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L’ora della verità (e di nuove menzogne) – Fabio Calabrese

L’ora della verità (e di nuove menzogne) – Fabio Calabrese

Oggi c’è la tendenza ad abusare dell’aggettivo epocale, sembra che qualunque cosa, anche la più banale, abbia il potere di sancire il trapasso di un’epoca. In realtà, sappiamo bene che non è così. Ma questo novembre, precisamente il 9, ricorrono i trent’anni di un evento che epocale lo è stato davvero, cioè la caduta del muro di Berlino, che, seguita più tardi dalla scomparsa della stessa Unione Sovietica, ha segnato la fine dell’epoca della Guerra Fredda e del mondo bipolare.

Probabilmente, per chi è nato, diciamo dopo il 1980, è difficile oggi immaginare il clima di quegli anni che sono stati determinanti per l’esperienza e la formazione della visione del mondo della mia generazione, quella nata non moltissimi anni dopo la seconda guerra mondiale, e che ha sperimentato la parte terminale del “secolo breve” (una locuzione sul cui significato tornerò più avanti), in particolare la sensazione di vivere in un mondo diviso in due emisferi reciprocamente ostili, dove solo il timore dell’illimitata distruttività delle armi nucleari teneva in scacco la possibilità di un terzo e più spaventoso conflitto mondiale, con in più lo spiacevole corollario che questo conflitto che avrebbe potuto portare alla distruzione del nostro pianeta, sarebbe anche potuto essere scatenato per errore, ad esempio per un guasto dei sistemi elettronici.

Questa contrapposizione non era affatto simmetrica. Se gli Stati Uniti e il mondo “occidentale” sarebbero potuti teoricamente convivere in eterno col mondo comunista, per l’Unione Sovietica e il sistema a essa collegato, questa situazione doveva essere una fase transitoria nell’attesa della conquista del potere mondiale, innanzi tutto perché la rivoluzione planetaria è uno dei punti nodali dell’ideologia marxista, poi perché il carattere transitorio della “dittatura del proletariato” nell’attesa della rivoluzione-palingenesi mondiale è sempre stato l’alibi del sistema sovietico per giustificare l’assenza di libertà e di benessere agli occhi dei suoi sudditi, sia perché, e non meno importante, essendo il sistema sovietico e l’economia di piano sterili e improduttivi, dopo aver saccheggiato le risorse della Russia e dell’Europa dell’Est, il sistema aveva bisogno di espandersi per non crollare.

L’Unione Sovietica ha fatto almeno due tentativi di aggirare in modo non convenzionale l’impasse della Guerra Fredda, due strategie che non si escludevano affatto ma tendevano a sovrapporsi: la penetrazione, l’allineamento a sinistra dei Paesi cosiddetti “non allineati” e la contestazione, la pseudo-rivoluzione del ’68, che essa ha certamente favorito anche se poi ha preso strade inizialmente non prevedibili.

Il movimento dei Paesi “non allineati”, ex coloniali del Terzo Mondo, trovò i suoi leader in Nehru, Nasser e Tito. La Jugoslavia di Tito col Terzo Mondo c’entrava poco, ma in questo caso faceva gioco, tornava ora comoda la frattura fra Jugoslavia e Unione Sovietica avvenuta nel 1948, non così profonda evidentemente, da far venire meno la “solidarietà comunista”. Questi Paesi poi erano sufficientemente instabili da permettere l’instaurazione mediante golpe, di regimi comunisti veri e propri, come è avvenuto in Etiopia, Angola, Mozambico, oltre che naturalmente a Cuba, da dove il comunismo minacciava di irradiarsi in tutta l’America Latina.

Io vi ho già espresso più volte la mia opinione che il ’68 fu una sorta di pactum sceleris fra i ceti alto-borghesi e i movimenti di sinistra europei: l’eliminazione di un importante strumento di promozione sociale quale era la scuola selettiva che permetteva ai più capaci dei figli delle classi popolari di emergere, in cambio di una robusta iniezione di ideologia marxista a tutti i livelli della società, della cultura, dell’informazione. Era naturalmente tutto il contrario di quel che la sinistra proclamava, fingeva di essere, ma senza di esso non si spiegherebbe il fatto che dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la sinistra “geneticamente mutata” è diventata il principale supporto politico del grande capitale finanziario internazionale e delle sue politiche mondialiste.

