Reading Time: 11 minutes “Per quello che riguarda le squadre e lo squadrismo, il nostro cuore non può che esultare nel vedere di nuovo gli squadristi, sia pure per un motivo doloroso, sulle piazze d’Italia. Lo squadrismo è stato la primavera della nostra vita, e chi è stato squadrista una volta lo è sempre. Parlo, naturalmente, dei presenti”. (Alessandro […]" />

Lo Squadrismo raccontato dagli squadristi – Giacinto Reale (1^ parte)

Lo Squadrismo raccontato dagli squadristi – Giacinto Reale (1^ parte)
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“Per quello che riguarda le squadre e lo squadrismo, il nostro cuore non può che esultare nel vedere di nuovo gli squadristi, sia pure per un motivo doloroso, sulle piazze d’Italia. Lo squadrismo è stato la primavera della nostra vita, e chi è stato squadrista una volta lo è sempre. Parlo, naturalmente, dei presenti”. (Alessandro Pavolini, discorso al Congresso di Verona, 14 novembre 1943)

 

Lo squadrismo (che, secondo De Felice, è “il vero fascismo”) ha lasciato di sé una traccia, anche abbondante, che è sopravvissuta alla stessa fine del Regime, sotto varie forme.

Innanzitutto quella dello “stile”, sulla quale, più di molte parole e raffinate analisi socio-psico-politiche, può valere la nota spiegazione mussoliniana:

L’orgoglioso motto squadrista “Me ne frego”, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta, è un nuovo stile di vita italiano. (1)

 

Vi fu, all’epoca, anche una identificazione “fisica” del tipo-squadrista, se dobbiamo credere alla Sarfatti:

Un giorno, improvvisamente, mi accorsi che un certo modo di pettinarsi, coi capelli buttati indietro, a spazzola, veniva detto ed era “alla fascista”; un certo modo di guardare, di camminare, una certa espressione del volto, facevano e fanno ravvisare il fascista, anche senza distintivo all’occhiello. Si era formata una moda, uno stile, e perfino un tipo fisico del fascista. “Una Nazione che ha tutta vent’anni” osservavano gli stranieri sorpresi, nelle giornate di grande parata. (2)

 

In definitiva, non può non concordarsi con l’analisi di Emilio Gentile:

Lo squadrismo, visto come atteggiamento mentale e comportamento collettivo ritualizzato, fu dunque uno stile di vita, che tendeva a perpetuarsi aldilà delle motivazioni funzionali della violenza, e come tale fu l’effettivo elemento unitario, anzi il principale fattore di identità, sul quale fu possibile fondare l’istituzionalizzazione del movimento e l’organizzazione del Partito. (3)

Lo squadrismo, quindi, non fu solo manesca attività di giovani intemperanti e pellacce indurite dall’esperienza di guerra. Ebbe anche un versante politico, importante, come dimostrarono, per citare il caso più rilevante, le polemiche sul “Patto di Pacificazione”, quando la base mise in minoranza, inducendolo alle dimissioni, lo stesso Mussolini,

Vi fu pure – e non sembri un ossimoro – uno “squadrismo culturale”.

E qui, il riferimento “alto” e inevitabile era, già all’epoca, al “Lemmonio Boero” di Ardengo Soffici, eroe proto squadrista, come è stato detto, lesto di mano e pronto, con il fido Zaccagna, a farsi giustizia da sé contro i prevaricatori e i lestofanti di ogni tipo.

Intellettuali squadristi possono considerarsi, per quanto fatto nelle piazze e scritto su carta, Luigi Freddi e Piero Bolzon, Ottone Rosai e Mario Sironi, Mario Carli e Ferruccio Vecchi, Alessandro Pavolini e Giuseppe Bottai, con tanti altri, “minori” e oggi dimenticati. Ma nel numero possiamo comprendere anche Curzio Malaparte, Camillo Pellizzi e Giovanni Comisso, senza tralasciare Filippo Tommaso Marinetti, al quale si deve la più memorabile definizione dei combattenti di strada in camicia nera:

Fra le molte definizioni dello squadrista preferisco questa: è squadrista l’italiano che reputa non soltanto dovere ma piacere scendere in strada senza esitazione per fare a legnate a cazzotti o a revolverate per la difesa o l’esaltazione della Patria. (4)

Nella realtà, oltre a questi nomi noti a molti, la traccia scritta lasciata da Autori che squadristi erano stati, è considerevole e variegata.

