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La volontà di rivincita: nascono i FdC, Firenze 1919 (seconda parte) – Giacinto Reale

La volontà di rivincita: nascono i FdC, Firenze 1919 (seconda parte) – Giacinto Reale

 Nonostante la sua scarsa rilevanza sotto il profilo numerico ed organizzativo, al Fascio di Firenze viene assegnato l’onore e l’onere di organizzare la prima “Adunata” del movimento. Tra un Segretario che va e uno che viene, i primi fascisti del capoluogo cercano di fare la loro parte….

 

 

Il Comitato centrale dei Fasci di Combattimento, riunito a Milano il 5 luglio, proclama la sua “illimitata solidarietà con il popolo delle varie province d’Italia contro gli affamatorie, nel contempo, plaude alle iniziative di requisizione popolare in atto qua e là, in nome della difesa dei diritti di tutta la popolazione allo stremo, e degli ex combattenti in particolare, contro gli arricchimenti e le speculazioni del grosso capitale –ma anche dei piccoli profittatori- che dalla guerra, e oggi dal dopoguerra, ha tratto e cerca di trarre solo profitto.

Alceste De Ambris, lo stesso giorno, parla di “giustizia di popolo” e si spinge più in là: “…qualche incettatore penzolante dal lampione vicino al covo dei suoi misfatti, qualche trafugatore di alimenti schiacciato sotto delle patate o sotto i lardi nascosti per produrre il rialzo artificiale, servirebbero di esempio”.

Anche nel capoluogo toscano i fascisti si inseriscono nelle agitazioni contro il caroviveri, che, nella loro ottica devono avere il primario obiettivo del calmieramento all’origine dei prodotti di grande consumo e di prima necessità, e dello svuotamento dei magazzini militari, dove le merci approvvigionate per le esigenze di guerra si vanno ora deteriorando.

Non può stupire più di tanto, quindi, la storia, raccontata da uno scandalizzato Salvemini –e poi ripresa da altri- di un Giunta protagonista delle giornate di agitazione:

Pure, quando la notizia dei moti di Forlì apparve sui giornali del 2 luglio, non furono i massimalisti ad incitare la folla alla “azione vera e risolutiva”; fu quello stesso nazionalista, Giunta, che a Roma pochi giorni prima aveva cercato di sollevare i combattenti contro il Governo. La sera del 2 luglio, in una adunanza di combattenti, agitando un paio di scarpe, gridò di averle pagate 48 lire, eccitando i compagni a saccheggiare i negozi. La mattina del 3 luglio, il quotidiano ultraconservatore di Firenze, “La Nazione”, dedicò due colonne a descrivere la rivolta “disciplinata” di Forlì, Faenza, Imola e altre località, e mezza colonna ad attaccare violentemente profittatori di guerra. (1)

Lo stesso uditorio (“un’adunanza di combattenti”) del comizio “rivoluzionario” di Giunta conferma quanto siamo venuti dicendo a proposito dell’identificazione “trinceristi-popolo in rivolta” che i fascisti prepongono ad ogni altra considerazione. Giunta, volontario e Capitano dei Granatieri al fronte, è un altro di quegli specialissimi temperamenti forgiati dalla guerra, che nel clima del dopoguerra trovano modo di emergere. Non c’è niente di strano nel fatto che, anche in questa occasione, si metta in mostra.

