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Il segreto del Dr. Honigberger e il problema dei poteri magici – Gabriel Badea

Il segreto del Dr. Honigberger e il problema dei poteri magici – Gabriel Badea

Preliminare
Di recente, per i tipi di Bietti Editrice, è apparsa una nuova edizione in italiano di uno dei romanzi brevi più apprezzati scritti da Mircea Eliade, Il segreto del dottor Honigberger. Era necessaria una nuova edizione, poiché quella del 1988 (1) era ormai esaurita da tanti anni e presentava diverse carenze, sia nella traduzione sia a livello editoriale (numerosi errori di ortografia, ecc). Il romanzo non ha una trama narrativa molto complicata, tuttavia, come nel romanzo complementare Notti in Serampore, è ispirato al potente filone della spiritualità orientale. Per un lettore che non è familiarizzato con essa e non vuole cadere preda di un esotismo facile e artificiale, di grande utilità sono gli studi dell’apparato critico del libro: la prefazione firmata da Horia Corneliu Cicortaş, l’introduzione di Eliade per l’edizione americana del 1970 (Two Tales of the Occult), oltre a due studi di grande valore, dalla parte finale del volume: Tracce in una biblioteca ‟occulta” (H.C. Cicortaș) e Un triplice segreto (G. de Turris).

Fratture temporali o sincronicità?
Il romanzo ha ricevuto un’attenzione speciale in Italia, a causa di un dettaglio che sfida la logica di tipo causale e migliora l’aura di mistero che circonda il testo stesso. Si tratta dell’assistente del personaggio di Honigberger, designato solo dalle iniziali J.E. Lui è segnato da un destino fatale: a causa di errori commessi durante le pratiche yoga, soffre di amnesia e paralisi ‟dei centri nervosi o dei plessi occulti”. Diversi ricercatori, in particolare romeni e italiani, si sono chiesti se questo misterioso J.E. potesse essere Julius Evola. Eliade scrisse il romanzo nel 1940 e l’esoterista italiano subì una parziale paralisi degli arti inferiori, a causa di un’esplosione, durante l’assedio di Vienna, nel 1945. Questa ipotesi è verosimile, poiché la figura di Evola appare spesso nella letteratura di Eliade (Tuliu in Vita nuova, Ieronim Thanase in Diciannove rose, Uniforme di generale, Incognito a Buchenwald) (2). Tali coincidenze ‟acausali” o casi di sincronicità (3) sono state riportate nel secolo scorso, in particolare nel movimento surrealista: il caso di Victor Brauner e il suo premonitorio ‟Autoritratto con occhio estratto” (1931), seguito da un incidente sette anni dopo, nel quale perse l’occhio sinistro; ‟Ritratto di Guillaume Apollinaire” (1914), di Giorgio de Chirico, nel quale l’ombra del poeta francese ha un cerchio bianco vicino alla tempia, dove uno schizzo di obice lo avrebbe ferito dopo due anni, durante la prima guerra mondiale. Sappiamo dell’infortunio di Evola che non è stato casuale: sebbene potesse andare in un rifugio sotterraneo, ha scelto di vagare per le strade di Vienna  durante il raid aereo, nel tentativo di affrontare il proprio destino. In un certo senso, il suo dramma è stato consapevole, a seguito di un’ordalia a cui si è stato volontariamente sottoposto. Ecco le parole di Evola:

“A dir vero, il fatto non fu privo di relazione con la norma, da me già da tempo seguíta, di non schivare, anzi di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte. È cosí che, ad esempio, a suo tempo avevo fatto non poche ascensioni rischiosi in alta montagna. Ancor piú mi ero attenuto a quella norma allora, presso al crollo di tutto un mondo e al senso preciso di quel che sarebbe seguito” (4).

In breve, il filo narrativo del romanzo è il seguente: nell’autunno del 1934, tornato di recente a Bucarest dopo uno stage in India, un giovane orientalista (alter-ego di Eliade) è invitato dalla signora Zerlendi a studiare nella biblioteca (5) di suo marito, un medico scomparso in condizioni misteriose più di due decenni fa (1910). Zerlendi si era appassionato all’orientalismo mentre documentava una monografia dedicata al lato occulto del dottor sassone Johann Martin Honigberger (6), che aveva viaggiato nell’Oriente arabo e in India nella prima metà del XIX secolo. Inizialmente, il giovane narratore ebbe l’impressione che Zerlendi fosse un povero dilettante, che stava cercando di imparare il sanscrito per ottenere l’accesso ad alcune tecniche di yoga, che Honigberger menzionò in una lettera a un suo giovane discepolo, J.E. Attraverso l’ascetismo, la meditazione e il controllo ritmico del respiro (pranayama), il medico sassone sosteneva che possono essere raggiunte dimensioni trascendenti dell’esistenza, che si può andare oltre il tempo e lo spazio, che possono essere acquistate forze mentale speciali (percezione sovra sensoriale, chiaroveggenza, telepatia, telecinesi, lettura dei pensieri di qualcun altro) e, nelle fasi finali, l’invisibilità e l’accesso a un mondo nascosto, chiamata Shambala o Agarttha. Dopo molte settimane di ricerche intense, il narratore scopre il diario del dottor Zerlendi, in cui aveva notato la pratica delle tecniche magiche occulte e l’evoluzione dei cambiamenti psicosomatici o l’acquisizione di poteri magici. Tuttavia, a partire dalla scoperta del Diario, qualcosa cambia nell’atmosfera del romanzo: la signora Zerlendi si ammala e la serva Arnica avverte il giovane ricercatore che che non potrà più lavorare lavorare in biblioteca, poiché deve fare una pulizia periodica. Il giovane ritorna più volte a casa della via S., ma il suo accesso è negato con diversi pretesti. Alla fine di febbraio del 1935, riesce a entrare nella casa, ma questa volta è ricevuto di una nuova serva molto più giovane; viene accolto da Smaranda e dalla signora Zerlendi, le quali, con sua sorpresa, non lo riconoscono più. La figlia della signora Zerlendi afferma che era impossibile che il giovane orientalista avesse lavorato nella biblioteca di suo padre, poiché questa era andata dispersa durante l’occupazione tedesca molti anni fa (mentre il giovane sosteneva di aver lavorato in biblioteca due mesi fa). Disorientato, il giovane cerca senza successo una spiegazione razionale per questa situazione inverosimile. Ritorna dopo alcuni mesi, ma la casa ora sembrava deserta, con il cancello rimosso e la fontana al centro del giardino era ora piena di pietre e rottami di ferro. Vede solo il figlio di Smaranda, che chiama con il nome ‟Hans!”, ma il bambino perplesso gli dice di chiamarsi Ștefan.

