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 Narrativa fantastica, una rilettura politica, diciottesima parte – Fabio Calabrese

 Narrativa fantastica, una rilettura politica, diciottesima parte – Fabio Calabrese

Io credo che nei nostri ambienti l’interesse per la letteratura fantastica sia decisamente maggiore rispetto a quella realistica, e il motivo è semplice: questo interesse riflette l’insoddisfazione, e diciamo pure la ribellione verso il mondo così come è attualmente e ci vediamo quotidianamente intorno.

Insoddisfazione e ribellione che non sono solo sterile mugugno ma che, almeno a livello ideale e intellettuale diventano anche il prospettare un’alternativa, e qui fa testo soprattutto la fantasia eroica con la sua capacità di prospettare un mondo intessuto di valori e di ideali, di principi di lealtà e onore, un mondo di bianchi e di neri dove trova poco spazio il grigio di infiniti compromessi, di moralità elastica che continuamente vediamo intorno a noi.

Vorrei ricordare che un critico e intellettuale non appartenente alla nostra Area ma, a differenza di tanti altri non divorato dal demone dell’ideologia, il compianto Giuseppe Lippi che è stato per molti anni alla direzione di “Urania” l’importante periodico-collana libraria di fantascienza della Mondadori, in tempi che furono scrisse un articolo, Camerata elfo, che partiva ironizzando sui campi hobbit allora in uso, ma poi finiva per ammettere sia pure quasi controvoglia che noi siamo rimasti gli unici portatori di quei valori trascendenti e metastorici oggi quasi scomparsi dall’agone politico e intellettuale, di cui pure tanti sentono disperatamente la mancanza, e non credo che negli anni intercorsi da allora le cose siano sostanzialmente cambiate.

A mettere in luce il legame esistente tra la letteratura fantastica e la nostra visione del mondo, non sono né sono stato certo il solo né sulle pagine di “Ereticamente” né altrove. Basterebbe per tutti ricordare sulle nostre pagine la firma prestigiosa di Gianfranco De Turris, presidente del Centro Studi Julius Evola, ma che ha anche alle spalle un’attività vastissima come critico e saggista nonché curatore di collane fantastiche e fantascientifiche (e anche qualche prova narrativa), tuttavia sarebbe ingiusto non ricordare altri collaboratori di “Ereticamente” che hanno del pari affrontato queste tematiche: Francesco Lo Manno. Giovanni Sessa, Cristiano Saccoccia, Roberto Pecchioli, e sono più che certo di dimenticare qualcuno, ciascuno con la sua cifra personale senza contrapporsi e senza sovrapporsi, da bravi eretici quali siamo.

E direi che non sia neppure indegno di menzione il fatto che il secondo di questa serie di articoli è in realtà il testo della conferenza da me tenuta a Linguaglossa (Ct) nel corso del convegno “Magmatica, il network mediterraneo delle idee” svoltosi dal 28 al 30 luglio 2016, nella cui organizzazione “Ereticamente” è stata magna pars e dove la letteratura fantastica ha avuto adeguato risalto.

In queste pagine vi ho presentato un’analisi della narrativa fantastica cercando di evidenziare le connessioni che essa presenta con la visione del mondo politica. Al riguardo, c’è una cosa da dire: molti critici trattando questo genere di tematiche, preferiscono un approccio di tipo storico, che però ha un inconveniente, spesso queste trattazioni risalgono fino alla notte dei tempi e finiscono per relegare il fantastico moderno e la fantascienza nelle ultime pagine, un esempio in questo senso è il volume Un miliardo di anni di Brian Aldiss.

Io, come avete visto, ho preferito un approccio suddiviso per filoni, per sottogeneri: la fantasia eroica, l’horror, la fantascienza, ma anche la narrativa utopica e distopica (cioè l’utopia negativa), l’ucronia (cioè “la storia scritta con i se”, tematica nella quale abbiamo visto, gli autori di casa nostra danno parecchi punti agli americani, probabilmente perché nella nostra storia di cose che sarebbe stato meglio se fossero andate altrimenti, ce ne sono parecchie), la futurologia, la fantapolitica (genere diverso dalla fantascienza sociologica) e via dicendo.

Le parti quattordicesima, quindicesima e sedicesima le ho dedicate alla critica fantascientifica, argomento “di fuoco” in un’Italia da sempre di scelte politiche fortemente polarizzate. Nella diciassettesima ho azzardato pure qualche osservazione su manga e videogiochi, anche se su questi terreni mi muovo con maggiore difficoltà. Cosa volete farci, anche per motivi anagrafici sono uno un po’ all’antica. Per me la letteratura resta essenzialmente qualcosa da leggere, preferibilmente su supporto cartaceo.

