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Narrativa fantastica, una rilettura politica, diciassettesima parte – Fabio Calabrese

Narrativa fantastica, una rilettura politica, diciassettesima parte – Fabio Calabrese

Come avete visto, in questa particolare sezione dei miei articoli su “Ereticamente”, mi sono impegnato in un lavoro di analisi dei vari aspetti della letteratura fantastica sotto l’angolatura politica, seguendo la suddivisione per genere: fantascienza, heroic fantasy, horror, ma anche e soprattutto futurologia, utopia, distopia, ucronia, fantapolitica, che sono i settori dove un’analisi di tipo politico ha maggior ragione di essere e trova i maggiori elementi di interesse.

Si tratta, per quanto riguarda me personalmente, di un lavoro che ha un interesse particolare, in quanto mi permette di stabilire un raccordo fra la mia attività di scrittore politico e quella di autore di narrativa fantastica e fantascientifica, anche se ho dovuto intervallare la pubblicazione di questi articoli a molte altre cose che sono apparse su “Ereticamente”.

Le parti quattordicesima, quindicesima e sedicesima, come avete visto, le ho dedicate ad analizzare la critica su queste tematiche e, da questo punto di vista abbiamo potuto constatare che la sinistra, mentre è relativamente agguerrita riguardo alla fantascienza (relativamente, perché non ha mai potuto superare la contraddizione derivante dal fatto che sono sempre stati i Paesi “progressisti” sotto il segno della falce e martello a essere più arretrati tecnologicamente rispetto al mondo non comunista, che il comunismo, lungi dal “liberare le forze produttive” come aveva profetizzato Marx, si è dimostrato una palla al piede allo sviluppo, per tacere di tutto il resto), riguardo alla fantasy e all’horror, si è sempre dimostrata totalmente spiazzata, non restandole altro che la scelta tra l’invettiva calunniosa e tentativi di annessione francamente ridicoli di qualcosa che le è del tutto estraneo.

Come esempio del primo tipo si può ricordare la recente politica di vituperio nei confronti di H. P. Lovecraft secondo la tecnica del discredito già in precedenza usata riguardo a Tolkien, e come esempio del secondo, proprio la tardiva riabilitazione (da vittima dei processi staliniani) dello stesso Tolkien.

Si è voluto vedere nella lotta dei protagonisti del Signore degli anelli contro l’oscuro potere di Sauron, un rifiuto anarcoide di qualunque forma di potere. Semplicemente ridicolo. Chiunque si accosta a Tolkien senza cecità e pregiudizi, vi trova un mondo di valori atemporali: fedeltà, onore, tradizione, del tutto incompatibile col DNA della sinistra.

Anni fa, ho pubblicato su “Ereticamente” un articolo molto critico su Tolkien, per più di un motivo: il suo ostentato cattolicesimo, e la presenza di pesanti contraddizioni nella sua opera, come la presenza di una mitologia pagana che fa a pugni con le asserzioni cattoliche, arrivando alla conclusione che non debba essere considerato un maestro della tradizione, e che l’entusiasmo nei suoi confronti che esiste nei nostri ambienti, andrebbe smorzato. Ma da questo a pensare di appiccicargli la stella rossa, ce ne corre parecchio.

Questa è certamente storia italiana, e noi sappiamo che in casa nostra il dibattito politico raggiunge asprezze politiche difficilmente superabili, ma non è che altrove le cose vadano in modo poi tanto diverso.

Nel 2002 la rivista “La soglia” dedicò un numero speciale ai settant’anni della creazione da parte di Robert E. Howard del personaggio di Conan. Io scrissi per quel numero un articolo, In difesa di Conan in cui difendevo l’eroe howardiano dalle accuse mossegli in un lungo articolo suddiviso in tre parti sulla rivista canadese “Requiem”- “Solaris” (la testata della rivista cambiò proprio durante la pubblicazione dell’articolo) dalla femminista Elisabeth Vonarburg già allora vecchio di una ventina d’anni un testo che si proponeva di distruggere la figura virile di Conan e nello stesso tempo elevare un peana alle autrici della fantasy femminista, a cominciare da Ursula Le Guin. Quel che si nota nell’articolo della Vonarburg è la totale scorrettezza per non dire malafede: nemmeno una parola, in concreto, sui testi di Howard, mentre si dilunga su di una banale imitazione di Conan, Kothar di Gardner Fox.

L’aspetto umoristico della faccenda è che l’articolo della Vonarburg nasceva come risposta allo scritto di un critico tedesco-orientale, Hanns Joachim Alpers che condanna in blocco la fantasy, a cui l’autrice canadese risponde salvando quella femminista, ma ribadendo la condanna di quella di Robert E. Howard e dei suoi epigoni. Bellissimo, vero? Noi tutti sappiamo quale libera circolazione delle idee vi fosse nella liberissima DDR!

Una cosa che vale la pena di rilevare, non solo per inquadrare meglio lo scritto della Vonarburg, è che la sinistra americana, dismessa la questione sociale, o senza aver mai provato un grande interesse per essa, si è da tempo concentrata sul femminismo, sull’ideologia gender, sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e oggi quella nostrana la imita con piatto servilismo.

A questo punto, non vi sarebbe forse altro da dire, se non il fatto che nella nostra cultura il fantastico o presunto tale ha molte diramazioni non necessariamente letterarie, o non proprio letterarie, dal cinema, ai fumetti, alle serie televisive, ai videogiochi, anche perché sembra che l’arte della lettura trovi oggi sempre meno praticanti.

Riguardo al cinema di fantascienza, vi ho già fatto notare come oggi, a lato di una sempre maggiore raffinatezza e sontuosità degli effetti speciali sempre più spettacolari e costosi (oggi una pellicola di fantascienza che non sia ad alto o altissimo budget, è quasi automaticamente fuori dal mercato o destinata, bene che vada, ai circuiti d’essai), fa riscontro una totale povertà e asfitticità di idee, al punto che si può dire che oggi sugli schermi non si veda una sola idea originale, ma solo una serie infinita di sequel, prequel, remake di film precedenti o pellicole tratte dai fumetti.

Al momento in cui scrivo, sta per arrivare anche sui nostri schermi The Man in the high Castle, tratto dalla serie televisiva a sua volta ispirata al romanzo di Philip K. Dick che ha cercato di raccontare come sarebbero andate le cose se la seconda guerra mondiale fosse stata vinta dall’Asse. Stiamo a vedere, ma non facciamoci troppe illusioni, sappiamo che per gli yankee, gente abituata a pensare per slogan quanto nessun altro mai, “fascismo” e “nazismo” rappresentano il male assoluto a prescindere da qualsiasi analisi storica.

Una cosa che io trovo singolare, è il fatto che uno degli autori di fantascienza i cui romanzi hanno avuto il maggior numero di trasposizioni cinematografiche, sia proprio Philip K. Dick, a partire dal “classico” “cult” Blade Runner, quando Dick sembrerebbe forse l’autore meno “cinematografico” che ci possa essere, stretto in un universo chiuso, cupo, angoscioso dominato da un lato dalla persuasione dell’imminenza di una terza e definitiva guerra mondiale combattuta con armi nucleari (il tema del dopobomba, della descrizione di un mondo all’indomani di un conflitto atomico, ricorre in maniera ossessiva nelle sue storie), dall’altro dagli incubi indotti dal consumo di stupefacenti.

La cinematografia dell’horror sembra cavarsela meglio di quella fantascientifica ma, come vi ho già detto, occorre distinguere: un conto è l’horror ispirato all’angoscia soprannaturale o, come nel caso di H. P. Lovecraft al senso di piccolezza dell’uomo nei confronti di un cosmo che lo trascende al punto che la sua reale scala non è per noi neppure immaginabile, tutt’altra cosa sono le esibizioni truculente di bassa macelleria, quello che una volta era chiamato grand guignol, e oggi si definisce “splatter” con un’onomatopea (“to splat”) che evoca lo sprizzare del sangue, oppure “blood and gore” (sangue vivo e sangue rappreso, che forse potremmo tradurre “sangue e sanguinacci”). E’ chiaro che la cinematografia presenta quasi esclusivamente questo secondo tipo di horror truculento.

Per fare un esempio, parecchi anni fa, quando uscì nelle sale cinematografiche, mi impressionò molto favorevolmente Suspiria del “maestro” Dario Argento. Avendolo rivisto recentemente, mi sono chiesto cosa mai mi fosse piaciuto di un film così brutto, sconclusionato, privo di trama, che è solo un pretesto per ammucchiare scene sanguinolente, come quasi tutte le pellicole del suddetto “maestro”. Poi ho capito, più giovane e con gli ormoni vivaci, ciò che allora mi aveva favorevolmente impressionato, erano le grazie della protagonista, Jessica Harper.

Sul cinema di heroic fantasy non c’è molto da dire, perché non ce n’è molto. Mettiamo a parte i film di Peter Jackson ispirati ai romanzi di Tolkien, Il signore degli anelli e Lo Hobbit, Jackson non è americano ma neozelandese, come Tolkien era inglese, e questo fa una differenza. Di americano c’è soprattutto l’interminabile serie televisiva del Trono di spade, basata sui romanzi di George R. R. Martin (che la doppia erre tra nome e cognome, nel caso, sia di Martin sia di Tolkien, sia indispensabile per avere successo scrivendo fantasia eroica?) che, qualcuno ha detto, in definitiva è una trasposizione nel mondo della fantasy delle sit com tipo Dinasty, Beautiful, Sentieri.

Da uomo della mia generazione, legato soprattutto alla lettura come forma di intrattenimento, non potrei dire di conoscere a fondo né il mondo dei fumetti e cartoni animati, né quello dei videogiochi, tuttavia un paio di osservazioni vorrei provare a farle.

So che alcuni puristi si lamentano della diffusione che hanno fra i nostri ragazzi i manga, i cartoni animati giapponesi. Ricordo di aver sbirciato qualcuno di essi in TV, quando le mie figlie erano piccole e li guardavano, senza mai trovarci nulla di diseducativo, anzi! Ad “Holly e Benji”: l’attaccante della squadra, infortunato, che decide di partecipare lo stesso alla finale, anche se sa che rischia di rimanere invalido, perché i suoi compagni contano su di lui. Il senso del dovere fino al sacrificio, la lealtà verso i compagni a ogni costo, lo spirito del bushido e dei samurai che sopravvive ancora oggi, non è forse un insegnamento utile a bilanciare le lezioni di menefreghismo che i nostri ragazzi ricevono da tante parti?

Da un punto di vista antropologico il giapponese è il risultato di una progressiva mongolizzazione su una base caucasica (Jomon), e il tipo originale giapponese si conserva ancora negli Ainu dell’isola di Hokkaido. Dal punto di vista animico e psichico, rimane un caucasico, forse più caucasico di noi che abbiamo subito l’inquinamento spirituale semitico di cristianesimo, marxismo e psicanalisi. Lo spirito dei samurai e del bushido è lo stesso dei legionari romani o degli spartani alle Termopili.

Più di una volta, vari intellettuali si sono chiesti se l’Europa sarebbe potuta arrivare allo sviluppo tecnico dell’era moderna senza prima passare la fase della cristianizzazione. Il Giappone ci da una risposta estremamente chiara, dal momento che ha saputo impadronirsi della tecnologia della modernità senza rinunciare all’essenza delle proprie tradizioni. Il Giappone è scintoista, ma cosa significa scintoismo, Shinto? Forse si potrebbe tradurre questo termine con tradizione, ma ancora non renderebbe l’idea: Shinto significa fedeltà agli antenati, ai loro valori, alle loro usanze, ai loro riti, alle loro credenze, alle loro divinità, Shinto è l’equivalente del paganesimo europeo, o di ciò che sarebbe se non fosse venuta un’eresia ebraica a estirpare le nostre radici. Il Paese con una delle più avanzate economie industriali di questo pianeta, è pagano e politeista.

Devo ammettere di conoscere l’universo dei videogiochi ancora meno di quello dei cartoni animati e dei fumetti. Di nuovo, non avrò la pretesa di affrontare un discorso sulla generalità di questo mondo complesso, ma vorrei riferire un’osservazione su di un caso specifico.

I giochi on line di strategia sono quasi regolarmente basati sulla seconda guerra mondiale. Difficile che si rifacciano a epoche precedenti, che so, la Grande Guerra o eventi successivi, guerre di Corea o del Vietnam per esempio. Già questo ci permette di capire una cosa molto importante: ci si torna sempre sopra, come del resto in una fetta tutt’altro che trascurabile della narrativa ucronica, non soltanto perché essa è stata uno snodo fondamentale della nostra storia, ma perché in ultima analisi c’è la sensazione più o meno oscura che le cose non sono andate come dovevano andare, come era giusto che andassero, esattamente come la lingua che tende sempre a battere dove il dente duole. Tuttavia, in contraddizione con ciò, essi costituiscono anche un mezzo di propaganda al servizio della parte vincitrice, che ne ribadisce la superiorità in termini di forza bruta su quella soccombente.

Nell’illustrazione composita che come al solito decora questo articolo, vi sono due immagini tratte da due videogiochi di strategia, di quelli reperibili on line. La prima, tratta da Worl of Tanks ci ricorda il giorno più buio nella storia d’Europa, con i carri armati sovietici davanti alla porta di Brandenburgo a Berlino. La seconda, tratta da Brothers in Arms, è ancora peggiore, si vede uno scarpone “alleato” che calpesta e schiaccia la testa di un soldato tedesco. Assieme a quel soldato, è l’Europa a essere schiacciata, ma c’è un particolare che vi prego di osservare: si vede la ghetta sopra lo scarpone e parte della gamba del pantalone cachi, tutto ciò rispecchia le divise “alleate” dell’epoca. Se ci fermassimo qui, quel soldato potrebbe essere un inglese, un canadese, un australiano, un neozelandese o magari un francese gollista, ma il disegnatore ha pensato bene di aggiungere un particolare all’apparenza del tutto incongruo, uno sperone da cowboy, non dobbiamo dubitare che quello sia uno yankee. Il messaggio subliminale è chiarissimo: sono stati gli Stati Uniti assieme all’Unione Sovietica a vincere il conflitto, e l’Europa, tutta l’Europa è stata sconfitta, compresi gli stati nominalmente vincitori, Francia e Inghilterra che dopo la guerra hanno visto i loro imperi coloniali scomparire, e il loro peso sulla scena internazionale enormemente ridotto.

Un particolare che può sembrare di poco conto e che invece la dice lunga, è che in questi videogiochi non compare mai la svastica, tutte le volte che viene riprodotta la bandiera tedesca per indicare le armate germaniche, su di essa il simbolo solare indoeuropeo è sostituito dalla croce di ferro. E’ un discorso simile a quello che ha portato alla messa fuorilegge dei tradizionali bottoni rivestiti di cuoio dei loden, nei quali le quattro striscioline di cuoio che s’incrociano potrebbero vagamente ricordare il simbolo nazionalsocialista. Ovviamente, nessuno pensa che qualcuno possa convertirsi al nazismo per il fatto di indossare un loden, è proprio il simbolo in sé a fare paura, e questo ci rimanda a un discorso che abbiamo già affrontato, l’antifascismo come operazione demonologica, come aberrante pensiero “magico” superstizioso e stregonesco.

Forse ancora di più che nei riguardi del fantastico letterario, dobbiamo dire che questo fantastico “indiretto” presenta un mondo complesso e sfaccettato da cui possiamo trarre utili insegnamenti, ma nel quale è bene muoversi con le opportune cautele.

 

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra il numero della rivista “La soglia” dedicato ai settant’anni del personaggio di Conan creato da Robert E. Howard che contiene il mio articolo In difesa di Conan, a destra in alto un’immagine dal videogioco World of Tanks, in basso un’immagine dal videogioco Brothers in Arms.

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Categorie: Fantasy, Narrativa

Pubblicato da Fabio Calabrese il 25 Novembre 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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