Dal letterario al reale
Gran parte dell’esegesi critica dedicata al romanzo si è appassionatamente occupata di identificare i personaggi e i luoghi in cui si svolge il filo narrativo. I.P. Culianu ha cercato negli archivi di Brașov riferimenti sul Dr. Honigberger e quelli di Iași sul suo discepolo, J. E (7). Liviu Bordaș ha cercato informazioni su un possibile Zerlendi, appassionato di orientalismo, che sarebbe vissuto a Bucarest all’inizio del secolo scorso (8). Infine, dov’è questa misteriosa via S., vicino alla Via Vittoria? C’è ancora la casa dove si trovava la famosa biblioteca del dottor Zerlendi? C’era davvero un lato nascosto nella personalità di Honigberger o è solo una finzione dovuta a Eliade? La risposta potrebbe anche venire dalla seguente osservazione: la maggior parte dei personaggi sembrano essere perseguitati da un destino malvagio – Honigberger e Zerlendi scompaiono in condizioni misteriose; J.E., il discepolo del primo, commette alcuni errori nelle tecniche di Yoga, quindi rimane paralizzato e impazzisce; Bucura Dumbravă, appassionata di teosofia, muore a Port Said, al ritorno dall’India; Hans, uno degli studenti che avevano lavorato in biblioteca, viene ucciso durante una partita di caccia. Che significato avrà il destino infelice di coloro che provarono a entrare in contatto con la Realtà Assoluta alla quale fa riferimento la spiritualità tradizionale dell’Oriente? Riguardo agli altri personaggi abbiamo meno informazioni, ma molto eloquente è il caso del Dr. Zerlendi, che alla fine del suo diario sembra suggerire che le tecniche yoga descritte da Patañjali siano fuori controllo. Il viaggio del Dr. Zerlendi a Shambala non è sereno e pacifico. L’entusiasmo e la curiosità all’inizio del diario sono sostituiti da espressioni come: ‟Temo di…”; ‟Sono terrorizzato che…”. Questo stato non è di una coscienza liberata o di chi è riuscito a unificare gli stati di coscienza. In uno degli ultimi articoli sul Diario, datato 19 agosto, Zerlendi osserva ‟terrorizzato” di essere diventato invisibile senza la sua volontà. Seguendo uno dei domestici, questo sembrò sentire qualcosa di malvagio alle sue spalle, affrettarsi e facendo il segno della croce. Con uno sforzo molto intenso, Zerlendi riesce a diventare visibile solo a mezzanotte. Tali documenti attestano che Eliade era ben consapevole che le tecniche di yoga non sono così innocue, specialmente se praticate dagli occidentali autodidatti, come nel caso del personaggio di Zerlendi. Non ha accesso alla concezione metafisica che è basilare per le tecniche dello Yoga, lasciandosi dominare dal loro lato spettacolare. Zerlendi sembra essere un dilettante interessato solo all’acquisizione pratica di poteri miracolosi (siddhi), senza porsi problemi morali o spirituali, senza cercare il significato religioso di queste tecniche. D’altra parte, Zerlendi mescola le cose, poiché le tecniche di yoga non implicano la ricerca di Shambala, che è piuttosto una preoccupazione degli occultisti europei della fine del XIX secolo (d´Alveydre, Jacolliot) e del inizio del XX secolo (Guénon, Roerich).

Il filtro fantastico
Nella prefazione alla traduzione inglese delle due storie specifiche dell’India, Two Tales of the Occult, New York, Herder and Herder, 1970, Eliade offrì una possibile chiave per interpretare il romanzo Il segreto…, uno meno accessibile alla critica letteraria ‟testualista”. Facendo riferimento alla relazione tra ‟autentico” e ‟immaginario” nel testo del romanzo, Eliade ammette un contributo significativo dell’immaginazione letteraria (ad esempio nel caso del Dr. Honigberger, creando un lato nascosto di essa), assente dalle memorie e dalla biografia ufficiale. Questo contributo immaginario, tuttavia, era necessario per illustrare la dialettica sacro-profana, potremmo dire una delle intuizioni fondamentali che Eliade ebbe in India:

Tuttavia, in queste due storie ho introdotto con cura una serie di dettagli immaginari, per suscitare in ogni lettore prudente un sospetto sull’autenticità dei ‟segreti” yogici. […] La stessa osservazione è rilevante per alcune tecniche yogiche descritte: alcune descrizioni corrispondono a esperienze reali, altre riflettono più direttamente il folklore yogico. In effetti, questo mélange di realtà e finzione è ammirevole per la concezione centrale dello scrittore di ‟camuffare” come momento dialettico. (Posso ricordare che ogni ierofania rivela il sacro sacro in un oggetto o entità profana). Ma in queste due storie il ‟camuffamento” è usato in modo paradossale, perché il lettore ha i mezzi per decidere se la ‟realtà” è nascosta nella ‟finzione”, o viceversa, perché entrambi i processi si mescolano” (9).

