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L’eredità degli antenati, ottava parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, ottava parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo la nostra esplorazione dell’eredità ancestrale, delle notizie che si accumulano riguardo a essa, e sembra proprio, una volta di più che sia un discorso destinato a non avere fine, non solo, ma ancora adesso sembra estremamente difficile riuscire a tenere il passo, recuperare il gap temporale verificatosi durante la pausa estiva.

Ricomincio a stendere queste note alla metà di settembre, ma non è difficile prevedere che voi le leggerete molto più tardi. Me ne scuso, e vi do la più ampia assicurazione che farò il possibile per “serrare il passo”, anche se altre tematiche non si possono trascurare in un momento in cui conosciamo un profondo rivolgimento politico.

Cominciamo con il segnalare un articolo apparso in lingua inglese sul sito indiano “Scroll.in” in data 12 settembre a firma di Shoaib Daniyal che affronta una questione di cui per la verità ci siamo già occupati. Due recenti studi genetici hanno chiaramente dimostrato che la migrazione verso il subcontinente indiano di popolazioni indoiraniche provenienti dalle steppe dell’Asia centrale, ma prima ancora dall’Europa sud-orientale e dal Caucaso, che avrebbero dato vita alla civiltà indiana storica, è una realtà incontrovertibile. Detto in altre parole, l’esistenza degli ariani (intendendo con questo termine le popolazioni “bianche” di chiaro ceppo caucasico che avrebbero colonizzato il subcontinente provenendo da nord e che ne hanno costituito le caste superiori), sono un’indubbia realtà storica.

Tuttavia, i media indiani presentando la notizia di queste ricerche al pubblico, le hanno perlopiù presentate come se dicessero esattamente il contrario. Quali sono i motivi di questa distorsione? Daniyal li individua in quello che più che il nazionalismo indiano, è un coacervo di nazionalismi. Bisogna ricordare infatti che il subcontinente non raccoglie soltanto una delle popolazioni più dense del nostro pianeta, ma è un mosaico di etnie, molte delle quali, soprattutto le più “scure” e meridionali non gradiscono la prospettiva di essere state assoggettate da quelli che per loro erano invasori stranieri, un po’ come se noi Italiani volessimo negare la realtà storica delle invasioni barbariche.

Io penso che questa analisi sia tutt’altro che priva di fondamento, tuttavia credo che si debba anche aggiungere che la negazione dell’esistenza storica degli Ariani rientra in quella che non è solo una questione indiana, ma una vera e propria riscrittura/falsificazione della storia che vediamo profilarsi ogni giorno di più a livello planetario, tesa a negare e minimizzare il ruolo dell’uomo caucasico, “bianco” come creatore di civiltà.

Esce un po’ dalle nostre tematiche, ma bisogna dire che “Linkiesta” del 6 settembre ha pubblicato un articoletto breve, anonimo e assolutamente delirante. Sembra che la maggior parte dei fossili di animali di varie specie, comunque vertebrati superiori, soprattutto mammiferi, che ci sono pervenuti, siano resti di animali di sesso maschile, dai bisonti ai mammut, agli orsi, con percentuali che variano dal 70 al 75%. Poiché tra i mammiferi maschi e femmine nascono e muoiono in proporzione all’incirca uguale, ci si aspetterebbe un’analoga distribuzione dei ritrovamenti fossili, e invece non è così. Le cause di questa differenza statistica non sono chiare, ma che senso ha prendersela col sessismo (o presunto tale) della natura come se si trattasse dell’emendabile società umana? La cosa davvero preoccupante è che l’ossessione della political correctness, di evitare a ogni costo “il sessismo” non meno del “razzismo”, sta sconvolgendo la ricerca scientifica.

Una tematica piuttosto singolare è presentata da “L’arazzo del tempo” del 13 settembre, da studi effettuati sulle incisioni paleolitiche presenti nei siti rupestri di tutto il mondo, uscirebbe un “alfabeto” di 32 simboli ricorrenti. Un fatto interessante, ma a mio parere del tutto insufficiente per dedurre, come viene prospettato nell’articolo, che 40.000 anni fa sia esistita una cultura globale a livello planetario: certi segni, un segmento, una croce, una spirale, un circoletto, una linea serpeggiante e via dicendo, si presentano in maniera del tutto spontanea senza il bisogno di una mediazione culturale, sono gli stessi che facciamo ancora oggi noi quando scarabocchiamo un foglio in attesa di prendere appunti.

Sempre il 13 settembre una notizia arriva dalla Marvel Studios. In vista della nuova saga cinematografica di X-Men, si prospetta la sostituzione di uno o entrambi gli attori che hanno finora interpretato i protagonisti/antagonisti, Charles Xavier e Magneto, con attori di colore, un altro passo avanti nella sempre maggiore africanizzazione di Hollywood e, quel che è peggio, dell’immaginario collettivo che le sue produzioni finiscono per creare.

La “teoria”, ma sarebbe meglio dire la favola, la mistificazione dell’Out of Africa, lo sapete, è diventata il vangelo antropologico dei nostri tempi, sul quale bisogna giurare prima di esporre il proprio punto di vista nelle sedi ufficiali sebbene, come abbiamo visto più volte, non abbia il minimo straccio di prova a suo sostegno e molti elementi contro. Tra le altre cose, questa scempiaggine pro-immigrazione che è diventata “la scienza” ufficiale, pretende che i nostri più remoti antenati sarebbero stati neri che si sarebbero man mano sbiancati.

Ciò non solo è totalmente falso, ma esistono prove che ci dicono esattamente il contrario: nel passato le popolazioni africane che vivevano al disopra del Sahara erano più “bianche” di oggi. Questo, l’abbiamo visto più volte, vale per gli Egizi, sicuramente più “europei” degli egiziani attuali, ma anche per i Berberi.

In “Etnie” (rivistaetnie.com) del 15 settembre, Alessandro Pellegatta scrive:

I berberi sono una popolazione europoide dell’Africa settentrionale, che essi chiamano Tamazgha. Sembra che almeno fino all’età del bronzo (circa 1200 a.C.) tra le popolazioni berbere fosse piuttosto diffusa la depigmentazione, cioè l’albinismo e il biondismo come carattere genetico, documentata anche da pitture rupestri del Tassili e in iscrizioni egiziane”.

L’Out of Africa, l’abbiamo visto più volte, non è una teoria, sono due incastrate l’una dentro l’altra: la prima, che prevede l’uscita dal continente africano dei nostri antenati a livello di erectus attorno al mezzo milione di anni fa, la seconda che postula che questa uscita sia avvenuta a opera di un’umanità già sapiens attorno ai 100 – 150.000 anni fa. La seconda nasconde la sua scarsa plausibilità scientifica dietro la prima, ma questa non ci dice nulla delle differenziazioni razziali della nostra specie, riferendosi a un’epoca in cui essa non era ancora emersa. Come se non bastasse, c’è un terzo livello che viene raramente esplicitato ma che è sempre sottinteso, ossia che “veniamo dai neri” (“africano” in senso geografico non significa automaticamente “nero” in senso antropologico). Lo scopo di tutto questo ambaradan non è chiarire le nostre origini, ma il panegirico antirazzista e immigrazionista.

Sempre in questo periodo è girato sul web un articolo firmato, e questo è anche il nome del sito, “Liberty Writers of Africa” dal contenuto a dir poco delirante, secondo cui i primi Romani erano una popolazione di colore, ossia gli Etruschi. L’articolo sostiene anche che l’Europa sarebbe stata dominata per secoli e millenni da genti nere prima che i bianchi caucasici sbucassero fuori non si sa bene da dove. Delirio puro dettato dallo sciovinismo africano. Dopo i Vichinghi multirazziali e gli Inglesi di colore che abbiamo visto le volte scorse, non potevano mancare gli Etruschi neri. E’ chiaro che si sta architettando una falsificazione in grande stile della nostra storia.

Vi allego un’immagine, peraltro celebre, di musici tratta dalla pittura murale di una tomba etrusca. Ognuno può vedere quanto siano africani i personaggi raffigurati.

“La repubblica” del 19 settembre ha pubblicato una ricostruzione del volto dell’uomo di Denisova, vissuto da 70 a 40.000 anni fa, già apparsa sulla pubblicazione scientifica “Cell”, e opera di un team coordinato da Liran Carmel dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Diciamo subito che si tratta di una ricostruzione fortemente ipotetica, perché basata sugli indizi forniti dal DNA, piuttosto che sui fossili di cui disponiamo in quantità veramente esigua.

Quella che vediamo è una faccia larga da contadino, con un grosso naso, perché una cosa che sappiamo è che l’uomo di Denisova aveva le ossa più spesse degli uomini attuali, ma complessivamente è più simile agli uomini moderni dell’uomo di Neanderthal, perché mancano sia le pesanti arcate sopracciliari, sia l’accentuata dolicocefalia, il “cranio a pagnotta” è stato definito, di quest’ultimo.

Noi ci lamentiamo del fatto che in Italia c’è una grande e vergognosa incuria circa l’enorme patrimonio artistico e archeologico della nostra Penisola, ma bisogna dire che anche i nostri vicini francesi mica scherzano.

“Le Monde” del 19 settembre riporta la notizia che gli archeologi francesi che lavorano nel sito celtico di Vix nella regione della Cote d’Or hanno ricevuto il finanziamento per procedere allo scavo della sepoltura di una principessa celtica…dopo 66 anni. Questa tomba, infatti, era stata scoperta nel 1953.

A volte, le informazioni eterodosse, non supportate dal sistema mediatico, prendono delle vie molto traverse, così è successo che un articolo pubblicato da un quotidiano locale “La Rucola” di Macerata in data 2 febbraio 2018 è giunto solo recentemente sul web. L’articolo, I primi popoli italiani: gli Aborigeni, mitico popolo dell’Italia centrale di Nazzareno Graziosi, è un excursus su un passato molto antico della nostra Penisola.

Il termine “aborigeni” ci fa pensare a popolazioni selvagge che vivono in luoghi remoti, gli aborigeni australiani prima di tutto, ma in realtà il termine che viene dal latino ab origine, e dovrebbe indicare gli abitanti originari di una regione, quelli rispetto ai quali non si conosce alcun popolo antecedente. Gli aborigeni di cui parliamo non hanno nulla a che vedere con quelli dell’Australia.

Con questo termine, infatti, ci spiega Graziosi, gli autori classici indicavano una popolazione dell’Italia centrale, la più antica di cui si avesse notizia, che avrebbe a lungo mantenuto la propria fisionomia anche se marginalmente si sarebbe mescolata con i Pelasgi, gli Umbri e i Tirreni, cioè gli Etruschi. Il gruppo principale di questi Aborigeni sarebbero stati i Piceni, che abitavano quelle che oggi sono le Marche.

C’è un caro amico di cui ora non vi farò il nome perché non so se abbia piacere a essere nominato pubblicamente, ma lui non avrà difficoltà a riconoscersi, che è proprio la persona che diversi anni fa mi mise in contatto con “Ereticamente”, che è molto fiero del suo essere marchigiano. Spero gli farà piacere sapere che stando a questa teoria, i suoi conterranei possono vantare l’italianità più antica fra quanti popolano la nostra Penisola.

Io credo ricorderete che in alcune parti di Una Ahnenerbe casalinga vi ho parlato dell’ipogeo di Glozel in Francia. In questa località, un secolo fa all’incirca, un contadino arando un campo ha casualmente aperto un varco a una vasta camera sotterranea che si trovava sotto di esso, dove sono stati ritrovati manufatti molto antichi e lastre di pietra con esemplari di una scrittura che nessuno ha ancora decifrato, la traccia di un capitolo finora sconosciuto della più antica storia dell’Europa che gli archeologi ufficiali preferiscono non prendere in considerazione perché potrebbe portare alla sconfessione del dogma dell’Ex Oriente lux, della nascita della civiltà in Oriente, nella Mezzaluna Fertile o in luoghi adiacenti.

Bene, a quanto pare, sembra che una Glozel l’abbiamo anche in Italia. Si troverebbe in Val di Susa, ne ha parlato recentemente su “Vanilla Magazine” Gian Mario Mollar nell’articolo La misteriosa città di Rama, l’Atlantide della Val di Susa. Più che di un’Atlantide, la storia pare una fotocopia di quella di Glozel. Anche in questo caso, un contadino, arando un campo, avrebbe casualmente aperto l’accesso a un ipogeo da cui sono emersi misteriosi manufatti. Questo ritrovamento è stato subito associato a una leggenda diffusa nella zona, quella di una città scomparsa, Rama appunto. Come c’era da aspettarsi, l’assonanza che potrebbe essere casuale, con il nome di una divinità indiana, ha fatto sì che la leggenda fosse collegata ai miti indiani che parlano di mondi sotterranei, Agarthi e Shamballa, ma tenendo i piedi più per terra, si tratterebbe di un insediamento celtico o forse di qualcosa di più antico, ma è inverosimile che con l’India abbia qualcosa a che spartire. In ogni caso, diciamo che ritrovamenti come quello di Glozel e anche di quest’ultimo della Val di Susa fanno pensare che probabilmente c’è un capitolo o forse più capitoli strappati della più antica storia dell’Europa.

Mi perdonerete se per una volta parliamo di un argomento estraneo a quelli che il più delle volte sono oggetto della nostra trattazione, parliamo di geologia dove troviamo il tema sempre affascinante dei continenti perduti. Il nostro pianeta si trasforma per effetto della deriva dei continenti, una trasformazione, lo sappiamo, che avviene a un ritmo così lento da rendere impossibile coglierla nell’arco di una vita umana, eppure assolutamente reale. Recentemente, uno studio di un team guidato da Douwe Van Hinsbergen docente di tettonica globale e paleogeografia dell’Università di Utrecht avrebbe individuato un nuovo continente perduto, che però non si trova molto lontano da noi, anzi è proprio sotto i nostri piedi. Si sarebbe trattato di un continente non grandissimo, all’incirca delle dimensioni della Groenlandia, che sarebbe esistito fra 200 e 140 milioni di anni fa che, venuto a collidere con la zolla eurasiatica, sarebbe sprofondato sotto l’Europa. E’ stato chiamato Greather Adria, “Grande Adria” o “Adria maggiore”. Fra i non molti frammenti superstiti di esso, l’Italia, o perlomeno la parte di Italia a occidente dell’arco alpino, che rappresenterebbe precisamente il bordo di collisione fra le due zolle continentali.

Riportando la notizia su MSN.com, in data 25 settembre, un articolo di Emanuele Orlando intitola: Trovato un continente perduto. Ma no, non è Atlantide, è l’Italia. Naturalmente, stiamo parlando di un’epoca in cui l’umanità non era ancora emersa e il nostro mondo era popolato da dinosauri. Tuttavia, pensarci fa un effetto singolare e anche molto triste: Un tempo remoto eravamo in continente. Duemila anni fa eravamo un impero esteso dalla Britannia alla Mesopotamia. Oggi, incatenati ai ceppi della NATO e della UE non siamo nemmeno uno stato sovrano, e tra poco, imbastarditi dall’immigrazione/sostituzione etnica, non saremo più neppure un popolo.

 NOTA: nell’illustrazione, musici raffigurati in un affresco di una tomba etrusca. Lascio decidere a voi se abbiano una fisionomia europide o subsahariana.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 18 Novembre 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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