fbpx

L’Italia megalitica – Fabio Calabrese

L’Italia megalitica – Fabio Calabrese

Vi ho già fatto notare che la maggior concentrazione di dolmen e menhir italiani non si trova nell’area padana ma nel nostro meridione, in particolare in Puglia, uno dei dolmen italiani più noti, ad esempio è quello di Minervino (Lecce). In realtà come vedremo, i dolmen di Minervino sono due, oltre al più noto dolmen Li Scusi (li scusiamo?) ce n’è un altro, ma verificheremo che ci sono ancora molte altre cose, tuttavia quello che forse colpisce di più, è la somiglianza di certi aspetti del folclore locale con la tradizione celtica, ad esempio l’importanza e la centralità dei riti del giorno dei morti, la credenza un tempo diffusa che in quella notte i defunti tornassero dall’aldilà per visitare le case dei loro parenti vivi, che è letteralmente uguale alla tradizione celtica di samain, diffusa da molto prima che essa si diffondesse a livello planetario nella versione americanizzata di halloween.

Si tratta di un’ipotesi che avanzo a titolo puramente personale, ma una spiegazione plausibile di queste analogie potrebbe essere il fatto che le popolazioni della Puglia e della fascia adriatica dell’Italia meridionale provenivano in prevalenza dall’altra sponda dell’Adriatico, erano cioè di origine illirica, e gli antichi Illiri dovevano essere a loro volta affini ai Celti, sia vera o meno l’ipotesi di D’Angelo sopra menzionata che collega a questo gruppo anche i Siculi.

Nel numero 154 della rivista “Focus” dell’agosto 2005 comparve un articolo di Franco Capone e Giacinto Mezzarobba intitolato I pagani sono ancora fra noi. In esso si segnala tra l’altro la presenza di vari complessi megalitici italiani, alcuni dei quali sono ancora, o sono tornati a essere oggetto di culto, magari in forme cristianizzate, e la maggior parte di quelli che i due autori indicano si trova tra Puglia e Molise.

Gli autori segnalano la presenza a Isernia di un’antichissima area sacra dove venivano adorate “grandi pietre in forma fallica”, in cui noi potremmo riconoscere null’altro che dei menhir.

Oltre a ciò non sarà forse fuori luogo ricordare che nelle vicinanze della città molisana si trova Isernia La Pineta, forse il più vasto sito paleolitico d’Europa, sebbene ovviamente non abbia un legame con insediamenti successivi.

I due articolisti di “Focus” passano poi a raccontarci di un “quasi dolmen” o una sorta di dolmen naturale, un grande masso forato che si trova a Calimera (Lecce). Secondo quanto riferiscono gli autori, esso era attraversato dai fedeli nel corso di riti propiziatori legati alla nascita, oggi invece viene attraversato dalla processione durante la celebrazione della pasqua, simboleggiando la rinascita spirituale del credente. Si tratta di un esempio, non certo isolato, del riciclo di tradizioni, simboli, rituali pagani da parte della religione cristiana. Comunque, il “quasi dolmen” di Calimera è una delle poche strutture megalitiche che sono state ininterrottamente oggetto di culto, e continuano a esserlo ancora al presente, a prescindere dalla rinascita pagana che oggi si sta manifestando un po’ dappertutto.

In Puglia si trovano parecchi dolmen e menhir. Oltre al dolmen di Minervino, più noto perché riscoperto già nel 1879, e noto anche come dolmen Li Scusi, se ne possono citare molti altri, ad esempio nei pressi di Bisceglie (provincia di Barletta-Andria-Trani) il dolmen de La Chianca, il dolmen di Albarosa e la cosiddetta Tavola dei Paladini (chiaramente un altro dolmen), in provincia di Lecce c’è ancora il menhir di San Martano, ma ancora a Minervino c’è un altro monumento megalitico meno noto, il menhir Monticelli. Numerosi menhir di svariate dimensioni si trovano poi nella località di Giurdignano (Lecce), nota anche come “il giardino megalitico d’Italia”. Si calcola che tra dolmen e menhir, i monumenti megalitici pugliesi siano oltre un centinaio, molti dei quali non sono mai stati adeguatamente studiati.

Un’altra tipologia di megalitismo tipica della Puglia sono le specchie: si tratta di grandi cumuli di pietre di forma approssimativamente conica che si trovano soprattutto nel Salento e nella Murgia, e sarebbero riconducibili all’antico popolo di origine illirica dei Messapi. Riguardo alla loro funzione, l’etimologia della parola che viene dal latino “spicere”, osservare (la stessa di “specchio”), suggerisce che si trattasse di antichi posti di vedetta, artificialmente elevati rispetto alla piatta pianura circostante. Questo rispetto almeno alle cosiddette grandi specchie, mentre quelle di dimensioni minori erano spesso usate come tumuli funerari.

Una certa importanza nella cultura antica della regione, le specchie in ogni caso devono averla avuta. Un amico mi ha segnalato tre toponimi pugliesi dove ricorre il termine “specchia”: Specchia, Specchia Gallone e Torre Specchiolla.

Forse la cosa costituirà una sorpresa per alcuni, ma possiamo dire che il fenomeno megalitico, lungi dall’essere circoscritto alle aree del nostro Paese che conobbero nell’antichità la penetrazione celtica, è diffuso in maniera relativamente uniforme per tutta l’Italia, comprese le regioni più meridionali, come la Basilicata, la Calabria, la Sicilia. Questo è probabilmente connesso al fatto che il megalitismo non fu probabilmente una creazione dei celti che probabilmente l’ereditarono, ma di una cultura più antica, estesa dall’Atlantico al Mediterraneo e che comprendeva gran parte dell’Europa, come abbiamo visto l’anno scorso.

In Basilicata, sul monte Croccia, in quelle che sono chiamate le piccole dolomiti lucane, troviamo un complesso megalitico noto come Petre De la Mola, un insieme di menhir posizionati in modo da traguardare il sorgere e il tramonto del sole ai solstizi d’estate e d’inverno, come avviene a Stonehenge.

Una presunta Stonehenge italiana rivelatasi un flop, è quella di Nardodipace in Calabria (provincia di Vibo Valentia). In questa zona, precisamente nella località chiamata molto opportunamente Pietre Accastellate, nei primi anni 2000 furono ritrovate enormi lastre di pietra che furono interpretate come menhir, dolmen, are sacrificali, ma successive indagini hanno dimostrato che si tratta di formazioni naturali che non devono nulla alla mano dell’uomo.

Persa una Stonehenge calabrese, se ne fa – o meglio se ne scopre – un’altra. E’ quanto riferisce il bollettino on line dell’Associazione Saturnia Tellus del 16 ottobre 2013, di cui vi riporto uno stralcio:

Un villaggio megalitico dimenticato che svetta in sul confine delle province di Reggio Calabria, Catanzaro e Vibo Valentia. E’ il sito “sacro” del Bosco di Stilo scoperto da alcuni archeosubacquei calabresi e recentemente rilanciato sui media locali.

Ci troviamo nel cuore di quella che un tempo si chiamava Calabria Ultra, verso l’estrema punta dello Stivale, dove, inghiottito da una fitta vegetazione, dalle parti di Ferdinandea, è incastonato un sito archeologico fuori dal tempo: tutto un susseguirsi di blocchi dalle svariate forme, con simboli particolari (alcuni dei quali, forse, cuneiformi), collocati in apparente allineamento con eventi astronomici”.

 Il bollettino di “Saturnia Tellus” riferisce l’ipotesi dei ricercatori che fanno risalire l’insediamento ai Pelasgi, l’antico e poco conosciuto popolo che avrebbe abitato la Grecia prima dell’arrivo degli Elleni. Ma diciamo pure che per ora ne sappiamo ancora troppo poco.

La Sicilia, l’abbiamo visto, è tutt’altro che estranea al fenomeno megalitico, vi ho menzionato più sopra le piramidi della valle etnea, ma ci poteva mancare una Stonehenge siciliana? Ovviamente no, e infatti ce l’abbiamo, è l’Argimusco vicino a Montalbano Elicona (Messina). Vi riporto qui uno stralcio della descrizione che ne fa Siviaggi del 26 ottobre 2018:

Argimusco è meglio conosciuta come la Stonehenge d’Italia. Si trova in Sicilia, nel borgo di Montalbano Elicona, uno dei Borghi più belli d’Italia.

Qui si trovano dei curiosi megaliti che ricordano, per forma, dimensione e peso, proprio quelli del noto sito inglese.
Ebbene, Argimusco potrebbe entrate ben presto nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco.

L’Argimusco, la Stonehenge siciliana nota in tutto il mondo e che ricade nel territorio di Montalbano Elicona, potrebbe entrare a far parte dei siti considerati patrimonio dell’Umanità e divenire diventando così un punto di riferimento internazionale in ambito archeologico, astronomico, storico culturale.

Una trentina di ricercatori internazionali provenienti da 32 Paesi si sono incontrati a Montalbano Elicona per discuterne la candidatura. Si tratta di geologi, archeologi, ricercatori, docenti universitari ed enti di ricerca italiani e stranieri, rappresentanti di istituzioni e studiosi.

Lo scopo dell’incontro e studiare il sito di Argimusco, cercando di avvalorare le tesi scientifiche sulle sue origini e sull’evoluzione del luogo, che servirà a promuovere la candidatura all’Unesco.

Quello dell’Argimusco è un altopiano al confine tra i monti Nebrodi e i Peloritani e si trova all’interno della Riserva naturale orientata Bosco di Malabotta. È un luogo molto panoramico, da cui si possono ammirare l’Etna, le isole Eolie, le curiose montagne Rocca Salvatesta e Montagna di Vernà, capo Tindari, capo Calavà fino a capo Milazzo.

Le pietre hanno forme particolari, antropomorfe e zoomorfe. La loro natura è dovuta all’erosione eolica e forse, in parte, a un antico intervento dell’uomo. C’è il menhir della virilità, l’aquila, il guerriero, la scimmia, la torre, l’occhio ecc. Nei pressi della Rupe dell’acqua ci sono anche delle vasche, di cui una dalla forma regolare che misura 1,50x 0,45 metri, e una trincea a forma di arco: la loro funzione non è ancora chiara.

Si dice che il sito venisse usato per rituali esoterici. Le rocce, infatti, potrebbero avere un allineamento astronomico e quindi una funzione rituale o persino di calendario”.

Naturalmente si tratta di affermazioni che dobbiamo accogliere con un po’ di beneficio d’inventario, alla luce del fatto che Stonehenge italiane ne abbiamo già incontrate diverse.

Lo stato italiano, l’abbiamo già visto, non coincide con l’Italia intesa come entità etnica e storica: vi mancano quanto meno Nizza, il Canton Ticino, la Corsica, gran parte della Venezia Giulia mutilata a seguito degli eventi della seconda guerra mondiale, e tralasciamo la Savoia, culla della dinastia che ha regnato sull’Italia dal 1861 al 1946, ma etnicamente francese, e i modesti “buchi” rappresentati dalla repubblica di San Marino e dallo stato vaticano. Lo stesso discorso vale per Malta, che è stata separata dal regno di Sicilia dal re di Spagna Filippo II per dare una nuova sede ai cavalieri di San Giovanni (oggi appunto conosciuti come cavalieri di Malta) che i mussulmani avevano cacciato da Rodi, poi passata durante le guerre napoleoniche sotto dominio inglese, e oggi stato indipendente.

I templi megalitici maltesi, che rappresentano uno degli aspetti più interessanti del fenomeno megalitico nell’Europa mediterranea, io penso dunque rientrino in pieno nella nostra disamina.

Per essere corretti, dovremmo parlare di arcipelago maltese, composto dalle isole di Malta, Gozo e alcuni isolotti minori.

I templi megalitici maltesi sono sette costruzioni sparse nell’arcipelago: Gigantia (o Grgantija), Skorba, Ta Hagrath, Hagar Qim, Menaidra e Tarschen (o Tarxien), a cui va ancora aggiunto il grande ipogeo di Hal Saflieni.

Gigantia nell’isola di Gozo, è una doppia struttura templare, il più vasto e probabilmente il più antico, al punto che inizialmente fu il solo a essere incluso nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Questi templi sono perlopiù, ciascuno un complesso di edifici, di forma circolare o lobata. L’abbondanza del materiale franato fa pensare che originariamente fossero elevati su più piani. In ogni caso, si notano correlazioni astronomiche collegate al solstizio estivo analoghe a quelle di Stonehenge: all’alba del solstizio i primi raggi del sole illuminano una pietra posta all’ingesso del tempio di Menaidra, e l’effetto è ancor più suggestivo a Hagar Qim, dove i raggi attraversano un’apertura detta “il buco dell’oracolo” e formano un disco sulla parete del tempio, che poi si trasforma in una mezza luna, un’ellisse e poi scomparire come inghiottito dal suolo.

La cosa più sorprendente, è però che questi templi sembrerebbero essere di un buon millennio più antichi di Stonehenge. Un altro bel rompicapo archeologico è costituito dal tempio ipogeo di Hal Saflieni, scavato su tre livelli, e a lungo ritenuto l’unico tempio ipogeo preistorico al mondo, fino a quando in Sardegna non è stato scoperto il tempio ipogeo di Morgongioi. Hal Saflieni presenta delle proprietà singolari, ad esempio un’acustica particolare: in una stanza nota come la stanza dell’oracolo, c’è un foro nella parete, nel quale se un uomo mette la testa, la sua voce si può udire in tutto l’ipogeo, ma attenzione: funziona solo con la voce maschile, non con quella femminile.

Un’altra particolarità che oggi rimane del tutto avvolta nel mistero per quanto riguarda Hal Saflieni è la caverna delle ossa: una grotta di questo insieme ipogeo che fu ritrovata stipata di ossa umane, una sorta di ossario. Dopo che questi resti furono rimossi dagli archeologi, scomparvero e non si sa dove siano andati a finire.

C’è chi dice che furono fatti scomparire perché alcuni di questi resti umani erano piuttosto strani, o almeno tali da contraddire l’interpretazione ufficiale della nostra storia remota, c’erano ad esempio diversi crani allungati.

Il mistero più grande, però probabilmente è rappresentato proprio dall’insieme templare come tale: è sbalorditivo che una simile cultura sia emersa in tempi così remoti su di un arcipelago così piccolo. Si sono ipotizzati collegamenti con le culture coeve della Sicilia, ma per ora almeno si brancola nel buio.

Noi sappiamo che la metà del patrimonio artistico mondiale si trova in Europa, e che il 70% di questa metà si trova in Italia, ma in modo analogo, quanti capolavori di artisti italiani sono sparsi nei musei di tutto il mondo?

Quella stessa creatività che il nostro popolo ha sempre manifestato in tutte le epoche storiche, dall’antichità al tempo presente, facendone un unicum nella storia della cultura mondiale, la ritroviamo anche nella preistoria e fa si che il fenomeno megalitico in Italia sia particolarmente vario, ricco, interessante. Ciò di cui ci si deve invece purtroppo lamentare è il disinteresse, non solo del grosso pubblico, ma quel che è peggio e condiziona il primo, delle istituzioni accademiche e scientifiche per queste tematiche, al punto che le indagini su capitoli affascinanti del nostro remoto passato sono perlopiù affidate alla buona volontà di ricercatori indipendenti che perlopiù non trovano un’adeguata cassa di risonanza nei media.

Vi do l’appuntamento all’anno prossimo, al Triskell 2020, quando esploreremo insieme la parte del mondo megalitico più vicina a noi, e concluderemo questo viaggio iniziato quattro anni fa, parlando del Triveneto celtico e megalitico.

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 23 Marzo 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. trovo l’ articolo in questione e quello successivo intitolato italia megalitica molto interessanti. grazie per averli pubblicati

  2. Fabio Calabrese

    Ottavio Perduto: GRAZIE!

Lascia un commento

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli