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L’eredità degli antenati, quattordicesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, quattordicesima parte – Fabio Calabrese

Ancora non abbiamo finito con questo 2019 in cui è stato impossibile tenere in tempo reale il passo con le notizie riguardanti le tematiche connesse alla nostra eredità ancestrale, e tocca riprendere il discorso dal mese di dicembre.

Non è possibile passare sotto silenzio in primo luogo un articolo pubblicato da GenomeWeb in data 5 dicembre che riferisce di una ricerca genetica condotta da Jeffrey Wall dell’Università della California, San Francisco. Noi sapevamo già che i neri subsahariani presentano la più alta percentuale di DNA non sapiens fra tutte le popolazioni umane, anzi è curioso il fatto che questo fatto innegabile ma “scomodo” per l’ideologia antirazzista dominante, venga periodicamente dimenticato e riscoperto. Tuttavia, da questa ricerca dell’Università della California esce qualcosa di più di quanto avevamo sentito fino ad ora: sembra che la componente non-sapiens nel genoma dei subsahariani sia decisamente più alta di quanto finora stimato, da 5 a 15 volte superiore a quella dei non africani.

Non si tratta di DNA di Neanderthal né di Denisova ma della famosa “specie fantasma” di cui non si trova traccia fuori dall’Africa, a riprova del fatto che con essa si sono ibridati sapiens provenienti dall’Eurasia, e che l’Out of Africa è totalmente smentita dai fatti, forse niente altro che la variante africana del vecchio Homo erectus, rimasto immutato in Africa, mentre in Eurasia si evolveva in Heidelbergensis e poi in sapiens.

La ricerca è tornata a mettere in luce anche un’altra cosa che sapevamo già: nel DNA degli abitanti delle isole Andamane si trova la traccia genetica di un “quinto antenato” diverso sia da Cro Magnon, Neanderthal e Denisova, sia dalla “specie fantasma” africana. Questo è di grande interesse per la ricostruzione dell’albero genealogico dell’umanità, ma nettamente meno rilevante ai fini pratici, infatti gli Andamanesi non rischiano di inquinare il nostro DNA.

Come vi ho già detto altre volte, in questa rubrica eviterò di seguire l’attività dei gruppi facebook sulla tematica delle origini, per la ristrettezza di questi gruppi e il disinteresse dimostrato in passato per la “cassa di risonanza” loro offerta, a meno però che sulle loro pagine non appaia qualcosa di realmente interessante, e questo è certamente il caso in esame, infatti a dicembre MANvantara ha “ripescato” qualcosa di grande interesse: un articolo comparso su “La Repubblica” nel gennaio 2007, e – tra parentesi – è sempre un grande piacere quando sulle pagine scientifiche (che evidentemente procedono per una loro strada senza valutare le implicazioni politiche di tutte le notizie che danno) di questo quotidiano di sinistra, si va a “beccare” qualcosa che smentisce la visione africano-centrica e/o di minimizzazione del ruolo (storico e preistorico) dell’uomo bianco.

L’articolo riferisce del ritrovamento in una grotta nella foresta pluviale peruviana (quel pezzetto di Amazzonia che fa parte del Perù) della mummia (una mummia naturale, a differenza di quelle egizie) di una donna appartenuta all’estinta popolazione dei Chachapoyas.

I Chachapoyas”, specifica l’articolo, “Biondi, alti, di pelle chiara, erano probabilmente originari dell’Europa. La loro era una delle civiltà più progredite di quell’area. Dall’800 al 1500 furono alla guida di un regno che si estendeva su tutte le Ande. Perfino il loro nome originale è ignoto. Quello che è arrivato fino a noi, è il soprannome dato loro dagli Incas che li conquistarono: “gente delle nuvole” per le regioni elevate che i Chachapoyas abitavano nella foresta”.

“Originari dell’Europa” quando? Non lo sappiamo, certamente prima e probabilmente molto prima dei viaggi di Colombo. Quello che invece possiamo dire con ragionevole certezza, è che, come abbiamo avuto più volte modo di vedere, più si approfondiscono le ricerche, più l’America precolombiana ci appare meno amerindia e molto più “bianca” di quanto avremmo sospettato.

