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I volti della decadenza, ottava parte – Fabio Calabrese

I volti della decadenza, ottava parte – Fabio Calabrese

Probabilmente fra le diverse serie di articoli che ho pubblicato finora su “Ereticamente”, I volti della decadenza è quella che finora ha avuto un andamento più anomalo. La cosa è nata alla fine del 2017. Mi era stato comunicato che a partire dalla conclusione dell’anno scolastico 2017-2018 sarei potuto rimanere in pensione. Trascorsi un paio di mesi, mi è arrivata una comunicazione da parte dell’Ufficio Scolastico Regionale: avevano sbagliato i conti, avrei dovuto penare un anno in più in quell’inferno fatto di studenti irrispettosi, presidi dittatoriali con gli insegnanti e pronti a qualsiasi concessione pur di non avere rogne, con le famiglie degli studenti, burocrazia che tende a dilatarsi a livelli deliranti, che è oggi la scuola italiana, dove si insegna poco e male, ma in compenso si sfornano tantissimi “progetti” destinati a rimanere sulla carta.

A parte le mie vicende personali, un ulteriore problema rappresentato da questo ritardo nel conseguire il pensionamento, era rappresentato dal fatto che, una volta libero da impegni lavorativi, avevo in animo di leggere e recensire per “Ereticamente” una serie di testi che vanno da Decadenza di Michel Onfray a Il campo dei santi di Jean Raspail, e non mancava neppure un certo numero di testi salvato sotto forma di file nel mio computer, come quella sintesi de Il piano Kalergi in 28 punti di Gert Honsik di cui mi sono occupato la volta scorsa.

Che fare a questo punto? L’idea che mi era venuta è stata quella di esporvi in estrema sintesi il contenuto di questi testi dopo avervi dato quella che un mio vecchio preside chiamava “un’occhiata approfondita”, anche perché c’è una tematica che li collega più o meno tutti, ed è quella della decadenza della cultura occidentale – europea. D’altronde, è piuttosto facile capire che qualsiasi serio studio su quello che può essere il nostro futuro, non può che puntare in questa direzione. Sebbene per alcuni sia una sorta di religione, l’utopia progressista ha sempre meno punti di contatto con la realtà.

Variando solo di poco l’angolo visuale, vediamo che la decadenza è soprattutto fragilità, mancata resistenza alle aggressioni di cui siamo ripetutamente oggetto, incapacità di distinguere il “nostro” dall’ “estraneo”. Pensiamo al fatto che in altre epoche gli Europei, dalle Termopili a Zama, a Poitiers, a Kosovo Polje, a Lepanto o sotto le mura di Vienna hanno respinto con le armi in pugno gli antenati di coloro che noi oggi accogliamo come finti profughi di guerre immaginarie.

I volti della decadenza, quindi, ma questa serie di articoli era destinata ad avere un percorso non poco accidentato. Nel dicembre 2018 mi è capitato uno degli inconvenienti più temuti, una bella formattazione del computer, con una bellissima schermata blu, se siete un po’ esperti, sapete di che si tratta. Per fortuna, esso si è rivelato meno grave di ciò che temevo, perché di molti articoli avevo fatto il backup, cosa sempre consigliabile, e voi non avete constatato nessuna discontinuità nel mio lavoro per “Ereticamente”; di molti, però non di tutti, e proprio I volti della decadenza ha subito la falcidia maggiore. L’articolo sul piano Kalergi che vi ho presentato come settimo della serie, doveva essere il decimo, perché nel frattempo ho perduto quelli che inizialmente avevo programmato come i numeri sette, otto e nove.

Quella che inizialmente doveva essere la settima parte, l’ho riscritta con un taglio leggermente diverso, ed è diventata Come l’olio. Sul fatto che il sessantotto sia stato un momento chiave della decadenza del mondo europeo-occidentale, io penso che si possano nutrire pochi dubbi, ma è un fatto importante che questa finta rivoluzione sia stata sostanzialmente sbugiardata proprio da alcuni intellettuali di sinistra: Pier Paolo Pasolini, Giorgio Bocca, Umberto Eco.