A questo punto mi sono domandato se avessi fatto un lavoro davvero esaustivo o se per caso non avessi lasciato fuori qualcosa di importante. Mi è subito venuto in mente il nome di Jorge Luis Borges, il grande autore argentino, infatti, appartiene certamente a quella che in senso lato possiamo chiamare la grande famiglia del fantastico, ma risulta praticamente impossibile inquadrarlo in uno dei filoni o sottogeneri sopra ricordati.

Riguardo a Borges, bisogna dire che Roberto Pecchioli ha pubblicato su “Ereticamente” un ampio articolo dedicato all’autore argentino in data 28 luglio 2019, e io non vorrei fare ora un doppione del suo ampio ed esauriente lavoro. Io vorrei rinviarvi alla lettura di esso, e da parte mia fare una cosa un po’ diversa, chiarire i motivi per cui a mio avviso Borges merita una collocazione affatto particolare nella storia della letteratura fantastica. Come punto di partenza si può prendere proprio il titolo dell’articolo di Pecchioli: Jorge Luis Borges, il fascino del labirinto.

Il labirinto (tema ricorrente nella narrativa di Borges, uno dei suoi racconti si intitola appunto Il giardino dei sentieri che si biforcano, espressione che è la traduzione letterale del termine cinese per labirinto) rimanda a una geometria complessa, difficile da afferrare, eppure pienamente razionale. La cifra, potremmo dire, di un fantastico che non fa appello alla parte sentimentale-emotiva dell’animo umano, alle paure ancestrali, allo sgomento di fronte all’ignoto e neppure ai sogni dell’utopia, ma alla razionalità, alle contraddizioni, ai paradossi, al moltiplicarsi delle cose come in un gioco di specchi o, appunto, un labirinto. Parecchi anni fa, quando qui a Trieste dirigevo una rivista amatoriale dedicata ai temi fantastici, “Il re in giallo”, avevo intenzione di redigere un articolo su Borges che poi non scrissi, il titolo doveva essere Gli abissi della ragione.

Un labirinto che potrebbe anche essere un labirinto di segni, di simboli, di lettere dell’alfabeto. Prendiamo dei libri anche di piccolo formato. Immaginiamo una serie di essi che, dato quel formato, un certo numero di pagine, un certo numero di righe per pagina, un certo numero di caratteri per riga, comprenda tutte le combinazioni matematicamente possibili dei caratteri alfabetici, avremo ben presto un numero enorme, immaginiamoli disposti in un’immane biblioteca, è il concetto alla base del racconto La biblioteca di Babele, racconto che esordisce con questo memorabile incipit: “L’universo, che alcuni chiamano la biblioteca”.

Tuttavia, della Biblioteca di Babele esiste anche una versione portatile (anche se immagino non tascabile), Il libro di sabbia, un libro con un numero di pagine infinito, al punto che è impossibile aprirlo due volte alla stessa pagina. All’estremo opposto, un racconto come Undr ci presenta il caso altrettanto sorprendente di una letteratura composta di una sola parola.

Quante volte ci siamo proposti di realizzare un’idea, un sogno? Certamente è un concetto che non prendiamo alla lettera, quello di trasformare un’idea, un’immagine mentale in qualcosa di reale, di fisico. Invece ciò sarebbe possibile secondo il pensiero magico per il quale non c’è differenza fra realtà fisica e una percezione o un sogno che fossero altamente coerenti e organizzati, così nel racconto Le rovine circolari Borges immagina un veggente, un mago, che decide di creare un uomo solo con la forza dell’immaginazione, “impresa più difficile che intrecciare una corda con la sabbia o coniare il vento”, ma non del tutto impossibile. Riuscito nel suo prodigioso intento, l’uomo si trova coinvolto in un incendio e si accorge che le fiamme non possono fargli alcun male, si rende conto allora di essere a sua volta il personaggio della fantasia o del sogno di qualcun altro. Una realtà dentro un’altra realtà, dentro un’altra realtà. Ritorna il tema del labirinto, ma su un piano diverso, più metafisico.