Innanzitutto la memorialistica, che però non di rado sconfinava nella saggistica, quando si faceva ricostruzione storica di un periodo e si riferiva anche al panorama nazionale o a episodi locali che non avevano visto la partecipazione di chi scriveva.

Vi era poi la saggistica vera e propria che, se pur difforme nello stile dalla odierna, dava un racconto dei fatti attendibile, il cui unico difetto, a giudicare con gli occhi di oggi, era l’incompletezza, stante la difficoltà “tecniche” (trasporti, riproduzione dei documenti, archiviazione informatica etc) dell’epoca.

Da ultimo, la narrativa vera e propria, del tipo riservato agli adulti, ma anche, e abbondante, “per ragazzi”, che rispondeva all’esigenza educativa del Regime e al suo desiderio di trarre, dalle giovani generazioni, “l’Uomo nuovo per la nuova Italia”.

A solo titolo esemplificativo, e rimandando per il resto alla bibliografia che sarà pubblicata in calce a questi articoli, ecco, di seguito qualche esempio.

Modelli migliori di memorialistica restano due narrazioni “fiorentine”: “Le memorie di un fascista” di Umberto Banchelli, che offre anche una realistica – e non sempre positiva – ricostruzione dell’ambiente squadrista del capoluogo toscano, e “Squadrismo fiorentino” di Bruno Frullini, tanto insuperabile nel rendere gli stati d’animo dei giovani mussoliniani, quanto inaffidabile sotto il profilo della ricostruzione storica per l’imprecisione e l’accavallamento delle date.

Anche altre città, e Milano su tutte, conobbero una bella produzione di memorialistica squadrista: da quella prevalentemente “diciannovista” come “Da anarchico a sansepolcrista” di Edmondo Mazzuccato e “Vecchia guardia” di Ernesto Daquanno, ad altre meno note, ma egualmente ben riuscite, come “Bagliori” di Emilio Santi.

A Giorgio Alberto Chiurco, ed alla sua “Storia della rivoluzione fascista” in cinque volumi si deve, invece, il tentativo più completo di una ricostruzione, quasi giorno per giorno e città per città, del periodo rivoluzionario del fascismo. Il limite è quello al quale accennavamo sopra: il racconto si basa su cronache giornalistiche e/o testimonianze all’Autore. Manca la ricerca d’archivio, oggi ritenuta fondamentale.

Meno affidabile, perché più “politica” è la “Storia della rivoluzione fascista” di Roberto Farinacci, in tre volumi.

In questo campo, un unicum è rappresentato dal “Documentario di una tipografia della rivoluzione fascista” di Enrico Valgiusti, che contiene le riproduzioni di una gran serie di documenti e manifesti del periodo, fiorentini ma non solo.

Rientrano più nella categoria narrativa, perchè influenzate dall’esperienza personale degli Autori, opere come “Venti su un autocarro” di Guido Strumia e “Camion” di Adolfo Baiocchi.

Discorso a parte merita l’intera produzione letteraria di Marcello Gallian, sia per il suo intrinseco valore, che lo ha fatto definire “il Celine italiano”, sia per la sua forte connotazione squadrista (si pensi, per esempio, a “Gente di squadra” e “Il soldato postumo”), che egli sempre rivendicò, contro gli arrivisti della venticinquesima ora.

Ai ragazzi, infine, si rivolgevano, romanzi come “Il piccolo squadrista” di Ugo Cuesta e “Ragazzi della rivoluzione” di Gino Fornari.

Lasciamo fuori, per evidenti motivi di spazio, e per l’oggettiva difficoltà della ricerca, che dovrebbe sperdersi per mille rivoli, ogni riferimento alla produzione poetica ispirata allo squadrismo, per la quale può bastare citare il Giuseppe Ungaretti della “Epigrafe per un caduto della rivoluzione” il Corrado Govoni de “Il poema di Mussolini”.

