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L’eredità degli antenati, tredicesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, tredicesima parte – Fabio Calabrese

Sembra che almeno per ora io non sia riuscito a colmare il gap di un paio di mesi tra la stesura di questi articoli e la loro pubblicazione su “Ereticamente”, lo scarto verificatosi durante l’estate, complice da un lato la pausa estiva della nostra pubblicazione, dall’altro il fatto che proprio in questo periodo, dalla metà del 2019 in poi, abbiamo avuto davvero un florilegio di nuove informazioni e questioni riguardanti la tematica delle origini, la nostra eredità ancestrale. Nel momento in cui mi accingo a iniziare questo nuovo articolo, siamo poco oltre la metà di novembre, ma non è difficile verificare, calendario alla mano, che non riuscirà a comparire sulle pagine di “Ereticamente” prima di gennaio inoltrato.

Tuttavia, credo che si tratti di un danno relativo. Quello che conta, soprattutto riguardo a tematiche come quelle di cui ci stiamo occupando, non è tanto la notizia quanto la riflessione, l’analisi e l’approfondimento. Il vero problema è semmai un altro: magari il profluvio di informazioni che da alcuni mesi ci sta piovendo addosso riguardasse nuove scoperte, incrementi reali della nostra conoscenza, perlopiù abbiamo visto invece che si tratta di mistificazioni, un tentativo di alterare la nostra conoscenza storica e la percezione di noi stessi “africanizzandole” allo scopo di diminuire le resistenze all’invasione extracomunitaria di cui oggi l’Europa è oggetto: abbiamo visto spiattellare in rapida successione in questo anno di(s)grazia 2019 vichinghi, inglesi (quelli delle epoche passate, non dell’Inghilterra di oggi, dove Londra è diventata una città del Terzo Mondo governata da un sindaco pachistano), etruschi, romani di colore o almeno multietnici, e non da siti dei soliti quattro esaltati deficienti di sinistra (o di catto-sinistra, che fa assai poca differenza) che guardano con entusiasmo alla sostituzione etnica e alla sparizione del proprio popolo, ma da fonti finora autorevoli come la rivista “Nature” o addirittura la BBC (la televisione di stato britannica, e se questo non significa che queste aberrazioni hanno ormai il crisma dell’ufficialità…).

Bene, noi non ci siamo mai illusi che quello con cui ci siamo confrontati, non certo da adesso, fosse un contesto oggettivo basato sulla conoscenza dei fatti e la libertà di ricerca e di espressione, invece che viziato da una fortissima componente ideologica. Ora la cosa si inasprisce, la lotta per la verità, per il diritto di affermare, come diceva Chesterton, che l’erba è verde in primavera, che va difeso a fil di spada, si fa più dura, ma non sarà certo questo a indurci a smettere di lottare.

Come al solito, nel mare magnum della rete non è per nulla facile orizzontarsi, e così capita una volta di più di apprendere in ritardo cose che non è proprio possibile trascurare. Questa volta è il caso di un articolo di Robert Sepher pubblicato sul sito “The Living Spirit” in data 25 settembre e dedicato a L’impero dei tartari, la storia ariana nascosta. Di Robert Sepher mi sono già occupato in passato, si tratta di un ricercatore indipendente, “fuori dagli schemi” e dai dogmi della storia ufficiale. In poche parole, quello che noi oggi chiamiamo del tutto impropriamente l’impero mongolo e per cui Sepher preferisce la definizione di “Grande Tartaria” e che in età medioevale diventò la compagine statale territorialmente più estesa mai esistita su questo pianeta, un impero che andava dalle pianure ungheresi all’estremo Oriente, aveva nelle sue élite una importante componente “ariana”, bianca, cosa che ovviamente è oggi del tutto ignorata dalla più recente narrazione (o manipolazione) della nostra storia, tutta tesa, come abbiamo visto più volte, a minimizzare il ruolo delle popolazioni caucasiche.

“In realtà”, ci viene spiegato, “Gengis Khan aveva i capelli rossi e gli occhi verdi o blu. Esattamente come lo snello ariano Buddha, biondo e dagli occhi blu, è stato trasformato in un grasso e a volte obeso asiatico dell’est”.

Sono cose che per la verità non ci vengono del tutto nuove. Voi ricorderete che in particolare nella serie di articoli Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, ho più volte ricordato che contrariamente alla leggenda che ci viene propalata come “verità storica” che vorrebbe la civiltà europea dipendente “da est”, noi troviamo invece una inaspettata ma determinante componente europide alla base delle grandi civiltà asiatiche. Vi facevo, lo ricorderete, l’esempio della Cina dove questa componente è trascurabile dal punto di vista etnico-biologico ma molto importante da quello culturale. Vi ho citato l’episodio (prescindendo dalla questione se esso sia o meno storicamente avvenuto, perché quel che conta è il suo valore simbolico) dell’incontro fra Lao Tze e Confucio, e in particolare il simbolismo delle cavalcature dei due sapienti. Lao Tze cavalca un bufalo d’acqua che rappresenta “il sud”, Confucio invece un cavallo che rappresenta “il nord”. Cavallo-nord, cioè i cavalieri delle steppe settentrionali molti dei quali militavano al servizio del Celeste Impero ma erano perlopiù caucasici di stirpe turanica. Confucio si sarebbe ispirato alla loro etica fatta di lealtà verso i propri capi, rispetto delle tradizioni, devozione verso gli antenati e le divinità della propria gente, fedeltà alla parola data e agli impegni liberamente presi, e non vi è alcun dubbio che il confucianesimo sia stato la base ideologica di uno dei più vasti e duraturi imperi della storia.

