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L’Italia megalitica, seconda parte – Fabio Calabrese

L’Italia megalitica, seconda parte – Fabio Calabrese

Nell’Italia del nord, la presenza di strutture megalitiche probabilmente appartenenti alla stessa facies culturale di quelle atlantiche si ritrova ampiamente diffusa nell’area padana. Un’area megalitica che è stata definita una piccola Stonehenge valdostana si trova a Saint Martin de Corleans, costituita da una serie di menhir e pietre altare che risalirebbero secondo alcuni alla fine del V millennio avanti Cristo. Si tratta di un sito che è stato scoperto in tempi recenti ed aperto al pubblico solo nel 2016.

Alcuni ricercatori hanno definito Saint Martin de Corleans una Stonehenge italiana, ma come vedremo, di Stonehenge italiane c’è una certa inflazione. A ogni modo, nel sito sono presenti: un grande dolmen che svetta al centro dell’area, e ben 46 stele antropomorfe, nonché numerose buche di alloggiamento di pali, ma forse il dato più interessante sono le tracce di un’aratura propiziatoria attorno al sito, infatti, se la datazione fosse confermata, questo significherebbe che gli aratri erano in uso nell’Europa preistorica ben 1500 anni prima della loro presunta invenzione a opera dei Sumeri attorno al 3500 avanti Cristo.

E’ logico pensare che se questi nostri predecessori hanno inventato l’aratro, le usanze pratiche debbano aver preceduto quelle di culto. Io adesso non insisterò su questo punto che ho trattato varie volte in articoli e conferenze, ma ci sono indizi importanti – ovviamente ignorati dall’archeologia ufficiale – che suggeriscono che l’invenzione dell’agricoltura sia avvenuta in Europa e non in Medio Oriente come ci hanno sempre raccontato. Qui, a Saint Martin de Corleans, potremmo averne finalmente la prova.

Nel corso di una conferenza, l’archeologo Giampaolo Rizzetto ha definito l’area “il sito archeologico più spettacolare d’Europa”. Ammesso che sia un’esagerazione, è perlomeno giustificata dal fatto che queste scoperte estremamente importanti sembrano interessare ben poco il grosso pubblico.

Io credo ricorderete che in alcuni articoli su “Ereticamente” vi ho parlato dell’ipogeo di Glozel in Francia. In questa località, un secolo fa all’incirca, un contadino arando un campo ha casualmente aperto un varco a una vasta camera sotterranea che si trovava sotto di esso, dove sono stati ritrovati manufatti molto antichi e lastre di pietra con esemplari di una scrittura che nessuno ha ancora decifrato, la traccia di un capitolo finora sconosciuto della più antica storia dell’Europa che gli archeologi ufficiali preferiscono non prendere in considerazione perché potrebbe portare alla sconfessione del dogma dell’Ex Oriente lux, della nascita della civiltà in Oriente, nella Mezzaluna Fertile o in luoghi adiacenti.

Bene, a quanto pare, sembra che una Glozel l’abbiamo anche in Italia. Si troverebbe in Val di Susa, ne ha parlato alla metà di settembre 2019 su “Vanilla Magazine” Gian Mario Mollar nell’articolo La misteriosa città di Rama, l’Atlantide della Val di Susa. Più che di un’Atlantide, la storia pare una fotocopia di quella di Glozel. Anche in questo caso, un contadino, arando un campo, avrebbe casualmente aperto l’accesso a un ipogeo da cui sono emersi misteriosi manufatti. Questo ritrovamento è stato subito associato a una leggenda diffusa nella zona, quella di una città scomparsa, Rama appunto. Come c’era da aspettarsi, l’assonanza che potrebbe essere casuale, con il nome di una divinità indiana, ha fatto sì che la leggenda fosse collegata ai miti indiani che parlano di mondi sotterranei, Agarthi e Shamballa, ma tenendo i piedi più per terra, si tratterebbe di un insediamento celtico o forse di qualcosa di più antico, ma è inverosimile che con l’India abbia qualcosa a che spartire. In ogni caso, diciamo che ritrovamenti come quello di Glozel e anche di quest’ultimo della Val di Susa fanno pensare che probabilmente c’è un capitolo o forse più capitoli strappati della più antica storia dell’Europa.

Quello che forse è un dolmen sotterraneo e alcuni menhir che potrebbero anche essere delle statue-stele sommariamente sbozzate, si trovano a Briaglia di Mondovì (Cuneo), un dolmen, si trova a Camiciale (La Spezia), abbiamo poi un menhir a Velmaio di Arcisate (Varese). Nella zona di Finale Ligure (Savona) abbiamo il dolmen di Borgio Verezzi e i menhir di Torre Bastia, più alcune strutture molto antiche e molto rovinate la cui natura è oggi difficile da definire.

