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Una scorta per l’ipocrisia – Enrico Marino

Una scorta per l’ipocrisia – Enrico Marino

Quel gran genio di Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera di sabato 9 novembre, per giustificare la faziosità del mainstream, ha scritto che “poiché in Italia abbiamo avuto il nazifascismo e non lo stalinismo, si parla più spesso di lager piuttosto che di gulag”. Male, molto male. A parte il vezzo radical di definire “stalinismo” e non comunismo il più brutale sistema politico della storia, come se l’unica vergogna del comunismo fosse Stalin, se “tra i crimini contro l’umanità non è possibile fare una graduatoria” – parole di Gramellini stesso – allora la condanna e l’attenzione dedicate a questi crimini devono essere le stesse.

Altrimenti si lascia passare l’impressione che nel giudizio dei bravi democratici alcuni crimini siano scusabili e alcuni regimi criminali siano migliori di altri. Altrimenti si consente a chi mesta nel torbido di continuare a parlare di male assoluto in un caso e di socialismo reale in un altro caso.

Altrimenti si legittima l’ipocrisia di chi, erede di quel socialismo reale che edificò il muro di Berlino, si erge oggi a campione di una società “senza più alcun muro”.

Altrimenti si dimentica che, oltre i gulag, il comunismo nel mondo fu sinonimo di atrocità e massacri ovunque e che in Italia i suoi epigoni del PCI ammainarono la bandiera rossa solo dopo che la stessa era stata ammainata a Mosca.

Altrimenti non si dice che padri nobili dell’attuale PD” (Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema, ed altri), l’11 aprile del 1975 nel comitato centrale del Partito stilarono uno storico comunicato a sostegno dei khmer rossi cambogiani, simbolo della resistenza contro gli Stati Uniti, che recitava: “Ogni democratico, ogni comunista, sia, come sempre e più di sempre, al loro fianco”.

Quando i telegiornali Rai cominciarono a trasmettere qualche brandello di verità raccontando gli orrori di Pol Pot, l’Unità titolò in prima pagina: “I falsari della tv”.

Intanto i khmer rossi si dedicarono all’edificazione del loro modello socio politico comunista.

Il primo elemento da disarticolare per i khmer rossi fu la famiglia: i bambini sono dello Stato. Le madri venivano immediatamente separate dai neonati, per legge. I figli venivano incoraggiati a denunciare i comportamenti “controrivoluzionari” dei genitori, determinandone la deportazione nei campi di lavoro forzato o direttamente l’eliminazione fisica.

In appena quattro anni, tra il 1975 e il 1979, il comunismo di Pol Pot arrivò così ad eliminare due milioni di persone, un quarto dell’intera popolazione cambogiana. Vennero uccisi per primi tutti i monaci, gli “intellettuali” (bastava portare gli occhiali per essere considerati tali), gli artisti, poi anche gli ingegneri, i medici, tutti gli studenti.

Il genocidio cambogiano è il più grave genocidio della storia umana, per numero di morti rapportati alla popolazione colpita, eppure nessuno dei firmatari del documento del PCI dell’11 aprile ‘75 e nessuno dei nostri bravi democratici organizza convegni o giorni della memoria ovvero assillanti rievocazioni del dramma cambogiano, come nessuno dei giornalisti dell’Unità si è mai vergognato o scusato.

Anzi, sono gli stessi che oggi vengono a dare lezioni di antirazzismo, antisemitismo e di hate speach e a riproporre ossessivamente una storia a senso unico, una narrazione dogmatica e una propaganda ipocrita, attraverso ogni mezzo di comunicazione disponibile, dalla stampa alla Tv, dai convegni alle “pietre d’inciampo” disseminate ovunque sulle strade, dai film ai dibattiti alle giornate commemorative, in un profluvio di condanne e mostrificazioni continue, incessanti e ripetitive.

Il genocidio comunista cambogiano è avvenuto 40 anni fa, il muro comunista di Berlino è caduto 30 anni fa, la seconda guerra mondiale invece è finita nel 1945, cioè 75 anni fa. Eppure la memoria democratico marxista è inguaribilmente presbite.

Tutto questo, al di là di ogni ragionevole condivisione e comprensione, genera una reazione naturale di rigetto per eccesso di saturazione. Ma, quel ch’è peggio, viene utilizzato per veicolare tesi bassamente propagandistiche e fuorvianti ovvero come alibi per coprire altri misfatti. È questo il caso della Commissione Segre che, col pretesto dell’antisemitismo, vorrebbe imporre un bavaglio a ogni voce fuori dal coro e segnalare e censurare tutte le idee divergenti dai postulati del pensiero unico e del politicamente corretto. Questa pericolosa e gravissima violazione delle procedure e delle libertà democratiche è stata resa possibile proprio dalla pervasiva e ipocrita ossessione del razzismo e dell’antisemitismo portata avanti da chi vede un solo pericolo e guarda in un’unica direzione.

Questa decisione è stata assunta all’ombra di Liliana Segre di 89 anni, sopravvissuta ad Auschwitz, alla quale è stata data una scorta per andare in giro a propagandare le sue idee e a raccontare la “sua” verità, entrando a gamba tesa anche nella attualità politica. In questi stessi giorni, in Germania, un’altra donna Ursula Haverback, di 91 anni, è detenuta da anni in carcere per il fatto di sostenere che i lager erano campi di concentramento ma non di sterminio.

Due pesi e due misure, perché democrazia non è sinonimo di libertà, ma solo un sistema politico che si reputa il migliore in assoluto e si erge a giudice degli altri. Il sistema politico “eletto” come un certo popolo. Un sistema che, in mano agli eredi del comunismo e ai loro sodali liberal, non si fa scrupolo di utilizzare la scorciatoia dell’antirazzismo e dell’antisemitismo per far approvare in Parlamento delibere che rappresentano una minaccia per la libertà di tutti.

Enrico Marino

 

Fonte foto: geleastic.it

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Categorie: Attualità

Pubblicato da Ereticamente il 13 Novembre 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Graaf

    Ma gramellini non e’ un giornlista vuole farlo ci prova ma si vede lontano un miglio che lui e come lui Fazio son nati per srotolare la lingua davanti ai potenti di turno ,non avete visto con l’ebrea Segre pareva che avesse visto la Madonna non stava piu nella pelle dalla felicita’ sembrava un cane quando comincia a scondilozare vedendo il padrone arrivare , vergognoso di un untuoso e viscido che fin oltre oceano ci invidiano gente come lui e Fazio ,i Nostri Padroni ebrei adorano essere adulati da gente simile ,ecco l’unica ragione LA chiave del loro successo fare e dire le cose che piacciono di piu al Padrone gran truffatore e padrone di Tutto il satanasso ebreo

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