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Commento al Cantico dei Cantici – Luigi Angelino

Commento al Cantico dei Cantici – Luigi Angelino

Il Cantico dei Cantici è uno dei libri della Bibbia di più complessa decodifica, insieme all’Apocalisse di Giovanni di Patmos, negli ultimi giorni tornato alla ribalta a causa della recitazione di Roberto Benigni, durante la tradizionale kermesse sanremese. Nel corsi dei secoli un numero impressionante di teologi, critici, esegeti e scrittori si è affannato per dare una lettura univoca e comprensibile a questo enigmatico poema che, pur appartenendo ai cosiddetti “libri sapienziali” della Bibbia, rappresenta una realtà a sé stante. Sarebbe impossibile citare tutte le possibili interpretazioni, per cui proverò ad evidenziare quelle principali e maggiormente plausibili. Proviamo a fare chiarezza sulle origini del testo, cercando, in questa breve trattazione,  di esaminarne con obiettività la simbologia ed i significati.

Il “Cantico dei Cantici”, o denominato semplicemente “Cantico”, è un testo considerato sacro sia nel canone della Bibbia ebraica che in quella cristiana. Come si diceva prima, in ambito cristiano il testo del Cantico fa parte dei cosiddetti “libri sapienziali”, mentre in quella ebraica è compreso nella terza classe, detta anche dei ketubhim (Agiografi) e, nello specifico, in quel gruppo dei cinque più brevi scritti, chiamati Megilloth (Cinque rotoli) (1). La tradizione ne attribuisce la composizione al re Salomone, non solo famoso per la sua proverbiale saggezza, ma anche per la sua sensibilità artistica e per i suoi numerosi “amori”. Gli storici ritengono che, comunque, sia stato composto prima del IV secolo a.C., ma si tratta di uno degli ultimi “libri” ad essere stati compresi nel canone biblico, per la sua tematica controversa.  La lingua ebraica usata non è quella dei tempi antichi, ma l’idioma che veniva adoperato dopo il ritorno dall’esilio babilonese, intriso di frequenti aramaismi (l’aramaico iniziò a diffondersi e a sovrapporsi all’idioma originario) (2).  A questo punto,  si rende necessaria una precisazione di carattere generale e metodologico. Come si può facilmente immaginare, l’attribuzione del “Cantico” al re Salomone (3) è “pseudoepigrafica”, in altri termini si tratta di una “falsa attribuzione”, tuttavia ciò non deve essere considerato nell’accezione negativa, alla luce della nostra mentalità moderna. Nell’epoca antica, costituiva una forma di rispetto attribuire la paternità di alcune opere a personaggi illustri, oppure a “Maestri” che avevano influito in maniera determinante sulla formazione culturale degli autori: lo scritto, in tal modo, acquisiva un’autorevolezza ed un prestigio che la firma di uno sconosciuto non avrebbe garantito. Nell’ambito biblico, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, la “pseudoepigrafia” costituisce quasi la regola, per non parlare dei testi più antichi, come la Genesi, per i quali non si tenta neanche di evidenziare con certezza un determinato autore.

Tornando al “Cantico dei Cantici”, il nome per esteso del libro, nell’originale versione ebraica, vede la ripetizione due volte della parola “cantico”, dovendosi considerare, dal punto di vista filologico, come un superlativo, la cui traduzione più esatta dovrebbe corrispondere a il più sublime dei cantici. Gli esegeti sono piuttosto concordi nel ritenere che la raccolta di poemi derivi da alcuni scritti mesopotamici, conosciuti dalla comunità ebraica durante il periodo travagliato dell’esilio babilonese, presentando elementi comuni anche con le poetica amorosa dell’antico Egitto, con cui gli Ebrei ebbero stretti e conflittuali contatti, come è ampiamente narrato nella Bibbia ed in altre fonti storiche più attendibili. Non mancano elementi dell’ambiente arabo e si notano anche alcune assonanze con la lirica greca, come il lamento dell’amato fuori dalla porta chiusa.  Molto probabilmente si trattava di “canti nuziali”, ricostruiti da uno scrittore anonimo nel corso del V/IV secolo a.C., attingendo come fonti a diversi poemi dell’area mesopotamica, con l’artifizio di rendere più prestigiosa la sua opera, attribuendola a Salomone, re di Israele vissuto nel X secolo a.C.. Non bisogna dimenticare che anche il Libro della Sapienza, redatto nel I secolo a.C. direttamente in lingua greca, fu ascritto al re Salomone, pur comprendendo principi di filosofia ellenistica molto lontani dalla tradizione ebraica. La ricostruzione pseudoepigrafica è accettata anche dalla teologia cattolica post Concilio Vaticano II che, peraltro, riconosce al “Cantico dei Cantici” un’origine di poema nuziale, trasfigurato poi nel significato allegorico e sacrale dell’unione tra Dio ed il suo popolo eletto, nel Vecchio Testamento, tra Dio, tramite Gesù, e la Chiesa, nel Nuovo Testamento. Si tratta di un’interpretazione tutto sommato accettabile, per chi è credente ovviamente, perchè almeno compie lo sforzo di unire l’innegabile derivazione erotica del testo con i connotati teologici acquisiti durante i secoli, fino all’inserimento nel canone della Bibbia masoretica e di quella cristiana. E’ giusto precisare che il riferimento a Salomone non appare soltanto frutto di “strategia mediatica” da parte dell’anonimo autore, ma può avere dei significati ben precisi, in quanto il nome del celebre sovrano evoca ben tre distinte dimensioni: la pace, la sapienza ed il tempio. Il periodo di regno del re Salomone è ricordato, infatti, come uno dei più prosperi e pacifici vissuti dal popolo Ebraico; allo stesso sovrano si attribuiscono impareggiabili qualità di sapienza e di saggezza; a lui si deve la costruzione del primo Tempio di Gerusalemme.

Nell’ambito del Cristianesimo antico, uno dei più bei commenti al “Cantico dei Cantici” è quello di Origene (4) che, mai negando il carattere “nuziale” del testo, volle intravedere nel dramma d’amore tra i due giovani, la rappresentazione delle nozze mistiche tra Cristo e la Chiesa, in un periodo in cui l’organizzazione ecclesiastica stava ancora cercando un’identità precisa e si stava sovrapponendo progressivamente alle decadenti istituzioni dell’impero romano. Il filosofo di Alessandria d’Egitto è, infatti, famoso per essere stato uno dei primi a sottolineare il valore allegorico e non letterale dei libri biblici. Al filone di Origene si riallacciò la linea interpretativa di tipo mistico, culminata in Bernardo da Chiaravalle, in Giovanni della Croce ed in Teresa d’Avila, tra il tardo Medioevo e gli albori dell’età moderna. Per quanto riguarda l’epoca contemporanea, fino al XVII secolo è stata concorde l’interpretazione allegorica da parte dei teologi cristiani, con un progressivo sviluppo successivo che ne ha, comunque, riconosciuto anche l’origine naturalistica. In particolare, è giusto mezionare il cardinale Ravasi, citato dallo stesso Benigni, nel corso del recente monologo a Sanremo. Nel suo commento del 1992, Ravasi afferma che il Cantico dei Cantici non può essere letto come una gelida pietra preziosa da scrigno… come vorrebbe la pura allegoria (5), ma con un approccio che non dimentichi l’origine sensuale del testo. Egli ricorda Ricoeur (6), che aveva già messo in guardia i credenti sul fatto che il linguaggio simbolico non è solo una sorta di espediente ornamentale, ma contiene in sé un nocciolo “di verità”. Ravasi conclude il proprio commento, sconfessando sia una lettura esclusivamente letterale che possa soffermarsi solo sugli aspetti erotici del poema, sia una lettura apoditticamente allegorica, intesa ad attribuire al testo soltanto significati forzatamente “spirituali” e “religiosi”. Ciò dimostra che, seppure enfatizzata ed estremizzata dal comico toscano, una parte dell’orientamento teologico della Chiesa, pur non rinnegando la tradizionale interpretazione simbolica del “Cantico”, ne promuove anche l’aspetto umano e terreno.

Per quanto riguarda la suddivisione del libro, essa ha sempre rappresentato un vero e proprio problema per gli studiosi: alcune correnti lo hanno considerato divisibile in cinque cantici, altre in sette poemi, qualche esegeta ne ha individuati addirittura 22 o 23. La suddivisione più moderna  ed ampiamente condivisa dagli studiosi vede il “Cantico dei Cantici” formato da otto parti (un prologo, cinque poemi e due appendici). Dal punto di vista letterario cos’è il Cantico: un dramma, una lirica o qualcos’altro? Forse non corrisponde esattamente alle nostre categorie letterarie, né alla nostra mentalità moderna razionalista e catalogativa, mettendo in mostra, comunque, aspetti propri del dialogo lirico, unitamente a spunti drammatici. Alcuni interpreti hanno individuato nel poema una “struttura sinfonica”, per la presenza del “coro”, oltre ai due innamorati. Il Cantico potrebbe essere considerato come  una sinfonia amorosa suonata su tre momenti principali: la nascita dell’amore, l’esilio dell’amore ed il ritrovamento. Per altri autori, il poema avrebbe una “struttura a specchio”, basandosi sul reciproco desiderio e, quindi, sul confronto fra i due giovani. Le difficoltà maggiori per il linguista consistono nel distinguere le diverse versioni, presentando ciascuna significative peculiarità, non essendo semplice neanche individuare la struttura in versi del poema, poiché risulta quasi impossibile disporli in strofe, senza falsare irrimediabilmente il testo ebraico, considerato quello più attendibile. La Vulgata latina (7), tradotta direttamente dall’ebraico, è anch’essa ritenuta veritiera, mentre desta molte perplessità la traduzione greca dei LXX (8), per alcuni passi troppo “servili” e piegati volutamente al significato teologico. Qualsiasi tipo di sistemazione del “Cantico” è da ritenersi postuma e, pertanto, dal punto di vista filologico, del tutto inutile.

Vi è da dire che l’interpretazione allegorica del Cantico, da parte dell’esegesi giudaica e poi cristiana, non appare del tutto arbitraria, ma trova numerosi riscontri nella letteratura profetica biblica, dove molto spesso si usano immagini che avvicinano Dio al popolo d’Israele, come in un rapporto sponsale. Sono abbastanza numerose le espressioni che identificano Dio come il mio diletto, o il popolo d’Israele, come una sposa, troppo spesso infedele (9). I commentatori cattolici avrebbero operato un’interpretazione estensiva al Cantico: partendo dall’unione di Dio con Israele, lo avrebbero inteso come allegoria dell’unione di Gesù alla Chiesa, nonché di Gesù a ciascuna anima fedele. Si tratta di un evidente caso di “accomodazione” alla nuova dottrina dilagante. In sintesi, vi sono tre interpretazioni principali possibili del poema: la prima è di carattere naturalistico, secondo la quale la lirica descriverebbe soltanto il rapporto amoroso fra un uomo e donna; la seconda è denominata “tipica”, cioè, pur riconoscendosi l’origine in un racconto di una vera storia d’amore, reale od immaginaria, lo sconosciuto autore ne avrebbe tratto spunto per riferirsi ad un senso morale più alto; la terza ritiene che il Cantico abbia un unico significato, direttamente inteso dall’autore, quello di descrivere l’amore tra Dio ed il suo popolo, utilizzando metafore ricavate dai rapporti amorosi.

Ora mettiamo un po’ da parte le problematiche interpretative ed occupiamoci soltanto del contenuto. La lirica del testo è davvero molto suggestiva, piena di immagini plastiche ed evocative. Due innamorati si cercano, si incontrano e si ritrovano in una magnifica cornice paesaggistica mediorientale: il giovane ha le sembianze del pastore e del re, come nella migliore tradizione nomade ebraica, mentre la giovane, Shulammita, è descritta come una pastorella. La leggenda ha voluto, poi, vedere nei due protagonisti il re Salomone e la regina di Saba. A parlare sono sia la ragazza che il ragazzo, rivolgendosi, secondo un abile artifizio narrativo, al coro formato dalle fanciulle di Gerusalemme, che si interfacciano quasi come una sorta di pubblico a cui poter descrivere i propri sentimenti. Vi sono scene altamente coinvolgenti, come nella quarta parte del poema, quando di notte  il giovane invano bussa alla porta di casa della ragazza. Il testo descrive con maestria il momento di esitazione della fanciulla che, quando decide di alzarsi, il suo amato è andato già via. Tuttavia non si arrende, si precipita fuori, incontrando i soldati che cercano di oltraggiarla, ma continua a cercare il suo amato, fino alla struggente confessione alle “figlie di Gerusalemme”, che le chiedono cosa abbia di tanto speciale il giovane per provocarle tanto turbamento. La ragazza, allora, risponde decantando le doti di fascino e di bellezza del giovane. Sono numerose le immagini poetiche costruite dall’autore per sottolineare il desiderio e la passione dei due giovani, sorprendendo per le modalità di espressione così moderna, quasi acronica, nonostante l’antichità del testo e l’appartenenza ad un contesto culturale così lontano dal nostro. Le descrizioni dei dettagli fisici ed erotici appaiono quasi “anatomiche”, soprattutto nelle versioni originali del testo, non edulcorate dalle ultime traduzioni della CEI (Conferenza episcopale italiana). Appare veramente forzata la terza linea interpretativa, quella cioè che afferma che il redattore abbia voluto riferirsi, in maniera diretta, all’amore di Dio verso il popolo eletto. Nel Cantico non si parla mai in maniera esplicita di Dio, a parte il passo 8,6 dove il nome YHWH è indicato come suffisso di “fiamma”. E nemmeno si cita mai il “matrimonio” come istituzione, anche se i dialoghi fanno supporre che i protagonisti siano due sposi, così come non ci sono chiari riferimenti ai figli, nonostante l’argomento della fecondità non sia assente (10).

Molto interessante è anche l’interpretazione esoterica e sapienziale del “Cantico”, considerato come “profondo insegnamento terapeutico”. Non si farebbe riferimento a specifiche sindromi o malattie, ma il suo scopo sarebbe quello di mettere in guardia il genere umano dal più grave dei malesseri, l’isolamento esistenziale che peggiora con l’egocentrismo. Si tratterebbe di un poema dedicato alla celebrazione dell’immortalità dell’amore, come lo stesso capitolo 8 recita: “poiché forte come la morte è l’amore” (in alcune traduzioni reso come “poiché l’amore è più forte della morte”). E l’amore descritto nel Cantico non è solo forte e vero, ma è anche “bello”. L’unione tra la Verità e la Bellezza è di certo un altro traguardo escatologico presente in quasi tutte le dottrine filosofiche e religiose, realizzandosi in un rapporto sempre teso alla trasformazione, tra alti e bassi, incontri e separazioni, sempre in vista del conseguimento di un bene superiore (11). Questa simbologia che unisce la dimensione materiale e quella spirituale trova, forse, il suo passo apicale negli ultimi versi, quando la ragazza chiede all’amato di fuggire: “fuggi a te, amante mio, e sii simile alla gazzella ed al piccolo dei cervi, sui monti degli aromi”. Queste parole appaiono come una sorta di invocazione a superare il proprio egoismo per raggiungere uno stato di perfetta unione e di equilibrio interiore. La lettura cabalistica, seguita anche da una parte dell’esoterismo occidentale, ha individuato nel testo del “Cantico”, il momento di riunificazione del maschile e del femminile, così come era accaduto nell’istante stesso della creazione: Dio creò l’uomo a Sua immagine, maschio e femmina li creò (Genesi 1,27). Si potrebbe intravedere l’unione degli opposti che l’esoterismo occidentale ha evidenziato in ambito alchemico, il mistico bagno del re e della regina (12), attraverso il controllo delle energie sefirotiche dell’Albero della vita, traenti origine dall’unica energia cosmica individuata nei sette centri di consapevolezza del corpo ( i sette Palazzi della tradizione cabalistica ed i sette Chakras dell’induismo). In tale contesto, l’unione del maschile e del femminile diventerebbe l’emblema della più compiuta comunicazione umana, ma soprattutto il mezzo migliore per scoprire l’arcano del “due che diventano quattro” (13), cioè rivelare con maggiore chiarezza anche le parti nascoste di ciascuno di noi. Se non si vuole accettare l’idea abbastanza riduttiva che si tratti soltanto di un poema amoroso, bisogna ammettere allora che siamo di fronte ad un testo profondamente iniziatico, modulato con un linguaggio figurato e mediato per aiutarci a comprendere il nostro livello spirituale. Volendo, pertanto, dare anche un’interpretazione “laica” al Cantico dei Cantici, risulta evidente come non si tratti di un “amore libero”, nell’accezione deteriore del termine, ma dell’amore incondizionato e tendente al completamento di sé. Si potrebbe quasi utilizzare l’immagine di “eros redento”, dove il dominio e la sopraffazione sono sostituiti dalla comunione degli amati che, accantonata ogni conflittualità, parlano il linguaggio della passione e della donazione reciproca. Come in uno specchio, ciascuno vede nell’immagine dell’altro la meraviglia del creato ed, in un crescendo di poesia e di erotismo, sperimentano non solo le gioie della passione, ma anche le difficoltà di un amore che richiede pazienza, rispetto e fedeltà.

Per quanto riguarda l’esibizione di Benigni a Sanremo non sono interessato alle strumentalizzazioni politiche esplose sul web da gente che non ha mai letto la Bibbia, ma grida allo scandalo, alla desacralizzazione, alla costernazione per il mancato intervento di Bergoglio etc… Non sono neanche interessato al cachet di Benigni, così stigmatizzato anche da improvvidi tifosi di calcio che trascorrono le domeniche a seguire i loro beniamini, strapagati ed osannati. Mi preme, tuttavia, fare qualche precisazione. Non trovo affatto sconvolgente che sia stato letto un testo biblico, inneggiante all’amore, a prescindere da tutte le implicazioni religiose e sociali del caso, ritenendo che la spettacolarizzazione sia stata voluta e consapevole. Non amo particolarmente i monologhi televisivi, né apprezzo le banalizzazioni di tematiche delicate, ma trovo ancora più ridicole le reazioni esagerate. Ha avuto ragione Benigni a dire che il “Cantico dei Cantici” è un poema erotico, esagerando (credo in maniera consapevole) nell’estensione omosessuale del suo significato. Mi sembra ovvio, e la cosa non sarà sfuggita all’attore toscano, che, nell’epoca di redazione del testo, l’unico amore che poteva essere celebrato apertamente era quello fra un uomo ed una donna. Tra l’altro ci troviamo in ambiente ebraico, non nell’evolutissimo contesto ellenistico, dove addirittura certe classificazioni non erano né previste, né concepite. Di certo dare un significato ulteriore può essere considerata una forzatura storica e letteraria, a meno che non si voglia trasfigurare nell’epoca attuale un contenuto del tutto diverso. Ci troveremmo, però, nel campo della metafora dell’allegoria, o dell’allegoria della metafora, con il rischio di ridurre qualsiasi scritto del passato ad uso e consumo del presente. Ma parlare di scandalo, solo perché è stato dato un significato estensivo ad un testo, diventato “sacro” a fatica, più volte contestato, nonchè motivo di imbarazzo e di vivaci discussioni, per carità lecite e proficue, tra le stesse correnti teologiche, fa quasi sorridere. Gli scandali sono ben altri e lo sappiamo bene.

Tra le posizioni estreme, come quella del dissacrante Voltaire che riteneva il Cantico “una canzone degna d’un corpo di guardia dei granatieri” o quella di coloro che ancora credono che a scrivere il poema sia stato Salomone in persona o qualche altro autore con la precisa intenzione di raffigurare il rapporto sponsale tra Dio ed Israele, riteniamo più equilibrate le interpretazioni “tipiche” che, partendo dall’innegabile contenuto amoroso del testo, lo trasfigurano in maniera allegorica, in campo religioso, laico od esoterico, nel significato più congeniale ad un percorso di crescita spirituale.

Note:

(1) I cosiddetti “Cinque Rotoli” comprendono, oltre al Cantico dei Cantici, il libro di Ruth, il libro delle Lamentazioni, l’Ecclesiaste ed il libro di Ester;

(2) Cfr., Il targum del Cantico dei Cantici, Umberto Neri ed Eliseo Poli, curatore Giovanni Lenzi, Editore Marietti, Bologna 2010;

(3) Secondo la tradizione biblica, Salomone fu il terzo re di Israele, successore e figlio di Davide. Gli storici datano il suo regno in un periodo compreso tra il 970 ed il 930 a.C.. Salomone fu l’ultimo re del regno unificato di Giuda e di Israele;

(4)  Origene (185-232), conosciuto come Origene di Alessandria, fu un teologo e filosofo che scrisse molte opere in lingua greca. Fu uno dei principali pensatori ad interpretare il transito dalla filosofia pagana a quella cristiana. Molto discussa fu la sua dottrina sull’apocatastasi, il ristabilimento dell’ordine universale, comprensivo anche di Satana, dichiarata eretica dalla Chiesa;

(5) Cfr, Gianfranco Ravasi, Il cantico dei cantici, Ed EDB, Bologna 1992;

(6) Paul Ricoeur (1913-2005) è stato un filoso francese che ha sviluppato i temi della fenomenologia e dell’ermeneutica, approfondendo soprattutto problematiche di esistenzialismo cristiano e di teologia protestante;

(7) Per Vulgata, intendiamo la traduzione nel IV secolo d.C. di Sofronio Eusebio Girolamo, conosciuto in ambiente cristiano come San Girolamo, che tradusse direttamente dalla lingua originaria i libri dell’Antico Testamento. Il nome deriva dal fatto che fu chiamata “edizione per il popolo”, per l’ampia diffusione che ottenne. La Vulgata rappresentò la base per le successive revisioni della Chiesa Cattolica, tra cui quella della Controriforma del Concilio di Trento (1545-1563) e quella più recente del Concilio Vaticano II (1962-1965);

(8) La versione dei Settanta è la più famosa versione in lingua greca dell’Antico Testamento. Secondo quanto riportato nella lettera di Aristea, in maniera forse un po’ leggendaria, si sarebbe trattato di una traduzione direttamente dall’ebraico da parte di 72 saggi riuniti nella città di Alessandria d’Egitto, tra le  più cosmopolite del mondo antico, sede della prestigiosissima Biblioteca;

(9) Si tratta di espressioni abbastanza frequenti nei Salmi e negli scritti profetici;

(10) Cfr. Mario Pincherle, Il cantico dei cantici, Macro Edizioni, Cesena 2004;

(11) Cfr. Giuseppe Abramo e Nadav Eliahu Crivelli, Il cantico dei cantici e la tradizione cabalistica, Bastogi editrice, Foggia 1999;

(12) Cfr. Johannes Fabricius, L’arte regia nel simbolismo medioevale, Edizioni Mediterranee, Roma 1997;

(13) La formula “due che diventano quattro” trae origine dal mito di Aristofane presente nel dialogo di Platone “Simposio” che tratta dell’immortalità dell’amore.

Luigi Angelino

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Categorie: Esoterismo

Pubblicato da Ereticamente il 13 Febbraio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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