Ancora nella zona di Varese si trova Golasecca, che è stata l’epicentro della cultura omonima, considerata protoceltica. Essa non ci ha dato molte testimonianze megalitiche, ma occorre ricordare le sepolture contrassegnate da circoli di pietre che sono state accostate ai cromlech megalitici, nonché un cippo funerario con un’iscrizione che sarebbe la più antica iscrizione celtica conosciuta al mondo.

Questo non è certamente tutto, perché nei boschi nei pressi di Nuvolera (Brescia) si trova quella che si potrebbe definire una vera e propria Stonehenge lombarda ignorata dall’archeologia ufficiale. Riporto un trafiletto da “Bresciaoggi” del 9 marzo 2011:

“Inghiottito da una fitta vegetazione dalle parti di Nuvolera, sul monte Cavallo, un cocuzzolo che fa da confine con la località di Virle, dorme di un sonno millenario il leggendario e semi dimenticato “Sercol”: un magico cerchio di pietroni allineati con una figura umana incisa con un sole che punta al tramonto. Protetto dal suo sottobosco impenetrabile, è di fatto isolato. In pochissimo possono dire di averlo visto: arrivarci è un’impresa ardua, che in inverno diventa impossibile. L’unico momento buono è l’inizio della primavera, quando la vegetazione non è ancora rigogliosa. Non esiste un sentiero percorribile: rovi e massi aguzzi sbarrano più volte l’ascesa sul ripido pendio e non è raro sentire sibilare le vipere. È un posto fuori dal tempo e non alla portata della semplice curiosità dei camminatori domenicali.

Queste difficoltà non hanno fermato due giovani studiosi desenzanesi, Armando Bellelli e Marco Bertagna, entrambi appassionati di storia bresciana e archeologi dilettanti. Qualche voce era giunta alle loro orecchie, ma a incuriosirli sono state le misteriose geometrie visibili tramite programmi di immagini satellitari come Google Earth, così, strumenti alla mano, hanno deciso di sfidare il monte Cavallo e tra boschi di castagno e rovi spinosi hanno mirato al segreto cocuzzolo.

Là in cima c’è la testimonianza di un’antica presenza umana: un grande cerchio di pietre bianche, perfettamente regolare e con un diametro di circa 42 metri. Esattamente al centro, a quota 420 metri, ci sono altri grandi massi ricoperti da muschi e detriti. Lì vicino c’è anche una piattaforma di pietra semi sepolta con quella che potrebbe sembrare una figura umana profondamente scolpita nella roccia adorante un disco solare: la figura è perfettamente allineata verso ovest, verso il sole che muore. Il cerchio di pietre è simile a quelli che si possono ammirare in Inghilterra, Irlanda, Scozia e molte altre parti d’Europa”.

Sarete certamente curiosi di sapere se più vicino a noi, nell’area triveneta, ci sono ugualmente tracce di cultura celtica e megalitica. Vi posso anticipare fin d’ora una risposta affermativa a questo quesito. Ve ne sono, e in buon numero, e perlopiù sconosciute ai più e di cui la maggior parte degli archeologi si è ben poco occupata, tuttavia non ve ne parlerò adesso perché questo sarà precisamente l’argomento del nostro incontro dell’anno prossimo dato che, sia per la loro rilevanza, sia per la vicinanza a noi, mi è sembrato giusto riservare a esse una trattazione apposita.

Tuttavia, è un fatto curioso sul quale occorrerà indagare ulteriormente, che la maggiore concentrazione di questi monumenti si trova nel meridione, in particolare in Puglia, cioè in aree non toccate dall’espansione celtica.

Più sopra ho accennato alle statue-stele di Briaglia di Mondovì. È senz’altro ora il caso di ampliare il discorso su questa tipologia di monumenti del nostro megalitismo. Si tratta di monumenti simili a stele o talvolta a dolmen, sbozzati però in modo da rappresentare perlopiù nella parte superiore una figura umana, di solito figure di guerriero, generalmente armate. La maggior parte di esse, e le più note, si trovano nella Lunigiana, ossia la zona di confine fra Liguria e Toscana, ma se ne trovano anche in Corsica, in Sardegna, in Val d’Aosta e in Svizzera. La loro datazione varia dal 3.000 al 600 avanti Cristo, e sono probabilmente la testimonianza di una cultura precedente l’arrivo degli Etruschi nella regione.

