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Il caso Soleimani: il perché di un omicidio – Umberto Bianchi

Il caso Soleimani: il perché di un omicidio – Umberto Bianchi

 

Ancora una volta il Medio Oriente è in fiamme. Ancora una volta, spirano, impetuosi come non mai, venti di guerra, accompagnati ai soliti inviti bipartisan alla moderazione, assieme a bellicose minacce, a cui fanno la sponda manifesti di buone e pacifiche intenzioni. Stavolta, l’ennesimo casus belli è rappresentato dall’omicidio del Generale iraniano Qasem Soleimani, responsabile del battaglione speciale Quds, proconsole di Teheran in Siria, Iraq e Libano, per quanto attiene organizzazione ed addestramento di tutte le milizie sciite della regione. In Libano Soleimani, sarà il principale artefice dell’organizzazione e dell’addestramento di Hezbollah, il braccio armato del locale Partito di Dio, di ispirazione sciita che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, oltre a tener testa alle truppe di Tsahal (l’esercito israeliano…) riuscirà a divenire un elemento di stabilizzazione del travagliato paese mediorientale, assumendo addirittura la funzione di paciere e difensore, nei riguardi delle locali “enclaves” cristiane. Ma, specialmente, Soleiymani sarà lo stratega ed il vittorioso artefice della contrapposizione e della vittoria delle milizie sciite sui sunniti dell’Isis in Siria, a fianco di Assad e delle truppe di Putin, ma anche in Iraq e nello stesso Libano.

E’ da questo elemento primario, che bisogna partire per capire il perché dell’assassinio del generale iraniano. Quello della plateale sconfitta di Daesh, era un evento inaspettato e sgradito agli Usa ed ai centri di potere finanziario globalisti che fanno loro capo, i quali, dopo aver sponsorizzato l’integralismo sunnita, sia direttamente che indirettamente attraverso le monarchie del Golfo, che attraverso paesi come il Pakistan, speravano di poter detenere l’ “esclusiva” di una sconfitta militare dell’Isis condotta “a metà”, in modo da poter mantenere una condizione di perenne divisione e destabilizzazione dell’intera regione e tener, così, sopite le aspirazioni all’autodeterminazione di quelle regioni, così come nei protocolli strategici, inaugurati dall’allora Generale Usa Petraeus. I prodromi di quanto abbiamo accennato, li abbiamo proprio nella mossa di Trump, consistente nel ritiro delle truppe Usa in supporto ai Curdi e della conseguente ripresa di fiato degli integralisti, accompagnata dall’intervento militare di Ankara. Il tutto, sempre a detrimento di quei Curdi che, avevano dimostrato di essere un più che valido bastione all’espansione di Daesh. L’altro elemento che pesa non poco, sull’intera vicenda Soleimani, sta nella situazione interna dell’Iraq. Una situazione che non può esser tenuta disgiunta da un intero contesto internazionale, caratterizzato da una spontanea e sempre meno controllabile irrequietezza.

In Iraq, al pari di Iran, Indonesia, Libano, Cile, Francia ed altri contesti ancora, a scendere in piazza è stato un popolo intero che, al di là di divisioni etniche e religiose che dir si voglia, sempre più va manifestando la propria insofferenza verso quel modello liberista, che solo ha saputo ingenerare l’illusione di un benessere aleatorio, in realtà accompagnato da sperequazione, degrado ed immiserimento globali. Le immagini televisive delle proteste in Iraq, ci avevano mostrato giovani delle più varie estrazioni e credi, unicamente animati da una volontà di rivolta, ben difficilmente inquadrabile negli ordinari parametri ideologici. L’assalto all’ambasciata Usa, andrebbe proprio inserito in questo contesto. Non dimentichiamoci che l’Iraq, ad oggi, continua a pagare in termini di miseria ed instabilità, il prezzo del conflitto scatenato nel 2001, in casa propria, proprio dagli Usa. L’assalto all’ambasciata Usa, potrebbe, pertanto, rientrare nell’ottica di un tentativo di cavalcare la rivolta irachena, al di là delle contrapposizioni religiose. La seconda ipotesi, a tal proposito, potrebbe esser quella di una provocazione messa su appositamente, per dare agli Usa una motivazione valida per chiudere definitivamente i conti con l’Iran. Oppure, (e la cosa potrebbe avere un più che valido fondamento), si potrebbe trattare di un atto scaturito spontaneamente da un’esasperazione e da una tensione, in quel contesto, sempre meno controllabili.

Fatto sta che, per gli Usa e per i centri di potere finanziario globalisti che fanno loro capo, questi eventi hanno rappresentato l’occasione che da molto tempo si andava cercando, per fare i conti, non solo con lo storico nemico iraniano, ma anche con tutte quei mai sopiti venti irredentisti che, in contesti instabili come quella interno iracheno, potrebbero tornare a spirare, forti più che mai. In uno scenario geostrategico sempre più proteso al multipolarismo, gli Usa, ora più che mai, hanno necessità di mandare un più che chiaro segnale agli altri “ competitor” geopolitici, in questo caso, Russia, Cina e Turchia. L’intervento a gamba tesa della Federazione Russa in favore del siriano Assad, con il supporto iraniano, ha stravolto i piano dell’amministrazione Usa. Con la Turchia stessa, l’atteggiamento Usa è caratterizzato, da una evidente ambivalenza: da una parte il lassez faire per quanto attiene l’intervento in Kurdistan, dall’altro, il recente avvertimento proprio per quanto attiene la prospettiva di un intervento di Ankara in Libia, accompagnato da pretese e rivendicazioni sulla demarcazione dei propri confini marittimi, con il paese nordafricano.

In queste contingenze, gli Usa avrebbero tutto l’interesse a scatenare una “guerretta”, per togliersi dalle scarpe sassi e sassolini vari, non potendosi assolutamente permettere di perdere il controllo di tutta quella regione che, dalla valle del Tigri e dell’Eufrate, allo stretto di Hormuz, è interessata alla produzione allo sfruttamento ed al trasporto della maggior parte della produzione petrolifera mondiale. In tutto questo scenario va, ancora una volta, segnalata la palese assenza dell’Italia che, invece sulle questioni mediterranee e mediorientali, dovrebbe battere il pugno sul tavolo essendo, per collocazione geografica, il paese più interessato alla stabilità dell’intera area. Oggi, pertanto, è più che mai necessario attivarsi, al fine di animare tutte quelle istanze volte ad un deciso e sostanziale recupero della nostra sovranità nazionale, politica ed economica,al fine di ritornare a ricoprire un ruolo da primari protagonisti in ambito geopolitico, ad ora, invece, lasciato imprudentemente nelle mani di paesi come Usa, Francia e Turchia.

UMBERTO BIANCHI

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Categorie: Esteri

Pubblicato da Ereticamente il 7 Gennaio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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