è il termine tecnico dell’epifania divina: aggettivo che contiene in sé il bagliore del bianco. Esso rinvia al “qualcosa che accade”, nel quale i Greci rintracciarono l’essenza del divino, il suo “rumore” di fondo.

(…) In realtà è il senso del dionisismo a spiegare da un lato l’essenza profonda della mediterraneità e altresì, crediamo, di quella poietica estrema, dalla quale siamo partiti. Pertanto, sia pure secondo modalità rapsodico-sintetiche, su questo tema è il caso di sviluppare qualche altra considerazione. In particolare in riferimento alla relazione che secondo i più recenti studi specialistici, legherebbe il dionisismo al simbolo del labirinto e al pensare/creare. Sotto il profilo iconografico e simbolico, il labirinto rinvia, come notò tra i primi lo storico delle religioni Brede Kristensen, al mondo infero. Quest’intuizione, in seguito, fu sviluppata dagli studiosi che si occuparono delle figurazioni labirintiche ritrovate su tavolette di argilla babilonesi, accompagnate da testi cuneiformi.

(…) La danza rituale è messa in scena della matematica divina, del ritmo e dell’armonia cosmica che si rende visibile nel compiersi della sua forma. In questo caso, danzatore e mondo sono una stessa realtà vivente. Il termine greco corós suona contemporaneamente come “danzare” e “danzare insieme”. In questa seconda accezione rinvia, ancora oggi, a quella danza detta súrtos, in cui ci si trascina e si imitano le circonvoluzioni del labirinto, la cui antica origine è da ascriversi all’isola di Delo. L’antica danza si chiamava géranos, la danza della gru. Durante la sua esecuzione, tutti i protagonisti dovevano tenere in mano un filo (in ricordo del gomitolo di lana di Arianna, offerto all’eroe Teseo) e alla fine dell’esecuzione, che si sviluppava attraverso la rappresentazione di figurazioni spiraliformi, convergenti verso il centro, le “gru” simulavano il loro alzarsi in volo, a testimoniare la conseguita liberazione e il dirompente anelito a una vita piena. Arianna, la Signora del Labirinto, era per i Greci a un tempo la purissima, Ariadne, e in quanto tale regina degli inferi, ma anche Aridela, la chiarissima, regina del cielo. Un destino ctonio ed uno uranico si presentavano nella sua figura umano-divina, a rammentare, in termini dionisiaci, le possibilità umane: quella della bestia o quella del dio. Ma in fondo, cosa indica il filo di Arianna se non la conoscenza in grado di liberare? E in cosa consiste questa gnosi? Nella capacità, questo mi sembra suggeriscano i miti discussi, di aderire solidamente alla realtà in maniera complice, camaleontesca e ambigua, come indicato dalla duplicità-complementarietà di Arianna/Dioniso, ma anche da quella di Apollo/Dioniso.

(…) Infatti la Voce, il Suono, il Rumore, quando siano il risultato di un approccio di indagine non più connotata nei termini limitativi dell’estetica propriamente detta, da un lato lasciano emergere la dimensione pulsionale ad essi connessa (respiro, piacere, ritmo) e dall’altro consentono il ri-suonare dell’ Origine, attraverso un ri-conquistato predominio del significante fonico nei confronti del significato. E’ un percorso dalle parole alla Parola, che fa vibrazionalmente tralucere da sé la sua essenza, di natura sonora. Tale via può oggi naturalmente essere seguita anche muovendo dal rumorismo che, come vedremo, fu un’esperienza messa in atto dalle avanguardie musicali del Novecento. Pertanto, Conte ci pare cogliere nel segno quando sostiene: «Oggi il possibile demone è all’interno dei nuovi media digitali e nell’opera live, anche come festa-arte con le sue sonore e multi-visive maschere dannates» (Pulsional Gender Art). Tutto ciò evidenzia quanta ragione avesse il filosofo Augusto Del Noce nel sostenere che: «Il moderno e l’antimoderno sono in una certa guisa veramente gemelli, così che talvolta riesce difficile distinguere la punta estrema della modernità dall’antimoderno» (A. Del Noce, Modernità interpretazione transpolitica della storia contemporanea, Morcelliana, Brescia 2007).

Vitaldo Conte e Giovanni Sessa

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 28 Marzo 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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