Si è già distinto, però con una presa di posizione politica, anche a Roma, in occasione del primo Congresso dell’Associazione Nazionale Combattenti, svoltosi dal 22 al 28 giugno. Lì ha incontrato d’Annunzio e Mussolini, ha vagheggiato progetti di colpi di Stato con Bottai, ha cercato di imporre la sua linea, letteralmente saltando sul tavolo della Presidenza quando non gli vogliono dare la parola:

Allora, dal fondo della sala, spalleggiato da un gruppo di amici dal fegato sano, chiesi la parola, e siccome non me la volevano dare, presi la corsa, balzai con un salto sul tavolo della presidenza, pestando le mani al povero Sindaco Apolloni, e feci un breve preambolo di presentazione a un Ordine del Giorno, col quale “i combattenti, saliti per la prima volta in Campidoglio, rivendicavano il diritto di dare all’Italia un Governo che fosse capace di valorizzare gli immensi sacrifici della guerra vittoriosa, e a tal fine chiedevano il congedamento del Ministero Nitti, lo scioglimento del Parlamento, e la nomina di un Governo extraparlamentare composto di uomini nuovi e che godessero la loro fiducia”. (2)

Con lui ci sono Vecchi (che trova anche il modo di azzuffarsi con un delegato, e farsi espellere) e Mussolini, al quale, però non viene concesso di parlare, e deve seguire i lavori da giornalista.

Proprio tra lui e Giunta si verifica un curioso incidente, che colpisce tutti, e particolarmente un giovanissimo studente, che, ancora molti anni dopo, ricorderà la sdegnata reazione del Granatiere fiorentino nei confronti di un Mussolini che si lamenta della scarsa attenzione dei trinceristi verso il suo movimento:

A questo rimprovero, sia pure espresso con una forma velata, replicò immediatamente un lungo, smilzo Tenente dei Granatieri, con gli occhi grifagni e il naso adunco; un vero fiorentino, nel profilo e nel linguaggio. Chiaro, incisivo, la sua oratoria era spontanea, efficacissima:

“Non è vero, Benito Mussolini –egli disse- non è vero che i combattenti abbiano dimenticato “Il Popolo d’Italia” che, per più di tre anni, fu la loro bandiera nelle trincee dallo Stelvio al mare”.

Mussolini si alzò per stringere la mano all’Ufficiale dei Granatieri in divisa con una fila di distintivi azzurri sul petto; quell’Ufficiale era Francesco Giunta. Fu lì, alla sala della Tor de’ Conti che Benito Mussolini e Francesco Giunta si conobbero. (3)

Un vero fiorentino”, dunque, di svelta parola, senza timori riverenziali verso ognuno, e fieramente “di parte”, come riconoscerà egli stesso: “Sono stato fascista e uno squadrista convinto. Non lo rinnego. Io ho creduto di servire il mio paese e l’ho fatto con il massimo disinteresse. Si è detto che sono stato fazioso. Anche Gesù Cristo è stato fazioso per i farisei. Ma io l’ho fatto per la mia fede e non l’ho mai rinnegato”.

Tutto viene meno, però, in queste giornate di luglio, di fronte alla realtà di un’agitazione di massa che nessuno riesce a controllare, tanto che alle violenze, non di rado si abbandonano, confusi tra la gente comune, delinquenti abituali e borghesi “profittatori”.

La smania di svuotare i negozi, pagando a “prezzo politico”, contagia tutti. L’impunità per i più furbi e svelti sembra facilmente assicurata con un po’ di destrezza. Questa ansia di consumo, in pratica, rischia così di acuire la crisi. In poche ore viene dato fondo a scorte di materiali che, saggiamente amministrati, potrebbero durare per mesi. Particolarmente presi di mira sono anche i generi di lusso” e voluttuari. Profumi, abbigliamento di pregio, liquori e vini. Gli alcolici scorrono a fiumi tra le masse eccitate. Le città, oltre che saccheggiate, sono anche “sfiascheggiate”, come si comincia a dire.

I dubbi che cominciano a serpeggiare negli ambienti fascisti trovano una conferma quando viene indetto in tutta Europa, per il 20 e il 21 luglio uno sciopero di protesta che, in segno di solidarietà con la Russia sovietica, verrà definito “lo scioperissimo”, ma si tramuterà in effetti in un “fiaschissimo”, anche se, alla vigilia, la paura è tanta.

L’Avanti pubblica una minacciosa vignetta di Scalarini, con un operaio che indica ad un borghese una bara aperta, sulla quale è scritto: 20-21 luglio 1919”, mentre nei circoli politici si parla diffusamente di prova generale di inizio della rivoluzione rossa in Italia e forse in tutto il continente.

Il vertice milanese del movimento decide allora per la mobilitazione. Un deliberato del 17 luglio dispone che il Comitato Centrale sieda in permanenza a Milano, e prevede lo stato di allerta per tutti i fascisti, che si manifesterà con “risoluti atteggiamenti” da decidersi a seconda delle diverse circostanze e realtà locali. Succede così che, in un contesto nazionale abbastanza tranquillo, a Brescia i fascisti, guidati dallo studente diciottenne Alessandro Melchiori, provino a dare l’assalto alla Camera del Lavoro.

Niente di tutto questo a Firenze, dove i rapporti di forza sono ancora troppo scalibrati. Il 26 giugno, in piazza Ottaviani, viene ufficialmente costituito il Fascio. Ventisette i presenti, fra i quali è nominato segretario l’ex Ufficiale, mutilato di guerra, Pietro Carrer.

Ad esso si affiancherà ben presto una “Lega Studentesca Italiana”, con lo scopo di fare proselitismo tra i più giovani.

Lo scopo, non dichiarato, è anche quello di “mettere ordine” in un ambiente eterogeneo ed assortito, di varia composizione sociale, che comprende il titolato e il fruttivendolo del mercato, ma nel quale manca “l’uomo dal pugno di ferro, o il lestofante chiacchierone”.

Proprio a Firenze, il 9 ottobre, si inaugura il primo congresso nazionale dei Fasci di Combattimento.

Nonostante “Il Popolo d’Italia” lo definisca “Adunata nazionale d’urgenza”, probabilmente con riferimento all’incalzare della situazione, dopo l’occupazione dannunziana di Fiume, la data è stata più volte spostata, a causa della prevista mobilitazione avversaria e dei mille problemi organizzativi, tra i quali il principale si rivela essere la difficoltà di reperire in città una sede idonea, dopo il rifiuto dei teatri “Verdi”, “Pergola” e “Niccolini”.

Alla fine, la scelta –obbligata- cade sull’ “Olimpia” (più tardi chiamato anche “Nazionale”), in via dei Cimatori.

In una intervista a “Il Nuovo Giornale”, Mussolini giustifica la scelta della città “per ragioni soprattutto geografiche, per dar modo, cioè ai nostri moltissimi amici dell’Italia meridionale di partecipare, senza interminabili viaggi”.

In effetti, la situazione nel capoluogo toscano non è certo rosea per il neo-nato movimento. Carrer, chiamato a Livorno per definire la sua posizione di mutilato e Ufficiale in congedo, non ha saputo fare di meglio che affidare il Fascio a Eduardo Frosini, che è anche Presidente dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, oltre che dirigente dell’Associazione di Difesa Cittadina.

Egli, perdipiù, pensa bene, a fine settembre, di partire per Fiume, lasciando carteggio ed elenchi ad un fiduciario, per la riconsegna a Carrer, al suo rientro.

Tocca perciò a Pasella, recatosi di persona a Firenze, curare, insieme a qualche volenteroso, i minimi adempimenti organizzativi per un Congresso che già si presenta sicuramente atipico rispetto a quelli degli altri Partiti, non foss’altro che per il clima artificiosamente ostile che gli avversari gli hanno creato intorno.