Il 17 novembre il sito “The first News” che è in lingua inglese ma è polacco, ha pubblicato un articolo di Johanna Jasinska dedicato a una grande struttura circolare di età neolitica risalente a 7000 anni fa che si trova a Nowe Objezerze vicino a Cedynia nella Polonia nord-occidentale. Osservata per la prima volta nel 2015 da un appassionato di parapendio, la struttura è poi stata individuata su Google Maps nel 2016 dall’archeologo Marcin Dziewanowski. Dall’alto, la struttura apparirebbe così chiara da far pensare ai famosi e supposti alieni cerchi nel grano.

Questo tipo di strutture è chiamato dagli archeologi roundel, sarebbero recinti di età neolitica e se ne conterebbero circa 130 distribuiti tra Germania, Repubblica Ceca e Polonia. Questo di Nowe Objezerze appare particolarmente impressionante perché ha un diametro di 110 metri ed è composto da quattro fossati e tre palizzate con tre porte che conducono al centro. Era, spiegano gli archeologi, con tutta probabilità un luogo di culto oltre che un punto d’incontro delle comunità, una religione probabilmente basata sull’osservazione del cielo e i movimenti degli astri, perché l’allineamento fra il centro della struttura e le porte presenta significative correlazioni astronomiche.

Il ritrovamento di frammenti di ossa, cocci di vaso, pietre focaie, un frammento di quarzite, fa pensare che il luogo fosse intensamente frequentato.

Vorrei aggiungere qui una considerazione personale di cui mi assumo tutta la responsabilità; viene da pensare che il roundel sia stato l’antenato del circolo megalitico, basterà sostituire le palizzate lignee con pilastri di pietra, menhir per passare da una tipologia all’altra. Il punto di transizione è forse rappresentato da Gosek in Germania, che non a caso è il più antico circolo megalitico conosciuto.

“The Siberian Times” del 20 novembre ha comunicato un ritrovamento eccezionale avvenuto in quell’autentica miniera di tesori archeologici che è la grotta di Denisova nell’Altai. Un team di ricercatori dell’Istituto di archeologia ed etnografia di Novosibirsk ha rinvenuto una statuetta scolpita in avorio proveniente da una zanna di mammut che raffigura un leone delle caverne nell’atto di saltare. Dalla posizione nella stratigrafia della caverna, si è potuto dedurre che essa ha un’età compresa tra i 40 e 45.000 anni e si può attribuire con ogni probabilità proprio a un uomo di Denisova.

Già in passato sono state ritrovate pitture rupestri, nonché una costruzione “architettonica” come il doppio cerchio di stalagmiti della grotta francese di Bruniquel, attribuibili all’uomo di Neanderthal. Ora abbiamo la prova che anche i Denisoviani erano capaci di manifestazioni artistiche. Credo che ormai non possano sussistere dubbi sul fatto che gli uni e gli altri erano uomini, esseri umani tanto quanto lo siamo noi, e questo sempre che il fatto che entrambi questi gruppi si siano ripetutamente incrociati con gli uomini di Cro Magnon dando luogo a una discendenza fertile dalla quale a nostra volta noi stessi discendiamo, non fosse già di per sé una prova sufficiente.

Il fatto che in passato l’uomo di Neanderthal sia stato e in parte continua ancora oggi a essere falsamente raffigurato come un bruto scimmiesco, e la scarsa conoscenza che tuttora abbiamo dell’uomo di Denisova, tendono a occultarci questo fatto, ma se queste creature erano Homo sapiens quanto lo siamo noi, allora l’Out of Africa, la supposta “teoria” dell’origine africana è clamorosamente smentita, non solo perché questi uomini chiaramente sapiens erano presenti in Eurasia molto prima della presunta uscita dall’Africa della nostra specie, ma anche perché se la genesi di essa e la tripartizione nei ceppi di Cro Magnon, Neanderthal e Densova fosse avvenuta in Africa, anche nei neri subsahariani si troverebbero le tracce del DNA neanderthaliano e denisoviano, cosa che sappiamo non succede.

C’è da ringraziare il Cielo che questa scoperta sia avvenuta in Russia dove i ricercatori possono lavorare e pubblicare liberamente, e non in Occidente dove bisogna salvaguardare a tutti i costi il dogma della presunta origine africana, ed essa con ogni probabilità sarebbe stata rapidamente occultata.