Ci furono poi, e da ultimo, i giornali, sui quali diedero bella prova di sé innumerevoli narratori, di buona fama già all’epoca, come Mino Maccari, Leo Longanesi e lo stesso Alessandro Pavolini (che fu scrittore efficace e di facile penna) o destinati al futuro successo “antifascista”, come, per esempio, Vasco Pratolini e Elio Vittorini.

Dopo questa carrellata, è opportuno ora individuare i caratteri distintivi e differenzianti di questa abbondante produzione, soprattutto con riferimento alla memorialistica.

La prima catalogazione possibile (e necessaria) deve fare riferimento alla data di pubblicazione. La “spontaneità” dei primi lavori, che datavano dal 1922 al 1925 verrà parzialmente compromessa dallo sviluppo degli avvenimenti nel decennio successivo, e sacrificata alla necessità di “aggiustamenti” dopo la conquista dell’Impero, quando il fascismo sembrerà destinato a durare per sempre.

La memorialistica vera e propria, di protagonisti principali e secondari, contraddistinta dalla sentita partecipazione e dall’emozione di sentimenti ancora vivi, cedrà così il passo alle cronistorie. In esse non mancheranno spesso i riferimenti biografici, (da qui la difficoltà di una “ferrea” catalogazione del materiale di cui all’elenco in calce a questo articolo) che, per loro natura, toglieranno però agli scritti ogni carattere di “terzietà”, fino a farne una “storia corale”, dove le vicende dei singoli si intrecciano e si accavallano.

Tali testimonianze, affidate spesso a Editori marginali e locali (con le ovvie difficoltà di reperimento a tanti anni di distanza), in qualche caso, torneranno alla iniziale spontaneità nel periodo repubblicano, quando il termine “squadrista” avrà rinnovata diffusione (“squadristi” si definiranno, per esempio, gli uomini della Muti), con l’evidente scopo di testimoniare l’esistenza di una continuità ideale, anche nell’azione, oltre che nei programmi “sansepolcristi”.

Sia pure al netto della aggettivazione ridondante e senza condividere la sottovalutazione dell’effetto “trainante” dello squadrismo su tutto il ventennio successivo, c’è quindi del vero in questa analisi:                                                                                                       :

Ma la marginalità della memorialistica squadrista dipese probabilmente dai caratteri di un regime che si era costruito anche sul superamento dell’esperienza dello squadrismo. Per gli equilibri su cui esso si reggeva, per i caratteri di un potere che era sceso a compromessi con la monarchia, con la Chiesa, con i ceti conservatori tradizionali, non era possibile dare fino in fondo spazio al discorso squadrista. Non era possibile, intendo dire, riproporre, sia pure con posticci “accorgimenti” un’esperienza tanto violenta e criminale, né riproporre, per quanto smussati, taluni aspetti dell’ideologia squadrista; si pensi all’elemento di tipo sovversivo (verso lo Stato, verso le istituzioni, verso l’autorità costituita) o dell’atteggiamento antiproletario. (5)

In realtà, è forse anche per questo che la memorialistica squadrista ebbe, pure quando riferiva di episodi scherzosi e burleschi ai danni degli avversari, una vena di sottintesa malinconia. Col passare degli anni a determinarla sarà anche l’anagrafe via via più impietosa, ma, da subito quasi, c’era una componente politica che riguardava la delusione per il compromesso succeduto al 28 ottobre.

Di politica, nei loro libri, i neroteschiati del 1919-22 parlavano poco. Il quadro generale che obbligò prima alla scelta “blocchista” alle elezioni di maggio del 1921, poi all’accantonamento della pregiudiziale repubblicana e all’accettazione del Patto di Pacificazione, e infine alla trasformazione in Partito, era, in genere solo accennato, perché poco “vissuto” dai protagonisti:

Qualsiasi tendenza ministeriale deve fare i conti con le nostre squadre. Quelle ferraresi sono state mobilitate con le armi al piede per tre giorni, pronte a scattare. Esse non sanno nulla di tendenze e di sfumature ministeriali. Destri o sinistri, i Governi di Roma non godono la loro fiducia. Vogliono fare la rivoluzione. (6)

Questa era la situazione, così come la annotava Balbo nelle giornate dello “sciopero legalitario”, durante le quali la dimensione localistica dell’azione squadrista venne esaltata. Ma così era sempre stato, ed era quindi inevitabile che la trama dei racconti memorialistici e i confini della produzione saggistica restassero quasi sempre quelli dell’esperienza che effettivamente avevano vissuto i protagonisti. Quindi, provinciale soprattutto (o al massimo regionale), nel confronto-scontro tra “loro” e i “negatori della Patria”.