Io a questo punto ne approfitterei per inserire un’ulteriore riflessione. Come probabilmente ricorderete, ho dedicato quattro articoli ad analizzare La mutazione genetica. Molti si sono stupiti e si stupiscono tuttora del fatto che dopo la caduta dell’Unione Sovietica la sinistra europea si sia così prontamente riciclata rinnegando qualsiasi idea di socialismo “buttando via il bambino assieme all’acqua sporca”, trasformandosi a imitazione dei liberal americani in un supporto del grande capitalismo finanziario internazionale, dei piani del NWO, tutti a discapito delle classi lavoratrici.

Io penso che i dirigenti della sinistra europea non aspettassero altro che un evento di questo genere per gettare la maschera, perché in particolare a partire dal ’68 le dirigenze dei partiti di sinistra europei erano state largamente infiltrate da elementi borghesi e alto-borghesi. La ragione per cui le basi lavoratrici dei partiti di sinistra si siano lasciate così facilmente ingannare, è che da sempre hanno imparato a praticare l’arte dell’auto-inganno, da quando, con la creazione dell’Unione Sovietica, una delle più spaventose tirannidi della storia umana è stata gabellata per “il paradiso dei lavoratori”. Io vi ho illustrato tutto questo nelle quattro parti di La mutazione genetica. Tuttavia, riflettendoci, la propensione all’inganno dei propri ingenui adepti è ancora più antica della nascita dell’Unione Sovietica. Lenin nel libro Che fare che è un vero e proprio manuale su come “fare la rivoluzione” lo spiega con chiarezza: bisogna portare la base, che lasciata a sé stessa opterebbe per soluzioni di tipo socialdemocratico, a “fare la rivoluzione” per instaurare il comunismo, occorre manipolarla per portarla dove essa non vuole. Questo ci permette anche di capire che non è mai esistito un comunismo “buono” da contrapporre allo “stalinismo cattivo”, ma che il comunismo concepito da Marx e Lenin è sempre stato una mistura di inganno e violenza.

Gli altri due articoli ho deciso di non riscriverli per i motivi che vi dirò, ma poiché adesso ne recuperiamo almeno in parte il contenuto, la perdita si limita in effetti a un solo pezzo. Si può sopravvivere. L’ottavo articolo era dedicato a due argomenti, in parte era un approfondimento di un testo di cui vi ho già parlato, L’Occidente con gli occhi di Machiavelli di Angelo Bertolo, e il motivo per cui ho deciso di non riscriverlo, è proprio il fatto che essendo ormai arrivato al pensionamento, mi riprometto e vi prometto quanto prima di presentarvi una disamina approfondita delle tesi di questo ben poco conosciuto quanto interessante autore. Teniamo comunque da conto la sua tesi clou, che individua come fattore chiave della decadenza del mondo europeo-occidentale nei confronti del Terzo Mondo il gap demografico. Se un’Europa e un Occidente sterili e senili si confrontano con un Terzo Mondo demograficamente esuberante, l’esito del confronto è già deciso in partenza, a meno che non intervengano prima possibile politiche che incoraggino la nostra natalità.

L’altra parte dell’articolo era un ulteriore approfondimento del testo di Jean François Revel La conoscenza inutile. Certamente ricordate che di quest’opera vi ho parlato più volte, in particolare soffermandomi su quelle parti del libro dedicate al Terzo Mondo, e che illustrano in maniera molto efficace e soprattutto dati alla mano, il concetto che le cause dell’arretratezza del Terzo Mondo, per cui cercano di colpevolizzarci in tutti modi allo scopo di distruggere la nostra resistenza psicologica, sono in realtà prevalentemente endogene.

Qui rimarcavo in particolare un punto: Revel illustra bene il concetto che il razzismo, che noi oggi tendiamo a considerare il peccato per eccellenza e attribuiamo soltanto a noi stessi, bianchi occidentali, è tutt’altro che sconosciuto ai neri africani, e ricorda in proposito un episodio significativo: un pastore europeo che durante un sermone aveva detto: “Ricordiamoci che i pigmei sono esseri umani come noi”, ed era stato accolto da un generale scoppio di ilarità.