Il 26 novembre “Discover Magazine” ha riportato la notizia dei ritrovamenti avvenuti in Siberia nel sito di Mamontovaya Kurya nei pressi del fiume Yana oltre il circolo polare artico, dal team di archeologi guidati dal professor Vladimir Pitluko dell’Istituto per la storia della Cultura Materiale di San Pietroburgo, ritrovamenti che consisterebbero in un gran numero di manufatti di pietra, osso e avorio (prevalentemente di mammut) che coprirebbero una fascia temporale che va da 40.000 a 18.000 anni fa.

Secondo gli archeologi russi, gli uomini appartenenti a quella che è stata chiamata la cultura Yana avrebbero dato vita a una cultura avanzata e sofisticata per l’età paleolitica, la cui base sarebbe stata la caccia a grandi animali come mammut e rinoceronti lanosi.

Questo ci riporta a un discorso che abbiamo già visto: è verosimile che durante quella che chiamiamo l’età glaciale, mentre le regioni oggi temperate erano strette dalla morsa del gelo, l’artico godesse di un clima molto più mite di quello attuale, favorevole alla vita di una megafauna e all’insediamento umano, infatti, grandi animali come i mammut non potrebbero vivere nell’Artico attuale, non tanto per il freddo, quanto per l’impossibilità di reperire cibo, a parte i licheni sepolti sotto la neve che oggi in quelle regioni permettono una stentata sopravvivenza alle renne e ai loro allevatori. Ricorderete che qualcuno ha ipotizzato uno scivolamento della crosta terrestre che avrebbe trasformato in polari regioni prima temperate e viceversa.

Non è tutto, perché “LiveScience”, sempre relativamente a questa sconosciuta “cultura Yana” ci dà un’informazione davvero sorprendente: l’analisi del DNA condotta su alcuni denti da latte ha rivelato che questi antichi cacciatori di mammut erano geneticamente diversi dagli attuali siberiani e si ipotizza che “venissero da ovest”. Beh, diciamolo pure, l’attuale antropologia è costretta a esprimersi in un linguaggio criptico perché per motivi politici occorre fare finta che le razze umane non esistano. Tradotto, significa che gli Yana erano di ceppo caucasico e non mongolico. Ma qui il discorso si fa complesso: dobbiamo pensare a una migrazione isolata, o non piuttosto a un’antica forte presenza caucasica nel cuore dell’Asia, esattamente come ipotizzato da Robert Sepher?

Il 3 dicembre “Il Giornale” – l’articolo è di Lavinia Greci – ha riportato la notizia del ritrovamento nel permafrost siberiano del corpo di un cucciolo perfettamente intatto, non si sa bene di lupo o di cane risalente a 18.000 anni fa (l’incertezza è dovuta al fatto che si suppone che proprio a quell’epoca sia avvenuta la domesticazione dei lupi i cui discendenti sono poi diventati i nostri cani domestici). Il corpo del cucciolo che è stato chiamato Dogor, è stato rinvenuto un anno e mezzo fa nei pressi del fiume Indigirka nella Siberia orientale, ed è attualmente conservato e studiato presso l’università di Jakutsk.

Nell’articolo, l’autrice ricorda anche che, sebbene il riscaldamento globale rappresenti certamente un danno per il pianeta, quanto meno il progressivo scioglimento del permafrost siberiano si sta rivelando una miniera di informazioni inaspettate sul passato delle regioni artiche, ed enumera i ritrovamenti di resti di animali che sono avvenuti in questi anni: un bisonte, un rinoceronte lanoso, un puledro mummificato. Ci sarebbero da aggiungere ancora il ritrovamento di un cucciolo di leone delle caverne in uno stato di conservazione solo un po’ meno buono di quello di Dogor, e se vogliamo, anche dei resti di un genere estinto di iena, il Chasmaportetes, avvenuto in Alaska. Una fauna che lascia intravvedere una situazione climatica delle regioni artiche molto diversa da quella di oggi, e ben più propizia all’insediamento umano.

In questi anni la Russia, la Siberia, le regioni artiche si stanno trasformando sempre più nell’Eldorado dell’archeologia preistorica, della paleoantropologia, della ricerca delle nostre remote origini. Quanto questo sia compatibile con la teoria della genesi africana, questo lo lascio decidere a voi.

