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FIUME, 3 MARZO 1922: cannonate squisitamente fasciste (1^ parte) – Giacinto Reale

FIUME, 3 MARZO 1922:  cannonate squisitamente fasciste   (1^ parte) – Giacinto Reale

 

  1. Annessione o autonomismo: una scelta obbligata

Le parole con le quali, il 18 gennaio del 1921, nel suo ultimo discorso, d’Annunzio si accomiata dalla città, hanno una forte connotazione malinconica, ma contengono anche un’accennata speranza di ritorno

Fratelli, non potrei rientrare in una città impura e trasformata, ma rientrerò con orgoglio e con allegrezza senza termine nella mia Fiume, in quella Fiume che ho adorata e che adoro.

Giuro davanti alla colonna sacra, all’asta rosa e al tricolore, giuro che io vi sarò fedele anche se voi mi vorrete infedele. Lo dico con tutto il mio cuore fiammeggiante: la mia fedeltà sarà senza fallo. Sia uguale la vostra.

Ricordo, e vorrei che fosse tra il popolo, quel mendicante che si inginocchiò davanti a me come io davanti a lui, rimanendo per qualche attimo così piegati davanti alla volta del cielo ed alla terra confusi.

Ricordo, e vorrei fosse qui, quella popolana che mi incontrò. Era con un fascio di legna che le cadde; io glielo raccolsi, e quando ella mi riconobbe, rimase confusa e volle baciarmi la mano.

Ricordo tutti i vostri segni, tutte le vostre generosità. Voi siete stati perfetti sempre, non io forse… (1)

 

In realtà, la situazione a Fiume non si presenta rosea per tutti coloro che nutrono sentimenti di italianità e continuano a credere alla possibilità di un’annessione alla Madre Patria.

Infatti, se pure i poteri restano formalmente in mano al Consiglio Nazionale, presieduto da Antonio Grossich, sostenitore dell’annessione, il rientro in città di Riccardo Zanella, che è fautore dell’autonomia, sotto forma di “Stato libero”, introduce un elemento di confusione che va in controtendenza.

Zanella, che, nella fin troppo benevola descrizione che ne fa Francesco Perfetti è “un politico che ad un indiscutibile physique du role e ad una eccezionale facondia oratoria univa istrionismo, populismo, abilità manovriera, desiderio di potere, vanità, ma anche un sincero amore per la sua terra”, è   figura molto nota in città, fin dall’inizio del secolo.

Varrà la pena di dire due parole sul personaggio, che poi sarà –in negativo- il protagonista dei fatti del 3 marzo 1922 ai quali è dedicata questa ricostruzione.

Egli si è battuto, già all’inizio del secolo, provocando anche moti di piazza, per l’esclusivo uso della lingua italiana contro il bilinguismo, è stato eletto al Parlamento ungarico nel 1905, e si è distinto come attivo esponente (anche se, probabilmente, non fondatore) dell’Associazione irredentista “Giovine Fiume”.

Col suo giornale, “La voce del popolo”, ha poi condotto vivaci battaglie in difesa dell’autonomia della città che, nelle intenzioni di allora, quando nulla faceva prevedere il rimescolamento di carte provocato dal conflitto e la successiva impresa fiumana, può essere interpretato come antecedente    del più consapevole irredentismo degli anni a venire.

Chiamato alle armi, diserta mentre si trova in Russia, e torna in Italia, dove nell’estate del 1916 è segnalato a Milano come presente ad una manifestazione patriottica in ricordo di Cesare Battisti.

Partecipa poi a varie altre simili iniziative, e forse entra in contatto, per questo, con i Servizi Segreti italiani. Certo è che:

Alla fine d’ottobre del 1918, Riccardo Zanella era dunque, a 43 anni suonati, senza dubbio uno degli esponenti più convinti e qualificati della politica annessionistica italiana, quella stessa di cui Gabriele d’Annunzio e Benito Mussolini si stavano rendendo autorevolissimi interpreti. (2)

E infatti, il 15 settembre del 1918, egli è nella delegazione degli irredentisti fiumani che, sul campo della prima Squadriglia Navale, al Lido di Venezia, offrono al Poeta un velivolo da bombardamento.