Sommando le due cose, non era difficile provare la sensazione che il mondo non comunista fosse una sorta di grande fortezza assediata. All’epoca era diffusa la cosiddetta “teoria del domino” secondo la quale il comunismo avrebbe conquistato il mondo un Paese alla volta, dando per scontato che una volta che in qualsiasi luogo si fosse instaurato un regime comunista, la trasformazione sarebbe stata irreversibile. Gli anni ’60, è bene ricordarlo, sono anche quelli del Concilio Vaticano II, la cui reale motivazione era che la Chiesa cattolica si preparava a convivere con un mondo dominato dal comunismo la cui vittoria era giudicata imminente. Grazie a un dio che verosimilmente non è quello apparso a Mosè sul Sinai, “lo Spirito Santo” prese una memorabile cantonata.

Questa sensazione di vivere sotto assedio era particolarmente acuta vivendo a Trieste, città non solo a ridosso della Cortina di Ferro fra mondo libero e mondo comunista, ma la cui sorte, se essere consegnata alla Jugoslavia comunista o restituita all’Italia, era rimasta in bilico per nove anni, dal 1945 al 1954, e su cui le mire jugoslave non erano mai cessate.

Tuttavia, l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica italiana e “occidentale” era un altro, che possiamo definire di vera e propria rimozione psicanalitica della minaccia comunista. Peggio, l’Unione Sovietica era stata fra i vincitori del secondo conflitto mondiale, quindi automaticamente fra “i buoni” secondo la mentalità da film hollywoodiano così diffusa, e questo dava al comunismo una sorta di immunità, l’anticomunismo “viscerale” era di per sé sospetto: l’amore per la libertà faceva di te “un fascista”, un nemico della democrazia. Anche ricordare le vittime delle foibe, le migliaia di italiani massacrati dalle bande slave comuniste appunto solo perché italiani, era un atto di “fascismo”.

Noi italiani di Trieste non ci siamo mai sentiti l’appoggio dell’Italia dietro le spalle nella difesa dell’italianità della nostra città, anzi la repubblica antifascista ci ha sistematicamente dato addosso sempre in nome dell’antifascismo. L’abbiamo imparato sulla nostra pelle: antifascista significa in sostanza anti-italiano.

Non dobbiamo però credere che la rimozione psicanalitica riguardasse solo questa piccola parte di mondo nella quale mi è capitato di nascere e vivere:

Ecco cosa scriveva nel 1982 un’enciclopedia, l’enciclopedia GE 20 della De Agostini alla voce “Germania”:

“All’unità etnica e culturale dei popoli germanici non corrisponde e non ha mai corrisposto infatti una sola grande compagine politica”.

Il che, più che falso, è ridicolo, se pensiamo che dall’età medioevale al 1806 il Sacro Romano Impero (sostituito a partire dal Congresso di Vienna dalla Confederazione Germanica e poi dal Reich bismarckiano) era in pratica lo stato della nazione tedesca, ma qui si cercava di presentare come “naturale” lo smembramento della Germania imposto dall’impero sovietico, che era invece un brutale stato di fatto.

Cinque anni fa, in occasione del venticinquennale della caduta del muro, ho pubblicato su “Ereticamente” un articolo in cui spiegavo che in realtà non c’era Nulla da festeggiare, perché terminata la Guerra Fredda agli Europei è stato presentato il conto salatissimo, rimasto fin allora in sospeso, della sconfitta nella seconda guerra mondiale, in termini di invasione extracomunitaria e sostituzione etnica, conto presentato a tutti gli stati europei, anche a quelli nominalmente vincitori, Francia, Inghilterra e tutti gli altri, perché tutta l’Europa è stata sconfitta.

Oltre a ciò, si può aggiungere che non c’è stato nemmeno nulla di cui il “libero Occidente” potesse andare fiero, perché il crollo dell’Unione Sovietica ha avuto cause puramente endogene in cui il “libero Occidente” non ha avuto nessuna parte. Prima di tutto l’intrinseca sterilità del sistema sovietico, incapace di produrre altro che oppressione e miseria, destinato a un’inevitabile implosione dopo aver consumato le risorse della Russia e dell’Europa dell’est, poi il tentativo generoso ma fallimentare, di Michail Gorbacev di liberalizzare il sistema sovietico, che è valso almeno a dimostrare che comunismo e libertà non sono compatibili.