Voi mi perdonerete se stavolta concluderò questo articolo in maniera insolita, andando a considerare non l’eredità degli antenati lontana nel tempo ma quella vicina, molto vicina a noi. Ai primi di dicembre, un tizio che non voglio nominare, ma si tratta chiaramente di un “compagno”, una testa di sardina, ha postato su facebook un commento secondo il quale le “marocchinate” commesse dai goumies nel 1944 contro le popolazioni dell’Italia centrale sarebbero state “una ripicca” per gli stupri commessi dai soldati italiani contro le popolazioni francesi durante la prima guerra mondiale. Questa fesseria partorita da un cervellino malato tuttavia offre il destro ad alcune importanti considerazioni. PRIMO: questi sinistri sono sempre pronti a inventare scuse per giustificare o sminuire qualsiasi atrocità commessa contro l’Italia e gli Italiani, mostrando quello che potremmo definire un masochismo etnico, un odio di fondo verso i propri connazionali. SECONDO: ammesso e non concesso che fatti del genere fossero avvenuti durante la Grande Guerra, non si capisce proprio cosa dovesse importare ai marocchini di quanto possa essere accaduto alle donne francesi una generazione prima. Qui si evidenzia un’altra distorsione della mentalità di sinistra per la quale un pezzo di carta o il colore di una divisa farebbero la cittadinanza, senza tenere conto della nazionalità etnico-biologica. TERZO: la suddetta testa di sardina ignora bellamente che durante la prima guerra mondiale Italia e Francia erano alleate, e che ciò che asserisce per giustificare gli stupri dei marocchini non può essere mai successo. Poiché, diciamolo pure, la sinistra nel dopoguerra ha occupato tutte le posizioni di rilievo in campo accademico, culturale, nella stampa, nei media, nella scuola, tra i cosiddetti intellettuali, noi ci siamo portati dietro per decenni un complesso di inferiorità culturale nei loro confronti. Oggi che grazie ai social media possiamo conoscere davvero “il pensiero” di questa gente (anche se “pensiero” riferito a costoro è una parola grossa), ci possiamo rendere conto della verità; sono ignoranti come capre, e di conseguenza pronti a credere qualsiasi baggianata, purché intrisa di odio anti-italiano.

NOTA: nell’illustrazione a sinistra la ricostruzione di un guerriero vichingo, ed è l’ennesima risposta alla polemica iniziata da “Nature” la scorsa estate. Voi stessi potete giudicare se abbia una fisionomia multietnica o prettamente caucasica. Al centro, una ragazza tartara nel costume tradizionale; anche nei suoi lineamenti di mongolico se ne vede assai poco. A destra, la ricostruzione del volto dell’uomo di Denisova.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 Gennaio 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Ermanno

    Bell’articolo e denso di spunti interessanti, non scevro, al di là delle condivisibili posizioni contrarie al mito evoluzionista circa l’antropogenesi africana – di cui ad esempio Cavalli-Sforza ne è un assertore – dal pericolo di avvallare un opposto mito, altrettanto cripto-darwiniano, di un’antropogenesi europea ed eurocentrica.
    Prescindendo dalla veridicità storica o meno del fatto che “Gengis Khan avesse avuto i capelli rossi e gli occhi verdi o blu, similmente al Buddha, ariano, sempre biondo e dagli occhi blu”, lo scritto in questione puntualizza attributi che appartengono ad un ambito biologico-materialistico a scapito di quello spirituale, alla dimensione orizzontale e cronologica rispetto a quella verticale, assoluta ed atemporale. Perseverando nell’affermare il principio secondo cui il superiore deriva dall’inferiore, la civiltà dalla barbarie, l’uomo dalla bestia, e così via.
    Ovvero, per dirla con Guénon, un capovolgimento dei piani molteplici dell’Essere: degli inferiori con i superiori, attuandone un’inversione gerarchica.
    Infatti, prima di essere “ariano”, Genghis Khan fu innanzitutto un’emanazione della divinità irata Ochirvaani, o Vajrapāni, un epiteto di Indra.
    Non scordandoci dell’anello – di cui parla Guénon – donatogli dal “Re del Mondo”, o Re dei Nāga, Nandi Upanandi, quale legittimazione del suo mandato imperiale.
    E lo stesso si può dire di Buddha e del suo Nirmāṇakāya, il “Corpo di Emanazione”: il corpo fenomenico con cui egli appare e predica in un dato universo in un determinato tempo.
    Procedendo in tal modo si viene a postulare la preminenza della storia sulla ierostoria, estromettendo la presenza di una “razza dello spirito”, ovvero della razza dell’illius temporis.
    Appellandomi alla religione dell’Airyanəm Vaējah, di avestica memoria, la cui “arianità” è indubbia, ovvero lo zoroastrismo, i tre principi di cui esso è costituito sono: Humata (Retto Pensiero), Hukhta (Retta Parola) e Huvaršta (Retta Azione).
    Una tripartizione presente in molte religioni, riferentesi ad una precisa ipostatizzazione gerarchico-ontologica: il pensiero, la parola e l’azione. Ergo, volendo utilizzare tale schema onde commentare l’articolo in questione: la religione, la lingua e il popolo, quest’ultimo inteso altresì nella sua connotazione biologica e fenotipica come ivi puntualizzato.
    Humata (Retto Pensiero) quindi, o Human, Hu-man che etimologicamente indica l’essere umano, laddove il lemma prefissale Hu, analogamente al sanscrito Su, per rotazione consonantica, significa “bene”, come in Svastika< su-asti-ka, "ciò che è bene".
    Peraltro un’etimologia propria, altresì, delle lingue germaniche, in cui “Man” è ascrivibile all'area semantica del pensiero. Umano quindi come Hu-Man, pensiero positivo, un riferimento alla natura ontologicamente "buona" dell'uomo, in contrapposizione a Duš-Man, che nell’Avesta è lo Spirito della menzogna, in neopersiano il nemico.
    Questo per dire che la lingua viene prima dell’elemento antropologico. Così come anche un pakistano dalla pelle scura ma locutore in progressione di lingua urdu, pashto o burushashki, è comunque più prossimo al “Retto Pensiero” di quanto lo sia un biondo e debosciato post-vichingo anglofono, o peggio ancora americano WASP, locutore di una lingua che, rispetto al suo prototipo norreno, risulta essere la più corrotta che l’occidente abbia mai prodotto, una vera e propria Umwertung der Werte di niesztchana memoria. Una lingua in cui – come magistralmente una volta asserì qualcuno che forse ci legge – capire si dice “understand”, letteralmente sottostare e signorina “miss”, qualcuno cui manca qualcosa.
    Le lingue possono essere sacre o profane, se non blasfeme e – come precisò Mario Polia in una vecchia pubblicazione – seguono l’evoluzione e l’involuzione dello spirito, di cui quelle moderne del mondo occidentale ne sono il paradigma distopico. Tant’è che, mentre oggi, parafrasando Aleksandr Dugin, quelle del gruppo satem mantengono una loro coerenza apollinea, quelle del gruppo kentum si sono totalmente cibelizzate. La sola presenza dell’ergatività nella lingua urdu, per non parlare di basco, caucasico, tibetano e quant’altro, annichilisce 2000 anni di filosofia occidentale che ancora intenta a dominare il mondo fenomenologico. Lo stesso si potrebbe dire per aspetti quali la polisintesi, l’agglutinazione, nonché la sintassi di tipo attributivo in luogo di quella predicativa di cui quelle occidentali sono pressoché prive.
    Non è un caso che la scienza profana, materialistico-positivistica si sia sviluppata in occidente, il luogo ove si parlano lingue che, analogamente allo sguardo di Medusa che pietrificava ogni cosa che incrociasse, reificano ed intellettualizzano la realtà enunciata. Inverando la maledizione del Profeta Daniele che recita: mane, teqel, peres, “tutto ormai è misurato, pesato, diviso”.
    Riguardo all’Ex Oriente lux, in senso lato e atemporale, credo che l’essenza dell’aforisma latino, al di là di qualsivoglia interpretazione classicista, sia ravvisabile nell’Edda di Snorri Sturluson (1179-1241). Precisamente nel paragrafo: Frá Asíamönnum (dei popoli dell’Asia) della saga degli Ynglingar, che è parte dell’Heimskringla, in cui si narra che:

    Fyrir austan Tanakvísl í Asía var kallat Ásaland eða Ásaheimr, en höfuðborgin, er var í landinu, kölluðu þeir Ásgarð.
    A est del Tanakvisl (Danubio) si trovava quello che si chiamava l’Asaland o Asaheimr (patria degli Asi) e il castello-capitale che era nel paese veniva chiamato Asgardhr. – Quindi – Fyrir sunnan fjallit er eigi langt til Tyrklands; þar átti Óðinn eignir stórar.
    Il sud di questa montagna (Caucaso) non è lontano dal Tyrkland (Paese dei Turchi), dove Odino aveva grandi possedimenti .

    A questo proposito, onde suffragare la narrazione eddica, vorrei ricordare circa la presenza di grafemi runici e rune di congiunzione di tipo futhark, dell’indubbia apoditticità, riprodotte su un manufatto appartenente alla cultura Kurykan (VI sec. a.C.), una popolazione XiungNu, ovvero unno-samoieda, proveniente dalla regione circumbajkalica e riportate nel testo: Burjaty, Tradtzij i Kultura, Ulan Ude 1995. Antecedenti, quindi, alla genesi dello stesso alfabeto in Europa e Scandinavia.
    Inoltre come scrive Dugin in Мистерии Евразии:

    Secondo Wirth, i "Popoli di Tanar" erano i rappresentanti dei gruppi iperborei che discesero in Eurasia non dall'Occidente – come le tribù dei Tuatha de Dannan, i Proto-ariani del Nord Atlantico – bensì dall'Oriente. Ed è proprio ai "Popoli di Tanar" che Wirth attribuisce le fonti originali della tradizione caldea, sumera e della civiltà. In particolare, ciò è impresso nel teonimo stesso degli dei sumeri "dingir", cioè "Dio" (forma fonetica da "tanar"). Ma per noi è estremamente importante che tale parola designante "dio", presso gli antichi turchi, suonasse foneticamente pressoché identica: "Tengri". Inoltre, gli archeologi moderni oggi scoprono nel territorio dell'Eurasia settentrionale, e specialmente nelle aree d’insediamento dei popoli turchi, molti ornamenti, disegni e geroglifici risalenti al Neolitico e che hanno una chiara somiglianza con le scritture sumere arcaiche e con gli ierografemi.

    Quindi, prescindendo dalla polisemia insita nel termine “ariano”, che, al di là del senso in sanscrito contenuto dalla formulazione buddhista delle Quattro nobili verità o catvāri-ārya- satyāni, sembra possedere un’etimologia altresì altaica. Tant’è che rispettivamente in turco e mongolo, le voci: “arı-arıg” e “ариун-aryun” significano “puro”, nell’accezione sacrale ovvero sciamanica del termine. Quanto si possono veramente definire “ariani” occidentali e appartenenti al gruppo kentum questi europidi sparsi, ieri e oggi, fra Asia e Siberia? Dai Caucasici ai Burusho del Pakistan, dalle mummie del Tarim fino agli Ainu del Giappone? O non piuttosto turanici (turco-ugrofinnici) e paelosiberiani, in un unico termine: iperborei?

  2. Fabio Calabrese

    Caro Ermanno, la ringrazio del suo intervento che mi dà modo di precisare un po’ di cose. Non vorrei fraintenderla, ma il succo della sua obiezione mi pare in sostanza questo: “Si smentisce l’Out of Africa e si mette in crisi anche il concetto di evoluzione com’è generalmente inteso, ma si rimane sul piano di una scienza materiale, dove non si scorgono aperture verso la trascendenza”. Io le posso dire che in ultima analisi lo scopo di questa serie di articoli e anche di molte altre cose che ho scritto, scrivo e continuerò a scrivere per “Ereticamente” è precisamente quello di mostrare che “la scienza” democratica e materialista è fuffa, imbroglio, ciarlataneria, fraintendimento dei fatti, perversione del metodo scientifico. Mi permetto di citarle gli articoli della serie “Scienza e democrazia”. Io mi sono preoccupato non tanto di difendere il nostro punto di vista, ma di attaccare quello degli avversari. “Portarsi non là dove ci si difende ma là dove si attacca”, ricorda a tal proposito l’insegnamento di Evola? Io sono d’accordo con lei che ciò consente soltanto di intravedere in nuce un punto di vista diverso, ma noi possiamo soltanto indicare la via, non percorrerla al posto di altri. Ogni approccio alla trascendenza che non sia puramente fideistico, è sempre il frutto di una ricerca personale.

  3. Ermanno

    Caro prof. Calabrese. Anch’io La ringrazio della risposta, sebbene, non intenda entrare nei dettagli della questione, preferendo eventualmente farlo a quattr’occhi, qualora ci incontrassimo. Lei, in effetti, il succo dell’obiezione l’ha colto. D’altra parte, essendo questo il tredicesimo capitolo di una lunga disamina di cui io ho letto soltanto una minima parte, mi debbo anche scusare. Non intendevo formulare giudizi categorici al riguardo. Il taglio essenzialmente tradizionalista del suo scritto l’avevo notato. Erano più alcuni passaggi.
    Peraltro ho visto che altrove Lei cita anche Theo Venneman, il linguista tedesco sostenitore, in scritti come: Vaskonisch war die Ursprache des Kontinents, di una tesi riconducente al proto-basco, idronimi, toponimi, idro-toponimi e in ultima analisi fitonimi – basti pensare alla voce marrubi che significa fragola sia in basco sia in sardo – innanzitutto tedeschi ma altresì dell’intera Europa occidentale, desemantizzandoli dal contesto linguistico cui appartengono.
    Sulla toponomastica trentino-altoatesina, un po’ sulla scorta di quanto scrive Ferruccio Bravi, nella sua monografia sulla lingua dei Reti, devo dire che qualche conferma idro-toponimica con il basco l’ho individuata anch’io in loco, integrando altresì con l’adygebze (lingua Adige) o circasso.
    Un altro testo, a mio avviso, interessante è: Les origines linguistiques du basque dello studioso francese Michel Morvan.
    Michel Morvan, da parte sua, analizza a fondo il substrato linguistico siberiano presente nella lingua basca, giungendo a conclusioni che sono veramente eclatanti.
    Uno degli aspetti maggiormente salienti dello studio di Morvan riguarda la legge di Ramstedt, l’altaista finlandese.
    Gustaf John Ramstedt confrontando comparativamente l’esito di alcune parole in lingue come: lappone, finnico, ungherese, samoiedo, turcico, mongolo, manciù e tunguso, ne evinse una legge di rotazione consonantica.
    Pur essendo da un punto di vista lessicale il basco, una lingua massicciamente influenzata dallo spagnolo, Morvan trova alcune parole, fra cui: erhi – pollice, mongolo, erkhi, che entrano a pieno titolo nella menzionata legge.
    Ma procedendo, i-kus-i, vedere, proto-turco köz, occhio. E ancora gogo-spirito, paelo-turco kögüz-petto, per rotacismo in giapponese kokoro-mente e cuore. Inoltre parallellismi morfologici oltre che lessicali che qui non sono sede di menzione.
    Venneman e Morvan gettano una nuova luce sugli scenari della protostoria europea, finora sclerotizzata sui modelli classicistici di un Santo Mazzarino, antesignano di tanti nostri “pantofolai” docenti di lettere classiche, piuttosto che su quelli di una non meno dogmatica indoeuropeistica. Studi, cui recentemente si sono pure affastellate le teorie evoluzionistiche del citato Luigi Luca Cavalli-Sforza, al quale preferisco il pur dilettantistico Mario Alinei con il suo: “Etrusco: una forma arcaica di ungherese”.
    Se i proto-baschi hanno avuto dei contatti – e la presenza di isolessi, di isomorfismi uralo-nippo-altaici ne è una prova inconfutabile – con l’Asia, ciò significa che le origini culturali e linguistiche dell’Europa sono più complesse di quanto si creda.
    Ma soprattutto, considerando altresì il fatto che in lingua basca, Polo Nord, si dica Iparburu, laddove “buru” significa testa e Lauburu è la “Croce basca”, anch’essa simbolo polare per antonomasia, questo avvallerebbe la primogenitura di un’Europa iperborea rispetto ad una “ariano-indoeuropea”. Quindi, la tesi di Tilak sull’origine artica dei Veda e dell’Agartha siberiana, formulata da Dugin, che poi è quella di Ossendowski e l’Olmo Ling dello Yungdrung-Bön. L’antifona mi sembra palese…

  4. Stefano

    Interessantissime analisi Ermanno delle quali condivido totalmente sia le intenzioni che le conclusioni finali , nonchè ovviamente le critiche ad un approccio illuministico-positivista alla questione, tra l’altro ciò a mio parere confermerebbe ancor più le tesi cicliche di un Gaston Georgel che già al tempo furono supportate e completate da Guenon, ma anche dagli stessi Tilak come da lei citato o da un Vasile Lovinescu nella sua Dacia Iperborea, così come da Dugin(ma anche da alcuni primi eurasisti) oggi… Ovviamente tutto questo si trova in nuce già nei dati tradizionali a nostra disposizione, che ad un’analisi comparativa (magari integrata da considerazioni derivanti da alcuni studi linguistici ed antropologici), danno tutti le stesse indicazioni di un origine monofiletica ed iperborea a cui la stessa teoria dell’Out of Beringia in qualche modo tende ad avvicinarsi seppur ancora in modo problematico dato l’ambito e l’abito con cui la si presenta che ovviamente risente gravemente dell’apparato scientista moderno, a mio modesto avviso infatti utilizzare le strutture di pensiero della scienza moderna per contestare le conclusioni della stessa non è la strada migliore da percorrere in quanto il metodo tradizionale è di per se il più “positivo” che ci sia se correttamente inteso ed utilizzato, questo problema che lei ha sottolineato soprattutto nel magistrale primo intervento è anche il maggior deficit di chi pur muovendo critiche all’antropogenesi africana ed evoluzionista va a finire nelle sterili asserzioni del mito indoeuropeo e di un antropogenesi eurocentrica che poi diventa in molti casi sostanzialmente un surrogato di un certo occidentalismo, dimostrando “una volta di più come la maggior parte di coloro che vorrebbero reagire al disordine moderno siano poco capaci di farlo in maniera veramente efficace, poiché non conoscono molto bene neanche ciò che devono combattere”. Ovviamente non mi riferisco assolutamente al prof. Calabrese di cui sebbene non condivida tutto ho profonda stima(e penso che tra l’altro l’intento di questa rubrica e l’ambito in cui si muove che è per lo più di tipo morfologico ed antropologico sia sostanzialmente diverso ma parallelo ed integrabile con un punto di vista più etimologicamente “metafisico” ), ma parlo di tutta una serie di realtà legate in qualche modo anche all’ondata “sovranara ” influenzata dalle tesi dell’atlantismo neo-con e dell’alt-right al di là dell’oceano… Detto ciò, con l’intenzione solo di fare un apprezzamento ad Ermanno per le sue considerazioni senza entrare nel merito e nei dettagli delle stesse sia perchè le condivido in pieno sia perchè è impossibile farlo in un commento, consiglio altresì allo stesso Ermanno se non l’avesse già fatto anche la lettura degli scritti di Michele Ruzzai presenti qui su Ereticamente che presentano a mio parere notevoli intuizioni interessanti e spunti di ricerca attraverso un utilizzo consapevole del metodo comparativo e dei dati tradizionali, sempre in un ottica di critica all’antropogenesi africana evoluzionista e di ricerca dell’origine e dello sviluppo dell’umanità del presente Manvatara . Cordiali saluti.

  5. Ermanno

    Grazie Stefano per la risposta, nonché per la dritta su Michele Ruzzai, di cui ignoravo gli scritti. Una produzione che veramente, come dice lei, presenta notevoli intuizioni interessanti e spunti di ricerca attraverso un utilizzo consapevole del metodo comparativo e dei dati tradizionali.
    Mi è ovviamente impossibile esprimere un parere esaustivo al riguardo, essendo un corpus – al di là degli autori strettamente tradizionalisti ivi citati – davvero esteso quanto articolato di informazioni eterogenee quanto convergenti, nonché prolissamente documentato da punto di vista bibliografico.
    Tuttavia – e asserisco ciò unicamente per mantenere un dialogo in tempo reale, non potendo farlo direttamente – come avevo affermato nella mia prima risposta al prof. Calabrese, un approccio in cui l’elemento antropologico ed antropometrico prevale su quello glottologico-noetico.
    Premesso che le mie sono solo osservazioni preliminari, mi sembra che, in questi articoli, l’elemento linguistico abbia una funzione marginale.
    In estrema sintesi, che significa parlare ad esempio, di macrofamiglie come la sino-dene-caucasica, piuttosto che la nostratica o altro? Prescindendo dal fatto che trovo difficile assemblare in un’unica categoria il sinico con il caucasico. Ovviamente questo non è rivolto solo all’autore ma agli stessi formulatori di tali teorie linguistiche, da Dolgopolskij ad Ilič-Svitič, Greenberg, etc.
    Così come discostare l’uralico dall’altaico. E l’armonia vocalica dove la mettiamo? E il tibetano che, mentre di sinico non conta più di qualche loanword, possiede un sistema pronominale e flessivo apparentemente mutuato dalle lingue indoeuropee. Quindi a differenza del cinese, in cui i toni possiedono un ruolo semantico, un’esclusiva apofonia tonale morfologicamente funzionale e parole, come “sei regni del Samsara” o “Rik drug”, in cui la radice di “Rik”, con buona pace di Schäfer, sembra quella del Reich per cui aveva intrapreso tali ricerche?
    Ovvero, a me sembra che il criterio scientista di accostamento fra le varie lingue sia di tipo quantitativo e non qualitativo, cioè meramente statistico-isolessicale. Un principio secondo il quale due lingue sono geneticamente prossime nella misura in cui possiedano un patrimonio comune di fonemi semanticamente affini. Ma in realtà esistono altre classificazioni tipologico-morfologiche di cui una ricerca autenticamente rivolta alla dimensione del sacro dovrebbe tenere conto.
    Le principali le avevo citate nel mio primo intervento: Lingue agglutinanti, flessive isolanti e polisintetiche, quindi con tipologia sintattica ergativo-accusativa e attributivo-predicativa.
    Riguardo alle lingue indoeuropee, forse non a tutti è noto che lo Šīnā, una lingua dardica, parlata nella regione di Gilgit-Baltistan, nel nord del Pakistan, così come altre dell’area, analogamente al cinese, è tonale. Come la mettiamo dunque da un punto di vista tipologico?
    A tutto ciò, a titolo d’inciso, essendo impossibile esprimere tutto ciò in maniera esaustiva, e lo affermo con riluttanza, si pone il problema di una monogenesi linguistica a fronte di un’– a mio avviso – indiscussa differenziazione antropogenetica. Una differenziazione che a mio parere, utilizzando uno schema cosmogonico manicheo, riverbera l’avvicendamento fra luce e tenebre, fra Ahura Mazda e Ahriman.
    Ora a mio avviso, se preliminarmente o in concomitanza ai dati antropometrici, vogliamo individuare altresì le caratteristiche di una Ursprache, delineandone gli sviluppi dal Satya Yuga al Kali Yuga, l’Era della Caligine, in cui gli Dèi sono oscurati allo sguardo profano, come la definiva il prof. Filippani Ronconi, con un meraviglioso escamotage etimologico-interpretativo, dovremmo tenere conto di tutto ciò.
    Anche per le lingue, con le dovute sfumature e distinzioni, esiste una catabasi ed un’anabasi, ovvero in termini plotiniani, un processo emanatistico rispetto ad un principio cui consegue un ritorno o epistrofé.
    La lingua del Satya Yuga non poteva essere di tipo flessivo-accusativo, analitico-predicativo. Ovvero, la tipologia delle lingue moderne occidentali, che hanno prodotto la scienza profana e materialistica: una “reificazione in feticcio dell’impotenza dell’androgine decaduto” come asserì un noto tradizionalista.
    La flessività apofonica è un indice di disgregazione, di deflagrazione del suono primordiale, in una parola di sovversione, di caos contrapposto ad un cosmos.
    La lingua o le lingue del Satya Yuga dovevano, per converso, essere di tipo sintetico –monistico o polisintetico-agglutinante, sicuramente ergative. Magari pure provviste di armonia vocalica o tonale.
    Questo in estrema sintesi.
    Mi conceda un cenno anche sui sistemi grafici. Il latino, oggi, è il più banale sistema grafico ad uso planetario. Una scrittura totalmente desacralizzata, buona solo a rendere gli spot pubblicitari piuttosto che quelli informativi. L’alfabeto della globalizzazione e dell’atlantismo che – prescindendo da qualsiasi ulteriore considerazione – si trova oggi a confrontarsi con gli ideogrammi cinesi che invece rappresentano la forma grafica più complessa elaborata dalla storia dell’umanità.
    Ritornando agli iperborei ed in relazione alle grafie. Gabriel Mandel, autore poligrafo, in una vecchia pubblicazione raffronta tre sistemi grafici: il köktürk o turco orkhonide, un alfabeto runiforme in qualche modo connesso con il futhark, i grafemi della Valle dell’Indo appartenenti alla cultura di Harappa e Mohenjo Daro, quindi i glifi delle tavolette di Rongo Rongo, scoperti nell’Isola di Pasqua, ravvisandone sorprendenti analogie. Anche questa un’informazione degna d’interesse in una tale prospettiva.
    Un’ultima nota in extremis non priva di difficoltà interpretative: ex Oriente lux sed ex Africa nox, ma il Tifinagh? Il sistema grafico runiforme in uso presso i Berberi?
    Cordiali Saluti a Lei

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