Il compito del politico secondo Plutarco – Andrea Andrighetti

Il compito del politico secondo Plutarco – Andrea Andrighetti

A tutta prima la parola “politico” parrebbe ispirare, ma per celio, ad una sorta d’insegna pubblicitaria: “politi – co”, ovvero “Puliti and Company”.

Invece, seriamente parlando, attualmente alla parola “politico” è associato il significato di “arte del governare”, come recita il Vocabolario della Lingua Italiana, ma anche “ciò che riguarda l’amministrazione di uno Stato”, o meglio “l’amministrazione della vita pubblica”.

Alla parola che identifica il soggetto, ovvero il politico (sia esso maschio o femmina), fa seguito il compito di costui o di costei.

In realtà ogni parola che utilizziamo correntemente andrebbe attentamente riletta nel suo significato codificato per poi essere raffrontata al suo significato reale.

Ma andiamo diritti al punto.

Plútarchos, ovvero Plutarco, è stato un filosofo greco (I-II secolo d.) che ci ha lasciato fiumi di testimonianze, pensieri e considerazioni su cui riflettere.

Nei Moralia troviamo Consigli politici, con passi di decisa attualità, caratteristica la quale ha contraddistinto il grande lavoro di questo libero pensatore.

Tenendo conto che nel nuovo millennio la Grecia era soggetta all’autorità politica e militare di Roma, essendo stata conquistata dalle legioni già nel II secolo avanti l’anno zero, ecco che cosa troviamo scritto:

 

«Compito del politico è presentare e rendere la Patria docile nei confronti dei dominatori, ma senza umiliarla e visto che le sue gambe sono legate alla catena, senza infilargliela al collo» (Plutarco, Moralia, Praecepta Gerendae Reipublicae, 55,19).

 

Suggerisce inoltre di sbrigare le faccende interne senza dover ricorrere all’intervento dell’autorità imperiale romana perché sennò il popolo perderebbe sempre più dignità, ma soprattutto avrebbe la chiara percezione di essere uno schiavo.

Il politico deve inoltre, sempre secondo Plutarco, possedere un bel ventaglio di buone qualità e mitigare e, se deve, soffocare con grazia come fosse un medico, ogni impennata insurrezionale contro l’autorità costituita e rappresentata da Roma. Questo doveva evitare, ma rimanendo sottinteso e ovviamente non palese, che Roma avesse così l’agio, o la scusante, per reprimere ogni desiderio di vera libertà con l’azione di guerra e rappresaglia contro i cittadini e per mezzo dei propri legionari. Costoro, sulla carta, erano i garanti della libertà e della democrazia, ma nella pratica, come è noto dallo studio dei fatti storici, erano lo strumento di coercizione più “a buon mercato” e indubbiamente più rapido ed efficace.

Compito delle legioni non era tanto di “pacificare” completamente una regione o un intero paese, ma di garantire in esso un perenne stato di guerra o comunque di tensione dove poter fare operare agevolmente il politico. Come fosse stato un medico, il politico avrebbe avuto a propria disposizione una vasta gamma di rimedi contro ogni malattia e quello meno costoso era quello di costituire più fazioni tra loro avverse di modo che esaurissero contro loro stesse le energie, senza quindi indirizzarle unitariamente contro l’autorità imperiale.

 

«I medici si prodigano per fare emergere sulla superficie cutanea le malattie interne difficili da debellare; diversamente un politico se non riesce a garantire la calma totale della città dovrà controllare e curare la sua componente sediziosa fomentatrice di disordini e tenerla nascosta bene affinché si debba fare ricorso il meno possibile all’intervento esterno di medici e medicine» (Plutarco, Moralia, Praecepta Gerendae Reipublicae, 55,19).

 

L’utile riflessione è che quello del politico, da più di duemila anni a questa parte, sia un lavoro d’intramontabile garanzia economica e solidità professionale (fatte salve le debite eccezioni che in ogni caso vanno a confermare la regola).

In politica non vi sono avversari: tutti gli attori, in quanto tali, recitano una parte, si contendono gli applausi e le simpatie del pubblico, ma ognuno di loro riceve i soldi dal medesimo impresario al quale deve tutto.

 

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Categorie: Politica

Pubblicato da Ereticamente il 3 Gennaio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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