Lo capirà bene De Felice quando sosterrà che la dimensione locale è la migliore per studiare e conoscere il fascismo delle origini:

Le indagini a carattere locale hanno indubbiamente il pregio di permettere una ricostruzione assai minuta della realtà di un determinato periodo, di rendere possibile un approfondimento anche in termini sociologici di certe forze e di certi episodi, di lacerare più facilmente… i “veli ideologici dei Partiti”, e di cogliere quindi il peso dei concreti interessi in gioco” (7)

 

In qualche caso, la rivendicazione orgogliosa scendeva ancor più nel dettaglio, e dalla Provincia o città passava alla “Squadra”, che si distingueva tra le altre, era la prima in azione e la più temuta dagli avversari. Questo, soprattutto in città come Firenze, dove la rivalità era forte, il primato della “Disperata” insidiato da concorrenti agguerriti, e quello fascista in generale dai cugini nazionalisti:

Oggi sono usciti fuori i “paini”, i nazionalisti, in una prima esibizione ufficiale. Puliti puliti, lindi lindi, sculettanti come sartine, con una camicia azzurra color del cielo: gambali gialli, guanti bianchi. Sembravano di zucchero filato, proprio come quei santini che si vendono sui banchi delle fiere. Saranno stati una trentina, ma, con tutto quell’azzurro, riempivano la strada. Prima qualche frizzo, poi una foresta di pernacchie; infine, dopo un battibecco con quelli della “Giglio rosso” – noi non li degnammo neppure di uno sguardo – rimediarono qualche pedatone nel sedere e se ne andarono, così, mesti mesti, con il loro stendardo, che venne restituito da quel mascalzone di Bocca, ma con le punte del tridente storte all’ingiù, perché “non è opportuno lasciare andare in giro i ragazzini con degli arnesi pericolosi”. (8)

Vi era poi un altro elemento comune a quasi tutta la memorialistica squadrista, e cioè il sentirsi parte della storia nazionale, e, in particolare, eredi del Risorgimento, dell’interventismo e della Grande Guerra.

Se molti furono gli ex combattenti (specie “Fiamme” Ardite) attivi nelle squadre, al loro fianco venne cercata, tutte le volte che era possibile, la presenza anche di anziane “Camicie Rosse” e di combattenti delle guerre per l’unità d’Italia. Di queste presenze vi sono molte tracce fotografiche, e il caso più noto, perché con esiti drammatici, resta quello di Casale Monferrato, dove il marzo del 1921 furono assassinati, in un agguato, due ultrasettantenni tamburini sardi, Costantino Broglio e Antonio Strucchi, che tornavano dalla partecipazione ad una manifestazione fascista.

Era però il mito del garibaldinismo quello che faceva più presa sui giovani mussoliniani. A quanti di loro avevano partecipato alla impresa dannunziana, la Marcia di Ronchi era sembrata una replica della Spedizione dei Mille, e le successive fughe da casa, contro la volontà dei genitori per partecipare a “gite camionistiche” destinate però ad avere spesso conseguenze tragiche, ricorderanno gli entusiasti imbarcati sul “Piemonte” e sul “Lombardo”.

E non sarà un caso se un vecchio squadrista come Franco Colombo, nel difendere, di fronte al Federale Aldo Resega la presenza, tra i suoi uomini, di qualche “marginale”, si richiamerà proprio all’esperienza garibaldina:

Alle contestazioni di Resega, Colombo rispose: “Quando Garibaldi partì da Quarto per andare a liberare l’Italia, non chiese ai suoi garibaldini di presentare, all’imbarco sul Rubattino, il certificato penale… Eppure fece l’Italia! Io, che tu definisci un balordo, con i miei balordi, farò piazza pulita dei traditori, dei gerarchi vigliacchi, dell’antifascismo… Li hai visti i gerarconi di allora aderire al nuovo fascismo repubblicano… No! Quelli non ci sono più, hanno tradito ! Ma ci siamo noi ora, sta tranquillo, Resega, che ce la faremo” (9)