Gli ordini del giorno del congresso di Firenze vennero scritti a suon di rivoltellate ! Ad ogni fine di seduta i congressisti dovevano aprirsi il varco, fra la ciurmaglia sovversiva, con le armi in pugno. E i discorsi di chiusura vennero tenuti in piazza, fra un volo di seggiole e bastoni,. In testa all’esiguo manipolo marciavano, con passo d’assalto, Mussolini, Marinetti, Arpinati, e ricordiamo i vecchi ora scomparsi: Gioda, Angelini, Besana, Aversa…Ma il Fascismo era uscito dalla culla milanese e già urlava in tutte le piazze il suo grido suscitatore. (4)

I primi incidenti si verificano, in verità, ancor prima che il Congresso inizi. Nella tarda serata del giorno 8 un folto gruppo di simpatizzanti fascisti si reca alla stazione in attesa del treno che dovrebbe portare Mussolini, che, però, non arriva.

Individuati da elementi socialisti, scatta la mobilitazione sovversiva. Nel percorso verso la sede dell’Associazione Combattenti, si verificano tafferugli che fanno alcuni feriti, prontamente soccorsi nella farmacia di via Panzani:

Tutti poi vanno stazione. Pussisti a gruppi. Uno viene cazzottato dentro stazione.

Mussolini non arriva. Si esce. Cantiamo. I pussisti fischiano. Hanno due mutilati in testa fez nero. Pugilato cazzotti bastoni pietrate angolo di piazza Unità. Sassaiola terribile. Tutte le finestre si chiudono fulmineamente. Baglioni ha le finestre tempestate di sassate. Noi rispondiamo contrattaccando con pietre bastoni e rivoltelle inseguendo intorno al monumento i pussisti. Carabinieri. Poi camions truppa. La piazza è seminata di pietre. (5)

La cosa non sembra di buon auspicio, e, perciò, è con i nervi a fior di pelle che i convenuti nel teatro, si apprestano a sentire le novità portate dal capo di Milano.

Nell’attesa, l’atmosfera, all’interno della sala ricorda molto certe riunioni sindacal-rivoluzionarie dell’anteguerra, con il rinforzo di ex combattenti e Arditi:

Una rapida visita per la sala ci rivela la presenza di una infinità di uomini cari e valorosi, ben noti nella frazioni d’avanguardia. La prima constatazione è che la massa dei congressisti si compone di combattenti, molti nastrini azzurri, molti distintivi di ferite e di campagne. La seconda è la presenza di parecchi elementi operai e politici del sindacalismo italiano; rivediamo vecchi organizzatori e antichi apostoli dell’idea socialista (6)

Mussolini sente aria di casa, e, quando arriva, verso le 10,15, accolto dal gagliardetto degli Arditi e dalla bandiera di Fiume, con un ingresso di quelli che lasciano il segno: “barba incolta, un berrettino da ciclista che portava i segni dello squallore, parecchie macchie untuose sull’abito, il segno della stanchezza, ma pur quello di una volontà indomita”, esordisce, alla vecchia maniera con un sonoro “Compagni fascisti”.

La notizia della sua visita alla città olocausta e a d’Annunzio è stata anticipata dai giornali, e quindi egli non si esime dal riferirne ai presenti, per confermare il sostegno assoluto e totale dei fascisti all’azione del Poeta, che in quel momento non può che motivare una scelta repubblicana:

Noi siamo degli antipregiudizialisti, degli antidottrinari, dei problemisti, dei dinamici; non abbiamo pregiudiziali né monarchiche né repubblicane. Se ora diciamo che la monarchia è assolutamente inferiore al suo compito, non lo diciamo certo in base ai sacri trattati. Noi giudichiamo dai fatti e diciamo: in questi mesi di settembre e di ottobre, si è fatta in Italia più propaganda repubblicana che non si fosse fatta negli ultimi cinquant’anni….Allora io vi dico chiaramente che il problema monarchico che ieri non esisteva per noi in linea pregiudiziale, si pone oggi in tutti i suoi termini. La monarchia ha forse compiuto la sua funzione cercando ed in parte riuscendo ad unificare l’Italia. ora dovrebbe essere compito della repubblica di unirla e decentrarla regionalmente e socialmente, di garantire la grandezza che noi vogliamo di tutto il popolo italiano. (7)