Una delle più note creazioni dell’immaginazione di Borges è L’Aleph, il punto dal quale è possibile percepire la totalità dell’universo. In un altro racconto c’è anche quello che possiamo considerare il rovescio dell’Aleph, Lo Zahir, un oggetto la cui percezione in coloro che lo vedono si sostituisce permanentemente alla visione del mondo esterno. Nell‘Aleph la percezione si estende all’infinito, nello Zahir si riduce a una dimensione quasi puntiforme (e sembra quasi un presagio della cecità che afflisse lo scrittore negli ultimi anni). Vari oggetti possono assumere la funzione di Zahir nel corso del tempo, lo fu anche il volto di un uomo, un profeta arabo, Al Moqanna, che per questo si teneva costantemente velato.

Borges fu nominato dal governo argentino ispettore generale delle biblioteche pubbliche proprio quando cominciava a perdere la vista, e annotò con amara signorilità:

“L’ironia del destino: i libri e il buio”.

La cecità non gli ha peraltro impedito di dettare un’ultima antologia di racconti, Oral.

Uno scritto di Borges che permette di leggere in controluce la sua concezione della letteratura, è la prefazione da lui scritta al romanzo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares, e mi scuso di dover citare a memoria un testo che non ho sottomano. Borges comincia con il far notare che oggi la lettura di un romanzo contemporaneo somiglia sempre di più a una punizione, proprio per l’eccesso di psicologismi. “I Russi”, afferma, “Ci hanno spiegato che nessun uomo è impossibile: suicidi per felicità, assassini per benevolenza, persone che si amano al punto da lasciarsi per sempre. Alla fine, questa totale libertà coincide con il totale disordine”.

In controluce, non è difficile leggere l’idea di una letteratura basata sull’ordine intellettuale, il rigore logico che può magari essere spinto al paradosso fino a raggiungere gli abissi della ragione, ma che rimane sempre tale, un richiamo alla tradizione classica e una lezione di classicità.

Una cosa subito chiara è che questa narrativa fatta di raffinati giochi intellettuali non poteva che urtare la sinistra che vorrebbe una letteratura sudamericana tutta fatta di un primitivismo artificioso, il Macondo di Garcia Marquez esteso a una dimensione continentale, quando anche lo scrittore non si fosse collocato in una posizione esplicitamente anticomunista (pensiamo, su un altro piano, all’avversione che la sinistra ha mostrato per Tolkien anche in assenza di espliciti pronunciamenti politici di quest’ultimo).

Borges sentiva fortemente la sua appartenenza al mondo occidentale, una volta ebbe a dire: “La California è l’ultima frontiera dell’impero romano, e tutto il resto è nulla”.

Qui possiamo cogliere anche la riflessione che tutto ciò che ancora oggi possiamo sia pure latamente chiamare Occidente, la nostra civiltà, ha le sue radici in null’altro che in Roma.

In un’intervista, Umberto Eco ammise, riguardo al suo romanzo Il nome della rosa, che è un giallo di ambientazione medioevale, di essersi reso conto solo dopo la stesura di quest’ultimo, che il personaggio negativo, il responsabile dei delitti che avvengono nell’abbazia, il venerabile Jorge, cieco custode di una biblioteca che è un labirinto, è in effetti un ritratto molto facilmente riconoscibile di Borges, e di non spiegarsi l’antipatia che aveva in questo modo involontariamente manifestato verso l’autore argentino.

Peccato, avremmo potuto spiegarglielo noi, considerando l’avversione spesso feroce che la sinistra e gli intellettuali che gravitano in quell’area hanno perlopiù manifestato verso gli autori del fantastico: Borges, ma anche Tolkien, H, P, Lovecraft, Robert E. Howard, George Orwell.

 Riguardo all’anticomunismo di Borges, Roberto Pecchioli segnala che Borges assieme al padre, anch’egli raffinato intellettuale della borghesia colta buenosairese di idee che oggi si definirebbero “liberal”, guardò inizialmente con favore alla rivoluzione d’ottobre, ma:

Insieme, padre e figlio Borges festeggiarono in Svizzera la rivoluzione sovietica, tanto che il giovane poeta celebrò l’evento nella sua prima lirica, I salmi rossi. Presto padre e figlio si ricredettero, sgomenti dinanzi al sangue di una dittatura omicida”.

In altre parole, non si tratta di nulla di più complesso della constatazione che il comunismo, ben lungi dal mantenere le sue promesse di liberazione, non ha fatto altro che seminare terrore e morte, la verità evidente che la sinistra, intellettuali in testa, si è sempre rifiutata di vedere.

La storia della mancata assegnazione del premio Nobel a Borges in ragione delle sue idee anticomuniste, poi, costituisce un capitolo a parte che dimostra come l’establishment intellettuale sia, a livello planetario, dominato da una sorta di dittatura “rossa”.

