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Lo Squadrismo raccontato dagli squadristi – Giacinto Reale (4^ parte)

Lo Squadrismo raccontato dagli squadristi – Giacinto Reale (4^ parte)

Strano, eppure il fascismo ha vinto perché aveva le canzoni più belle degli altri. Canti Bersaglieri dall’eco delle diane, canti di Arditi improvvisati fra riva e riva del Piave in aspre sinfonie di bombe a mano. (Asvero Gravelli, I canti della rivoluzione)

Ci sono, nella memorialistica squadrista, ma con riverberi anche nella narrativa, e persino nella saggistica, dei topos sui quale vale la pena di soffermarsi, per capire lo spirito dei protagonisti e del tempo.

Essendo fuor di luogo pensare che chi scriveva si fosse “passato parola” o ci fosse stata una diffusa opera di copia-incolla, l’unica spiegazione possibile è che tali elementi di comunanza, presenti in testi di Autori diversi nello stile, lontani nella collocazione geografica e scritti a distanza di tempo tra loro, raccontassero la realtà, o, perlomeno la realtà come la vissero i mussoliniani.

Questo è il terzo e ultimo elenco.

 

IL DUCE

La memorialistica squadrista, soprattutto dalla fine degli anni venti in poi, tende a presentare la figura di un Mussolini preveggente, che già dal 23 marzo ha ben chiari in testa tempi ed obiettivi della sua azione, e fin dall’inizio è capo incontrastato dei suoi uomini.

Se di “preveggenza” è arduo parlare, perchè, basterebbero a dimostrare il contrario i successivi aggiustamenti di rotta imposti alla navigazione fascista, ancor più arrischiato è affermare che, tra quei giovanotti tra i venti e i venticinque anni, spesso vergini di politica, che sono i capi e i gregari delle squadre, Mussolini, “il professore di Milano”, quasi quarantenne, con un passato politico-giornalistico di grande spessore, goda di qualcosa di più di un prestigio da verificare quasi ogni giorno.

Questo perché certo facile non devea essere affermare sempre e comunque la propria autorità su una base irrequieta come quella squadrista, e sostanzialmente poco propensa ad accettare “le ragioni della politica”.

Curiosamente, però, il primo momento di difficoltà nel controllo del movimento viene causato a Mussolini non dagli uomini delle squadre, ma dagli eletti in Parlamento. Infatti, il 2 giugno del 1921, a Milano, il Gruppo parlamentare si pronuncia, con 19 voti contro 15, a sfavore della “pregiudiziale repubblicana” da lui proposta, che prevede, tra l’altro, l’assenza del Gruppo alla Camera alla seduta inaugurale presieduta dal Re.

Dalla parte del futuro Duce sono le squadre (con qualche eccezione a Torino e Bari), ma gli antagonisti non intendono cedere. Nel capoluogo lombardo, in riunione, le cose non vanno proprio lisce, e si sfiora addirittura lo scontro fisico tra i giovani rivoluzionari (soprattutto i cosiddetti “deputati minorenni”, che rischiano di vedere l’elezione invalidata per l’età) e i moderati della precedente generazione:

Si leva adesso a parlare Bottai, che sostiene le ragioni della tendenzialità repubblicana, con aspro, giovanile piglio polemico. Valentino Coda, uomo di estrema destra, gli grida, dall’altro lato della sala, con voce tonante: “Asilo infantile !”

Bottai scatta con un balzo da Ardito, è sopra Coda, con i pugni tesi, e urla: “L’asilo infantile ha salvato il Grappa !”

Applausi e movimento; poi i soliti mettipace dividono i contendenti. Mussolini, immoto, con un vago, indefinibile sorriso sul volto, osserva la scena; i vicini lo sentono mormorare a fior di labbra: “Questo è “fassismo”, questo mi piace” evidentemente compiaciuto dell’ardore combattivo dei suoi seguaci.

Bottai e Coda si tendono poi la mano e confabulano a lungo, mentre la discussione si chiude. (1)

Aldilà di questo, che può anche essere giudicato “folclore”, tipico dell’ambiente, l’incontro termina con la votazione di un Ordine del Giorno in due parti: la prima – approvata all’unanimità – di consenso all’operato di Mussolini; la seconda che postula l’assenza dei Deputati dalla Seduta Reale, come già detto, viene bocciata, sia pur di poco .