Da questa procedura ‟letteraria”, risulta il dilettantismo del Dr. Zerlendi, interessato anche alle tecniche di yoga, all’occultismo, alla ricerca di Shambala o Agarttha. Da qui deriva anche il suo fallimento alla fine della storia, in quanto non può più controllare le tecniche che aveva praticato fino ad allora. Il carattere non autentico dei suoi esperimenti è anche tradito dall’assenza di preoccupazioni per la dimensione metafisico-religiosa delle tecniche Yoga, come se si dovessero praticare riti cristiani senza alcuna preoccupazione per il loro significato religioso o senza comprendere i testi fondamentali del cristianesimo.

Pragmatismo o idealismo magico?
Resta da vedere come possiamo interpretare il carattere ‟fantastico” del romanzo, se dovessimo ignorare le teorie testualiste della seconda metà del secolo scorso. Fino alla stesura del romanzo, nel 1940, Eliade aveva pubblicato diversi articoli sul problema dei poteri magici, sulla loro sopravvivenza nel contesto moderno, solo nel caso di alcuni individui altamente dotati. Ricerche più recenti hanno indicato l’influenza del pragmatismo magico papiniano e dell’idealismo magico evoliano, che hanno riconosciuto l’esistenza di questi fenomeni soprannaturali, nonché la capacità di alcune persone di superare le condizioni fisiche e biologiche. Che tipo di relazioni possono essere stabilite tra le pratiche yoga praticate da Zerlendi e l’area del pragmatismo o quella dell’idealismo magico? Zerlendi potrebbe essere a metà strada tra il pragmatismo magico papiniano e l’idealismo magico evoliano: riesce ad attivare quei poteri occulti dello spirito umano, ma non lo fa nel modo richiesto da Evola, rimanendo lucido e procedendo scientificamente, secondo metodi e obiettivi chiaramente definiti (10).
In conclusione, la riedizione del romanzo in una nuova veste ottimale e impeccabile, beneficiando del contributo di specialisti come H. C. Cicortaș e G. de Turris, è una vittoria sia per il pubblico italiano che per la posterità di Mircea Eliade, recentemente più apprezzato per la parte fantastica della sua opera. Sembra che il genere fantastico superi meglio la prova del tempo, e un forte esempio è questo romanzo, che continua a essere letto dalle giovani generazioni di lettori, anche a quasi ottant’anni dalla prima pubblicazione.

Note:

1. Mircea Eliade, Il Segreto del Dottor Honigberger, seguito da Un uomo grande, traduzione da Mariano Baffi, prefazione da Silvia Lagorio, Milano, Jaca Book, 1988.

2. In Italia, Marcello de Martino ha scritto ampiamente su questo argomento nel volume Mircea Eliade esoterico. Ioan Petru Culianu e ‟i non detti”, Roma, Ed. Settimo Sigillo, 2008, pp. 235-262. Un altro personaggio di Eliade che rimane paralizzato è Anisie nel romanzo La foresta proibita (1955). Inizialmente studia in diversi campi (musica, matematica, fisica, biologia, teologia), ma la vera rivelazione non avviene in seguito all’acquisizione della ‟conoscenza”, ma a causa di una malattia iniziatica: in seguito a una caduta rimane immobilizzato per diversi mesi, il che gli fa scoprire una tecnica per uscire dalla vita quotidiana e vivere in accordo con quella cosmica (come vivono i regni animale e vegetale).

3. Teorizzato da Jung nello studio ‟La sincronicità come principio di relazioni acausali” (1952), il concetto designa in nuce ‟la coincidenza temporale tra due o più eventi che non sono causalmente correlati tra loro e che hanno un contenuto significativamente identico o simile”. Deve essere distinto dal sincronismo (la semplice concomitanza tra due eventi). Lo studio junghiano è molto denso e talvolta difficile da rintracciare, combinando dati astrologici con dati statistici, ma il fenomeno della sincronicità può essere schematizzato come segue: (1) come ‟principio di nessi acausali”; (2) con riferimento ad eventi significativamente ma non causalmente correlati (che, ad esempio, non coincidono nel tempo e nello spazio); (3) con riferimento ad eventi che coincidono nel tempo e nello spazio, ma possono anche essere considerati come mantenenti significativi legami psicologici; (4) come principio che collega il mondo psichico al mondo materiale.

