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La volontà di rivincita: nascono i FdC, Firenze 1919 (terza parte) – Giacinto Reale

La volontà di rivincita: nascono i FdC, Firenze 1919 (terza parte) – Giacinto Reale

Le giornate dell’Adunata, con un rilevante contorno di zuffe ed aggressioni mostrano subito alla Nazione intera che il Fascismo non è, anche per volontà degli avversari un Partito/Movimento come quelli preesistenti, ma un protagonista intenzionato a portare, nella vita politica, un’aria nuova, foriera di più grandi novità.

 

L’intervento più importante, però, è quello, al pomeriggio, di Michele Bianchi, il quale consapevole degli umori dell’assemblea esordisce quasi con una sfida:

Eccoci all’argomento più appassionante di questo nostro Congresso. Non so, e non mi preoccupo della fortuna che presso di voi incontrerà questo mio discorso; siano applausi o siano fischi; siano consensi o contrasti, ho promesso a me stesso di parlare una parola libera.

Ed eccovela. Io non so, io non riesco, io non sono capace di concepire il Fascismo se non come superamento di tutte le forme tradizionalistiche, anche di quelle che pur ora si ammantano di un paludamento rivoluzionario. In tanto io mi sento fascista, in quanto mi sento uomo nuovo; nel grado di mutamento è il mio rinnovamento. (1)

La proposta del vecchio sindacalista, è, in sostanza, quella di preferire il criterio del “caso per caso” senza nessuna adesione preconcetta ai soli blocchi degli ex interventisti di sinistra, come vuole la gran parte del vertice milanese:

La guerra sarà la piattaforma delle prossime elezioni. E i fascisti, per la loro dignità, per la loro fierezza, non possono non raccogliere il guantone di sfida. Quale ragione sostanziale milita perché da un’alleanza elettorale debbano essere esclusi gli interventisti di destra ? Io non ho nessuna ragione particolare di simpatia per gli interventisti di destra, e nessun motivo di antipatia personale per gli interventisti di sinistra… (2)

 

La posizione di Bianchi, molto diversa da quella mussoliniana, anche se apparentemente più realistica, forse manca anch’essa di realismo, perché, all’ottobre del 1919, a destra (si pensi alla freddezza con la quale i nazionalisti hanno accolto l’adunata del 23 marzo) non c’è più voglia di aperture di credito al nuovo movimento di quanta ce ne sia a sinistra.

In prospettiva, si può dire che essa si rivelerà, però, più lungimirante dell’altra, e basterebbe questa constatazione per superare la sottovalutazione che normalmente si fa delle giornate fiorentine, e per non condividere l’opinione defeliciana secondo la quale “si può dire che il Congresso dei Fasci si esaurisse quasi completamente nel discorso di Mussolini”.

Alla fine dei lavori sono approvati quattro ordini del giorno. A favore della classe operaia, per l’abolizione della censura sulla stampa, di solidarietà a D’Annunzio, e per le prossime alleanze elettorali.

Quest’ultimo, che è il più importante, ha una precisa indicazione di sinistra. In esso infatti, è detto a chiare lettere che “il blocco preferibile per i fascisti è quello che comprende i volontari di guerra, gli Arditi, gli smobilitati,i combattenti, i repubblicani, i socialisti interventisti, i futuristi”.

E’, però, fuori del teatro che si svolge lo spettacolo più animato, a cominciare dall’aggressione allo stesso Mussolini.

I prodromi, si può ben dire, vano cercati in quanto accade verso mezzogiorno, quando, sospesi i lavori, i congressisti sciamano fuori, alla ricerca di posti dove fare colazione, mentre Mussolini fa un rapido passaggio di saluto all’Associazione Combattenti, in piazza Ottaviani, e si reca poi al Baglioni per riposare un po’.

Marinetti, Vecchi e altri vanno invece al “Gambrinus” e il fondatore del Futurismo improvvisa un comizio sotto i portici, proprio per sfidare un’atmosfera che sente carica di tensione.

Infatti, quando verso le 19,00 ai tavolini dello stesso caffè siede Mussolini con i suoi accompagnatori, in attesa di tornare all’Associazione Combattenti, dove è stato organizzato un banchetto in suo onore, scoppia la bagarre. Prima insulti e qualche corpo a corpo nella piazza, dal lato di via Brunelleschi, poi incidenti più gravi sotto la sede dell’Associazione, dove un folto gruppo di operai, di passaggio sul tram numero 15, rivolgono urla, fischi ed insulti ai fascisti presenti.

Questi reagiscono, prendono d’assalto il mezzo e bastonano a destra e a manca, rimanendo sostanzialmente padroni del campo.

Ma non è ancora finita. Ultimato il banchetto, un folto gruppo di partecipanti, con in testa proprio Mussolini, si reca al caffè Pazkowski, in piazza Vittorio Emanuele, e prende posto ai tavolini esterni, approfittando di una serata che ancora fredda non è. Si sono appena seduti, che da un angolo della piazza vengono esplosi dei colpi di rivoltella al loro indirizzo.

Giunta salta su un tavolino, brandisce la sua grossa rivoltella d’ordinanza e incita tutti alla reazione, che, infatti, non manca.

Nel tempo, degli avvenimenti di quella sera si daranno svariate versioni, in genere malevole, tendenti a svilire il ruolo di Mussolini, mentre chi c’era non le diede gran conto, ritenendola nell’ordine naturale e prevedibile delle cose.

Eno Mecheri, per esempio, nel dopoguerra si cimenterà con un controcanto al racconto della Sarfatti, sul quale pure è lecito dubitare:

Ma, all’amica Sarfatti, di bugie ne disse non poche, per apparire più gallo di quel che non fosse. Fece raccontare, ad esempio, anche questa, a riguardo del primo congresso nazionale dei Fasci, che si svolse a Firenze ai primi dell’ottobre 1919.: “Il congresso si aggiorna per la colazione e il Mussolini, che odia le festosità conviviali, siede solo a un ristorante di piazza Vittorio Emanuele. E’ il tocco. Firenze passeggia e chiacchiera, lo riconoscono gruppi di quattro o cinque giovinastri, complottano la mala beffa, si preparano a sfilargli innanzi buttando accanto ognuno un soldino di rame. Ma al primo che passa, la grossa rivoltella d’ordinanza è uscita di tasca, bene in vista sul tavolino. Non si alza e non la impugna, solo dice a voce chiara: “Il primo che ancora passa qui gli sparo”

Invece l’episodio si svolse di sera e protagonista fu semplicemente l’anarchica Latini, compagna del noto anarchico Gavilli. Ma andò così: quella sera l’Associazione combattenti offrì un rinfresco ai congressisti fascisti nella sua sede di piazza Ottaviani. Sul finire, vennero ad avvertire che fuori, in strada, passeggiava con aria sospetta e le mani in tasca la ben conosciuta anarchica Latini. Per l’uscita furono perciò prese tutte le precauzioni, tanto più che la città si era rivelata ostile, dominata com’era dall’elemento sovversivo, mentre i fascisti localisi riducevano ad una ventina di persone, in maggioranza intellettuali, e quindi alieni da violenze (bisogna ricordare che il bellicoso fascismo fiorentino sorse due anni dopo, nel 1921).

In gruppo serrato, con in mezzo Mussolini, usciamo dunque per recarci nella vicina piazza Vittorio Emanuele, dove sedemmo ai tavolini posti all’aperto del Pazschosky, per prendere il caffè. Indubbiamente i neutralisti erano sulle nostre mosse, perché, dopo pochi minuti, una colonna di essi sopravvenne da via Roma, al canto di “Bandiera rossa”, per attaccarci. Fu proprio mentre contraccavamo, mettendo in fuga l’avversario, che l’anarchica Latini ne profittò per realizzare il disegno certamente premeditato. Essa riuscì infatti ad avvicinarsi al tavolo dove Mussolini era rimasto seduto quasi solo, scagliandogli addosso una manciata di monete di rame, senza incontrare reazione alcuna, anche perché, nella confusione del conflitto che si svolgeva nella piazza, ella seppe eclissarsi rapidamente tra la folla. (3)

 

Sulla stessa linea, mossa dallo stesso rancoroso intento, e forse addirittura più malevola, la versione di De Vecchi:

Alla fine dei lavori, ci scontrammo con i socialcomunisti, i quali ci affrontarono in strada, a bandiere spiegate, all’altezza del monumento a Vittorio Emanuele II. La folla che ci fronteggiava era compatta e armata di randelli. Eravamo insieme Ferruccio Vecchi, Marinetti e io. Mussolini era in disparte, a pochi passi da noi. “Che si fa ?” domandò Vecchi “Si fa a cazzotti” ribattè Marinetti. “Non c’è altro da fare, anche se loro hanno i bastoni e noi siamo a mani vuote”. “Se ci vogliono, siamo qui” dissi io. Riguardai attorno e aggiunsi: “E Mussolini ?” “Fare a botte non è il suo forte” disse Vecchi. Cimettemmo attorno a Mussolini e lo convincemmo a rifugiarsi in un caffè di cui abbassammo subito la saracinesca. Alcuni collaboratori lo seguirono per tenergli compagnia. Il primo scontro fu a urli, poi cominciarono le botte. Girandole di legnate, dalle quali ci difendevamo, servendoci come scudi delle sedie del caffè che erano di ferro e risuonavano come campane. “Dai Cesare” gridava Marinetti, “sei un cazzottatore perfetto!…” E io di rimando “Faccio quello che posso, ma stai tranquillo che non mi lascio menare gratuitamente da quella teppaglia !.. (4)

