fbpx

Le due dottrine – Vittorio Varano

Le due dottrine – Vittorio Varano

In carcere c’è un ricercato. Un ladro che deruba la prigione. Non deruba né i detenuti nella prigione né i dipendenti della prigione, ma proprio la prigione ; non la prigione intesa come istituzione ufficiale ma come edificio fisico : trafuga le finestre, e non si limita a smontare vetro e telaio ma asporta l’apertura, mettendo al posto di quelli mancanti che c’erano prima la stessa quantità di mattoni materiali di uguale misura, in modo tale da riempire lo spazio vuoto con il necessario numero di unità di spazio pieno. Ogni giorno c’è una finestra in meno. Ogni sera vengono sigillate tutte le finestre, ed ogni mattina vengono spalancate tutte le finestre tranne quella che nel frattempo è stata sottratta e viene trovata murata. La conseguenza di questa frequente sparizione di finestre è il quotidiano aumento dell’oscurità. Il ricercato è chiamato il ladro di luce ( digressione – il nome Lucifero è tradotto tramite l’epiteto di “portatore di luce”, ma il termine portare significa “spostare da un luogo ad un altro”, e può indicare sia avvicinamento che allontanamento ; secondo la sfumatura che gli si fa assumere, il termine portatore può svolgere funzione di sinonimo del termine prenditore; il nome Lucifero può essere tradotto unicamente tramite l’epiteto di “portatore di luce”, ma questa traduzione, pur essendo l’unica lecita, è unica ma non univoca, bensì ambigua : l’epiteto di “portatore di luce” può essere inteso sia come “colui che ci porta qui la luce”, sia come “colui che si porta via la luce” ; ciononostante è un nomignolo sbagliato, affibbiatogli da qualche maldicente sulla base di infondate voci di corridoio dovute al fraintendimento delle sue intenzioni : l’abbassamento della vista causato ai reclusi ed ai loro custodi non è lo scopo della sua azione di arraffatore, ma ne è un effetto collaterale indesiderato, relativamente irrilevante ed assolutamente involontario; ciò di cui egli si appropria non è il volume della massa equivalente all’energia fotonica che entra, ma il perimetro attraverso il quale passa; egli non è un accecatore ma un accumulatore di assenza ) ; c’è chi sospetta che sia il manutentore che confonde fessure e fratture, e scambiando le finestre per crepe nelle pareti, si dedica a questa attività di tappabuchi che lo occupa nottetempo, come se fossero ore di lavoro straordinario ma facenti comunque parte dei suoi normali doveri professionali, con la finalità di riparare la struttura secondo lui pericolante di uno stabile che non gli sembra tale ma a rischio di crollo, evitandone il verificarsi.

C’è chi sostiene che sia un sabotatore al soldo del fornitore di energia elettrica, che fa calare la quantità di raggi solari che raggiungono l’ambiente interno, per costringere così l’amministrazione del carcere a farne salire il consumo, per controbilanciare la sempre più scarsa visibilità con l’aumento dell’illuminazione artificiale. C’è chi suppone che sia lo psichiatra, secondo cui la sola ragione di disagio per chi sta dentro è la nostalgia di ciò che sta fuori, accresciuta dal consueto ( a volte, in certi giorni, continuo ) affacciarsi a guardare il paesaggio, cattiva abitudine ( anzi, a voler essere più esatti, vero e proprio vizio ) che ne aggrava le già compromesse condizioni di salute mentale. Ma oltre a chi lo immagina c’è anche chi l’ha incontrato, interrogato, ascoltato dalla sua voce la spiegazione di quello che fa : le finestre sono porzioni di privazione che interrompono la compattezza della parete, lui le preleva per spostarle, spingendole tutte verso uno stesso centro di raccolta, dove, ridotta a zero la distanza che ne separava le posizioni precedentemente occupate nel palazzo, le metterà insieme, e con la somma di tante piccole finestre potrà costruire una grande porta ( seconda digressione – il nome Lucifero ha un significato segreto : luce non si riferisce all’onda elettromagnetica dalla cui frequenza vibratoria dipende la visibilità, ma è termine tecnico che indica l’ampiezza della soglia ; portatore sta per facitore-di-porte, come teoricamente un facitore-di-finestre si potrebbe definire un finestratore ) ; ci serve una porta, infatti le finestre non sono potenziali vie di fuga, perché sono troppo strette, così strette da essere in effetti poco più che feritoie ; e sono state fatte strette appositamente, perché essendo le finestre di una prigione, devono per forza di cose essere abbastanza larghe da permettere il passaggio della luce, ma strette a sufficienza da impedirlo alle persone. Il mastro portaio ha un piano di evasione. Il mastro portaio ha i suoi apprendisti e collaboratori. Il mastro portaio è a capo di un’organizzazione clandestina che prepara la realizzazione del progetto, e recluta i reclusi intenzionati a scappare dal carcere, che contrariamente a quanto si potrebbe credere, non sono né tutti né tanti. I suoi seguaci tentano di estendere la rete di complicità, ma si scontrano con la resistenza a prenderne in considerazione le parole, opposta loro da parte degli altri, scoraggiati e resi scettici dal fatto che la dottrina dei luoghi, elaborata da lui, fu condannata come eresia, e i suoi sostenitori scomunicati, dalla chiesa ufficiale, che ha stabilito che l’ortodossia è la dottrina delle luci, escogitata dal comandante delle guardie carcerarie, come stratagemma tramite il quale è riuscito a distogliere la maggioranza dal desiderio di sciogliere i propri legami, di tagliare la linea dei propri limiti, di toglierne un segmento sufficientemente lungo da lasciare scoperto un intervallo tra i suoi due estremi non più uniti, utilizzabile come un’apertura, ricavata dalla distanza tra i due punti non ancora separati che prima occupava, sufficientemente larga da poterla attraversare e andarsene altrove.

La connotazione degli esseri sta, per la dottrina delle luci nella colorazione, per la dottrina dei luoghi nella collocazione in un sistema di riferimento : di coordinate ( avanti/dietro, dentro/fuori, prima/dopo, sopra/sotto, eccetera ) e di valori corrispondenti ( giusto/sbagliato, maggiore/minore, meglio/peggio, vero/falso, eccetera ) ; la dottrina dei luoghi ha carattere etico, la dottrina delle luci ha carattere estetico : il confronto fra colori differenti non è un giudizio ma una questione di gusto. Secondo la dottrina delle luci, lo stato ideale è una condizione di illuminazione interiore individuale, decontestualizzata, indipendente da qualunque cosa e ad ogni cosa indifferente, immutabile ed immutatrice, ininfluente ed insignificante, priva di conseguenze, di controindicazioni e di effetti collaterali indesiderati dal direttore del carcere, a cui conviene che la prigionia sia concepita come un’illusione, che per liberarsene sarebbe sufficiente non crederci più : si può salvare un edificio reale dal pericoli di esser fatto a pezzi da quelli rimasti intrappolati al suo interno, instillando in tutte le menti l’idea che sia immaginario, perché in tal caso non servirebbe colpirlo con oggetti appuntiti contundenti perforanti taglienti eccetera per scavarci svariati varchi ; e siccome per chi ne è convinto è come se lo fosse davvero, coloro che subiscono il lavaggio del cervello non lo prenderanno né ad accettate né a martellate né a palate né a picconate né a vangate né a zappate. La dottrina delle luci non fornisce né un elenco riassuntivo né una descrizione sommaria delle proprietà dello spazio, perché, dal suo punto di vista, lo spazio non può avere alcuna proprietà, perché soltanto le sostanze hanno proprietà, perciò lo spazio, per poter avere proprietà, dovrebbe essere una sostanza, ma lo spazio non può essere una sostanza, perché, per poter essere una sostanza, dovrebbe poter essere la sostanza, perché una è articolo indeterminativo, ma, nella grammatica della dottrina delle luci, solo l’articolo determinativo può accompagnare il termine sostanza, perché “una sostanza” significherebbe implicitamente “una delle sostanze” ( una-tra-altre, una-tra-tante ), ma, nel dizionario della dottrina delle luci, il vocabolo sostanza è difettivo, non declinabile al plurale, perché, nell’ontologia della dottrina delle luci, la qualifica di sostanza spetta solo alla luce, materia monolitica ( non mescolanza di una molteplicità di elementi disparati e dissimili ) di cui le cose non sono che forme parziali assunte provvisoriamente, e ad occuparsi della loro effimera esistenza ( mutevole e apparente ) non è la principale tra le sezioni in cui si suddivide la dottrina delle luci ( ossia la metafisica dell’intero ) ma quella successiva e d’importanza secondaria ( cioè la fenomenologia dell’insieme ).