4. Julius Evola, Il cammino del cinabro, Milano, Vanni Scheiwiller, 1972, pp. 162-163. Provando a ragionare sulle cause e sul senso dell’incidente subìto, dalle righe di Evola si può intravvedere che fosse al corrente con il modo in cui Eliade aveva interpretato questo fatto (benché evitasse di fare il suo nome nel testo): ‟Vi è qualcuno che ha fatto circolare la diceria, che la contingenza occorsami sarebbe stata la conseguenza di chi sa quale mia «prometeica» impresa. Questa è, naturalmente, fantasia pura. In quel periodo io avevo interrotto ogni attività che comunque riguardasse il sovrasensibile”. Il cammino del cinabro, p. 163.

5. La biblioteca di trentamila volumi è un personaggio in sé all’interno del romanzo, con un’esistenza quasi borghese. Cfr. Grațiela Benga Țuțuianu, Attraversando il cerchio. Centralità, iniziazione, mito nell’opera di Mircea Eliade, Timișoara, Hestia, 2006, p. 28: ‟Apparentemente infinita e austera, [la biblioteca] eleva il labirinto obbligatorio delle grande esperienze, a cui l’egemonia dell’ambiguità è giustapposta”.

6. Dalle sue memorie non risulta l’interesso per l’occultismo o l’esoterismo, cfr. Johann Martin Honigberger, Trentacinque anni in Oriente, Premessa di Arion Roșu; Edizione, studio introduttivo, note, addendum e postfazione di Eugen Ciurtin; Traduzione di Eugen Ciurtin, Ciprian Lupu e Ana Lupaşcu, Iași, Polirom Ed., 2004. Cfr. Liviu Bordaș, ‟La storia del Dr. Honigberger e il segreto di un romanzo di Eliade”, in Origini. Rivista di studi culturali, n. 1-2, 2003, pp. 20-30; n. 3-4, 2003, pagg. 129-158.

7. Culianu, Ioan Petru, ‟Il segreto del dottor Eliade”, in Studi romeni, I, I fantasmi del nichilismo, vol. I, Iași, Polirom Ed., 2006, p. 384: ‟Nella primavera del 1971, […] ho fatto un viaggio a Brașov, sperando di trovare alcuni documenti su Honigberger (non ci sono riuscito), poi sono andato a Iași, dove […] ho trascorso diverse mattine a controllare i documenti di nascita negli Archivi nazionali, alla ricerca del nome di questo assistente di Honigberger. L’unico risultato della mia ricerca è stata la conferma che il personaggio non è nato a Iași”.

8. Liviu Bordaș, ‟La storia del Dr. Honigberger e il segreto di un romanzo di Eliade (II)”, op.cit. , pag. 142 -145.

9. Mircea Eliade, Two Tales of the Occult, New York, Herder and Herder, 1970, pp. IX-X.

10. Per quanto riguarda il pensiero di Evola e le concezioni di magia, tradizione ermetica, i culti antichi dei misteri, cfr. Giovanni Casadio, ‟Evola e la storia delle religioni” nel Gianfranco de Turris (ed.), Julius Evola e la sua eredità culturale. Atti del convegno ”L’eredità di Julius Evola” Sala Alessandrina dell’Accademia dell’Arte Medica, Roma, 29 noiembrie 2014, Roma, Ed. Mediteranee, 2017, pp. 67-112.

Mircea Eliade, Il segreto del dottor Honigberger, edizione curata e traduzione di Horia Corneliu Cicortaș, studi di Gianfranco de Turris e Horia Corneliu Cicortaș, Milano, Bietti, 2019.

 

Gabriel Badea,

Ph.D., è stato borsista nel periodo gennaio-novembre, 2019, all’Accademia di Romania in Roma.

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Categorie: Libreria, Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 10 Novembre 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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