Troppo tardi, forse. Qualche settimana dopo, la città, evacuata   dagli Ungheresi, diventa preda dei Croati, minoranza appoggiata dalle baionette del Reggimento Jellacic.

L’Italia non può stare a guardare. Cinque fiumani – poi detti “gli Argonauti” – dopo un viaggio pericoloso, raggiungono a Venezia l’Ammiraglio Paolo Thaon de Revel, Comandante in capo del Dipartimento Militare marittimo, per chiedere aiuto.

È così che navi da guerra italiane si affacciano ammonitrici in rada, finchè, il 17 novembre arrivano i Granatieri, inquadrati in un contingente internazionale, a nome dell’Intesa.

Zanella, che si è stabilito a Roma, resta sostanzialmente estraneo a tutto questo, ma conserva intatto il suo prestigio e la sua popolarità in città, al punto che il 22 il Consiglio Nazionale manda un telegramma di saluti “affettuosissimi” a lui: “figlio prediletto di Fiume che tutto sé stesso ha dato, dà e darà perchè la nostra famiglia oggi ancora trepidante sia riunita alla grande e gloriosa Patria italiana”.

A gennaio del 1919, tiene un comizio insieme a Mussolini alla Scala, rivendicando i diritti della “vittoria mutilata” e l’annessione, ma è il momento culminate e ultimo del legame che lo lega a Fiume “italiana”.

Nei mesi successivi, infatti, prende corpo il suo brusco voltafaccia, che inizia con un violento attacco ad Antonio Grossich e a tutto il Consiglio Nazionale, del quale sono entrati a far parte ex combattenti, tutti su posizioni annessioniste. Sono proprio costoro a ritardare il più possibile, con buona pazienza, la rottura con quell’ingombrate arruffapopolo al quale non vogliono assegnare il ruolo di vittima, anche se è ancora difficile prevedere il suo progressivo spostamento su posizioni filo croate, destinata a provocare, nel giro di tre anni, senza possibilità di ritorno, la sua cacciata a cannonate, della quale diremo, da parte dei fascisti.

Tra le molte spiegazioni possibili, la più convincente appare quella tutta psicologica, che vede in lui prevalere la delusione per un rientro in città che non ne fa il “Capo” indiscusso, ma lo pone al vertice insieme ad altri, tra i quali anche alcuni che gli erano stati avversi ai tempi della richiesta di autonomia e che si sono ora convertiti all’italianità.

Il temperamento fortemente volitivo di un uomo che ha passione per il potere e gusto del comando, che ha difficoltà a stare “alla pari” con gli altri (in questo caso i componenti il Consiglio Nazionale), ai quali si sente superiore, provocano il brusco cambiamento di campo di Zanella.

A luglio del 1919, quando ci sono sanguinosi incidenti tra Italiani e Francesi, egli è ormai bollato, dagli annessionisti, come rinnegato al soldo di Belgrado, ed è forse per questo, per cercare di recuperare terreno, che il 22 agosto, da Roma, scrive una lettera a d’Annunzio, con la quale si dichiara pronto a tornare al suo “posto di combattimento”.

Coerentemente –ma più probabilmente con la segreta speranza di recuperare un ruolo di prestigio per sé-, il 13 settembre, il giorno dopo la “Santa Marcia”, riscrive al Poeta: “Maestro, con l’animo ricolmo di vivissima riconoscenza per l’atto altissimo che ella ha compiuto per la redenzione della mia città natale, le invio la fervida adesione e l’espressione della mia devozione sincera”.

La risposta, tre giorni dopo, è quanto di meglio potesse aspettarsi:

 

Mio caro Zanella, grazie. Appena giunto feci cercare di lei, e seppi che il lutto l’aveva colpita (in quei giorni era morto il padre ndr). Ne ebbi grande afflizione, e mi proponevo di venire a cercarla, ma l’incalzare degli avvenimenti me ne tolse il modo. La prego di farmi sapere se può venire al Comando, e   in quale ora, possibilmente nel pomeriggio, dopo le cinque.