Nondimeno c’è stato un momento – breve a dire il vero – che potremmo chiamare l’ora della verità in cui, ora che la minaccia sovietica era scomparsa, che se ne è potuto parlare senza eufemismi, ma è stato anche il momento in cui si sono coniate nuove menzogne in sostituzione di quelle vecchie, a cominciare dalla pretesa che fino all’indomani della caduta del muro di Berlino non si potesse sapere che il comunismo non era altro che un sistema di odiose tirannidi. In realtà lo si sapeva benissimo, ma non si poteva dire, ammetterlo avrebbe significato sollevare dubbi inopportuni sulla libertà d’informazione dello stesso “libero Occidente”. Poi è passato una specie di ordine di non occuparsi più della faccenda, farlo significava “sparare sull’ambulanza”. Alle vittime del più atroce sistema di tirannidi della storia umana, è stato negato perfino il tributo della memoria.

Tuttavia, il tentativo di liberalizzazione di Gorbacev non rimase limitato entro i confini sovietici, ebbe i suoi echi anche nel gigante demografico cinese. La sua politica di liberalizzazione ebbe un contraccolpo in Cina, dove la gente cominciò a reclamare una maggiore libertà. La dirigenza comunista cinese si mise al sicuro con una durissima repressione, di cui l’episodio più tragico fu, nel 1988, la strage di piazza Tien-An-Men, la grande piazza centrale di Pechino, dove una grande manifestazione fu stroncata con i carri armati, causando migliaia di morti.

In seguito alla caduta del muro di Berlino circa un anno più tardi e dei movimenti di ribellione ai regimi comunisti che si andavano concretizzando in tutta l’Europa dell’est, una casa editrice scolastica pubblicò un libretto, Cronache della storia, che era una sorta di addenda/aggiornamento al testo storico scolastico. In esso, a proposito delle vittime di piazza Tien-An-Men, si leggeva una frase di tono quasi epico:

“Sono vissuti tutta la vita da schiavi, ma alzandosi in piedi per morire, sono morti da uomini liberi”.

Nessuno tranne la pubblicistica “di estrema destra” fino a quel momento aveva osato parlare così del comunismo e delle sue vittime, cioè dire la verità, mostrarlo per ciò che è sempre stato, una tirannica mostruosità divora-uomini. Ma l’ora della verità sarebbe durata poco. Oggi si tratta il regime cinese come un governo normale con cui si fanno affari, si scambiano sorrisi e strette di mano, ignorando o fingendo di ignorare i laogai, i campi di concentramento che ospitano migliaia di schiavi il cui lavoro viene sfruttato in condizioni inumane, e la dura, costante repressione volta non solo a tenere sottomesse, ma a cancellare l’identità delle terre non cinesi che quest’ultima mostruosità rossa ha assoggettato, il Tibet e il Turkestan orientale, il Sinkiang (oggi ribattezzato alla cinese Xinjiang).

Due concetti di cui si è molto parlato in quegli anni e che ora vale la pena di riesaminare sono quelli di Mitteleuropa e di secolo breve.

In tempi successivi qui da noi il concetto di Mitteleuropa è stato deformato facendolo coincidere con quello dei territori dell’ex impero austro-ungarico, diventando una parola d’ordine del separatismo anti-italiano del nord-est (come altrove si vorrebbe essere longobardi o bi-siculi), perché tre quarti di secolo di repubblica democratica hanno indotto gli Italiani ad avere nausea di se stessi e a inventarsi patrie immaginarie. E’ un tema che abbiamo visto più di una volta. Ma il significato originario non era questo, esso esprimeva l’idea di un’Europa “centrale” culturalmente e storicamente omogenea a dispetto delle contrapposizioni della Guerra Fredda, il fatto che ai due lati della Cortina di Ferro c’era e c’è la stessa civiltà, non un mondo “occidentale” che si contrapponeva al mondo comunista ma un’Europa innaturalmente smembrata.

“Ciò che è stato innaturalmente diviso tornerà naturalmente a unirsi”, aveva predetto lo scrittore Karolus Cergoly, il che si è puntualmente verificato quando la Cortina di Ferro ha cessato di esistere, e non soltanto riguardo alla riunificazione tedesca.

In realtà però, anche tutto ciò che contrappone l’Europa centrale o centro-settentrionale a quella mediterranea non è che un’inezia se ci confrontiamo con il mondo islamico, l’Africa nera, la Cina o anche quella realtà che ci apparirebbe sostanzialmente estranea se non inquinasse da tre quarti di secolo la nostra cultura, cioè gli Stati Uniti. Io non mi definisco mitteleuropeo, vista anche l’accezione anti-italiana che ha assunto questo termine, non mi definisco europeista, visto che quest’espressione è stata confiscata dai sostenitori della UE che è l’Europa tanto quanto un tumore è l’uomo che ne è affetto, mi definisco europeo e tanto basta. Se dico Europa penso a Ian Palach, a Dominique Venner, non a Juncker, Moscovici, Draghi o qualunque altro membro della cricca di usurai che ben lungi dall’essere “l’Europa” sono semplicemente la propaggine sul nostro continente del NWO.

L’altro concetto che merita di riesaminare è quello di secolo breve, “un secolo” che andrebbe dal 1914 al 1991, dall’attentato di Sarajevo alla caduta dell’Unione Sovietica. In sostanza, in mezzo a due epoche di relativa stabilità e di cambiamenti lenti, un periodo vorticoso che ha visto le due guerre mondiali e l’emergere e il declino dei totalitarismi. In altre parole, l’idea che la scomparsa dell’Unione Sovietica e del mondo bipolare avrebbe dato luogo a un mondo pacificato. Uno storico americano di origine giapponese, Francis Fukuyama è arrivato addirittura a parlare di “fine della storia”. Gli eventi successivi si sono ovviamente incaricati di smentirlo: la recrudescenza del fondamentalismo islamico, l’attentato dell’11 settembre 2001, le guerre del Golfo, l’invasione extracomunitaria dell’Europa ci mostrano che la storia è tutt’altro che finita.

Senza arrivare a tanto, ammettiamo di aver almeno sperato che con la scomparsa dell’Unione Sovietica e dell’impero comunista, fosse finita la politica della contrapposizione rosso-nero, delle etichette, della politica bloccata a un eterno 1945, per cominciare invece ad affrontare i problemi reali delle nostre comunità, che l’anacronistica conventio ad excludendum antifascista si attenuasse, che il confronto politico somigliasse di più a un confronto di idee e meno a un campo di battaglia, tanto più che mentre nei nostri confronti perdura un ostracismo giunto ormai alla terza generazione, la conversione degli “ex” comunisti alla “democrazia occidentale” è stata data per buona nel giro di una notte.

In realtà (ma non potevamo rendercene conto subito), i meccanismi all’opera erano profondamente diversi, perché a partire dal ’68 i movimenti di sinistra erano stati largamente infiltrati nelle loro élite da elementi di provenienza borghese e alto-borghese che trovavano un’immediata solidarietà nei movimenti “ufficialmente borghesi” perché si trattava di gente della stessa risma. Il colmo è arrivato in Italia quando ex comunisti ed ex democristiani si sono fusi in un unico partito, il PD.

Io non vorrei vantare qualità profetiche ma credo di essermi conto quasi subito che l’ostracismo antifascista non si sarebbe affatto attenuato, ma si sarebbe semmai inasprito, e per due motivi: per la sinistra, che aveva rinunciato all’ideologia marxista, alla lotta di classe, alla prospettiva escatologica rivoluzionaria, l’antifascismo era l’unico articolo di fede che le rimaneva, rinunciarvi sarebbe equivalso alla sua auto-cancellazione.

Per gli Stati Uniti e i loro leccapiedi, la presunta gratitudine che gli Europei dovrebbero provare per essere stati “liberati” dai fascismi diventava un surrogato della scomparsa minaccia sovietica per giustificare la finta alleanza, in realtà un sistema di vassallaggi, della NATO e tutto il resto che sta marcando una dipendenza sempre maggiore del nostro continente dalla potenza a stelle e strisce.

In questa prospettiva “il fascismo” andava de-storicizzato e trasformato da fenomeno storico e politico a “male assoluto”, si passava dall’analisi storica alla demonologia (o all’angelologia per quanto riguarda la parte sostenuta dagli yankee stessi), così ogni 6 giugno, ad esempio, assistiamo a un piagnisteo mediatico sui G-men caduti nel 1944 in Normandia, e intanto si dimenticano i nostri caduti e le centinaia di migliaia di vittime civili dei bombardamenti terroristici “alleati” sulle nostre città.

Un effetto collaterale della caduta dell’Unione Sovietica è stata la crisi della ex Jugoslavia. Anche in questo caso le vere ragioni di essa non sono mai state dette, eppure non sono difficili da comprendere: semplicemente gli eredi di Tito, i dirigenti dell’ “Alleanza dei socialisti”, come era denominato ufficialmente il partito comunista jugoslavo, per rimanere in sella, per non essere estromessi a furor di popolo dal potere come era avvenuto agli altri dirigenti comunisti dell’Europa orientale, hanno messo le componenti “etniche” (in realtà religiose: Serbi = ortodossi, Croati = cattolici, Bosniaci = mussulmani) della Jugoslavia le une contro le altre, secondo il vecchio principio del divide et impera.

