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Due opere allo specchio: la Pietà di Michelangelo ed il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino – Giuliana Poli

Due opere allo specchio: la Pietà di Michelangelo ed il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino –  Giuliana Poli

Scheda tecnica:

Opera: Pietà
Autore: Michelangelo Buonarroti.
Gruppo in marmo polito alt. M. 1,74, larg. della base m. 1,95.
Anno: 1498/99 commissionata dal Cardinale francese Jean Bilherès de Laugraulas presso la corte del papa Alessandro VI.
Collocazione originaria: Roma, Cappella di Santa Petronilla dell’antica Basilica Costantiniana.
Collocazione attuale: Città del Vaticano, Basilica San Pietro.

Opera: Cristo Velato
Autore: Giuseppe Sanmartino
Anno: 1753
Marmo: 80x80x50 cm.
Collocazione Napoli, Piazza San Domenico Maggiore. Museo Cappella San Severo.

La Pietà di Michelangelo ed il Cristo Velato di Sanmartino sono due capolavori che pur essendo realizzati in periodi storici diversi rappresentano esempi di sculture che affondano la radice in una visione arcaica con molteplici elementi sapienziali in comune. Entrambi gli scultori appartennero a scuole iniziatiche di tipo corporativistico di massimo livello, entrambi furono due grandi conoscitori dell’anatomia umana/spirituale e l’opera del Buonarroti influenzò notevolmente l’Autore del Cristo Velato.

Michelangelo dipinse la Pietà a poco più di vent’anni ma al tempo aveva già profonde conoscenze. Si applicò fin da bambino allo studio di testi classici e in Vitruvio apprese che l’uomo è il più alto esempio di unità, equilibrio ed il corpo umano è la più alta creazione di Dio. La sua predilezione per il nudo maschile derivò da un fattore filosofico e l’esaltazione ellenico-platonica del corpo umano fu un importante elemento per il ritorno dell’antico. Eseguì per esempio il Cristo risorto come un Apollo nudo e il Laocoonte di Apollonio di Atene fu per Lui la massima espansione di perfezione come anche il busto Belvedere. Credeva che il nudo dell’uomo come la nuda pietra rappresentassero pura “Intelligenza” perfetta, senza bisogno di orpelli decorativi. Apprese dal Ficino che il corpo è infuso di Luce, quindi l’uomo come la pietra è materia e Spirito e il vero scultore non è chi fa calcoli matematici o prospettici ma colui che ha le divine proporzioni negli occhi. L’idea del platonismo che più ispirò Michelangelo fu che dentro la roccia come nell’uomo c’è una latente immagine in attesa di essere scoperta posta in atto dallo scultore “in Concetto”. Il mondo ultraterreno crea una forma dentro la materia e il vero artista riesce a penetrare la vera sagoma preordinata al di fuori del tempo attraverso l’Intelligenza, quindi l’immagine prefigurata nella pietra viene considerata come evidente già prima di essere liberata dalla sua marmorea prigione. La funzione dell’artista dunque era quella di adeguare “materia” e “concetto” e lo sforzo di tradurre in opera un “concetto” attraeva Michelangelo più che la rifinitura pratica che spesso lasciava ai suoi allievi, limitandosi ad impostare i disegni preparatori. L’aspetto concettuale quindi è eterno, pertanto non solo la forma archetipica durerà per sempre nell’empireo ma persisterà anche la forma derivata che, come imitazione della prima, si fa partecipe della sua immortale natura. La conseguenza è che già nella cava di marmo l’occhio di “chi vede” riesce a scorgere l’opera in potenza e Michelangelo amava segnare blocchi di marmo per distinguerli dagli altri che non avevano Spirito. La scultura quindi fu per Michelangelo una forma di servizio a Dio e trait d’union tra gli ideali morali del cristianesimo e le perfette forme del mondo classico.