“La stampa” del 12 dicembre riferisce di una nuova sorprendente scoperta fatta da un team di ricercatori australiani guidati dall’archeologo Adrian Brumm nella grotta denominata Sipong 4 nell’isola indonesiana di Sulawesi. Si tratterebbe di una pittura parietale risalente ad almeno 44.000 anni fa, dunque fra le più antiche al mondo, raffigurante una scena di caccia in cui figure in parte umane in parte animali (o forse uomini mascherati da animali) danno la caccia a grandi mammiferi.

Questo, insieme a molte altre cose che abbiamo visto in precedenza, ci porta inevitabilmente a una domanda: se, come sostiene l’Out of Africa che è la vulgata “scientifica” ufficiale, la specie umana sarebbe uscita dall’Africa attorno ai 40-50.000 anni fa, come mai noi alla stessa epoca troviamo tracce della presenza umana in tutto il Vecchio Mondo e anche nelle Americhe? Non è più logico pensare che l’Out of Africa sia una bufala?

Da metà dicembre è reperibile su Amazon il libro (in inglese) Not Out of Africa di Mary Lefkowitz. Questo testo ha come sottotitolo (che vi traduco) Come l’ “afrocentrismo” è diventato un pretesto per insegnare miti [noi però abbiamo troppo rispetto per il concetto di mito, avremmo detto piuttosto leggende, favole, bufale] come se fossero storia.

Bisogna dire che questo testo non si occupa se non in maniera marginale dell’Out of Africa come “teoria” (al riguardo il termine “bufala” è sempre preferibile e scientificamente più esatto) paleoantropologica, e punta piuttosto la sua attenzione sulla “teoria”/bufala che vorrebbe la civiltà europea derivata dall’Africa, sulle str..zate a base di Romani, Vichinghi, Britannici neri o multietnici (quando non lo erano nemmeno gli Egizi, come hanno ampiamente dimostrato le ricerche sul DNA antico) e via dicendo, di cui ci ha dato ampio esempio una pubblicazione un tempo seria come “Nature”.

Ora occorre dire che questo afrocentrismo imperversa nell’insegnamento della storia nelle università americane che, come vi ho già fatto notare in precedenza, oggi non valgono più delle madrase islamiche. Bene, queste, fa notare l’autrice, non sono altro che favole, deformazioni della realtà. A questo punto non è possibile non provare una gran pena per gli yankee di ceppo anglosassone o comunque europeo, non solo diventati minoranza in una (pseudo)“nazione” in prevalenza nera o meticcia, ma sono anche oppressi intellettualmente da una serie di mistificazioni tendenti a negare o a colpevolizzare il ruolo storico dei loro antenati. Ma stiamo attenti, perché questo è un destino che presto potrebbe toccare anche a noi.

Il 14 dicembre su You Tube è apparsa una video intervista con Semir Osmanagic, il ricercatore indipendente autore della controversa scoperta delle piramidi bosniache di Visoko (controversa perché non è ancora dimostrato che queste piramidi di terra non siano delle semplici formazioni naturali come sostiene la scienza ufficiale, la prova che potrebbe dirimere la questione, cioè dei manufatti al loro interno, non è ancora stata trovata). In questo video, Osmanagic dà un esempio di “patriottismo balcanico” davvero poco equilibrato, con accuse di genocidio nei confronti degli antichi Greci e Romani che non trovano alcuna rispondenza storica. Tuttavia, presenta anche alcune osservazioni interessanti: Osmanagic fa notare che le ricerche sul DNA hanno evidenziato tre gruppi di popolazioni che possono essere considerate autoctone dell’Europa: i Baschi delle regioni pirenaiche risalenti a 55.000 anni fa (e giustamente rileva che il fatto che quella che pare in assoluto essere la popolazione europea più antica, è insediata in una delle regioni più occidentali, mal si concilia con l’ipotesi – o la favola – della “luce da oriente”), una popolazione balcanica risalente a 38.000 anni fa e una insediata nell’area dell’Ucraina- Mar Nero che risalirebbe a 28.000 anni fa, e sono proprio queste aree europee quelle dove troviamo le più antiche tracce di civiltà umana, strutture megalitiche e altro, ragion per cui è assurdo e contraddittorio tutto il discorso di chi pretende a ogni costo di trovare alla civiltà europea un’origine esterna, dal Medio Oriente o chissà da dove.

“Focus” di dicembre pubblica una notizia davvero sorprendente: un gruppo di archeologi dell’università di Copenhagen che lavora nel sito di Syltholm nell’isola danese di Lolland ha riportato alla luce un pezzetto di resina di betulla che era stato masticato, e dove era rimasta inglobata la salivo di una donna vissuta 5700 anni fa, e con essa il suo DNA. Ignoriamo se la masticazione facesse parte del processo di lavorazione della resina che veniva impiegata come adesivo, o fosse un passatempo come l’uso del nostro chewing gum. La cosa davvero importante è che a partire da questo DNA si è tentato qualcosa di mai provato prima: la ricostruzione dell’aspetto della donna di Syltholm e del suo volto, ed è la prima volta che si tenta la ricostruzione dei lineamenti di una persona del passato senza avere a disposizione nemmeno un frammento di osso.

Le sorprese non finiscono qui, perché i geni preposti alla pigmentazione della pelle sembrano essere gli stessi dell’uomo di Cheddar, eppure la donna o la ragazza (sebbene il DNA non consenta di stabilire l’età, i ricercatori le hanno dato un aspetto molto giovanile) ci viene presentata con una pelle non chiarissima ma molto lontana dall’aspetto melanoderma che si è voluto attribuire all’uomo di Cheddar, una riprova in più, se ce ne fosse bisogno, del fatto che, come ha denunciato “Survive the Jive”, quest’ultimo è una mistificazione, una bufala dettata da motivi ideologici.

Teniamo anche presente che una ricostruzione di questo genere presenta un forte margine di ipoteticità e che in omaggio all’ideologia dominante i ricercatori avranno cercato di renderla più “scura” possibile, senza tuttavia osar barare in maniera sporca come si è fatto nel caso dell’uomo di Cheddar.

Nemmeno a farlo apposta, il 17 dicembre, un sito in lingua inglese, “Germanic Tribes and Spirituality” ha pubblicato la ricostruzione di Cees, un uomo vissuto 4500 anni fa, i cui resti sono stati ritrovati nella Frisia occidentale (Olanda), quindi non lontanissimo né geograficamente né temporalmente dalla donna di Syltholm, appartenuto a quella che gli archeologi indicano come “cultura della ceramica a nastro”. Vediamo un volto prettamente europide, non molto diverso da molte fisionomie che possiamo incontrare ancora oggi nell’Europa del nord. Insomma, chi ci dice che noi Europei “verremmo dai neri”, sappiamo noi dove mandarlo.

“La verità” del 29 dicembre presenta un articolo di Adriano Scianca che sviluppa un’ipotesi inconsueta (che fa parte dell’impianto del suo romanzo L’occhio del vate): e se Atlantide fosse stata in realtà l’Italia? I punti di appoggio di quest’ipotesi non sono molti. Sappiamo che due delle identificazioni che sono state proposte più spesso per Atlantide sono state Santorini nell’area ellenica e Tartesso nella Penisola iberica, e allora perché non pensare a una collocazione intermedia? Secondo punto: tra i popoli che invasero l’Egitto alla fine dell’Età del Bronzo, e alle cui spalle doveva probabilmente stare una forte potenza navale, c’erano con ogni probabilità degli Italici, Shekeles (Siculi) e Shardanas (Sardi). Un’ipotesi di indubbio interesse, ma Atlantide è stata identificata in tanti luoghi che, o ci si attiene strettamente al racconto platonico, o essa non ha più alcun significato, salvo uno: noi dobbiamo certamente guardare al nostro passato ma con l’animo rivolto al futuro, altrimenti è solo curiosità antiquaria, dovremmo sforzarci di recuperare un frammento della grandezza se non dell’età atlantidea, almeno di quella romana, di raddrizzare la schiena e liberarci degli usurai della UE e della canaglia sinistrorsa fra le peggiori che impestano oggi l’Europa.

Il 30 dicembre un gruppo facebook che finora non avevo avuto occasione di nominare, “Renovatio Imperii” ha pubblicato una mappa genetica fra quelle che corredavano l’articolo apparso a novembre su “Science” sulla genetica degli antichi Romani, che è forse la più interessante, e almeno dovrebbe concludere il dibattito a questo riguardo (ma non possiamo essere sicuri, perché sappiamo che il potere che controlla il sistema mediatico è interessato alla diffusione di menzogne). La mappa presenta una comparazione fra i genomi tardo-antichi e quelli degli Europei attuali. Da essa possiamo desumere che il genoma degli antichi Romani è massicciamente presente nella Penisola italiana, in Sicilia, in Corsica, in Provenza, nell’area alpina (ma non in Sardegna). Si nota una presenza più tenue nella Penisola iberica e nell’area balcanica, oltre a tracce molto labili in Germania, nelle Isole britanniche e in Medio Oriente. La componente mediorientale presente in età tardo-imperiale crolla attorno al VI secolo. Le genti italiche sono “tornate” a popolare la Penisola (ma per la verità non furono mai soppiantate). L’influenza genetica delle popolazioni barbariche e dei successivi invasori è stata minima.

La conclusione è estremamente chiara: geneticamente, fino a oggi gli Italiani sono gli stessi quali sono stati da millenni: la storia degli Italiani meticci è una favola che non ha maggiore consistenza storica di quella di Cenerentola o di Biancaneve, e chi la racconta, o è un illuso che si è fatto ingannare, o ha il preciso intento di distruggere la nostra etnia.

Il 31 dicembre su di un gruppo facebook è stato postato un articolo di Robert Sepher, senza però purtroppo citare la rivista o il sito da cui è stato tratto. Io penso tuttavia che ricorderete che altre volte mi è capitato di citare questo ricercatore eterodosso e “fuori dagli schemi”.

L’articolo riporta alcuni fatti interessanti e poco noti della storia egizia. Non solo il carro da guerra, ma lo stesso cavallo, di cui fin allora non si trova traccia in Africa, sarebbe stato introdotto in Egitto con l’invasione degli Hyksos. Riguardo a costoro, non si sa quasi nulla, tranne il fatto che Flavio Giuseppe li definisce “re pastori”, il che suggerisce l’idea di una popolazione di allevatori nomadi com’erano probabilmente gli antichi indoeuropei. Che gli Hyksos fossero indoeuropei appare probabile. La ricostruzione del DNA delle mummie egiziane ha permesso di capire che almeno le antiche élite egizie avevano una fisionomia prettamente europide, ad esempio, l’abbiamo rilevato altre volte, il DNA di Tutankhamon ha evidenziato l’aplogruppo R1b1a2, rarissimo nell’Egitto odierno, ma che oggi si ritrova ad esempio nel 70% dei Britannici.

Un anno si conclude, un altro se ne apre, e il nostro proposito è sempre lo stesso: continuare a lottare per la verità sui nostri antenati e per il futuro dei nostri figli, per quanto preponderanti possano sembrare le menzogne del nemico.

NOTA: Nell’illustrazione: a sinistra Not Out of Africa di Mary Lefkowitz, al centro il volto attribuito alla donna di Syltholm, a destra la ricostruzione di Cees, frisone di 4500 anni fa.

 

 

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 3 Febbraio 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Enrico

    Egr. Prof. Calabrese,
    Leggo spesso i suoi articoli, ma non ho trovato molte riflessioni sulle condizioni climatiche presenti nelle epoche di cui Lei si occupa.
    In sostanza volevo chiederLe se la teoria dell’Out of Africa non sia palesemente contraddetta dal fatto che, la stessa, si collocherebbe in un’Era contraddistinta da condizioni climatiche pressochè glaciali in Europa.
    Dunque, da profano, mi chiedo: perchè uno dovrebbe migrare verso condizioni climatiche peggiori rispetto a quelle in cui si trova a vivere ?

  2. Fabio Calabrese

    Mi complimento con lei, Enrico: la sua osservazione è giustissima!

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