Anni fa ho potuto ascoltare una conferenza dell’avvocatessa serba Jagoda Savic, una delle migliori penaliste belgradesi, e persona non gradita al suo governo, su come questa crisi sia stata creata a tavolino, prima con violenti attacchi sugli organi di stampa ufficiali, di una componente contro l’altra, poi con la formazione delle prime bande di miliziani, tirando fuori dal carcere e mettendo una divisa addosso ai condannati per reati violenti.

Su questa crisi si è poi innestato dell’altro, si è voluta dare tutta la responsabilità “ai Serbi”, il che, se può essere vero per la loro classe dirigente (ma anche per quelle croata e bosniaca) è del tutto falso riguardo alla popolazione, è perché su questo gioco sporco se n’è innestato un altro ancora più sporco, imputabile agli Stati Uniti e all’Arabia Saudita. C’era di mezzo il controllo di una rotta vitale per il traffico degli stupefacenti, delle armi e anche delle masse umane di migranti con cui si prevedeva di invadere l’Europa. In più, per i sauditi, che vi hanno investito quantità di denaro enormi, i Balcani rappresentavano la rotta per l’islamizzazione dell’Europa. Oggi, il vecchio islamismo tollerante ed europeizzato dei Bosniaci è stato sostituito da un fondamentalismo di marca wahabita molto più pericoloso.

La Serbia era l’ostacolo da togliere di mezzo. Noi oggi sappiamo che il famoso cannoneggiamento di Szebrenica che fu il pretesto dell’intervento “umanitario” della NATO non fu opera dei Serbi ma degli stessi Bosniaci su indicazioni americane, un classico esempio di false flag.

Trascorsa l’ora della verità, la fabbrica delle menzogne ha ripreso a lavorare a pieno ritmo. A questo proposito si può citare il fatto che nel 1993 una certa associazione Hyperion distribuì nelle scuole un libretto intitolato Conflittualità balcanica e integrazione europea, che forse non avrebbe nemmeno senso nominare se non rappresentasse l’interpretazione “ufficiale”, cioè di regime della crisi della ex Jugoslavia.

E’ chiaro il significato di ciò. L’intento è quello di mettere nelle nostre mani – e soprattutto in quelle dei ragazzi – una bella mela avvelenata: l’alternativa ai presunti disastri del nazionalismo, serbo nello specifico, una volta che le vere responsabilità della crisi sono state occultate, propagandare come rimedio “l’integrazione” europea, ossia di fatto la scomparsa di qualsiasi senso di appartenenza nazionale, e a questo punto i “padroni del vapore” sapranno che gli Europei sono abbastanza intontiti da non opporre resistenza alla sostituzione etnica, come previsto dal piano Kalergi.

Nuove menzogne che si sostituiscono a quelle vecchie, ma non si illudano, ci sarà sempre qualcuno disposto a dire la verità e a diffonderla per quanto possibile.

 

NOTA: Nell’illustrazione, un momento dell’abbattimento del muro di Berlino.

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Categorie: Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 Novembre 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. stelvio dal piaz

    analisi condivisibile anche da uno come me della precedente generazione. l’accanimento antifascista subirà una ulteriore intensificazione con la discesa in campo in modo diretto del SIONISMO. la commissione Segre metterà in azione la polizia del pensiero. mala tempora currunt!

  2. Francesco Zucconi

    Io continuo a credere che la necessità di una nuova visione prospettica sul fascismo italiano sia uno dei passaggi chiave per salvare l’Italia dalla fine che ogn’ora sembra sempre più vicina. Tuttavia questa riconsiderazione del fascismo e dei suoi epigoni non può nemmeno iniziare, se non di chiarisce subito che lo sfacelo dell’esercito e la pessima conduzione della guerra non furono il prodotto di mene massoniche o di tradimenti vari, ma di reali inefficienze strutturalmente legate alla natura del potere fascista e al provincialismo di molta parte dei suoi dirigenti: oggi dovremmo aver più chiaro che mai, che, senza un’ampiezza estrema di visione spirituale, per la Tradizione italica non c’è un futuro politico.

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