A che operazioni un qualcosa può venir sottoposto, dipende dalle qualità a cui la sua essenza fa da supporto, ragion per cui la loro analisi è il presupposto necessario all’esame degli effetti ( che dei suoi attributi sono le applicazioni ) che il qualcosa in questione può subire da parte di forze esercitate da agenti esterni. La dottrina delle luci è lacunosa. Chi si attiene ai suoi dettami, senza attingere ( per aumentare l’armamentario non balistico, non custodito in un deposito blindato, ma bibliografico, esposto su scaffali a disposizione dei suoi aderenti, abitanti di un paese non belligerante ) ad altro bagaglio culturale più adatto al bisogno ( quello portato a spalla, dentro lo zaino da esploratore, dagli allievi della scuola in cui si apprende l’arte dell’evasione, i cui iscritti non sono raggruppati in sedentarie classi, a frequenza obbligatoria, di annoiati occupanti banchi di aule, dalle mura coperte di un’ammuffita carta da parati, i cui colori sbiaditi emanano, come una pozzanghera d’acqua stagnante che evapora, un’atmosfera che più che spingere a studiare suscita sbadigli, ma messi in campo a schiere sparpagliate ed errabonde ) non ha gli strumenti interpretativi per risolvere quell’indovinello nelle sembianze di un individuo, a cui ce la si fa ad appiccicare tutta una serie di etichette ( come ad esempio “l’ottenebrante”, “l’oscuratore”, eccetera… ) ma non lo si riesce ad acchiappare in alcun modo. Però ad accostarcisi sì, e ad acquistarne la fiducia anche. Uno che lo fece fu Salomone, e ciò lo spinse all’infedeltà ( per cui ne perse il favore ) nei confronti del dio a cui aveva dedicato un tempio, fatto edificare appositamente in segno di riconoscenza per avergli concesso ciò che gli aveva chiesto : la sapienza, che dal momento in cui l’ha ricevuta non s’è più ritirata da lui. Se la sapienza è l’alta marea che copre completamente l’area compresa nella fascia costiera ( …la spiaggia, la scogliera… ) allora la luna non è un corpo mobile ma un luogo fisso, non ha fasi, la sua attrazione non è ciclica ma è continua, il livello del liquido suolo è costante, non fa come l’onda, che prima, spingendosi quanto più può nell’entroterra, prolunga il tratto percorso e la sua permanenza in superficie fino a che esaurisce l’impeto, e poi, risucchiata nelle profondità oceaniche da cui proviene ( la gola di Poseidon, che respira acqua ) prosciuga lo strato di sabbia che aveva impregnato, e tutto torna alla situazione precedente. Secondo la dottrina delle luci, che considera il mondo menzogna messinscena miraggio, nessuna metamorfosi è mai definitiva.

Secondo la dottrina dei luoghi, non tutti i processi sono trasformazioni : esistono anche le traslazioni, e possono essere irreversibili. Quando la sapienza si sposta dal suo luogo trascendente a quello terreno di Salomone, e ci si colloca, gli si sovrappone ( non perché è lui, ma perché è lì ; né perché è quello, né perché è così ; ma perché è chi già lo occupa ) ; ma ciò che in apparenza è sovrapposizione, in verità è compenetrazione. Siccome il luogo è qualcosa di non-illusorio, ciò che è lo è non-illusoriamente : il luogo è non-illusoriamente luogo, un luogo è non-illusoriamente luogo e non-illusoriamente uno ; e come non-illusoriamente localizza, altrettanto non-illusoriamente unifica. Il numero iniziale di quelli che furono è indifferente : indipendentemente da quanti fossero un istante fa a andarci, dovettero fondersi ; e dopo che si fusero, il numero finale non è più il loro, ma quello del luogo. Essa gli è sempre rimasta accanto, ed ogni volta che era in dubbio su un’azione, l’ha aiutato, in qualità di sua consigliera, a prendere la giusta decisione, e in qualità di sua collaboratrice, a metterla in atto. Ogni sua scelta, ed ogni sua svolta, ne era approvata. Inclusa l’infrazione del primo comandamento. Il re saggio tradì il dio geloso. Sposò molte donne straniere, e conseguentemente a ciascuno dei suoi matrimoni, come se facesse parte integrante del corredo nuziale portato in dote dalla moglie, ne adottò costume e culto. Il tempio inizialmente privo di immagini, per volontà di quello stesso uomo, in obbedienza agli ordini del quale era stato costruito così, cominciò a riempirsi di idoli. Le statue delle divinità ( col pretesto della mancanza di piedistalli predisposti a sostenerne alcuna eventuale, nel caso, non previsto dal progetto originario, che seppure assenti in principio, attualmente collocate altrove, o ancora neanche scolpite, dentro la struttura architettonica, in seguito, malgrado fosse proibita l’occupazione stabile, o abituale e frequente, delle aree consacrate, ci si potessero, magari all’occorrenza, trasportare, e collocarcele, ospitandole, affinché segnalino, mediante la semplice insolita presenza, sporadiche occasioni speciali da evidenziare ) furono utilizzate, per otturarci le finestre, come se si trattasse di tappi, trasformandole, in questa maniera, in altrettante nicchie a edicola, dove contenerle. Abbandonato dal dio offeso ( offeso perché permaloso e permaloso perché presuntuoso ) che si ritiene insultato da chiunque non gli rende un culto esclusivo e unilaterale ( la sua megalomania è soddisfatta soltanto dalla fissazione maniacale di chi gli concede il monopolio sulla propria mente e sul proprio cuore ) si ritrovò fuori della sua grazia, ma quella che parve un’espulsione fu effettivamente piuttosto un’evasione, perché di sua spontanea volontà si espose alla sua collera, consapevolmente preferendola alla sua provvidenza, in quanto questa, angusta come la sua riprovazione, non è giardino fiorito e soleggiato, ma cortile di galera.

La superiorità di chi giudica rispetto a chi ne viene giudicato, è quella dell’imparzialità in confronto al vantaggio individuale, ma qualora il giudicante sia coinvolto in una disputa che lo riguarda ( perché se fosse reale il reato di cui s’incrimina ipoteticamente l’imputato, l’avrebbe commesso proprio contro il giudice ) egli, giudicando, si arroga un’autorità che non gli spetta, perché quella giudiziaria è prerogativa pertinente a chi abbia carattere di terzietà in relazione all’oggetto del contendere, e seppure non sempre sia in gioco un guadagno concreto derivante dalla sentenza, passa dall’essere parte in causa allo stare dalla parte del torto, perché quello emesso a dispetto del conflitto d’interessi, che lo invalida, non è un verdetto di pubblica utilità, ma una vendetta privata. Infatti, essendo il tribunale una bilancia, è legittimato a pronunciarne soltanto chi è seduto sullo scranno, che ne è il fulcro. Ogni piatto è una medaglia a due facce, di cui quella rivolta in alto è riservata ai pesi da paragonare : l’accusa e la difesa. Avendone bisogno come piano d’appoggio alternativo al punto di equilibrio che sceglie di lasciare, ma senza il diritto di starci sopra, chi smette di svolgere la sua funzione di perno e si sfila dal buco centrale, ripiega sul lato inferiore che è libero, e siccome l’unico possibile sistema per posarsi non su ma sotto è invertire l’orientamento secondo cui la dimensione verticale è direzionata, lo fa mettendocisi a testa in giù, e trasforma una bilancia ( il cui asse può inclinarsi sia a destra che a sinistra, come se i raggi che sono le metà che lo compongono si comportassero come lancette di un orologio che misuri un tempo che può scorrere sia dal passato al futuro sia al contrario ) in un’altalena ( non quella a filo a piombo, che oscilla come un pendolo, ma il tipo a livella orizzontale ) truccata, il cui asse sia come il diametro di una ruota bloccata, che possa girare soltanto in un senso, sempre in avanti, mai all’indietro : nella bilancia, i pesi premono entrambi verso il basso ; nell’altalena, questa pressione è sostituita dalla spinta che danno i due passeggeri alloggiati sulle seggiole, saltando ; ma se uno è capovolto non si contrastano : il suo slancio non oppone resistenza a quello dell’altro, ma lo rafforza ; il risultato della somma vettoriale ha sempre segno positivo, non essendo una differenza, che può avere anche segno negativo, se il valore da sottrarre è maggiore di quello da diminuire. In base al principio della leva ( la dottrina delle luci non indaga le leggi del moto ma la dottrina dei luoghi sì, perché riguardano lo spazio in cui avviene ) egli fu innalzato dall’ingiustizia divina aggiunta alla sua innocenza. Trasformarsi è diventare-un-altro, che significa non-rimanere-lo-stesso.

