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Tarquinia e la civiltà etrusca – Luigi Angelino

Tarquinia e la civiltà etrusca – Luigi Angelino

La pittoresca città di Tarquinia, importante centro etrusco e poi prospera cittadina medioevale, si trova nel Lazio, in provincia di Viterbo, a 133 metri di altitudine su un colle che domina la Maremma meridionale, non distante dal confine con la Toscana. Il nome della città deriva dal mitico re Tarconte e fu uno dei più fiorenti centri della dodecapoli etrusca (1), influendo in modo decisivo sulla vita dell’arcaica città di Roma, attribuendole la dinastia che, secondo la tradizione, è riconducibile ala civiltà etrusca: Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Nei secoli successivi, la città entrò più volte in contrasto con Roma, fino ad esserne definitivamente sottomessa dopo la battaglia di Sentino del 295 a,C., entrando a far parte dei territori romani ed, in  particolare, della regio VII Etruria. Sul litorale di Tarquinia fu fondata la colonia marittima di Gravisca che, per lungo tempo, rappresentò il principale porto dell’Etruria meridionale, fino alla fondazione di Centumcellae, l’odierna Civitavecchia, da parte di Traiano nel II secolo d.C..(2) Nel caotico periodo successivo alla caduta dell’impero romano d’occidente, Tarquinia fu dapprima compresa sotto il regno romano-gotico di Teodorico, poi fu annessa al ducato longobardo di Tuscia, fino ad essere inglobata nei domini carolingi nell’VIII secolo ed essere, infine, donata al pontefice per entrare nell’orbita dello Stato della Chiesa. Le continue scorrerie barbariche e dei Saraceni provocarono il progressivo spopolamento del preesistente insediamento, tanto che la città antica si era ridotta più o meno soltanto ad un castello fortificato. Tra la fine del X secolo e l’inizio dell’XI, in alcuni documenti, è attestata la presenza di una rocca abitata, Corgnetum o Cornetum, in prossimità della vecchia Tarquinia. Verso la metà del XII secolo, Corneto acquisì la dignità di libero comune, stringendo patti commerciali con Genova e con Pisa, con il conseguente raggiungimento di una discreta autonomia economica.  In particolare Corneto si distinse nella produzione del frumento, diventando uno dei punti di riferimento per l’intera penisola italica. Dopo aver resistito con coraggio agli attacchi di Federico Barbarossa, Corneto si oppose prima alle mire della città di Roma, brevemente libera dai papi durante la cattività avignonese, e dopo al rinnovato espansionismo dei pontefici, soccombendo definitivamente nel 1355, a seguito della campagna militare del cardinale Egidio Albornoz (3). A partire dalla fine del quindicesimo secolo si stabilirono a Corneto molte famiglie albanesi per sfuggire alla dominazione ottomana. L’integrazione, soprattutto nei primi secoli, fu abbastanza travagliata, fino alla formazione di un quartiere costituito ad hoc, tuttora conosciuto con l’appellativo di Zinghereria (4). Nel 1827 lo Stato Pontificio cambiò il nome di Corneto in Corneto-Tarquinia, per richiamare i fasti dell’epoca etrusca e nel 1922 assunse il nome attuale di Tarquinia, in pieno periodo di riscoperta delle tradizioni classiche. Negli anni Trenta del secolo scorso, la zona di Tarquinia, come il resto della Maremma, fu proficuamente bonificata con una serie di interventi governativi.

Prima di passare alla trattazione dei resti dell’affascinante civiltà etrusca, è doveroso, a mio avviso, spendere due parole su come si presenta attualmente il borgo medioevale di Tarquinia. Il borgo oggi è quasi interamente all’interno della sua cerchia muraria originaria, ancora quasi del tutto integra. Uno dei particolari più suggestivi è la presenza di circa cinquanta torri che rappresentano i punti forti dello sky-line del colle di Tarquinia, se ammirata dalla pianura. In proporzione all’estensione del centro, vi sono numerose chiese antiche, in prevalenza in stile romanico, con alcune sovrapposizioni successive in stilo gotico. Tra gli edifici religiosi, il più notevole è forse la chiesa di Santa Maria di Castello che presenta in facciata un tipico campanile a vela; la chiesa di San Francesco con portale gotico ed interessante chiostro antico; la chiesa di San Giovanni Battista, in passato sede dei Cavalieri di Malta; il Duomo di santa Margherita che conserva la reliquia di San Secondiano, per molto tempo contesa con la vicina città di Tuscania. Oltre alle chiese, vi sono anche numerosi edifici civili di grande pregio, come il nobile Palazzo Vitelleschi che oggi ospita il museo nazionale, il Palazzo Comunale risalente addirittura all’inizio dell’undicesimo secolo e il Palazzo dei Priori ricavato dall’unione di ben otto torri medioevali, di cui sette furono ribassate. E’ da ricordare che, durante il Medioevo, Corneto-Tarquinia entrò nei possedimenti di uno dei personaggi femminili più influenti dell’epoca, Matilde di Canossa (5).

Come si diceva in apertura, l’area di Tarquinia conserva uno dei parchi archeologici più importanti per conoscere alcuni elementi della misteriosa civiltà etrusca. Prima di parlare del sito, è necessario offrire una breve panoramica su questo misterioso popolo. Degli Etruschi si sa, con ragionevole certezza, che abitarono l’area geografica denominata Etruria, corrispondente alla Toscana, all’Umbria occidentale, al Lazio settentrionale e meridionale, con estensioni nella zona padana, in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto meridionale ed in alcune aree della Campania. La cultura etrusca sembrerebbe derivare da quella villanoviana (6), sviluppatasi nella penisola italica a partire dal XII secolo a.C.. Si inizia a parlare, tuttavia, di civiltà etrusca vera e propria soltanto con riferimento al periodo che va dal IX secolo a.C. in poi. L’appellativo attribuito agli “Etruschi” è quello di derivazione latina, Tusci o Etrusci, mentre loro chiamavano sé stessi Rasna o Rasenna, molto probabilmente con derivazione eponima (7). I Greci li denominavano Tyrsenoi, termine da cui prende nome il “Mar Tirreno”, che appunto bagna gran parte del territorio anticamente abitato dagli Etruschi. A tale proposito, è giusto ricordare che la più antica menzione degli Etruschi, si trova nella Teogonia di Esiodo, redatta alla fine dell’VIII secolo a.C., più o meno in un periodo a cui risalgono le più antiche iscrizioni etrusche accertate, elaborate con l’utilizzo dell’alfabeto euboico, appreso dai commercianti italici nel corso dei loro scambi con i Greci nella zona di Cuma, nella Campania settentrionale. Sulla provenienza originaria del popolo etrusco, la comunità scientifica è ancora divisa. Le prime fonti storiche risalgono al V sec. a.C., cioè più di 400 anni dopo la fioritura della civiltà etrusca nell’Italia centrale (8). Ellanico di Lesbo ed Erodoto furono i primi sostenitori della provenienza orientale del popolo etrusco, dalla Grecia o dalla penisola anatolica, mentre Dionigi di Alicarnasso, vissuto nel I sec. a.C., sostenne che si trattava di una popolazione autoctona, progressivamente evolutasi grazie anche ad influenze esterne. La terza ipotesi considera il collegamento degli Etruschi con le popolazioni alpine, in particolare con i Reti (9), alla luce di alcuni studi linguistici recenti che hanno evidenziato molte similitudini tra la lingua etrusca e quella retica parlata in alcune zone delle Alpi. Vi è da dire che alcune ricerche, pubblicate nel 2013, sul DNA mitocondriale di una trentina di campioni etruschi, con l’ausilio di tecnologie molto avanzate, sembrerebbero dare ragione alla versione di Dionigi di Alicarnasso, secondo il quale gli Etruschi sarebbero una popolazione autoctona. Un ulteriore studio genetico, pubblicato dall’Università di Stanford nel 2019, paragonando il DNA autosomico di alcuni esemplari etruschi con altri provenienti dalla zona intorno a Roma della stessa epoca, avrebbe rilevato la mancanza di significative differenze, confermando maggiormente l’ipotesi che gli Etruschi fossero una popolazione originaria dell’Italia centro-settentrionale. In estrema sintesi, si può affermare che la teoria più accreditata ritiene che gli Etruschi siano di origine autoctona, la cui civiltà si è sviluppata progressivamente a partire dall’età villonaviana, con importanti influssi ellenici, dovuti ai frequenti scambi con le fiorenti città della Magna Grecia della Campania. Lo stesso alfabeto etrusco, fra l’altro, come l’arte e la religione presentano consistenti tracce di cultura greca. Per quanto riguarda l’idioma etrusco, di cui sono state trovate circa tredicimila iscrizioni e che ha profondamente influenzato alcuni termini della lingua latina come, ad esempio, atrium, radius, mundus, populus, miles, per la maggior parte della comunità scientifica, si tratterebbe di una lingua non indoeuropea, o almeno da considerare preindoeuropea, anche se vi sono alcune ipotesi minoritarie che legano la lingua etrusca ad antichi dialetti indoeuropei, come il luvio ed il tartessico (10). Una singolare curiosità è costituita dal dialetto di Comacchio che, secondo alcuni studiosi, presentando caratteristiche del tutto differenti dagli altri dialetti confinanti, sarebbe attualmente la lingua parlata più simile all’antico etrusco, conservatasi nel tempo a causa dell’isolamento dal territorio circostante. L’alfabeto arcaico, come ho già accennato, è di chiara derivazione greca, modificato parzialmente soltanto per adattarlo alla fonetica della lingua etrusca, mentre l’alfabeto  definitivo fu utilizzato a partire dal IV secolo a.C., fino al momento in cui la cultura etrusca fu completamente inglobata in quella romana. E’ interessante notare come nelle iscrizioni più antiche il verso della scrittura si presenti di matrice “bustrofedica” (11), mentre in quelle successive la direzione sia orientata verso sinistra come nell’antico idioma fenicio. Questa particolarità ha fatto fiorire una letteratura suggestiva, ma alquanto fantastica, che ricollegherebbe gli Etruschi agli abitanti della mitica città di Tartesso (12), a sua volta legata al mito di Atlantide. Ben poche iscrizioni sono incise da sinistra verso destra ed, inoltre, non era conosciuto l’utilizzo del mnuscolo e del maiuscolo. Come nel latino arcaico, inizialmente le parole erano scritte l’una dopo l’altra, senza alcuna punteggiatura o segni di separazione, anche se nel periodo classico si cominciò ad inserire da uno a quattro punti, in linea di sovrapposizione, per separare i vari termini.

Tarquinia rappresenta una della più preziose testimonianze della civiltà etrusca, soprattutto in relazione alla vasta necropoli di Monterozzi, che ho potuto rivisitare di recente. Tale parco archeologico, insieme a quello altrettanto interessante di Cerveteri,  è stato dichiarato patrimonio dell’umanità UNESCO a partire dal 2004. Il sito comprende un notevole numero di tombe a tumulo, con camere scavate nella roccia, in cui è possibile ammirare una straordinaria quantità di dipinti che ci offrono il quadro più completo, fino adesso scoperto, dell’arte etrusca e della prima età romana. In generale, le camere funerarie di cui si parlerà più nel dettaglio in seguito, raffigurano soggetti magico-religiosi, in cui sono presenti banchetti funebri, danzatori, suonatori di antichi strumenti, paesaggi vividi ed armoniosi, impressi con colori intensi e realistici. Nelle pitture degli ultimi secoli di civiltà etrusca, a partire cioè dal V secolo a.C., si nota la proliferazione di demoni e di divinità, con motivazioni più ispirate al tragico ed al mostruoso, per la più accentuata influenza del mondo ellenico e di quello orientale. La necropoli si estende su un colle leggermente ad est rispetto al nucleo medioevale di Tarquinia, in un luogo di incantevole bellezza dal punto di vista paesaggistico. I sepolcri ritrovati sono addirittura circa 6000, anche se gli affreschi visibili sono presenti in 200 tombe, di cui più o meno 30 di particolare pregio e fattura. Attualmente risultano visitabili 60 ipogei, ciascuno dei quali offre caratteristiche peculiari dal punto di vista culturale ed artistico. Visitare la necropoli di Tarquinia significa ripercorrere secoli di sviluppo della civiltà etrusca, a partire dall’età villanoviana. Le tombe delle famiglie più nobili, come quelle di provenienza più modesta, sono in grado di rivelarci i costumi, la religione, la mitologia e le usanze di un popolo, ancora per molti versi misterioso ma raffinato, facendoci entrare anche nell’intimità familiare e nell’introspettiva riflessione degli artisti che hanno utilizzato le immagini del mondo ultraterreno come specchio dell’esistenza  terrena.

Una parte di dipinti ritrovati nella necropoli di Tarquinia è stata staccata dalla parete della tomba in cui era collocata e trasferita nel Museo nazionale tarquinense (13), allo scopo di assicurarne una migliore conservazione. La parte più cospicua, tuttavia, è ancora visibile sulla parete su cui era stata realizzata. All’inzio del percorso turistico è possibile ammirare una serie di urne di pietra raccolte all’interno di un recinto di legno che erano state ritrovate nella non lontana necropoli di Villa Bruschi Falgari (14), nelle vicinanze della moderna Tarquinia, non lontano dalla Via Aurelia. Si tratta di recipienti utilizzati da una comunità di età villanoviana (tra il 1000 ed il 750 a.C.) (15) che prevedeva come rito funerario prevalente l’incinerazione: i corpi erano bruciati su una pira e, dopo il rogo, le ossa venivano dapprima lavate, poi frantumate e raccolte in un’urna di impasto nero provvista di una sola ansa, riccamente decorata e chiusa da una scodella o dalla riproduzione in ceramica di un elmo, quando si trattava di valorosi guerrieri (16). L’urna, pertanto, diventava l’immagine del defunto, presentando una collana di anelli di bronzo e molto spesso avvolta in una stoffa decorata con piccoli oggetti di bronzo e di osso. Tra le tombe più interessanti, segnalo quella denominata degli “Auguri”, scoperta nel 1878 e costituita da un’unica camera rettangolare con soffitto a doppio spiovente. Sul pavimento si notano le impronte di due letti funebri, mentre la decorazione parietale  è di evidente fattura greco-orientale, realizzata ad affresco tra il 530 ed il 520 a,C..     La tomba degli Auguri si colloca nello stesso ambiente culturale della tomba dei Giocolieri e di quella delle Olimpiadi, quando la civiltà etrusca fu fortemente influenzata dagli scambi commerciali con i Greci e soprattutto dall’arrivo di maestranze orientali provenienti dalla Ionia che avevano lasciato la propria terra per l’invasione dei Persiani. La raffigurazione presente in tale tomba è altamente emblematica, in quanto rappresenta il classico rituale funebre etrusco con i giochi ad esso collegati. Sulla parete di fondo, in particolare, è raffigurata la tradizionale porta degli inferi e accanto ad essa due personaggi, forse sacerdoti, nell’atto di compiangere il defunto. Di particolare pregio è da considerare anche la tomba dei “Caronti”, dove si notano due scale che portano a due camere funerarie differenti, dove sono rappresentate due porte che simboleggiano il passaggio verso l’aldilà, consentendoci di comprendere alcuni aspetti specifici della mitiologia etrusca. Ai lati delle due porte sono presenti due “Caronti” alati con il mantello, con corna e folti capelli. Nella camera funeraria sono ancora oggi visibili due piani rialzati dove erano riposti i corpi dei defunti, divisi da un blocco di pietra. Ho trovato, poi, molto suggestiva la tomba “Claudio Bettini” (17), dedicata allo storico dell’arte che ne contribuì in maniera determinante al recupero. La camera, anch’essa con il soffitto a doppio spiovente, mostra la particolarità della presenza di una fossa scavata nel pavimento, decorata con un motivo ad onde rosse. Le raffigurazioni parietali ci offrono un quadro abbastanza chiaro delle abitudini sessuali etrusche e di come esse abbiano influenzato la civiltà romana: sulle pareti laterali vi sono scene di un banchetto e danze orgiastiche di rituali dionisiaci, ambientate in un bosco ricco di fauna, mentre sulla parete di fondo due coppie maschili sono adagiate su letti conviviali, servite da tre ancelle e da un giovane efebico coppiere nudo. Caratteristiche alquanto diverse presenta la tomba delle “Leonesse”, in cui il soffitto è decorato con un inedito motivo a scacchiera e le pareti sono divise da sei colonne rosse che attribuiscono alla stanza l’aspetto di una stanza aperta. Sulla parete di fondo sono raffigurate due fiere maculate l’una rivolta verso l’altra, per convenzione chiamate “leonesse”, ma che in realtà sembrano più leopardi. Al centro della parete, al di sopra del punto dove era riposto il defunto, vi sono due musicanti che suonano la cetra e a destra un doppio flauto. Alla sinistra di questa scena è presente una danzatrice, mentre sul lato opposto una coppia di danzatori. Si tratta di un’ottima testimonianza di come si svolgevano gli spettacoli in ambiente etrusco e di come fosse già conosciuto l’utilizzo di alcuni strumenti musicali (18). Mi ha abbastanza impressionato anche la tomba denominata dell’ “Orco”, anche se le pareti risultano piuttosto rovinate. In tale camera funeraria troviamo la descrizione di alcune credenze religiose etrusche. Il defunto, con ogni ragionevole probabilità, un magistrato, è raffigurato sul letto del banchetto funebre, attorniato da scene del mondo dell’oltretomba, di cui alcune richiamano i miti greci, mentre altri personaggi, come il demone Tuchulcha ed il demone femminile Vanth, sono tipicamente etruschi. Il re degli inferi Ade (Aita in etrusco) è coperto da una pelle di lupo, in trono con la sposa Persefone, di fronte ai mostri infernali. Il nome alla tomba (Orco) è dato dal gigantesco ciclope Polifemo raffigurato nel momento dell’accecamento da parte di Ulisse. L’importanza culturale raggiunta dalla civiltà etrusca è ulteriormente confermata dalla tomba dei “Tori”, chiamata così per la presenza nel fregio di due bovini. In essa, infatti, spicca la lavorazione di materiali provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo, come l’ocra rossa, il nero vegetale, il blu egiziano e la malachite. Una scena, in particolare, ha attirato la mia attenzione: fra le due porte della parete di fondo dell’atrio, si può ammirare la raffigurazione dell’agguato, presso una fontana, di Achille a Troilo (19), così come narrato nei Cypria. Ricordavo, infatti, che la morte di Troilo era un’iconografia molto diffusa nel mondo ellenico dal VII secolo in poi. Nella necropoli estrusca, tuttavia, sembra assumere una valenza apotropaica (20) nel tenere lontani, mediante l’esaltazione dell’aspetto sacrificale della sua morte, gli influssi negativi nei confronti del defunto nel suo viaggio verso il mondo degli inferi. Descrivere ogni camera funeraria della necropoli di Tarquinia richiederebbe un vero e proprio trattato e non una semplice sintesi esemplificativa come la presente, motivo per il quale si rimanda ad elaborati più specifici e dettagliati, e soprattutto ad una visita in loco.

Merita, però, una particolare menzione la misteriosa tomba “Bartoccini”, diventata famosa per il ritrovamento di numerosi graffiti tardo-gotici. Il monumento funerario, restaurato tra il 2008 ed il 2014, ha messo in evidenza dati sorprendenti, rivelando una serie inedita di simboli interpretati come appartenenti all’iconografia dei Templari che avevano reimpiegato la tomba come un vero e proprio “tempio”, per svolgere riti di iniziazione esclusivi dei cavalieri, comprendenti anche atti a sfondo sessuale. Gli studiosi hanno ritenuto che l’enigmatico Ordine cavalleresco abbia scelto quella tomba, poiché la decorazione a scacchiera in bianco e in rosso richiamava i colori da loro stessi scelti (21). Inoltre, questa camera funeraria presenta una planimetria perfettamente cruciforme che riproduce la forma di una croce greca, simbolo dei Templari. La tomba, a cui si attribuisce una datazione del 530-520 a.C. circa, affrescata probabilmente da un famoso pittore della Grecia orientale, raffigura banchettanti solo di sesso maschile, mentre le donne sono sedute di lato, secondo la moda ellenica e non etrusca. Queste particolari immagini potrebbero aver contribuito ulteriormente alla scelta dei Templari di riutilizzare il sito per i loro rituali a partire dal XII secolo. Ciò che ha colpito maggiormente gli studiosi è stata un’iscrizione latina, al centro della camera funeraria, legata a Johannes Magister, mentre tutte le altre iscrizioni sulle parete laterali sono in lingua volgare, con ovvi influssi della regione maremmana. Secondo gli esegeti un acronimo OTEM, ritrovato tra le incisioni, sarebbe traducibile in O(rdinis) Tem(pli). La necropoli etrusca di Tarquinia ha attualmente assunto un’importanza così vitale, dal punto di vista artistico, che i dipinti presenti nelle sue camere funerarie sono considerati “il primo capitolo della storia della pittura italiana”. Le tombe etrusche ci raccontano della concezione dell’oltretomba di quel popolo, dove emerge la convinzione che la vita possa avere un seguito anche dopo la morte, dimostrando una raffinatezza di pensiero da parte di civiltà successivamente ed in maniera dispregiativa considerate “pagane”. In più, in considerazione della quasi scomparsa della pittura ellenica, i dipinti etruschi, attribuiti in gran parte ad artisti provenienti dalla Grecia, ci offrono un’ottima testimonianza delle capacità pittoriche diffuse nel Mediterraneo orientale. Tarquinia, pertanto, non è soltanto un luogo di memoria della misteriosa civiltà etrusca, ma è sopratutto un ponte di conoscenza per comprendere meglio la contemporanea cultura greca e la nascente cultura romana, sulla quale i “Rasna” lasceranno segni indelebili.

Note:

(1) La dodecapoli etrusca comprendeva le seguenti città: Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, Roselle, Vetulonia, Populonia, Volterra, Volsini, Chiusi, Perusia ed Aretium);

(2) Cfr. Mario Torelli, Storia degli Etruschi, Ed. Laterza, Bari 2005;

(3) Egidio Albornoz (1310-1367) fu un condottiero, politico e cardinale spagnolo, che poi fece carriera nello Stato Pontificio;

(4) I documenti conservati nell’Archivio storico di Tarquinia hanno dimostrato la presenza di Albanesi nel Comune a partire dal 1458, quando papa Pio II scrisse di un incendio provocato da un fuggiasco dell’altra riva dell’Adriatico;

(5) Matilde di Canossa (1046-1115) fu una delle figure femminili più importanti del Medioevo. A soli sei anni si ritrovò erede di un territorio che andava dal Lazio fino alla Riva del lago di Garda, un’area strategica per i collegamenti tra pontefici ed imperatori. Matilde si trovò ad intervenire nella lotta per le investiture, mediando tra l’imperatore Enrico IV e papa Gregorio VII nel famoso episodio dell’umiliazione di Canossa;

(6) La civiltà villanoviana comparve alla fine del II millennio a.C. nell’Italia centro-settentrionale, cosi’ definita dalla località di Villanova, vicino Bologna, dove nel 1853 fu rinvenuta un’ampia necropoli;

(7) Cfr. Jean Paul Thuillier, Gli Etruschi. La prima civiltà italiana, Ed. Lindau, Torino 2008;

(8) Cfr. Giancarlo Buzzi, Guida alla civiltà etrusca, Ed. CDE, Milano 1985;

(9) I Reti erano un’antica popolazione che viveva nelle Alpi centro-orientali, aventi come epicentro il Trentino ed il Tirolo, ma con propaggini nell’intera area prealpina veneta;

(10) Cfr. Riccardo Venturi, Che cosa sappiamo dell’Etrusco, pdf. su digilander.libero.it, giugno 2013;

(11) Si definice “bustrofedica” quel tipo di scrittura che non ha una direzione fissa ma che è delineata con un procedimento “a nastro” senza andare “a capo”, ricordando quello dei solchi tracciati dall’aratro in un campo;

(12) Tartesso era un’antica città dell’Iberia meridionale, quasi leggendaria e collocata nell’attuale Andalusia, nell’area del delta del fiume Gudalquivir;

(13) Il Museo archeologico nazionale tarquinense si trova all’interno dell’antico Palazzo Vitelleschi, uno degli edifici storici più importanti di Tarquinia, costruito tra il 1436 ed il 1439 su commissione del cardinale Giovanni Vitelleschi. E’ considerato uno dei musei archeologici più importanti d’Italia per la ricca collezione di oggetti etruschi che raccoglie;

(14) Villa Bruschi-Falgari sorge dove era situata una necropoli di più modeste dimensioni e costituisce una delle dimore storiche più suggestive del Lazio, in prossimità di una delle più antiche ed importanti sorgenti della Tarquinia medioevale, la “Fonte dei Giardini” o dell’Isaro;

(15) Cfr. nota nr. 6;

(16) In realtà urne con questo tipo di copertura sono molto rare;

(17) Claudio Bettini (1940-1997) è stato uno dei più grandi storici dell’arte italiano del ventesimo secolo, un vero e proprio pioniere nella scoperta dei

tesori della necropoli di Monterozzi;

(18) Cfr. Maurizio Martinelli, Strumenti e musica nella cultura etrusca, Editore Pontecobboli, Firenze 2019;

(19) Troilo è un personaggio leggendario citato nell’Iliade ed associato alla guerra di Troia. Era un giovane principe, uno dei tanti figli di Priamo, legato al mito della bellezza maschile e, secondo alcune narrazioni, ucciso da Achille per gelosia;

(20) Per “apotropaico”, aggettivo di chiara derivazione greca (dal verbo apotropao- allontanare), si intende ogni atto, oggetto o persona, utilizzati per allontanare il malocchio o gli influssi maligni;

(21) Nel 2013 Carlo Tedeschi, professore di Paleografia latina presso l’Università di Chieti, ha pubblicato il volume “Graffiti templari. Strutture e simboli medievali in una tomba etrusca a Tarquinia”.

Luigi Angelino

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Categorie: Etruschi

Pubblicato da Ereticamente il 3 Gennaio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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