Giornate indimenticabili, come si vede, per coloro che, a vario titolo, sono coinvolti in ciò che avviene dentro e fuori il teatro, ma che non “arrivano” e non convincono il resto della città, nemmeno quella meglio disposta:

12 ottobre. Solamente Carlino, “il bello”, del nostro gruppo era andato a una riunione al teatro Olimpia e poi ci aveva raccontato che si era trattato della adunata dei Fasci di Combattimento, ma, benché nei giorni antecedenti la riunione fossero apparsi sui muri dei manifesti annunciando il raduno al quale avrebbe partecipato quel Mussolini de”Il Popolo d’Italia” e il fondatore del Corpo degli Arditi, un certo Vecchio o Vecchi, nella sala e nei palchi dell’Olimpia si contavano quattro gatti.

Sempre secondo Carlino, ci sarebbe stato un gran chiacchierare sopra una specie di programma nel quale si parlava di abolire il Senato, passare le ferrovie ai ferrovieri, e un mucchio di altre cose confuse, tra le quali venne fuori la boutade del Marinetti, quello futurista, che voleva distruggere tutti i musei, cacciare il Papa fuori del Vaticano, cioè “svaticanizzare l’Italia”.

Sarebbero seguite a queste chiacchiere alcune cazzottate al caffè Gambrinus e al Paszkowski, un paio di revolverate in via degli Avelli.

“Vi dico un mucchio di sproloqui che non valeva la pena di sentire, una perdita inutile di tempo”. (5)

 

A questa data, Piazzesi e i coetanei suoi compagni sono ancora estranei alla politica. “sentono”, come tanti, che così non può andare avanti, che si sta tradendo il senso stesso della guerra alla quale hanno partecipato i loro padri e fratelli maggiori, desiderano “agire”, ma non sanno come.

Su di loro, perciò, probabilmente non ha grande influenza il colpo di grazia che viene inferto agli sbandati fascisti con gli arresti di Milano, che coinvolgono tutta la classe dirigente del movimento, Mussolini in testa.

Una brutta fine per il 1919, il marinettiano “turbolento diabolico e glorioso 1919”, che, però, non basta a vincere l’animo di combattenti nati, quali sono, anche a Firenze, gli uomini in camicia nera.

A Dicembre, “L’Assalto” pubblica un pezzo che, con riferimento agli incarcerati del capoluogo lombardo, si intitola “Noi delinquenti”, e, nella chiusa, rilancia l’ottimistica sfida degli ex combattenti alla faccia della nutrita rappresentanza parlamentare socialista e della tolleranza nittiana:

I centocinquanta dell’estrema sinistra evidentemente turbano i sogni del “basilisco”, ed è naturale che egli cerchi di ingraziarseli a prezzo delle nostre teste pur di conservare il Governo con i consensi dei fanatici di Lenin. Noi serviamo soltanto per essere nominati nei discorsi delle grandi occasioni ed ammanettati il giorno dopo.

Ma è questo che ci rende alteri e tranquilli; così non sono possibili confusioni di ibridi contatti perché così si segna una linea precisa di purezza fra la nostra delinquenza generosa e civile che attinge a quella di Garibaldi e di Mazzini, e la loro delinquenza malvagia e parricida che li accomuna al vomito delle galere aperte.

Non abbiamo paura, noi, che siamo vittoriosi in eterno come la vittoria d’Italia. (6)

 

NOTE

  1. Cronaca de “Il Popolo d’Italia”, riportata in “Panorami di realizzazioni del Fascismo”, cit., pag. 133
  2. Ivi
  3. Eno Mecheri, Chi ha tradito?, Milano 1947, pag. 132
  4. Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, Il quadrumviro scomodo, Milano 1983, pag. 21
  5. Mario Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano 1919-1922, Roma 1980, pag. 57
  6. Pietro Valgiusti, cit., pag. 78

 

FOTO 1: i partecipanti al Congresso

FOTO 2: la Disperata, formata nel 1921, della quale farà parte anche il giovane Piazzesi

 

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Categorie: Storia, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 13 Novembre 2019

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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