La Pietà è l’unica opera terminata e firmata da Michelangelo che non amava finire le sue sculture per meglio proteggere questo “concetto” e non disvelarlo in quanto mistero. La firma è presente nella fascia che traversa diagonalmente il busto della Vergine. Le iniziali del Buonarroti sono presenti anche in maniera nascosta: la M è nel petto della Madonna e la B deriva dal gioco di veli che si forma attraverso le gambe di Lei occultate dal velo. (fig. n 1). Mettendo in comparazione le due opere, quel che salta all’occhio è che entrambe sono dedicate alla pietà poiché anche la Cappella San Severo è chiamata Santa Maria della Pietà o Pietatella, che in entrambe il Cristo è gracile e delicato e che uno ha il velo e l’altro no. Questo è un requisito che differisce dalle usuali sculture maschili scolpite dal Michelangelo il quale si servì di corpi virili anche per raffigurare membra femminee come per esempio le Sibille. Nella Pietà invece il corpo del Cristo è di un uomo che non ha nulla di virile e questo dettaglio è piuttosto rilevante. Altro indizio da mettere in luce è che considerando l’idea di “concetto” di Michelangelo come mai la Pietà a differenza delle altre sculture del genio rinascimentale è un’opera manifesta e rivelata? Il non finito permette un’ambiguità interpretativa, qui invece l’opera è disvelata, anche se come vedremo solo in apparenza in quanto nasconde dettagli che sviano dal falsamente rivelato. Altra domanda è perché Maria la madre è più giovane del figlio? Inoltre Michelangelo non amava molto il tema della morte, la sua religiosità era vitalistica ma la Pietà è un dramma nel dramma. Lei ha uno sguardo addolorato piange (forse un influsso inconscio del Savonarola capo della setta dei “Piagnoni” in quanto piangevano tutti durante i sermoni), ma un indizio rivela che non è cosi in quanto le sue vesti plastiche sono un’opulenza di veli che si susseguono, onde del mare che si rifrangono su delle rocce per poi tornare in se stesse. Michelangelo è evidente amava i contrasti: Lei è più giovane di lui e rappresenta l’opposizione del movimento alla stasi, il profano divenire rispetto la cristallizzazione del dogma. Lei è il tutto: roccia sulla quale è seduta divenendo un unicum con essa e movimento spirituale allo stesso tempo. L’opera quindi è la raffigurazione delle due polarità: vita e morte.

Il Cristo del Michelangelo non ha il velo al contrario del Cristo velato.

Il velo è come uno specchio di luce che si riflette, ma il dietro dello stesso è nero e analogo ad una camera oscura che assorbe la luce dell’immagine riflessa, la rielabora per far rinascere una nuova immagine. Il Cristo Velato irradia luminosità dall’interno in un gioco di specchio con il suo velo, come se la sua luce molto intensa rimanesse potenziale, la Pietà invece con il suo marmo levigato è abbacinante: è la luce che si riflette dalla pietra nel cui interno crea e riproduce l’immagine. Il Cristo Velato è quindi un “lume perpetuo”, una perenne luce non esplosa, come le lampade perenni che di solito ardevano presso le statue d’Atena o di Venere e che rappresentavano il fuoco spirituale che non si estingue mai. Anche la Pietà è un lume perpetuo, solo che il velo che fa da specchio al Cristo è nascosto come vedremo più avanti. Indossare il velo significa bagnarsi dello Spirito Santo come nell’antichità classica dove attraverso il velo si riproduceva “il movimento immobile”. Ripensiamo al velo della Madonna nella Pietà, Lei si muove pur essendo roccia. Il velo quindi è la dissimulazione delle cose segrete, lo svelamento come rivelazione della luce che rende immortali quando riusciamo a vedere in noi stessi. E’ uno specchio che rifrange la nostra interiorità ma per capire chi siamo bisogna andare oltre, nell’oscurità (camera oscura), dove la luce che abbiamo riflesso crea la vera immagine: il nostro lumen perpetua. Il velo quindi è il “movimento immobile” che segue gli stessi principi del “tutto scorre” e che con le stesse leggi risorgerà dalla roccia. Il simbolo è il cerchio presente nella corona di spine ai piedi del Cristo Velato, i tre chiodi di ferro due dei quali sono incrociati in segno di unione e poi un paio di tenaglie il cui significato è prendere ma anche concepire. Questi elementi sono importanti simbologie legate alle fasi alchemiche della rinascita.

Lo specchio è simbolo del Sole di Iside che è bella in apparenza ma con l’Io divino e il Sé superiore ancora più splendenti. La ricerca della bellezza è analoga alla ricerca del Graal perché se non fosse celata e misteriosa, non sarebbe percepita. L’immagine riflessa rappresenta le nozze sacre tra l’incarnato e lo spirito di luce. Questo significa che il Cristo Velato è bello come Iside o Venere perché ha lo Spirito divino del femminino sacro in Sé e a guardarlo bene è molto femmineo. In origine la scultura della Cappella di Sansevero non era posta al centro ma molto vicina alla dea velata (la Pudicizia velata) avvolta dal ramo di rose con ai piedi la coppa del Graal posizionata sulla sinistra del Cristo. Sulla destra era ed è raffigurata altra statua dove si vede un angelo bambino con una fiammella sulla testa ed un uomo che cerca di liberarsi da un velo che ha la forma di rete squarciata. (Il Disinganno) Matteo scrive che all’istante della morte di Cristo il velo si lacerò da un capo all’altro. Le due statue attualmente sono poste a sinistra e destra del Cristo velato come a formare una vav con la punta rivolta verso il basso, la cui punta è proprio il Cristo. Quindi le ultime tappe del percorso alchemico (le tre sculture sono quelle donate alla Cappella San Severo da Raimondo di Sangro, il grande alchimista e Maestro napoletano votato alle scienze e alle arti) sintetizzano il processo di trasformazione. Grazie quindi alla dea avvolta completamente dal velo simbolo di natura e della rosa mistica simbolo dei rosacruciani che il Cristo potrà attraverso la fiamma dello Spirito Santo liberarsi dalla rete dell’illusoria materia che si riflette nel velo/specchio e disvelare la sua immagine reale e quindi il suo vero Sé.

Dietro la statua del Cristo Velato sullo sfondo della cappella c’è un quadro scultoreo in cui si raffigurano il Cristo, la Maddalena che piange con la sua coppa che è il punto di unione di un cuore che la scultura crea attraverso i corpi dei due sposi. Sopra l’immagine della Maddalena c’è la V del vav ebraico simbolo di matrimonio, mentre ai piedi della coppia ritroviamo la roccia, l’albero con le radici, un monte ed un antro dove all’interno gli angeli reggono la Veronica: il velo con l’immagine del Cristo. E’ l’anima della pietra che si è fatta carne, come l’uomo che secondo la mitologia è argilla impastata con l’acqua che si caogula cristallizzando, come succede con le pietre. Questo potrebbe essere il processo alchemico studiato e riproposto da Raimondo di Sangro per la creazione del velo del Cristo che ancora stupisce sul come sia stato possibile realizzarlo.

In greco la parola velo ha la stessa origine della coppa dell’involucro, del bocciolo di rosa e del graal, ecco perché il Cristo velato è molto gracile quasi femmineo, poiché è lo spirito dentro la coppa che lo contiene e il dettaglio che disvela questa affermazione è la piega del risvolto del velo che lo avvolge che lascia intravedere un’altra presenza dissimulata: un orlo ricamato come i veli usualmente decorati per la dea della Sapienza. Quindi Lei è la parte segreta e l’essenza di Lui, l’unica mediatrice ed è per questo motivo che il Cristo è delicatamente bello. Sappiamo che dove ora sorge la Cappella San Severo è da sempre luogo mistico e di pellegrinaggi verso il culto della Grande Madre, non dimentichiamo che fu in origine un tempio dedicato ad Iside. Vedremo come questa dèa è punto di ulteriore contatto tra le due opere. Guardando con attenzione gli aspetti nascosti dell’opera di Michelangelo, in prossimità del petto e del cuore della Madonna sono nascoste due figure: un uomo ed una donna. (fig. n. 2) L’uomo ha la barba ed ha il capo velato in veste sacerdotale e di autorità, all’interno della stessa barba che ha forma di cuore c’è una figura femminile anch’essa con il velo. Considerato quindi che il Cristo è più grande della Madre è molto probabile che le due figure scolpite non fossero madre e figlio ma piuttosto una coppia di sposi. Entrambe sono figure autorevoli per via del velo (simbolo di autorità temporale e spirituale) ma a guardare bene anche i due corpi scolpiti hanno in sé lo stesso messaggio: la mano destra del Cristo ha il segno della Vav ebraica che è simbolo di alleanza e dell’unione, anche se rovesciata, la mano sinistra è chiusa quindi c’è un segreto non rivelato e il pollice tocca l’anulare, il dito dell’unione coniugale. Il dettaglio simbolico sottile e manifesto è il piede destro dell’uomo che ha il malleolo più lungo, in segno di auctoritas legata all’origine ma anche la mano sinistra della Madonna ha l’indice della mano più lungo anch’essa quindi regale, anzi lo è ancora di più poiché la mano sinistra è legata al sovrannaturale mentre il piede è legato ad un’auctoritas terrena.

