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L’eredità degli antenati, settima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, settima parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo il nostro appuntamento nel mese di settembre dopo un’estate che abbiamo visto particolarmente intensa sul fronte delle novità riguardanti la nostra eredità ancestrale. Con i primi acquazzoni che anticipano l’autunno, il clima sembra decisamente cambiato. Il momento non è certamente dei migliori, vista la crisi politica “risolta” una volta di più tradendo la volontà popolare, ma di questo abbiamo avuto modo di parlare, e continueremo a farlo, in altra sede.

Onestamente, e complice anche la pausa estiva, è assolutamente probabile che tra il momento in cui mi accingo a scrivere questo articolo e quello in cui lo leggerete su “Ereticamente” passi un discreto lasso di tempo. Sono i limiti “tecnici” della nostra pubblicazione che però non penso ne sminuiscano il valore. Con mezzi limitati, buona volontà e coraggio, continuiamo da buoni eretici a contrapporci alla “cultura” dominante sinistrorsa, mondialista, immigrazionista. Se somigliamo a quegli antichi olandesi che cercavano di tappare con le dita le falle delle dighe sul punto di crollare, pazienza. Quel che conta è rimanere al proprio posto e fare fino in fondo quel che sentiamo essere il nostro dovere.

A fine agosto il Museo della Grotta Paglicci di Rignano Garganico (quella pugliese, non quella sull’Arno patria del famoso ebetino), museo che appunto raccoglie i reperti risalenti a 23.000 anni fa rinvenuti in questa grotta del Gargano, ha presentato al pubblico la ricostruzione del volto della donna di Paglicci, ricostruzione effettuata a partire dal calco del cranio di questo antico scheletro femminile. La ricostruzione è opera del dottor Davide Caramelli del dipartimento di genetica dell’Università di Firenze.

Quel che colpisce una volta di più, è il fatto che si tratta di un soggetto chiaramente europide, una ricostruzione che è un’ulteriore smentita della “teoria” (della bufala) dell’Out of Africa secondo la quale i nostri antenati sarebbero stati di origine africana e si sarebbero progressivamente europeizzati.

A proposito di questa ricostruzione, Francesco Mallegni del dipartimento di antropologia dell’Università di Pisa ha scritto: “Colpisce l’affinità di questo volto con quello delle donne attuali di etnia nordica”.

Strano, vero? Ricordiamo il caso dell’uomo di Cheddar, questo antico inglese alla cui ricostruzione si è voluto per motivi ideologici attribuire un colore scuro, “africano” e che invece l’analisi del DNA ha dimostrato che la popolazione attuale con cui presenta maggiore affinità, è quella dell’Estonia. Non solo la favola dell’origine africana, favola ideologica volta a farci accettare l’immigrazione, non trova alcuna rispondenza nei fatti, ma tutte le volte che i fatti sono lasciati parlare liberamente, l’ago della bussola punta incontestabilmente verso il nord.

Il 5 settembre la pagina scientifica de “Il fatto quotidiano” se ne è uscita con un annuncio piuttosto sorprendente (che è anche il titolo dell’articolo): Nel genoma degli Italiani scoperto un nuovo e ignoto quarto gruppo ancestrale. L’articolo cita una ricerca pubblicata su “Science Advances”, opera di ricercatori italiani, inglesi e americani, basata sullo studio del DNA.

Il concetto sarebbe questo: gli Europei discenderebbero da tre gruppi umani principali, così identificati: cacciatori-raccoglitori del Mesolitico, agricoltori neolitici di origine mediorientale, allevatori di cavalli dell’Età del Bronzo (e durante il Paleolitico l’Europa non l’abitava nessuno?). Nel genoma degli Italiani, in più, questa ricerca avrebbe evidenziato le tracce di un quarto gruppo ancestrale che non si riscontra negli altri Europei, proveniente forse dal Caucaso e che si sarebbe diffuso dal sud al nord della Penisola dopo esservi giunto forse attraverso una migrazione via mare.

Ora teniamo presente che molto spesso gli stessi fatti assumono un significato diverso a seconda di come li si presenta. “Il fatto quotidiano” è una pubblicazione di sinistra e presenta le cose in modo di arrivare alla conclusione che “siamo tutti meticci”, ma se si vanno, come si dice, a mettere i puntini sulle “i”, si vede che esse assumono un aspetto ben differente. Per prima cosa, si parla di differenze etniche ma certamente non razziali tra i gruppi umani europei. Dalla remota preistoria fino a tempi recentissimi, l’Europa è stata popolata soltanto da gruppi rientranti nel tipo umano caucasico, con un’omogeneità molto maggiore di quanto non si riscontri negli altri continenti. Io oserei affermare che è proprio questa coerenza antropologica che è stata alla base della grandezza della civiltà europea, laddove i presunti benefici del meticciato appartengono solo alla retorica bugiarda delle favole democratiche.

In secondo luogo, come vedete, “Il fatto quotidiano” non menziona minimamente le proporzioni dei diversi gruppi etnici ancestrali che costituirebbero la koiné europea, perché è chiaro che se uno di essi risulta maggioritario in maniera schiacciante rispetto agli altri, la cosa cambia completamente aspetto.

I cacciatori-raccoglitori mesolitici (ma in realtà anche paleolitici) dovrebbero corrispondere al tipo antropologico noto come eurasiatico settentrionale, e che rappresenta l’85% del genoma degli Europei attuali. Gli agricoltori neolitici di origine mediorientale rappresentano non più del 9% del genoma europeo, una percentuale che dovrebbe essere molto più alta se, come pretende un’altra nota teoria, fossero stati costoro a colonizzare l’Europa diffondendovi l’agricoltura, mentre invece è probabile che, o gli Europei hanno copiato da loro le tecniche agricole, oppure, cosa tutt’altro che inverosimile, esse sono nate in Europa e non in Medio Oriente. Gli allevatori di cavalli dell’Età del Bronzo dovrebbero essere gli Yamna, un tempo stanziati tra Ucraina, Kazakistan, Russia meridionale, collegati alla cultura dei Kurgan che secondo le teorie di Marija Gimbutas (per le quali mi guarderei bene dal mettere le mani sul fuoco) sarebbe all’origine dei linguaggi indoeuropei. Manca all’appello un 5% del genoma europeo, che è rappresentato dai Baschi, popolo di antichissima origine paleolitica che l’articolo non menziona.

Per quanto riguarda l’Italia, contrariamente a quanto si sente spesso dire, essa è più compatta dal punto di vista genetico, di altre nazioni europee, alcuni ricercatori l’hanno definita “un’isola genetica”. Anche le invasioni che abbiamo subito in epoca storica hanno influito molto poco sul nostro DNA, perché molto spesso erano numericamente ben più esigue di quanto non si pensi. Che consistenza avrà avuto questa antica migrazione? E’ tutto da verificare.

Probabilmente non esistono e non sono mai esistite etnie o razze assolutamente pure, un certo scambio genetico è sempre avvenuto tra i gruppi umani, ma quello che a piccole dosi è salutare, in dosi massicce può essere mortale, ed è quello che sta avvenendo oggi, con le migrazioni e il meticciato che sono strumenti (manovrati) per distruggere popoli, etnie e culture.

Ne ho parlato le volte scorse, una tendenza la cui pericolosità non va sottovalutata è quella alla “colorizzazione” della nostra storia attraverso l’uso di attori di colore nelle fiction cinematografiche o televisive, facendo passare per neri personaggi della storia europea, che neri non potevano essere, creando l’impressione assolutamente falsa che società multietniche e multirazziali come quella che vogliono oggi imporci, siano qualcosa di “normale” e “sempre esistito”.

Abbiamo visto anche che questa sinistra tendenza è giunta oggi allo stadio successivo, in cui ciò non è più presentato come fiction, ma si pretende che sia la realtà storica, approfittando dell’ignoranza al riguardo accortamente disseminata fra i nostri contemporanei. Ne fanno fede un articolo di “Time” sui Vichinghi e un “documentario” della BBC sugli Inglesi, entrambe considerate fonti autorevoli, nei quali si pretende che gli uni e gli altri sarebbero stati da sempre multietnici e multirazziali. Siamo cioè alla riscrittura orwelliana della storia. Non è vero quel che è vero, ma ciò che si riesce a far credere alla gente.

Poteva una simile sinistra tendenza non approdare anche nella colonia Italia, specialmente oggi che un indecente inciucio parlamentare ha riportato al governo dalla finestra quel PD che gli Italiani avevano cacciato dalla porta? Evidentemente no.

Un articolo de “Il giornale” di domenica 8 settembre a firma di Federico Giuliani ci segnala che coi soldi pubblici, sponsorizzato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, il regista Milo Rau ha portato a termine il “docufilm” Nuovo vangelo che da consistenza visiva al “nuovo” cristianesimo di papa Bergoglio, dove si “stravolge la figura di Gesù Cristo per fini politici e sostituisce la fede col buonismo spicciolo”, dove “Gesù Cristo viene dall’Africa, i precetti delle Sacre Scritture sono capovolti in modo da giustificare l’accoglienza dei migranti, e i profughi si piazzano al centro della predicazione rivoluzionaria del Figlio di Dio”.

Gesù Cristo, il Cristo nero è interpretato dal camerunense Yvan Sagnet, che non è un attore ma un noto attivista dei diritti degli extracomunitari in Italia (quali ulteriori diritti possano vantare costoro che, accolti con pretesti umanitari, sono trattati con mille riguardi, e non sembrano mostrare riconoscenza in altro modo che stuprando le nostre donne e defecando per strada, questa è tutta un’altra questione).

Qualcuno potrebbe anche osservare che la differenza non è poi abissale, che il cristianesimo rimane e si conferma estraneo all’Europa e nemico delle sue autentiche radici, però occorre prendere atto del fatto che la mistificazione orwelliana della storia prosegue.

Il 9 settembre “La cooltura” ha pubblicato un articolo di Domenico Medio dedicato agli Ainu, i giapponesi dalle lunghe barbe. Penso che ricorderete che io mi sono occupato più di una volta di questa popolazione dalle caratteristiche europidi che oggi abita l’isola di Hokkaido, la più settentrionale dell’arcipelago nipponico, ma che un tempo (periodo Jomon) popolava tutto il Giappone.

Si tratta forse del residuo di un ceppo di popolazioni caucasiche che un tempo abitava l’Asia prima dell’espansione delle popolazioni mongoliche, o forse un elemento di transizione dal caucasico al mongolico (il che confermerebbe la tesi che il tipo umano caucasico-europide – e non quello africano – sia ancestrale a tutti gli altri.

E’ un’ipotesi affascinante che il giapponese odierno si sia formato da una base Jomon-Ainu progressivamente mongolizzato da influenze provenienti dal continente, ma tale mongolizzazione avrebbe riguardato principalmente l’aspetto esteriore, mentre a livello animico egli sarebbe rimasto sostanzialmente caucasico-europide: questo spiegherebbe sia la capacità di assimilare la scienza e la tecnologia moderne che il giapponese ha dimostrato di possedere in quantità nettamente superiore agli altri asiatici, sia il fatto che l’etica tradizionale giapponese come è espressa nel bushido dei samurai ci appare indoeuropea, paradossalmente più indoeuropea e vicina alla nostra sensibilità di quel che ci può offrire la “nostra” cultura pesantemente semitizzata da cristianesimo, liberal-massoneria e marxismo.

Io purtroppo non sono riuscito a rinvenire il testo, ma devo basarmi su di un resoconto di terzi, per cui temo di non riuscire a essere molto preciso, e tuttavia è impossibile passare sotto silenzio gli esiti di una ricerca che potrebbe essere molto importante. “Science” avrebbe recentemente pubblicato i risultati di uno studio inteso a chiarire l’origine degli Indoeuropei. Lo studio avrebbe comportato l’analisi del DNA di 524 persone (che non è un campione grandissimo) e 269 nuove datazioni al radiocarbonio.

Il risultato collegherebbe le origini degli Indoeuropei alla cultura di Jamna e dei Kurgan, confermando le tesi di Marija Gimbutas e smentendo quella di un’origine anatolica sostenuta da Colin Renfrew. Tuttavia, mi sento di avanzare qualche perplessità. Oggi il concetto di “indoeuropeo” è definito soprattutto su base linguistica, ed è difficile capire come l’analisi del DNA possa dirci qualcosa in questo ambito: un afroamericano che parla inglese, in termini puramente linguistici dovrebbe essere definito un indoeuropeo e addirittura un germanico, ma il suo DNA, lo sappiamo, viene dall’Africa e non dall’Europa.

Altro punto problematico: il modesto impatto genetico che avrebbero avuto gli Jamna rispetto alle popolazioni del nostro continente, le quali tuttavia in stragrande maggioranza parlano lingue indoeuropee (con le sole eccezioni di Baschi, Ungheresi, Finlandesi e turchi della Tracia orientale). Questo tuttavia potrebbe spiegarsi con il fatto che questi allevatori e cavalieri nomadi si siano imposti come élite dominanti su popolazioni molto più estese.

Possibile, ma non del tutto convincente. A titolo di confronto, si può ricordare un articolo non recentissimo, risalente al luglio 2017 sul “Secolo XIX” a firma di Giorgio Giordano che, riportando le idee espresse in proposito dal genetista David Reich (un altro ricercatore che – ricorderete – ho già menzionato più di una volta in queste pagine), collegava la diffusione dei linguaggi indoeuropei agli “antichi eurasiatici del nord”, ossia al gruppo eurasiatico settentrionale, i discendenti degli antichi cacciatori-raccoglitori paleolitici che ancora oggi rimangono il gruppo geneticamente maggioritario in Europa, oltre a essere diffusi in Siberia e, attraverso la Beringia, aver dato un contributo non trascurabile al genoma dei nativi americani.

La questione rimane aperta, e forse non potrà essere risolta dato “lo scarto” esistente tra dati genetici e linguistici. Quello di cui possiamo essere certi però, è che finora l’Europa è stata ininterrottamente abitata attraverso i millenni da popolazioni di ceppo caucasico, e che proprio questa omogeneità e coerenza etnica costituiscono la base della sua grandezza. Gli esaltatori del meticciato sono, consapevoli o no, fautori della morte del nostro continente.

NOTA: Nella cartina, la diffusione delle culture europee nel corso dell’Età del Bronzo: si vede bene che l’area Jamna da cui secondo le ipotesi più recenti, avrebbero avuto origine i linguaggi indoeuropei, corrisponde grosso modo all’odierna Ucraina e al Kazakistan, una smentita in più per coloro che l’hanno cercata in remote plaghe asiatiche e per i fautori della “luce da oriente”.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 Novembre 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Enrico Maulb

    I miei complimenti….grande, grandissimo articolo…

  2. Fabio Calabrese

    Enrico Maulb, grazie!

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