Peggio andrà ad agosto, quando il Capo di Milano imporrà il “Patto di Pacificazione” con i socialisti.

In questo caso, a schierarsi contro sarà tutta la base squadrista, che ha un peso specifico ben maggiore dei 19 medagliettati di Milano, al punto di costringere Mussolini, il 18 agosto, a dare le dimissioni dalla Commissione Esecutiva dei Fasci di Combattimento.

Tutto si sanerà in breve tempo, per la consapevolezza dei “ribelli” che senza le capacità politiche e l’esperienza di Mussolini il movimento avrebbe storia breve e sarebbe fagocitato dai vecchi maneggioni della politica Anche il ritorno di fiamma, dopo la pace del Congresso di Roma a novembre, nel marzo dell’anno successivo, quando Balbo, Grandi e Marsich si riuniranno a Venezia per “sfiduciarlo” dopo che egli si era dichiarato possibilista sull’eventualità di fornire appoggio ad un costituendo Governo Giolitti, finirà alla stessa maniera, per il duro prezzo che i giovani capi devono pagare alla loro inesperienza.

La promessa/minaccia mussoliniana di tornare “la tessera nr. 12642 del Partito Fascista” non avrà seguito, e ogni motivo di dissapore sarà accantonato dalla prospettiva di vittoria che si sente ormai nell’aria.

Gli avvenimenti succeduti al 28 ottobre poi saneranno polemiche vecchie e nuove, anche se i “vecchi fascisti” non rinunceranno mai al loro “diritto al mugugno”. Come Angiolo Bencini, il fondatore de “Il Selvaggio”, che così scriverà il 16 novembre del 1924, dopo l’assassinio di Armando Casalini:

Col suo recente discorso ultranormalizzatore, legalitario, quietista e pacifista, S E Benito Mussolini, Presidente del Consiglio, manda in congedo tutti noi che lo servimmo in qualità di squadristi… Noi siamo ormai come gli intrusi del fascismo. Ci si considera compromettenti, poco seri, esagerati, esaltati. In una parola la peste del fascismo del 1924… E’ l’ora delle transazioni, dei compromessi e degli accomodamenti, l’ora della mediocre politica, l’ora borghese e sciocca degli uomini normali… Grave torto persistere in una fede nella RIVOLUZIONE! Nessuna rivoluzione esiste. Tutto è sogno… Ma lasciateci, Presidente, rimpiangere il tempo nel quale vi conoscemmo, vi amammo, vi obbedimmo, quando non eravate S E, ma eravate il DUCE (2)

 

E’ comunque a Malaparte che si deve l’attacco più “politico”, alla vigilia della “svolta del 3 gennaio del 1925, con un articolo ultimativo già nel titolo: “Tutti devono obbedire, anche Mussolini al monito del fascismo integrale”, che vale la pena di riprodurre nelle parti essenziali:

 

Ecco ciò che chiedono i fascisti delle province:

  1. Continuare in rivoluzione, con la creazione di nuovi istituti, l’insurrezione vittoriosa dell’ottobre 1922;
  2. La responsabilità degli atti di Partito, e di questi soltanto, deve essere assunta non solamente dagli squadristi delle province, uniche vittime della normalizzazione, ma da tutto il Partito in solido, capi e gregari, perché il concetto di gerarchia del comando e dell’obbedienza deve essere mantenuto tanto nella buona quanto nella cattiva fortuna;
  3. Deve essere sempre negata qualunque solidarietà del partito a chi, per faziosità o per ragioni di interesse personale ,ha offeso le leggi morali e civili, non solo del fascismo, ma di tutto il popolo italiano;
  4. Il fascismo non deve e non può esso solo fare le spese della normalizzazione, abbandonando alle pretese degli oppositori il suo patrimonio ideale e le norme fondamentali del suo programma politico e sociale, ma deve opporsi con qualunque mezzo a prostituire il suo patrimonio ideale e il suo programma alle mutevoli e contingenti necessità parlamentari, tanto del Governo quanto delle vecchie classi parlamentari, le quali uniche si avvantaggerebbero di una tale prostituzione dei principi fondamentali del fascismo;
  5. Coloro che in due anni di permanenza alle alte cariche del Partito, o alle sottocariche ministeriali e burocratiche, non hanno saputo far nulla per attuare i presupposti della rivoluzione fascista, ingannando e tradendo il fascismo e il Paese, e preoccupandosi soltanto di creare le proprie fortune personali, politiche e finanziarie, senza tener conto degli interessi del fascismo e del Paese, devono essere rovesciati subito, prima che la campagna scandalistica delle opposizioni si giovi della loro personale indegnità e insufficienza, per tentare di menomare la dignità del fascismo;
  6. Il sindacalismo fascista deve essere liberato senza indugio della “insindacabile autorità” di certi capi, che sotto la maschera della disciplina e del bluff personale, esercitano da troppo tempo il contrabbando di qualche interesse personale o di gruppo, a tutto danno dei legittimi interessi delle classi operaie e del prestigio del fascismo;
  7. Tutti coloro che esercitano a Roma nelle alte cariche del Partito, e nelle sottocariche ministeriali e burocratiche, il potere ad essi consegnato dal fascismo rivoluzionario delle province, debbono rendere conto al fascismo, in ogni momento ed occasione,, di ciascun atto e di ciascuna fortuna, politica e finanziaria personale, e attenersi sempre alla più diritta e rigida norma di vita pubblica e privata;
  8. Gli interessi parlamentari del fascismo non devono mai prevalere sui suoi principi ideali e programmatici, fondamentalmente antiparlamentari;
  9. La maggioranza del 6 aprile non deve rappresentare in Parlamento l’ultimo termine di arrivo e di esaurimento di una insurrezione vittoriosa delle province, ma la prima tappa della rivoluzione provinciale fascista verso la definitiva conquista dello Stato liberale, per giungere alla creazione dello Strato nazionale Unitario

Questa è la volontà delle province, questo è quanto chiede per ora fermamente a Voi, On Mussolini, il generoso e puro fascismo delle province. Chiunque si mettesse contro questa volontà cadrebbe. Essa segna la fine di tutti coloro che, per interesse o per imbecillità o per spirito di tradimento, tentano con tutti i mezzi di perpetuare gli equivoci

A Voi spetta, On Mussolini, troncare gli indugi e rovesciare chi ha tradito fino ad oggi la rivoluzione fascista, se non volete che le province inizino per proprio conto il vero ciclo rivoluzionario, che darà la giustizia e la pace al popolo italiano. (3)

L’OFFERTA DELLA VITA

I fascisti pagano, nel quadriennio 1919-1922 un alto tributo di sangue. Possono essere ritenute attendibili le cifre fornite, alla fine del 1923, dalle Autorità di PS al Governo – riprodotte ne “Le origini della guerra civile”, di Paolo Fabbri – che indicano un totale di 433 caduti.

Per gli antifascisti, in assenza di una statistica “ufficiale”, possono valere le cifre fornite da Salvemini, nel suo “Scritti sul fascismo”, vol. I, e tratte dalla minuziosa verifica del Corriere della Sera: 109 morti tra giugno 1919 e settembre 1920 (di cui solo 22 “attribuibili” ai fascisti) e 406 da ottobre 1920 a ottobre 1922.

Numeri, come si vede, inferiori a quelli normalmente indicati, e macabra contabilità sostanzialmente “in pareggio”, anche se, nella realtà, sicuramente sbilanciati a sfavore dei mussoliniani, se si considera la forte disparità numerica delle forze in campo.

Contrariamente alla tesi normalmente avallata, che vuol fare degli squadristi degli antesignani dei “novios de la muerte” della guerra civile spagnola, va detto che la morte da loro non è mai “cercata”, ma vista come uno spiacevole incidente da evitare, a differenza di quanto succederà in altri fascismi europei:

 

Ha senso parlare di vera e propria mistica della morte o di religio della morte, quando ci si trova di fronte ad una mitologia funeraria egemonica, totalizzante, posta come unico punto di riferimento vero delle norme che obbligano ad agire o a non agire, delle modalità di approccio a se stessi, agli altri uomini, al mondo, delle visioni della storia e della natura.

Ma il teschio con il pugnale tra i denti che figurava sul petto della camicia nera degli Arditi divenuti squadristi non va dissociato dal motto “Me ne frego”, tutt’altro che nihilista. (4)

 

Pur nella generale “brutalizzazione della politica” che il conflitto appena concluso ha introdotto nella vita civile, per gli squadristi, la morte (propria, ma anche dell’avversario, visto pur sempre come “un fratello che sbaglia”) è una tragica, indesiderata fatalità, che assume, nel caso si tratti di una camicia nera, un doppio valore:

La morte dello squadrista è dunque un prezzo necessario in un duplice senso: è il tributo che il fascista paga per appropriarsi della Nazione; ed è anche l’atto che illumina i vivi, incoraggiandoli a manifestare idee e posizioni fino ad allora celate. In questo ultimo caso, la morte non potrebbe avere una funzione maieutica più positiva: la salma del fascista assassinato addita ai vili che la Patria è in pericolo, necessita dell’impegno di tutti –specie di coloro che, fino ad allora avevano ridotto i sentimenti nazionali in una pavida emigrazione interna – per essere salvata. (5)

E quando i pavidi borghesi dimostrano di non capire e apprezzare il significato dell’offerta della propria vita che uno o più squadristi hanno fatto, la reazione non può che essere una, così come chiaramente espressa nel manifesto affisso sui muri di Piacenza, dopo la morte dello squadrista Antonio Macerati:

I funerali del martire non passeranno per le vie centrali della città, per non subire l’onta del falso compianto dei coccodrilli della borghesia e delle segrete gioie del proletariato.

Riposta nell’ara della pace la salma del martire, stracceremo questa scottante maschera di calma che, per rispetto di lui manteniamo nell’animo nostro, col far giustizia, con tutte le nostra forze, dei più feroci e satanici delinquenti che la storia conosca. (6)

Chi continua a combattere, può, quindi, fieramente continuare a cantare “Sappiam che all’improvviso ci attenderà la sorte / ma noi ce ne freghiam / della vita e della morte”

LA DELUSIONE

Gli squadristi fiorentini, sempre all’avanguardia, capiscono subito, già alla partenza da Roma, mentre Mussolini si avvia a formare il suo primo Governo, che qualcosa non sta andando come avrebbero voluto:

Camminammo a lungo, storditi dalla stanchezza, così che senza accorgersene ci trovammo in treno.

“Ma come! E ‘un siamo ancora arrivati che ci mandano via? E senza fucilare nessuno? O che rivoluzione l’è! O ‘un s’è vinto?”.

“E se s’era perso e ci avrebbero condito loro e ci avrebbero”.

“E ci sloggiano, E siamo troppo pericolosi per star quaggiù”.

Ma nessuno aveva nemmeno più la forza di bestemmiare. Mi sdraiai su un portabagagli di terza, che sedili e pavimento erano pieni zeppi di gente. Sotto i compagni, con voce afona, commentavano le giornate.

Solino smoccolava per lo scempio della sua divisa nuova. Bocca si domandava se il suo principale lo avrebbe ripreso alla panetteria, dopo sei giorni di assenza. Altri ricordavano le famiglie, la propria vita, gli affari. Mi parve che Giovanni, nel frastuono, mi chiedesse se ci avrebbero concesso un appello straordinario pe gli esami.

Poi le voci ad una ad una si affievolirono, e nel vagone, zeppo di gente, rimase solo il monotono rullio del treno. (7)

 

Altri ci arriveranno più tardi, e la loro delusione sarà ancora più amara. Arduccio Zanirato, vecchio squadrista ed ex Segretario Politico del Fascio di Cervignano, così scriverà sul giornale locale “Legittima difesa”, il 29 dicembre del 1923:

Io sono della prima ora, del primo minuto. Sono di quelli che congiuravano nelle buie e sorde stanzette, di quelli che partecipavano, con la loro squadra d’azione, invisibile ed invincibile, a tutti gli avvenimenti… sono di quelli del manganello, in una parola, e non di quelli del “dernier cri” con le pose snob e i guanti scamosciati, ghette e bastoncino da passeggio

Quando considero la distanza che mi separa da questi ultimi, mi prende schifo e sputo: e penso che questo non è il fascismo per il quale abbiamo lottato, sofferto e patito. Questa è una degenerazione. Gli ultimi, gli arrivisti, non sono i nostri figli…
Vogliamo ricondurre il fascio alla sua vera funzione, alla sua primiera dignità; epuriamo le fila, cacciamo via le carogne, i parassiti che sono solo numero senza energia, ritorniamo i pochi, i migliori, la elité

Per conto mio porto agli amici indipendenti la solidarietà completa della prima squadra d’azione, che allora si chiamava, lo ricordate, squadristi ? dei “macellai. (8)

 

Ci sarà, infine, chi a questa delusione darà prima una coloritura politica, ricordando con nostalgia i tempi passati, il “vecchio fascismo nostro”, come gli squadristi amano dire:

Noi tutti sentiamo, quando ci confessiamo con sincerità, che governavamo più ieri nella nostra singolare opposizione, che non oggi al potere; e che, mentre nell’aula montecitoriale ci è grave, come maggioranza artificiosa, obbedire a mentalità e metodi di minoranza, noi scontiamno inesorabilmente di avere, al bivio: “potere o rivoluzione!”…sacrificata la rivoluzione per il potere. (9)

 

La conseguenza non può che essere il rinsaldamento dei vecchi legami, in una esasperata rivendicazione di orgoglio di chi nelle strade era sceso a battersi, nelle giornate della rivoluzione:

Noi, quelli che veramente abbiamo fatto la rivoluzione, ci parlavamo un tempo occhi negli occhi, alla brava, secondo una costumanza che battezzavamo “menefreghista”, né conoscevamo la carezza di grami cittadini per viltà, né il sistema della pedata per irriconoscenza congenita. Forse per questo… tuttora ben felici ci riterremmo di potere, dopo tanta tragedia storica, trascorrere quel po’ di vita terrena che ci resta, senza gabbare né i privati né lo Stato, così, all’antica e buona maniera, collo spirito che ci assisteva nelle lontane ed indimenticate veglie, quando lo scarso viatico era confermato da una incrollabile fiducia reciproca. Pericolo e fraternità andavano allora di pari passo. (10)

Gli anni passeranno, per quelli che rimarranno a “far politica”, insieme ai nuovi venuti ed ai giovani che, per motivi anagrafici, lo squadrismo non hanno vissuto, l’amarezza sarà stemperata, con amara ironia, nell’autodefinizione di “supertraditi del fascismo”, ma ci sarà, in sovrappiù, impietosa, la critica delle nuove leve:

Mettemmo sotto mira gli squadristi,incolpandoli di aver fatto le cose a mezzo. Ma era un po’ uno sfondare le porte aperte. Si poteva litigare sul perché e il percome, ma erano loro i primi ad ammettere di essere stati ingannati. Con la sicumera che dà la prima ombra dei baffetti sul labbro, gli domandavamo: “Perché non avete fatto questo ? O quest’altro ? Tutti interrogativi che poi posero a noi quelli della terza generazione, senza che mai riuscissimo rispondere decentemente. (11)

 

 

NOTE

  1. Ernesto Daquanno, Vecchia guardia, Roma 1935, pag. 202
  2. Articolo in prima pagina, intitolato “Il benservito agli squadristi”, e firmato “Sugo di Bosco”
  3. “La Conquista dello Stato” del 28 dicembre 1924
  4. Furio Jesi, Cultura di destra, Roma 2011, pag. 54
  5. Francesco Germinario, L’estremo sacrificio e la violenza, Trieste 2018, pag. 360
  6. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze 1929 vol IV, pag. 149
  7. Mario Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano, Roma 1980, pag. 257
  8. In: Davide del Bosco, Pino Bellinetti, un giornalista in camicia nera, Rovigo 2014, pag. 167
  9. Piero Bolzon, Oltre il muro e la fossa, Milano-Firenze 1925, pag. 126
  10. Idem, pag. 99
  11. Paolo Cesarini, Italiani cacciate il tiranno, Milano 1978, pag. 86

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 5 Febbraio 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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