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Minaccia Coronavirus: il potere ambivalente della paura – Flavia Corso

Minaccia Coronavirus: il potere ambivalente della paura – Flavia Corso

“Atene fu distrutta dalla paura della peste, non dalla peste.”

(Tucidide)

 

Oggi ci troviamo a dover gestire una condizione emotiva che, probabilmente, non si sperimentava ad un simile livello da molte generazioni: il cosiddetto panico collettivo come naturale risposta ad una reale o presunta minaccia per la nostra salute ma, soprattutto, per le nostre abitudini di vita ormai da lungo tempo acquisite e date per scontato. Minaccia presunta o reale, si diceva. Perché, nel caso del Covid-19, più che l’esistenza in sé del virus, è la percezione sociale di vulnerabilità e insicurezza di cui non avevamo più ricordo a catapultarci in uno scenario “nuovo”, sebbene in realtà già ripetutosi molte volte nel corso della storia umana. La sensazione di pericolo, di mancanza di protezione, di isolamento e casualità della sorte provoca, sia a livello individuale che sociale, turbamento nonché l’inevitabile e fisiologica reazione di attacco o fuga, un meccanismo di difesa ancestrale che ha permesso agli esseri umani di sopravvivere ed evolversi nel corso dei millenni.

La reazione di attacco o fuga, tuttavia, può essere salvifica o dannosa. È salvifica all’interno di un contesto presociale e amorale simile allo stato naturale di Hobbes, in cui homo homini lupus, l’uomo è lupo per l’uomo, ed è l’individuo – guidato dalla volontà di sopravvivere anche a costo di combattere contro gli altri uomini – a organizzarsi da sé per mettersi in salvo e imporre la sua esistenza. In questa condizione, la paura per la propria incolumità si traduce immediatamente e direttamente in un’azione concreta, attacco o fuga, e la tensione psichica accumulata nella fase della percezione della minaccia viene in questo modo scaricata nell’atto difensivo. Il discorso si complica nel passaggio dallo stato di natura allo stato sociale, ovvero nel momento in cui l’individuo, in seguito al patto sociale, cede ad altri (al sovrano in senso ampio) la propria libertà in cambio della sicurezza, adottando pertanto una nuova strategia adattiva: quella dell’organismo sociale.

Ora, la cooperazione sociale ha senza dubbio portato innumerevoli benefici all’uomo, in questa sede non si intende certamente affermare il contrario. Ma è tuttavia importante evidenziare alcuni punti di difficile incastro tra l’istinto naturale dell’individuo e le esigenze della società nel suo insieme; tra questi, il panico collettivo è particolarmente emblematico. Diversamente da quanto accadeva nello stato di natura, l’individuo sociale non si trova più nella condizione di poter difendere se stesso, in maniera immediata e diretta, dalla minaccia, ma è costretto a delegare ad altri la sua naturale reazione di attacco o fuga. Non solo: il pericolo gli viene mostrato in tutte le sue angolazioni ogni giorno tramite i mass media, esasperando il senso di impotenza e smarrimento.

Dalla percezione del pericolo, insomma, non scaturisce più il tempestivo atto di difesa, e l’impossibilità dell’individuo di trasformare la tensione emotiva in azione contribuisce ad alimentare ulteriormente il panico fino a tramutarlo in una pericolosissima psicosi collettiva. È questo il caso in cui la paura, di per sé benefica, si fa irrazionale e diventa persino dannosa per le persone. Ed è in questa condizione psicologica che gli esseri umani sono più propensi a rifugiarsi nella figura del leader, del capo in grado di alleviare il senso di annebbiamento della mente, di appoggiarsi a chiunque si autoproclami la soluzione ai loro problemi. Occorre, in questo senso, focalizzare la nostra attenzione sul riconoscimento della paura nella sua accezione costruttiva e rivelatrice delle vere priorità individuali e collettive, combattendo attivamente affinché la politica non ci renda “prigionieri” del panico irrazionale e distruttivo; troppo spesso i governi hanno fatto della paura un uso strumentale incanalando l’apprensione emotiva delle persone, di per sé potenzialmente creatrice se seguita da azioni concrete, in un immobilismo collettivo con impatti psicologici rilevanti dovuti alla privazione forzata della libertà. Ed è proprio questa la condizione che dobbiamo evitare si ripeta.

È incoraggiante, a tale proposito, osservare come gli italiani sotto la minaccia del Coronavirus stiano gradualmente trasformando la paura in energia creativa, in azione concreta. Un’azione diversa rispetto all’aperitivo in centro o alla palestra, ma senza dubbio più proficua per il futuro dell’Italia. Si stanno lentamente rimettendo in cantina gli addobbi grotteschi del politicamente corretto per dare maggiore spazio alla salvaguardia della salute dei propri connazionali, si sta scoprendo che l’Unione europea non è il nostro vero punto di riferimento e mai lo sarà, e che quell’orgoglio nazionale da tempo represso prima o poi riemerge per garantire la nostra sopravvivenza.

Flavia Corso

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Categorie: Attualità

Pubblicato da Ereticamente il 15 Marzo 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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