Affronta anche il problema dei rapporti con i socialisti, ribadendo quello che un motivo ricorrente della propaganda portata avanti da “Il Popolo d’Italia”, e cioè la falsa identificazione tra il Partito di Turati e le masse lavoratrici:

….un Partito del quale i proletari sono un’infima minoranza, mentre abbondano tutti quelli che vogliono un posticino al Parlamento, al Consiglio comunale o nelle organizzazioni. E’ in realtà una cricca politica che vorrebbe sostituirsi alla cricca dominante. Noi non dobbiamo confondere questa cricca di politicanti mediocri con l’immenso movimento del proletariato che ha una sua ragione di vita, di sviluppo e di fratellanza. (8)

Si può dire, comunque, che nel corso dei lavori egli assuma una posizione sostanzialmente mediana tra le varie posizioni sui maggiori problemi del momento. . A carattere più generale, chiede l’abolizione della censura sulla stampa e, soprattutto, propone l’ipotesi, per le prossime intenzioni, di un rilancio del “blocco” con gli interventisti di sinistra, in funzione antigovernativa, e solo come alternativa estrema quella di “aderire anche ad un blocco interventista in senso più complesso e più vasto”.

La sala lo ascolta con la dovuta attenzione, e, quando finisce, mentre altri oratori (Delcroix, Pasella, Baseggio che porta il saluto di De Ambris) si alternano sul palco, le discussioni divampano:

Il locale, gremito di fascisti e di sovversivi, di incerti e di curiosi pareva avesse a scoppiare, tanto era carico di volontà e di bile. I discorsi, le idee, le contro idee, si incamminano, si scontrano, si intersecano, si respingono, e intanto, quelle buone, si intende, sono messe là, quale lievito nella pasta del pane. Mussolini tace ed ascolta: forse il suo pensiero, tutto azione, è già aldilà delle chiacchiere. (9)

Nella seconda giornata, Umberto Pasella che è succeduto ad Attilio Longoni, dimissionario dopo alcuni mesi, forse per sospette irregolarità amministrative, nella carica di Segretario generale, fa la sua “Relazione morale” e comunica i dati relativi alla diffusione del movimento: 148 Fasci costituiti, 68 in via di costituzione, 42.386 aderenti.

Sono dati soddisfacenti, anche se hanno un valore molto relativo. Si tratta, per lo più, di associazioni molto aleatorie, i primi Fasci sono veramente “nuvole che il vento aduna, disperde e raduna per poi disperdere ancora”.

Seguono la relazione di Umberto Fabbri, del Fascio di Roma, quella di Giacinto Francia, che ricorda il problema del Mezzogiorno e di Marinetti, che riprende il tema dello “svaticanamento” dell’Italia.

 

NOTE

  1. Gaetano Salvemini, Scritti sul fascismo, Milano 1961, vol. I, pag. 468
  2. Francesco Giunta, Un po’ di fascismo, Milano 1935, pag. 66
  3. Alfredo Signoretti, Come diventai fascista, Roma 1967, pag. 61
  4. Luigi Freddi, Bandiere Nere, contributo alla storia del fascismo, Roma 1929, pag. 74
  5. Filippo Tommaso Marinetti, Taccuini 1915-1922, Bologna 1987, pag. 447
  6. Cronaca de “Il Popolo d’Italia”, riportata in “Panorami di realizzazioni del Fascismo”, Roma 1942, vol. III prima parte, pag. 128
  7. Ivi, pag. 129
  8. Ivi, pag. 130
  9. Ottone Rosai, Un po’ di cronaca del ’19, ne “Il Bargello”, nr 43 del 27 ottobre 1934, pag. 8

 

FOTO 1: Francesco Giunta

FOTO 2: il manifesto per il Congresso di Firenze

 

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Categorie: Storia, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 6 Novembre 2019

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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