Come nel Cristo Velato anche la coppia di sposi nella Pietà ricrea l’unione mistica delle nozze sacre e quindi il ricomporre la materia e il suo “concetto” nel blocco di marmo. Entrambi gli sposi riconoscono la Pietas romana, ovvero la divinità preposta al compimento del proprio dovere nei confronti dello Stato, della divinità e della famiglia. Il Cristo del Buonarroti ha un dente in più: l’incisivo che è il simbolo del peccato ma per il mondo celtico avere un dente in più significava avere essenza divina pura. Il suo corpo è gracile ed essendo per Michelangelo come per il Rinascimento tutto simbolico e credendo che l’uomo ha nella potenza delle sue forme il respiro universale, la soluzione del dilemma potrebbe richiamare il fatto che il soggetto scolpito fosse “Figlio di Uomo” e questo appellativo potrebbe essere riferito a Gesù cosi come si scrive nel Vangelo di Matteo, ma anche a Cesare che era un uomo non eccessivamente virile. E’ noto come Roma accettò il Cristianesimo come religione dell’impero con Costantino sulla base del fatto che Gesù era romano imperiale, come testimoniano i Mandei che parlano di “Cristo il romano.” Pertanto la donna potrebbe essere Maddalena indubbiamente legata all’Egitto, oppure il corpo di Cesare esanime tra le braccia di Cleopatra richiamando il fatto che la struttura della scultura è piramidale e sulla testa della Donna c’è un fregio creato con il velo che potrebbe rappresentare il terzo occhio o lo specchio tipico della dea egizia. Questo dettaglio fa si che anche il Cristo della Pietà è un lume perenne grazie al velo/ specchio presente sulla fronte della Madre/Iside che lo guarda. Continuando ad esaminare la possibile identità della coppia di sposi legati da un amore per la pietas e quindi per il dovere divino e non da amore coniugale (ricordiamo la vav rovesciata della mano destra del Cristo) è risaputo che l’iniziale collocazione della Pietà fu la cappella di Santa Petronilla nella basilica primigenia all’attuale San Pietro ma quel che importa è il luogo in cui è situata la costruzione che la tradizione annovera essere il tempio di sepoltura della jens Julia. Non di meno Cesare dopo tante guerre di epurazione e regolamenti introdusse i concetti di perdono, magnanimità e fratellanza tra i cittadini di uno stesso stato ed infine la passione del Cristo è similare a quella del divino Cesare dopo il suo assassinio.

Nell’opera di Michelangelo sono presenti gli stessi elementi evidenti nel Cristo velato anche se molto più occultati: la coppia mistica manifesta e nascosta, ma anche la grande Madre che è la stessa Madonna che ha in testa lo specchio solare tipico della dea Iside a forma di piramide, c’è la roccia e l’albero tagliato. La grande differenza è che la coppia presente nel Cristo velato è coperta dal velo e anche nell’altare in fondo alla cappella il Cristo e la Maddalena sono dentro il cuore all’interno di un velo, nella Pietà invece in apparenza solo la Donna è velata nel corpo ma nella coppia nascosta entrambe hanno il velo solo in testa. Nel mondo cristiano il velo è riservato alle suore, al contrario del mondo ebraico in cui il velo è simbolo di autorità sociale, religiosa e politica sia per le donne che per gli uomini. Anche nell’antica Roma i più alti dignitari dello stato, i pater del Senato indossavano il velo durante i riti, come anche le matrone romane e le vestali. Da queste considerazioni si può supporre che nella Pietà, Michelangelo abbia voluto rappresentare una coppia di personaggi molto potenti legati all’Imperium e al culto egizio. Resta il fatto comunque che il Cristo di San Pietro è senza velo e questo potrebbe rappresentare la “menzogna” come a far supporre che la verità potrebbe essere altro. Una particolarità è che girando il viso del Cristo di Michelangelo appare un omino buffo con un atteggiamento di scherzoso scherno. (fig. n 3 ) Per il cristianesimo essendo la verità celata a tutti gli uomini, il velo cade solo attraverso la morte, ma nel caso specifico della Pietà la morte non è vittoria, l’uomo non c’è più e forse la vittoria della resurrezione è proprio Lei la dea Madre Iside la cui forma della piramide è anche la forma del monte della Vittoria (anche in questo caso c’è un parallelo con il Cristo presente nella Veronica che significa procura la vittoria) che come un antro raccoglie le spoglie di suo figlio e suo sposo. Il triangolo significa quindi che viene rappresentata la Trinità sia nella Pietà che nel Cristo Velato (attraverso le tre ultime statue del percorso alchemico, sintetizzato dall’immagine scultorea finale sul fondo della cappella). Un elemento di riflessione è che la parola Pietro o Petronilla deriva da pietra la cui parola deriva da Pel. Associando la pietra con la parola anima che deriva da Gal e mettendo insieme come palindromo le due parole si forma Pelago il primo essere incarnato in un luogo a Roma ora Città del Vaticano che è il luogo dell’origine di una jens particolare in cui in epoca precristiana vi sorgeva il tempio dedicato alla dea Minerva la Sapienza. Se andiamo poi a segnare il percorso delle sagome dei corpi come sono disposti nella Pietà ne deriva una svastica in senso antiorario. Per gli addetti ai lavori è noto come questo simbolo fosse arcaico tra l’altro di origine ebraica e significa essere fortunato, giusto e buono.