Sono certo che avremo grande aiuto dal suo ingegno e dal suo animo. Le stringo la mano. Viva Fiume d’Italia! (3)

L’incontro, infatti, avviene, il pomeriggio dello stesso giorno, e, anche se non sappiamo con precisione cosa i due si siano detti, segna, forse imprevedibilmente, l’inizio di una rottura che sarà irreparabile. Nei giorni successivi Zanella parte all’attacco, sul suo giornale, degli uomini del Consiglio Nazionale, che ha capito gli saranno preferiti da d’Annunzio. Lo fa riprendendo vecchie –e anche pettegole- polemiche d’anteguerra, e aggiungendovi una poco chiara storia relativa alla (cattiva) gestione dei Magazzini Generali, nei quali erano stivate merci abbandonate dall’Esercito austro-ungarico, del valore di svariati milioni.

Si tratta di una chiara manifestazione di ostilità al Poeta, che sta invece cercando la via della conciliazione cittadina. Fuga ogni dubbio, poi, la sua decisione di partire, il 27, per Roma, dove incontra Francesco Saverio Nitti, l’irriducibile nemico della causa fiumana.

È una insopportabile provocazione, e lui non può non saperlo. Al rientro viene convocato al palazzo del Comando, redarguito pesantemente dal Vate, e infine accompagnato fuori, scortato dei Carabinieri, per essere posto sotto sorveglianza degli Arditi.

Ormai il discredito prende il posto della precedente fiducia che molti nutrivano in lui, fino a coinvolgere anche un ospite straniero, con un impietoso giudizio che, però, contiene anche un’acuta analisi del personaggio:

E che bizza sciocca anche nelle invettive di Riccardo Zanella, tipo prettamente italiano, non ammissibile, se non in una città italiana. Il capo degli autonomisti vuole salvare Fiume anche lui, ma deve essere lui quello che la salva; e accorgendosi che d’Annunzio non gli fa posto abbastanza, se ne va furibondo, sbatacchiando gli usci. Fuoriuscito di maniera, piacevole parodia di Farinata degli Uberti, codesto Zanella – che in fondo non è cattivo diventa il nemico più accanito dei suoi concittadini, e spande la sua bile nel girone di Cagoja, gongolante all’idea di avere dalla sua un pesce così grosso.

L’attività di questo politicante fu nefasta per l’Impresa. Lo sbaglio più grosso fu, e non ho scrupoli a dichiararlo, lasciare che se ne andasse, sarebbe stato facile utilizzarlo, senza troppo dispendio; sarebbe bastato procurare alle sue ambizioni qualche soddisfazioncella di poco conto e conservargli, piuttosto che una responsabilità vera e propria, l’illusione della importanza. Ma Niccolò Machiavelli restò sempre fuori dalla “città di vita”; e io temo molto che il Comandante di Fiume anteponga al Segretario fiorentino Baldassarre Castiglione o il Cardinal Bembo. (4)

Nonostante la sorveglianza cui è sottoposto, riesce a fuggire da Fiume e a rifugiarsi ad Abbazia, presso il Comando italiano, da dove continua, per tutto il 1920, che sarà l’anno del quale darà il peggio di sé, la sua opera antidannunziana.

Si mette praticamente agli ordini di Nitti, facendo opera di vera e propria delazione, segnalando gli spostamenti in Italia degli odiati Host Venturi e Gigante perché siano arrestati, e introducendo in città volantini indirizzati ai Croati e incitanti alla rivolta.

Il Poeta, che di tutto ciò viene informato, ormai lo chiama “il rinnegato”, pur senza prendere alcuna iniziativa (possibile, per esempio con uno dei quei colpi di mano che sono il fiore all’occhiello di Uscocchi e Arditi) nei suoi confronti.

Il culmine di questa odiosa attività viene raggiunto alla vigilia del “Natale di sangue”, quando, d’accordo con le Autorità militari italiane, fa arrivare in città armi e bombe per equipaggiare Croati, lavoratori del porto e contadini del suburbio.

Non ci sarà, fortunatamente alcun spargimento di sangue, in aggiunta a quello versato dai Legionari in difesa dei loro rudimentali apprestamenti difensivi, ma il suo comportamento lo pone ormai oggettivamente dalla parte dei nemici della città.

