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Bafometto e i Templari – Giovanni Sessa

Bafometto e i Templari – Giovanni Sessa

Le pubblicazioni sull’Ordine del Tempio hanno riempito intere biblioteche, sulla sua storia continuano ad essere stampati una serie innumerevole di volumi che, per la verità, non sempre rispondono al criterio della scientificità e della corretta ricerca storiografica. Del resto, in un’epoca figlia dell’insicurezza generalizzata, l’insoddisfazione per il presente e le difficoltà di pensare e di costruire un futuro diverso, inducono molti a guardare al passato, per rintracciarvi possibili soluzioni ai problemi dell’oggi. Se a tutto ciò si aggiunge che, da sempre, alla storia dei Templari si lega il mistero della loro fine, e ad essa una miriade di leggende riguardanti una loro presunta sopravvivenza, è facile spiegarsi tanto interesse: i complotti rappresentano una semplificazione atta ad eludere la complessità delle trasformazioni sociali. Fortunatamente, nel profluvio della letteratura in tema, si registra qualche positiva eccezione. E’ da poco nelle librerie per le Edizioni Arkeios il libro, Il Bafometto, uscito in Francia nel 2015, ed ora tradotto in italiano da Milvia Faccia. Il lavoro è opera di due studiosi, nonché adepti, delle filosofie ermetiche, Spartacus FreeMann e Soror D. S., e si avvale della prefazione di Jean François Lecompte (per ordini: 06/3235433, ordinipv@edizionimediterranee.net, pp. 249, euro 22,90). Questo studio si segnala per l’uso rigoroso delle fonti, per la qualità rara delle bibliografia, per la facilità di lettura determinata anche dalle ampie note che accompagnano il narrato e consentono una contestualizzazione piena dell’argomento trattato. Lo scopo che il saggio persegue è l’esegesi del simbolo centrale dei riti dell’Ordine del Tempio, il Bafometto, che nel corso del tempo è stato letto secondo modalità a volte divergenti, contraddittorie o ambigue. E’ noto che l’Ordine si consacrò, tra il XII e il XIII secolo: «alla protezione dei pellegrini che si recavano in Terrasanta» (p. 13).

Acquisì, in un breve lasso di tempo, ricchezze e potere ma, dopo la perdita del Santo Sepolcro, essendo entrati i Cavalieri, in modo deciso, nei contrasti che contrapponevano il Papato al Re di Francia, furono processati e sciolti. Jacques de Molay, ultimo Maestro dell’Ordine, chiuse i suoi giorni sul rogo. Sulla scorta di tali tragici avvenimenti sorsero una serie di leggende e di speculazioni: i Templari furono da alcuni considerati i possessori del Graal, da altri dell’Arca dell’Alleanza. Per non dire di chi li definì maghi, adepti dell’alchimia, apostati convertiti all’Islam o, addirittura, adoratori del diavolo, dediti a pratiche di magia sessuale. Molte le congetture maturate attorno all’idolo che si presumeva essi adorassero, a volte ritenuto un gatto, o un demone, o un ritratto, una testa: «occasionalmente gratificata da un nome: Bafometto» (p. 14). Solo nel XVIII secolo, Bafometto acquisì in termini definitivi l’aura leggendaria che ancor oggi gli appartiene. Ciò avvenne quando la Massoneria decise di investire sul mito templare: nel 1750 comparve il primo grado templare e, in quello stesso anno, il barone von Hund fondò la Stretta Osservanza Templare. In seguito nacque una pletora di Ordini neo-templari, che spopolano anche ai giorni nostri.

Bafometto riconquistò centralità nel dibattito erudito, grazie all’orientalista Friedrich Nicolaï che vide nei riti Templari il riemergere di culti gnostici. Dopo di lui, gli occultisti moderni ne discussero a lungo: tra essi si distinse il mistificatore Léo Taxil: «che lo riciclerà nelle sue violente critiche antimassoniche alla fine del XIX secolo» (p. 14). Sarà l’occultista Eliphas Lévi, nel 1854. a fornire a Bafometto l’immagine con la quale ancor oggi è conosciuto dai più, anche se prima di lui dell’idolo aveva fornito una serie spropositata di immagini Joseph von Hammer. Lévi recuperò, invece, le immagini di Meté, fornendone un’esegesi inedita. Sotto il profilo dell’etimo, a suo dire, Bafometto, avrebbe significato «padre del tempio e pace universale». La sua immagine fu pubblicata nel frontespizio del secondo volume della sua opera, Dogma e rituale di alta magia, uscita tra il 1854 e il 1856. Egli vide nell’idolo il «grande agente magico universale», una vera «sfinge delle scienze occulte»: «una creatura con testa di becco, corpo ricoperto di squame, mammelle femminili e zoccoli biforcuti» (p. 14). Nella definizione dei tratti di Bafometto l’occultista si avvalse, in realtà, delle raffigurazioni classiche del dio Pan, spesso rappresentato in sembianze di capro. Questo era animale notoriamente consacrato a Dioniso e spesso associato a pratiche lussuriose. Pertanto, all’epoca del diffondersi del cristianesimo, quest’animale venne associato al diavolo e al peccato carnale. L’accusa di idolatria gravante sui Templari, stando a Lévi, si basava sul patrimonio iconografico creato dal cristianesimo per colonizzare l’immaginario delle masse. Bafometto venne letto quale «mostro», quale metafora del disordine pulsionale. Non è casuale, pertanto, che il simbolo venne ripreso dal fondatore della Chiesa di Satana. Insomma: «Bafometto mostra tutti i colori del manto variopinto che gli storici gli hanno intessuto addosso nel corso dei secoli» (p. 15). Ma tra tante letture, qual è quella storicamente più credibile? A dire del prefatore la più attendibile è quella che vede nel templarismo un tentativo di restaurare antichi culti gnostici, presenti nel cristianesimo originario e poi espulsi dalla dottrina ufficiale della Chiesa.

I Templari giunti a Costantinopoli contribuirono ad insediarvi i Regni cristiani. Ottone de la Roche divenne duca di Atene e, al dissolversi della presenza cristiana, mantenne il ducato per altri 60 anni, fino al 1311. Vi riuscì grazie a ingenti prestiti dei Templari che, quale garanzia, ottennero la Sacra Sindone. Bafometto non sarebbe altri che la figurazione del Cristo tratta dalla Sacra Sindone! Si sa che la Sindone riapparve, dopo la soppressione dell’Ordine, nel 1356. Era proprietà di una coppia di nobili di Borgogna: Goffredo di Charny, teorico della Cavalleria e, forse, imparentato con il Goffredo di Charny, che salì sul rogo assieme al maestro de Molay, e Jeanne de Vergy, discendente di Ottone de la Roche. Quindi, il progetto templare potrebbe venir sintetizzato: «nell’espressione ‘gnosi e commanderie’» (p. 12). Per noi, anche in questo caso, il «forse» resta d’obbligo.

Giovanni Sessa

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Categorie: Libreria, Tradizione

Pubblicato da Giovanni Sessa il 17 Dicembre 2019

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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