Altra riflessione è che la parola ebraica Jesse (Maria) significa la stirpe del fuoco quindi il Sole è lo Jes. Jesus quindi è colui che viene originato dal Sole. Se prendiamo la parola Israele significa (Hel) il dio al femminile è il Sole (Ra) Iside (Is). Pertanto l’uomo non può prescindere dallo Spirito sacro solare femminino che è l’unico che comunica con il Sole. Questa cultura arcaica Michelangelo la conosceva molto bene visto che aveva studiato presso le Gilde, le scuole iniziatiche ai misteri nel periodo del Rinascimento. Il fuoco femmineo è nascosto anche in un luogo della scultura non evidente ma essenziale. Sappiamo che lo specchio dà un’immagine rovesciata della realtà quindi nella Pietà è raffigurato un Cristo il cui ritratto reale è senza vita ma in verità diventa immortale nella coppia mistica nascosta nella piramide. Lo specchio quindi non riflette e basta, l’Anima partecipa all’immagine e attraverso questa partecipazione subisce un cambiamento. Il punto di trasformazione è simbolicamente rappresentato dal tallone del Cristo che tocca il ramo del tronco spezzato. Alla morte l’anima va via attraverso il tallone che è la base del corpo eretto. Nel punto in cui l’albero è tagliato e non spezzato, in quanto il taglio è netto voluto da mano umana simboleggiando un assassinio, germoglierà una nuova vita. (fig. n 4) il piede del tallone che tocca il ramo è il piede “regolare” non in sostanza quello che rappresenta il potere dell’origine, ma quello umano. La Pietas della Madre che è il dovere nel compimento del portare avanti i principi e la Giustizia, tutto riassorbe (morte) e tutto riemana (vita). Ne deriva che la tomba di Lui è anche sua Madre che lo tiene in braccio e lo riaccoglie ma è anche colei che lo farà rinascere e lo stesso “piccolo re” rinato diventerà una madre vera e propria perché in lui ci sarà sempre Lei in quanto l’oro della sua semenza rinascerà sempre. Se il chicco del frumento non cade in terra e si muove, resta sterile, se invece muore porta frutti, per questo nella morte del figlio rinasce la madre che gli dà vita e morte o meglio vita e trasformazione. Sulla fronte di Lei lo specchio che riflette un’immagine di morte in realtà già pensa alla vita attraverso il suo fuoco (ed ecco il lume perenne anche nel Cristo senza velo della Pietà). Il personaggio senza vita quindi è destinato a continuare e tramandare l’origine, il suo Imperium. La Pietà che riflette apparente tristezza e compassione in realtà è la rinascita AMOR, il dovere ad assolvere principi di vita, il nome segreto di Roma: “senza morte” che non crede alla fine e questo è un messaggio, una summa delle conoscenze rinascimentali. E’ l’inno alla vita del grande Michelangelo che con colpi di scalpello annullerà il proprio ego, tanto da divenire esso stesso l’Anima segreta della pietra e quindi dell’eternità.

Giuliana Poli, giornalista e scrittrice con vasta esperienza nel mondo della tradizione e mondo arcaico. Esperta ed investigatrice in iconografia ed iconologia delle opere d’Arte. Filologa dell’Arte. Ha pubblicato l’Antro della Sibilla e le sue sette sorelle, Dio è femmina, Le Figlie del Sole.

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Categorie: Arte Ermetica

Pubblicato da Ereticamente il 27 Febbraio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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