In seguito, abbiamo appreso altre cose, come il fatto che, contrariamente a quanto ci è stato raccontato per decenni, il cannibalismo non è affatto per l’Africa nera un lontano ricordo di tempi passati, ma una realtà tuttora presente (e alcuni fatti come la vicenda di Pamela Mastropietro e il “pozzo degli orrori” di Recanati lasciano intendere che con l’immigrazione lo stiamo importando da noi). In Africa i pigmei ne sono le principali vittime. “Ho ancora la carne di tua madre fra i denti”, è il tipico insulto che un nero rivolge a un pigmeo.

In generale, ritenere che un peccato/colpa/delitto possa essere esclusivo di un solo gruppo umano, nel caso specifico il razzismo attribuibile solo a coloro che hanno la pelle bianca, è razzismo, razzismo puro, e ci dimostra cosa sia in realtà il cosiddetto antirazzismo: razzismo anti-bianco, e il fatto che spesso queste aberrazioni siano condivise persino da gente europide plagiata dalla propaganda sinistrorsa-mondialista, non ne cambia la natura.

Il motivo per cui ho deciso di non riscrivere il nono articolo, è che esso era in pratica un lungo commento a una frase dello psicologo Vittorino Andreoli, e probabilmente dava troppa importanza a questo personaggio che avrete visto spesso in televisione, e ogni volta vi avrà tormentati l’interrogativo se sia pazzo lui o il suo barbiere.

A questo riguardo, vi devo rimandare a quanto ho scritto nella serie di articoli Scienza e democrazia, dove mi pare di aver dimostrato che quella che chiamiamo psicologia in generale, non solo la psicanalisi freudiana che ne è l’esempio più eclatante, non è affatto scienza, ma il più delle volte ciarlataneria e impostura, tanto ci serve per valutare le “qualifiche professionali” di questo soggetto cui i media stanno dando una visibilità immeritata.

La frase di Andreoli che mi colpì al punto da dedicarvi un intero articolo era questa: “Stiamo regredendo alla mentalità del nemico”.

Ora, badate bene a interpretare esattamente il senso che costui intende darvi, perché se significasse: “Noi siamo abituati a uno stile di vita umano, dove le persone e i diritti umani sono rispettati, ma ora siamo costretti a confrontarci con gente che non ha affatto la nostra morale e i nostri scrupoli, se ne ride dei sentimenti umanitari che ci ispirano l’accoglienza, non nutre alcuna gratitudine nei nostri confronti e desidera solo sottometterci e soppiantarci, e siamo perciò costretti per difenderci, a ritornare alla stessa mentalità: o noi o loro”, direbbe qualcosa di pienamente accettabile e condivisibile, ma il significato della frase non è questo. Quello che Andreoli intende dire, è che stiamo regredendo alla mentalità per la quale esiste un nemico.

Cerchiamo di calarci in quest’ottica aberrante per la quale il problema non sono le violenze, gli stupri, la criminalità che ci portano questi sedicenti rifugiati, e neppure il disprezzo che ostentano nei nostri confronti, ma le ovvie reazioni della nostra gente che si vede privata del diritto di essere padrona in casa propria. Quello di Andreoli è l’ennesimo appello all’accoglioneria buonista e suicida.

Noi sappiamo che oggi esiste una propaganda mediatica tambureggiate che ci vorrebbe imporre l’amore indiscriminato verso chiunque, e il suo reale scopo è quello di farci accettare la sostituzione etnica. Chi prova peraltro più che giustificati sentimenti di avversione, chi non ama veder calpestati i propri diritti, veder negato il futuro suo e dei suoi figli, è uno spregevole “hater” (dato che anche della lingua italiana è prevista la sostituzione). Andreoli parla di regressione, bene, uno dei tipici sintomi di regressione psichica di alcuni soggetti anziani è proprio l’incapacità di distinguere fra coloro di cui ci si può, e quelli di cui non ci si può fidare, la distinzione, in realtà vitale per la sopravvivenza, fra “noi” e “loro”, ed è il motivo per cui gli anziani sono tanto facilmente vittime di truffe. E’ così che ci vorrebbero: deboli, buonisti e rimbecilliti.

La costituzione della repubblica italiana, lo sappiamo, è un documento molto interessante, io sulle pagine di “Ereticamente” ho dedicato diversi articoli ad analizzarla. Un documento così completo che contiene anche le barzellette. Una delle più umoristiche, probabilmente è questa: “Articolo 21: Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Non è tragicamente umoristico, ben sapendo che toccando certi tasti si va incontro a grossi guai?

Io ho sempre apprezzato la libertà di esprimermi, il sostegno e anche il coraggio nel sostenermi degli amici di “Ereticamente”, e quando lo scorso maggio mi hanno fatto presente che un certo articolo toccava dei tasti troppo pericolosi, ho accettato senza problemi la loro valutazione, e ritirato il pezzo. Si trattava di una risposta a un articolo comparso sul sito dell’Enciclopedia Treccani in data 4 maggio 2019 che riferiva di un convegno “sul razzismo” tenutosi a Milano il 15 aprile, e nel corso del quale sono stati stigmatizzati alcuni termini definiti dai relatori “linguaggio dell’odio”. Nel corso di questo convegno, i relatori hanno fatto ricorso a una delle tecniche di terrorismo psicologico più sleali impiegate dalla sinistra: ti accorgi o non fai finta di non accorgerti che gli immigrati hanno la pelle più scura della tua, allora sei un razzista e un complice dei campi di sterminio. Ecco, mi fu fatto presente, l’argomento Shoah è proprio uno di quelli che attirano fin troppo facilmente le attenzioni censorie di una democrazia in cui la libertà di pensiero è una barzelletta che non fa ridere.

Va bene, ma siamo in guerra a tutti gli effetti, e in tempo di guerra non si butta via niente o almeno si ricicla il più possibile. Il mio commento a uno di questi “termini dell’odio”, buonismo, è forse il meno pericoloso e mi sembra una buona conclusione per questo articolo. Ve lo riporto qui.

“Buonismo” è un termine assolutamente appropriato, e che descrive bene ciò che sta dietro la tragica situazione che stiamo oggi vivendo. In poche parole, esso indica la finta bontà di chi dimentica o ignora deliberatamente il detto che “la carità comincia a casa propria”. Se la popolazione di ceppo europeo potesse sopravvivere e la civiltà non dovesse scomparire dal nostro continente, certamente i nostri discendenti guarderebbero con stupore agli anni che viviamo, chiedendosi come mai, per quale perversione mentale le nostre generazioni hanno accolto con tutti gli onori gli invasori venuti dall’altra parte del Mediterraneo lasciando gran parte dei propri connazionali nell’indigenza, massacrando l’economia con prelievi fiscali esosi, lasciando i giovani senza lavoro e gli anziani con pensioni da fame, non rendendosi conto, o facendo finta di non rendersi conto che tutto ciò che si dà a questi cuculi, lo si toglie ai nostri figli.

In realtà non è difficile capire che dietro questa simulazione di bontà ci sono precisi interessi: per la Chiesa cattolica, quello di rimpolpare i ranghi del clero e “il gregge” dei fedeli di fronte alla progressiva, sempre più massiccia laicizzazione dell’Europa, per la sinistra, in modo analogo, di trovare un “proletariato alternativo” a fronte della crescente disaffezione delle classi lavoratrici native, per le mafie, infine, il traffico di carne umana si rivela più lucroso della droga. Tutti, naturalmente, attingendo alla tasca pubblica, cioè alle risorse prodotte dal lavoro di tutti noi, derubandoci.

Il problema, sostanzialmente è uno solo: se vogliamo continuare a subire, essere complici della nostra sparizione come popolo, oppure svegliarci una buona volta.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra L’Occidente con gli occhi di Machiavelli di Angelo Bertolo, al centro La conoscenza inutile di Jean François Revel, a destra lo psicologo Vittorino Andreoli.

 

 

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Categorie: Comunismo

Pubblicato da Fabio Calabrese il 10 Febbraio 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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