Alla vigilia, peraltro, cessata l’eco degli spari, sarà Ezio Garibaldi a dar vita, nel 1925, ad un settimanale chiamato proprio “Camicia Rossa”, la cui nascita verrà salutata con speciale favore da un intellettuale come Luigi Freddi:

Lo scopo è quello di inserire il pensiero e la tradizione del garibaldinismo sul tronco della giovane ma salda quercia fascista. Non dovrebbe essere difficile il compito, poiché il fascismo ha tutti i caratteri peculiari del movimento garibaldino: volontarismo, misticismo, patriottismo, audacia, ribellismo antitradizionale, antiliberalismo, ecc. (10)

Un senso di continuità che si fondeva con quello di comunità, ed emerge in tutte le testimonianze scritte, riferito a tutti gli Italiani, anche a quelli che si opponevano alla marcia fascista, e che, in genere, venivano visti come fratelli traviati, che sbagliavano, ma che andavano recuperati alla Patria.

Ecco perché l’azione, quando si prevedeva – e poi in effetti si sarebbe poi dimostrata – sanguinosa, veniva affrontata con un fondo di tristezza nel cuore, nella dolorosa convinzione della infausta necessità che la imponeva:

Altre volte io ero stato col fucile stretto alla spalla, gli occhi e l’anima sul mirino; ma era un’altra lotta, quella combattuta lassù, in trincea; non faceva, come questa, sanguinare il cuore… Qui anche gli avversari erano nostri fratelli e bisognava essere armati di una grande fede per soffocare il grido di disperazione che saliva dalle viscere.

Oh, come sanguinava il cuore !

Eppure bisognava andare avanti, come faceva il camion, senza fermarsi in quel triste andare, per non essere schiacciati per sempre, per non far morire la grande Idea che illuminava le nostre anime come un’alba radiosa. (11)

 

A non capire tutto questo saranno spesso proprio i fascisti dell’ultim’ora, saldamente insediatisi nei posti di comando dopo il 28 ottobre, convinti che quegli energumeni manganellatori andassero – e nemmeno tutti – confinati nei ranghi della neo costituita Milizia. Contro di loro, il rimprovero del vecchio squadrista sarà inesorabile:

Che fece il fascismo per costoro? Nulla!

Cioè: offerse loro un moschetto. E l’onore di sfilare gomito a gomito con legioni di individui che, una volta deposta la divisa, erano certi di ritrovare una casa, un focolare, un’esistenza tranquilla che gli anni precedenti non avevano avuto il potere di turbare.

Troppo poco per gente la quale, invece, per quattro anni, aveva maneggiato armi e si era avvezza a sfilare sì, ma sotto il fuoco dell’’avversario!

Troppo poco… ma fu tutto.

Cioè no. Commise anche un’ingratitudine. Li sconfessò.

… Agli occhi dei più lo squadrismo apparve allora come uno spauracchio da seppellirsi nell’oblio; come una parentesi torbida da far dimenticare. (12)

 

NOTE

  1. In: Enciclopedia italiana 1932, voce “Fascismo”
  2. Margherita Sarfatti, Dux, ristampa Milano 2004, pag. 208
  3. Emilio Gentile, Storia del Partito Fascista 1919-22 movimento e milizia, Bari 1989 pag 534
  4. In: Lo squadrismo, numero speciale di Antieuropa, Roma 1939, pag. 105
  5. Cristina Baldassini, Autobiografia del primo fascismo, Soveria Mannelli 2013, pag. 17
  6. Italo Balbo, Diario 1922, Milano 1932, pag. 113
  7. Introduzione a: Simona Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia 1919-26, Bari 1971, pag VII
  8. Mario Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano, Roma 1980, pag. 223
  9. In: Vincenzo Costa, L’ultimo federale, memorie della guerra civile, Bologna 1997, pag. 41
  10. Luigi Freddi, Pattuglie, contributo alla storia del fascismo, Roma 1929 p 133
  11. Adolfo Baiocchi, Camions, Milano 1932, pag. 24
  12. Emilio Santi, Bagliori, Milano 1930, pag.30

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 15 Gennaio 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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