Se prima, come ha scritto qualcuno, la contrapposizione era tra il progetto rivoluzionario della” città di vita” perseguito da d’Annunzio e il suo ideale mercantile di una “repubblica anseatica”, ora si confrontano veramente due opposte mentalità, inconciliabili tra loro.

Il Poeta vuol fare di Fiume quel “faro luminoso” al quale possano guardare con speranza gli oppressi e i desiderosi di libertà di tutto il mondo, lui ambisce solo a regolare vecchi conti di bisticci paesani, ammantati di politica.

Le cannonate giolittiane faranno fallire il progetto del primo, quelle di Giunta condanneranno il tentativo del secondo. In mezzo quindici mesi, di passione per una città che non conosce pace.

D’Annunzio parte, a gennaio del 1921, ma restano volontariamente   in città alcune centinaia di legionari (le Autorità li quantificheranno in 200 Ufficiali e 500 tra Sottufficiali e uomini di truppa), che rivendicano per sé il titolo di “cittadino onorario”.

Con loro, Ernesto Cabruna, eroe di guerra e Tenente dei Carabinieri, al quale il Poeta assegna un compito preciso, affidato ad un biglietto autografo:

 

Ti ordino, come Capo, di tenere celati il tuo pensiero e il tuo sentimento veraci, che io conosco, e di assumere l‘ufficio a te offerto dagli uomini dubbi, perché questo sacrificio serve la Causa (sottolineato ndr).

La tristezza della simulazione ti sia leggera. (5)

 

Non è difficile intuire che le prospettive non siano rosee per i sostenitori della causa dell’annessione, che si sentono abbandonati dall’Italia di fronte all’incalzare dell’offensiva serbo-croata, che si è già manifestata ancor prima che il Poeta lasci la città. Egli non è, però, colto alla sprovvista, se lo aspetta, e già il primo gennaio scrive una preoccupata lettera a Host Venturi:

 

Mio caro Nino,

giunge notizia che i Serbi sono sbarcati a Dobrigno.

È necessario che i due mallevadori dell’accordo di Abbazia protestino immediatamente presso le autorità militari italiane per questa violazione inammissibile.

I presidi delle isole dovevano partire dopo l’esodo dei Legionari da Fiume. L’esecuzione del Trattato di Rapallo non fu ancora decretata.

Io ho ordinato al presidio di Veglia che cessino le ostilità contro i regolari e che la fronte sia volta verso il nuovo nemico.

Confido nelle tue energie. (6)

 

Sono, purtroppo, solo i prodromi di ciò che avverrà.

Nei primi mesi del 1921, Zanella sposterà sempre più a sinistra e in direzione antitaliana la barra della sua navigazione, interpreterà a modo suo le originali intuizioni della Carta del Carnaro, rifiuterà le “velleità patriottarde” di chi continua a volere l’annessione, costringerà Fiume nel piccolo guscio di una città mercantile, che non ha niente da dire al mondo, a differenza della città di vita e di speranza   del sogno dannunziano.

L’idea della quale si fa sostenitore, di un “corpus separatum” piace, in realtà, ai Croati (defilato il “grande fratello Serbo”) più che gli Italiani, come dimostrerà la nascita di un “Partito jugoslavo”, operante a Sussak, a suo sostegno, per procurargli voti alla campagna elettorale di aprile.

 

 

Foto 1: Riccardo Zanella

Foto 2: d’Annunzio in viaggio in direzione di Fiume

 

NOTE

  1. in: “La penultima ventura, scritti e discorsi fiumani”, a cura di Renzo De Felice, Milano 1974, pag. 467
  2. Amleto Ballarini, L’antidannunziano a Fiume, Riccardo Zanella, Trieste 1995, pag. 93
  3. in: Amleto Ballarini, cit., pag. 135
  4. Leon Kochnitzky, La quinta stagione o i centauri di Fiume, Bologna 1922, pag. 63
  5. in: Ernesto Cabruna, Fiume 10 gennaio 1921 – 23 marzo 1922, Montegiorgio 1932, pag. 19
  6. in: Giovanni Host Venturi, L’impresa fiumana, Roma 1976, pag. 244

 

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Categorie: Controstoria

Pubblicato da Giacinto Reale il 4 Marzo 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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