Una tipologia alquanto diversa è rappresentata dalle due stele-menhir di Bagnolo nei pressi del monte Mignone nel comune di Malegno (Brescia): le due stele Menhir presentano incisi diversi soggetti fra cui un uomo con l’aratro, uno stambecco, simboli solari e numerosi pugnali di tipo remedelliano, cioè tipico della cultura di Remedello. Queste incisioni sono considerate collegate ai graffiti rupestri della Valcamonica. Queste incisioni non rientrano propriamente nel fenomeno megalitico, ma è impossibile non nominarle almeno fuggevolmente, si tratta di un vastissimo ciclo di incisioni che ci ha rivelato tantissimi aspetti della vita nell’età preistorica, con riproduzioni di case, attrezzi, veicoli, aratri, che coprono un arco vastissimo di tempo, 8.000 anni dal mesolitico all’età romana, sono state riconosciute dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, e una di esse, la rosa camuna, oggi è anche il simbolo della regione Lombardia.

Ritorniamo in Sardegna, dove la cultura nuragica costituisce una delle più interessanti espressioni del megalitismo italiano. I nuraghi, è ben noto, sono una sorta di torri di struttura tronco-conica che costellano tutta la Sardegna, sono costruiti con pietre a secco e rappresentano, si può dire, un elemento ineludibile del paesaggio sardo. Attualmente ne esistono otto-novemila in diversi gradi di conservazione, ma è probabile che nel passato ve ne fossero in numero maggiore. Riguardo alle loro funzioni, la discussione fra i ricercatori è tuttora aperta: torri di guardia, abitazioni, magazzini. Visto il loro numero e la varietà, è probabile che assolvessero a tutte queste funzioni.

Quel che è probabilmente meno nota, è l’esistenza nell’isola di una vera e propria città nuragica, Barumini. Le origini risalgono all’Età del Bronzo, e sembra che il complesso si sia sviluppato attorno al “castello” nuragico situato in una posizione elevata. Quest’ultimo è costituito da un grande mastio sviluppato su tre livelli, e oggi in parte crollato, con quattro torri angolari, un disegno che anticipa sorprendentemente quello di molti castelli medioevali, e rivela una perizia ingegneristica notevole. Attorno al castello si trova un esteso villaggio di edifici nuragici. Il complesso nel suo insieme è chiamato “Su nuraxi”, come dire IL nuraghe per antonomasia.

La Sardegna ha tuttavia in serbo diverse altre cose. Una cosa sorprendente e davvero poco conosciuta, ad esempio, è il tempio ipogeo di Morgongioi, scavato su tre livelli sotterranei, e che presenta delle interessanti analogie con l’altro grande tempio ipogeo, quello maltese di Hal Saflieni che vedremo più avanti.

Una struttura davvero sorprendente è il pozzo-tempio di Santa Cristina nel comune di Paulilatino in provincia di Oristano, un santuario nuragico legato verosimilmente a un antico culto dell’acqua. Il pozzo è l’elemento principale del sito che comprende un nuraghe a torre e i resti di diverse capanne, alcune delle quali molto ampie che dovevano essere luoghi di riunione. Il pozzo o cisterna è circondato da una cinta muraria dalla forma caratteristica a “buco di serratura”, mentre il pozzo stesso è a forma triangolare, con una scalinata che scende fino al livello dell’acqua. La struttura, che dovrebbe risalire all’undicesimo secolo avanti cristo, è in uno stato di conservazione perfetto, una permanenza intatta attraverso i secoli che a me fa pensare per questo a Newgrange, altra grande struttura neolitica giunta praticamente intatta fino a noi.

La vera sorpresa dell’archeologia sarda emersa da un buio millenario è però un’altra. Dal 1974 dal sepolcreto nuragico di Mont’e Prama anch’esso nella provincia di Oristano, hanno cominciato a emergere numerosi frammenti di statue di dimensioni imponenti, che per trent’anni sono stati custoditi in un magazzino del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari avvolti da un coverage nemmeno si trattasse di segreti militari. E’ qualcosa che abbiamo visto spesso quando delle scoperte archeologiche avvengono nel luogo sbagliato, cioè non nell’area mediorientale e non confermano la visione “canonica” del passato.

La ricostruzione di queste statue di notevoli dimensioni che sono state chiamate i giganti di Mont’e Prama iniziata appena nel 2005, ha fatto emergere figure di guerrieri, arcieri, pugilatori che hanno modificato profondamente la nostra visione della statuaria nuragica fin allora consistente soprattutto in bronzetti. Non solo, ma poiché i giganti sono stati datati tra il IX e il XIII secolo avanti Cristo, ne risulta che essi sono fra i più antichi esempi conosciuti al mondo di statuaria di grandi dimensioni.

Se ci spostiamo nell’Italia centrale e meridionale, emerge un’altra tipologia di megalitismo, essa pure assai poco conosciuta e nulla affatto, o quasi, studiata dall’archeologia ufficiale: diverse località, oggi ridotte a borghi trascurabili, ma che in un’epoca remota dovevano essere centri importanti della vita sociale, economica e politica, presentano una cerchia di mura ciclopiche costituite da grandi lastroni di pietra non dissimili da quelle in uso nelle città fortificate della Grecia in età micenea. Esse sono: Alatri, Arpino, Ferentino, Anagni, Atina, Parco di Roccamonfina, Amelia (dove la cinta muraria romana è sopraedificata a più antiche mura megalitiche), Roca Vecchia nel Salento, Sessa Aurunca.

Riguardo alla loro origine, un’interessante ipotesi, che vi cito, sulla quale però non giurerei, è stata formulata da un ricercatore indipendente, Claudio D’Angelo, nel libro La storia dei Siculi fin dalle loro origini. Secondo questo autore, esse sarebbero state appunto opera dei Siculi prima che questi ultimi si insediassero nella grande isola che da loro prende il nome. Essi infatti, ci dice, sarebbero stati un popolo indoeuropeo originario dell’Europa centro-orientale che sarebbe migrato nella nostra Penisola per poi spingersi in Sicilia, un popolo che egli considera strettamente affine agli antichi Illiri.

Egli fa rilevare che: “In Transilvania orientale vive tutt’oggi un popolo denominato Siculi (Szekely in rumeno e Sicui in ungherese), esso è concentrato in un’area posta a confine tra l’Ungheria e la Romania chiamata “Terra dei Siculi” (…).

 Giusto per assicurarci che non si tratta di una semplice omonimia, D’Angelo nota che ad esempio la bandiera degli Szekely presenta un disco solare e una luna congiunti, con i corni di quest’ultima volti nella direzione del sole in modo da formare quasi una figura unica, simbolo che è ugualmente presente e ancora oggi diffusissimo in Sicilia.

È impossibile non menzionare il fatto che tra i Popoli del Mare che invasero l’Egitto vi furono anche i Sekeles, ricollegabili ai Siculi, così come i Shardanas, forse gli antichi Sardi.

Naturalmente, va detto che dopo questa supposta immigrazione, non è che non troviamo altre tracce di megalitismo anche nella stessa Sicilia, oltre alle piramidi della valle etnea di cui vi ho già detto. Ne parliamo più avanti, seguendo l’andamento dell’Italia da nord a sud.

Occorre notare che il peraltro molto utile elenco fornito da Claudio D’Angelo non è esaustivo, vi sono ancora le località, anch’esse munite di mura ciclopiche, di Norba, e San Felice Circeo in provincia di Latina, di Sant’Erasmo di Cesi in provincia di Terni, e in Toscana, vicino ad Ansedonia nel comune di Orbetello (provincia di Grosseto) la città morta di Cosa che presenta anche una torre megalitica orientata secondo i quattro punti cardinali.

Secondo Giulio Magli, professore ordinario di meccanica razionale al Politecnico di Milano e titolare dell’unico corso universitario in Italia di archeoastronomia, del resto, correlazioni astronomiche che attesterebbero una conoscenza non inferiore rispetto a quella posseduta da coloro che hanno eretto i monumenti megalitici delle Isole Britanniche, si ritroverebbero in tutte queste costruzioni, e ci rivelano un aspetto finora ignoto della cultura degli antichi Italici.

Tuttavia la vera sorpresa nascosta nel cuore della nostra Penisola è forse un’altra, l’ha recentemente segnalata la rivista “Segreti e misteri”: in Umbria, nella zona dei Monti Martani, Nel comune di Massa Martana a cavallo fra le province di Perugia e Terni, nascosto dai boschi appenninici, due ricercatori dell’associazione Italus, Tommaso Dore e Francesco Voce avrebbero individuato un grande cerchio di megaliti che non hanno esitato a definire una “Stonehenge italiana”.

A questo punto noi abbiamo già incontrato almeno altre due “Stonehenge italiane”, quella di Saint Martin de Corleans in Valle d’Aosta e quella di Nuvolera (Brescia), e vedremo che all’elenco vanno ancora aggiunte quanto meno quella di Stilo in Calabria e quella scoperta in Abruzzo di cui parliamo fra poco, un numero che già così appare eccessivo, considerando che il monumento del Wiltshire è ben lungi dall’essere un semplice cerchio di pietre, ma bisogna capire la tendenza dei ricercatori, specie se indipendenti, non collegati a enti pubblici, a enfatizzare le loro scoperte, soprattutto di fronte al disinteresse e alla sordità del grosso pubblico che ignora la ricchezza archeologica del nostro Paese.

Nel 1992, infatti, nella località di Fossa in provincia dell’Aquila, nell’antico territorio dei Vestini è stata scoperta una necropoli risalente alla prima Età del Ferro, dove è possibile trovare tombe di forma circolare che sembrano una riproduzione in scala di quella di Newgrange, accompagnate da allineamenti di menhir.

 

NOTA: Nell’illustrazione, i giganti di Mont’e Prama.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 9 Marzo 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Stefano

    Sempre molto interessanti queste considerazioni, vorrei fare solo un appunto riguardo le mura megalitiche del Lazio, ovvero quelle delle città erniche della ciociaria. Ad oggi molte ipotesi sono state fatte senza arrivare ad un risultato definitivo, ma se c’è una cosa abbastanza sicura è che esse non possono essere opera dei Siculi che pur abitarono nel Lazio meridionale, a parte lo studio citato nell’articolo tutti coloro che seriamente si sono occupati dell’origine di queste strutture hanno decisamente escluso l’origine sicula, per vari e ampi motivi che vanno dalla tecnica costruttiva ai risultati archeologici sul territorio all’analisi del DNA delle popolazioni erniche e a svariati altri indizi che non possono essere sintetizzati in poche righe, per una bibliografia essenziale rimando in particolare agli studi di Giuseppe Capone : “Monumenti megalitici in Terra Ernica” e “La Progenie Hetea – annotazioni mitico-storiche su Alatri antica” giusto per dare un paio di riferimenti bibliografici, altrimenti interessanti anche gli studi di Giulio Magli in particolare e dell’orientalista De Cara per alcuni riferimenti(questi ultimi chiaramente datati).. Ovviamente risulta alquanto improbabile anche l’attribuzione di queste costruzioni ai Romani, ipotesi che pur l’archeologia detta “ufficiale” sosteneva fino a qualche tempo fa almeno, ma anche qui qualsiasi riscontro è negativo e mai i Romani adottarono altrove tecniche di quel tipo, tra l’altro seppur non databili le mura poligonali sono probabilmente più antiche… Insomma senza andare troppo nel dettaglio l’ipotesi più verosimile è quella pelasgica (infatti le mura poligonali vengono anche dette “pelasgiche” oltre che “ciclopiche”) ed anzi più precisamente Ittita, quindi comunque un origine indoeuropea, ma qui poi sorgono le diatribe fra chi sostiene l’identità fra ittiti e pelasgi, questi ultimi considerati in pratica Ittiti emigrati ed in effetti ci sarebbero alcune corrispondenze a supporto come nelle analisi linguistiche e dei toponimi, o in base all’interpretazione dei testi degli antichi autori ellenici come nell’Iliade in cui entrambi i popoli vengono identificati come alleati dei troiani, e c’è chi invece li ritiene popoli diversi e quindi attribuisce le mura agli uni o altri altri… Insomma la questione è spinosa ma personalmente in base a tutti gli studi che ho potuto consultare ed alle prove seppur parziali emerse ritengo decisamente erroneo e assolutamente privo di riscontri l’attribuzione delle “mura ciclopiche” laziali ai siculi, seppur ancora la questione sia aperta e senza apparente soluzione. Cordiali saluti.

  2. Fabio Calabrese

    Caro Stefano: io ho semplicemente riportato l’ipotesi del libro di D’Angelo che attribuisce ai Siculi l’origine delle mura poligonali. Non la faccio necessariamente mia. A parte questo, la ringrazio sia per le parole di apprezzamento, sia per le sue preziose indicazioni.

  3. Stefano

    Si figuri prof. Calabrese, non era certo un appunto a lei che giustamente ha solo riportato quell’ipotesi, ho solo ritenuto doveroso fare delle precisazioni ad integrare quanto da lei riportato senza necessariamente escluderlo a priori visto che nessuno per adesso è arrivato ad una soluzione certa univoca e la verità non la tiene in tasca nessuno in quest’ambito di così difficile soluzione. La ringrazio ancora per il vostro lavoro e le rinnovo l’apprezzamento e la stima, cordiali saluti.

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