Questa storia l’ha ben raccontata Jean François Revel in La conoscenza inutile:

Sarebbe peraltro non poco istruttivo contare quanti autori, di cui si può dire senza esagerare che hanno del sangue sulla penna [gli intellettuali di sinistra sempre complici delle tirannidi comuniste], si siano visti ricompensati con il premio Nobel per la letteratura – premio che venne rifiutato a Jorge Luis Borges con il pretesto che avrebbe sostenuto i generali argentini nel periodo 1974-1984, il che è una totale calunnia. La sinistra, in effetti, accusava Borges di non aver approvato il terrorismo che aveva precisamente provocato la dittatura dei generali argentini. Non è affatto la stessa cosa, ma bastò a fare di Borges uno scrittore “di destra” quindi indegno del Nobel. Ecco un bel campione, sia detto tra parentesi, della logica di sinistra: se Borges avesse plaudito, senza correre il minimo rischio personale, al terrorismo, poi si fosse scagliato contro i generali firmando, da vari lussuosi alberghi europei, petizioni e articoli, avrebbe potuto ottenere il Nobel”.

Noi sappiamo che la tradizionale tripartizione della narrativa fantastica in fantascienza, fantasy, horror, è ben lontana dall’essere esaustiva, abbiamo visto che le suddivisioni e le sfumature dei vari filoni e sottogeneri costituiscono un discorso molto più complesso. In più di un caso, autori importanti nel campo del fantastico hanno dato luogo a vere e proprie scuole, se non precisamente filoni e sottogeneri in cui altri si sono poi potuti inserire: pensiamo all’heroic fantasy, tradizionalmente divisa in howardiana e tolkieniana (con tutte le possibili sfumature intermedie, è ovvio) o all’horror, dove dobbiamo considerare la grande innovazione introdotta da H. P. Lovecraft dando vita a un universo “non antropomorfo” popolato da entità che sono altrettante metafore dell’universo estraneo e indifferente a noi che ci trascende in una misura che non riusciamo nemmeno a concepire, e dato via a un filone, a un “canone”, a una nuova maniera di scrivere narrativa dell’orrore in cui molti, i primi epigoni incoraggiati dallo stesso Lovecraft, si sono inseriti.

Al riguardo è noto che Borges aveva espresso un giudizio non proprio lusinghiero sull’autore di Providence, da lui giudicato “un involontario parodista di Poe”, ma poi “si è fatto perdonare” scrivendo lui stesso un racconto “lovecraftiano”, There are more Things.

Un autore come Borges sicuramente non rientra in nessun filone fantastico preesistente, ma lui stesso, autore “inimitabile” può essere all’origine di una scuola se non proprio di un filone? Per quanto possa sembrare sorprendente, ciò si è almeno in una certa misura verificato con il suo discepolo Adolfo Bioy Casares e la moglie di quest’ultimo, Silvina Ocampo.

Bioy Casares è stato autore di alcuni racconti scritti in collaborazione con il Maestro, e pubblicati con la firma bicefala di Biorges, ma soprattutto del romanzo L’invenzione di Morel. In questo romanzo, un naufrago sbarca su un’isola popolata da personaggi che sembrano ignorare del tutto la sua presenza e si comportano in maniera del tutto ripetitiva giorno dopo giorno, e comprende che non si tratta di persone reali ma di immagini tridimensionali ottenute tramite un metodo che comporta la soppressione della persona ripresa la cui vita risulta congelata in un una sorta di eterno presente, e, innamorato di una di esse, decide di sottoporsi allo stesso trattamento nella speranza di riuscire a “entrare nel cielo della sua coscienza”.

Una storia all’apparenza bizzarra, ma che se ci pensiamo bene, è una perfetta metafora/profezia del mondo mediatico attuale dove l’immagine, l’apparenza divora e sostituisce la sostanza delle cose e delle persone.

E’ questa, a pensarci bene, la grande forza della narrativa fantastica che, usando un linguaggio metaforico, allusivo, mette il dito sulle piaghe assolutamente reali del nostro mondo.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra Il libro di sabbia di Jorge Luis Borges, al centro un ritratto di Borges, a destra L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares.

 

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Categorie: Fantasy

Pubblicato da Fabio Calabrese il 9 Dicembre 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Fabio Calabrese

    Faccio le mie scuse a Francesco La Manno per il refuso, per errore ho citato il suo nome come LO Manno. Mi auguro che il nostro valido collaboratore mi perdoni, non ho fatto apposta,

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