Ma c’è anche un altro modo per non-rimanere-lo-stesso, diverso dal diventare-un-altro : diventare-uno-stesso. Questo non è trasformarsi ma trasferirsi. Non diventare qualcosa che ancora non c’è, ma diventare qualcosa che c’è ancora. Non diventare qualcosa che comincerà ad esistere, ma diventare qualcosa che ha continuato ad esistere. La tecnica trasmutatoria si rivolge al futuro : ovunque ; mentre quella della traslazione è una scienza delle traiettorie che sono rivolte invece altrove : al passato. L’ars memoriae, messa al servizio della sua policosmia, fu per Giordano Bruno quello che fu per Salomone, messa al servizio della sua poligamia, l’ars muratoria. Giordano Bruno utilizzò gli adiecta come Salomone gli eidola. E l’ultimo fu lui sulla pedana. Quando fecero scoccare la scintilla per accendere il suo rogo, ad avvolgerlo non fu soltanto fuoco, insieme a cui il legno sprigionò fiammate di spazialità in svuotamento, che gli formarono intorno una bolla, che nonostante sia chiusa è un tipo di buco. Infatti il buco è qualcosa attraverso cui si passa da una parte all’altra. Il buco aperto è fermo, ci si entra, e se ne esce appena entrati. Invece la bolla, in quanto chiusa, è separata dall’ambiente circostante pur essendoci in contatto, e può staccarsi dalla superficie di confine pur rimanendoci immersa, cambiando posizione al suo interno. La bolla è un buco che si sposta, un passaggio che si effettua non come si attraversa un pertugio ma come si compie un percorso. Ci si entra e non se ne esce subito dopo, ma dopo un po’, quando scoppia. La bolla dentro la quale si trovava lui, si comportò come fosse la cabina di un ascensore, condotta fino all’attico o al terrazzo dalla colonna di fumo come una palla di gomma dallo zampillo di una fontana. Quando scoppiò non era già più in questo mondo. Il creatore lo capovolge per condannare un innocente e assolvere un colpevole.

Il catturatore è o un cretino o un criminale. La cascata seguente un’attrazione gravitazionale che non la terra ma il cielo esercitava, erano ai suoi occhi le cateratte del fiume Acheronte o Flegetonte, sul quale un cadavere galleggiava trascinato dalla corrente verso la città di Dite o la palude Stigia. Ma non avendoli offuscati dalla cataratta come il buffone beffato, Giordano Bruno osservava, allontanandosene, Campo de’ Fiori sempre più piccolo ( un volume, un’area, un perimetro… – un poligono, un cerchietto, un puntino… ) scrutando all’orizzonte, sempre più vicini, i Campi Elisi, ingranditi fino a ingigantirsi. Un dio così non poteva che proibire la caccia agli zebri ( rapaci con fattezze da prede, carnivori con aspetto da erbivori, carnefici con atteggiamento da vittime, invertiti a strisce chiare su pelle scura, come i loro testi profani, scritti in inchiostro bianco su fogli di carta nera, nient’affatto speciali, spacciati per sacri, tutti, indiscriminatamente, a prescindere dall’argomento trattato, o toccato, o sfiorato, accarezzato, accennato, alluso… ) proclamandoli specie animale protetta, col pretesto che sarebbero a rischio di estinzione. Sia maledetto il mentitore, e bestemmiato. E possa, non potendo mantenere la promessa che ci fa di illuminare il nostro intelletto e sciogliere il nostro cuore ( che dichiara di voler scongelare, nonostante sappia fin troppo bene che non è di ghiaccio, visto e considerato che fu proprio lui a fabbricarlo con un pugno di fango, compatto non per condensazione di un liquido ma per essiccamento di un solido ) ogni libro ispirato dal bugiardo riscaldare il nostro corpo, bruciando.

Vittorio Varano

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 20 Febbraio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Lascia un commento

    Fai una donazione


  • siamo su telegram

  • ekatlos

  • afrodite

  • la dimora del sublime

    Pio Filippani Ronconi 1

  • emergenza vaccini

    Vaccini: Cosa non conosciamo? Storia,tabelle e grafici mai visionati – Vacciniinforma

    di Ereticamente

    VACCINI: COSA CI È STATO OMESSO? Nella letteratura medica, si esaltano da sempre le virtù della vaccinazione. Dopo aver letto questi libri, si riman[...]

  • post Popolari

  • a dominique venner

  • Ultimi commenti
    • Bruno Fanton in L’ Europa ripugnante – Roberto Pecchioli

      Letto con vivo interesse. Però per quanto concern... Leggi commento »

    • Cono in L’ Europa ripugnante – Roberto Pecchioli

      Caro Roberto, ti leggo sempre per la "magia" che e... Leggi commento »

    • Daniele Bettini in Prometeo e il Virus – Umberto Bianchi

      Coloro che gli dei vogliono distruggere prima li r... Leggi commento »

    • Ermanno Persico in L’ Uomo e l’invisibile: torna in libreria il capolavoro di Jean Servier - Giovanni Sessa

      Ho visto nel sito dell'associazione iduna che il p... Leggi commento »

    • Maria Cipriano in Quando verrà l’ora di render giustizia a Mussolini? – Francesco Lamendola

      Gagliano, ma si rende conto? Il volumetto da lei c... Leggi commento »

  • archivio ereticamente

    Tag

    Newsletter

    Google Analytics

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli