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Il Monachesimo Bizantino: ideali e pratiche – Elisabeth Mantovani

Il Monachesimo Bizantino: ideali e pratiche –  Elisabeth Mantovani

In guerra il comandante capo è Iddio

(da un trattato storico dell’VIII secolo)

Studiando la storia dei dieci secoli dell’Impero Bizantino e indagando nelle pieghe dei costumi della sua società ci si sorprende come la trascendenza abbia avuto un posto così importante a lato della burocrazia, della corruzione dilagante, delle guerre feroci e senza tregua. Eppure, la spiritualità sgorga a fiotti dalle icone presenti costantemente nel quotidiano dell’uomo bizantino, nell’oro dei mosaici e degli affreschi, nelle pose auliche di guerrieri e persino di sanguinari imperatori. La santità a Bisanzio non è qualcosa di determinato dagli uomini ma qualcosa che proviene direttamente da Dio e penetra i muri della vita quotidiana con i miracoli, le apparizioni e attraverso i sogni dell’uomo comune. Tutto ciò s’inserisce in un tessuto ancora denso di paganesimo, magia, stregoneria, pratiche occulte mutuate dal Vicino Oriente e dall’ambiente mediorientale, dai territori dell’Egitto e della Mesopotamia. Un retroterra che da tempo si era inserito nella pratica e nella mentalità religiosa di un mondo giudaico frantumato al suo interno: lo stesso da cui era nato il Cristianesimo. Alla morte di Teodosio nel 395 nell’area che diventerà Impero Romano d’Oriente convivevano radicate le idee di ordine e di civiltà eredi dell’Impero romano, ormai alle soglie del disfacimento, e il fervore del Cristianesimo dei primi secoli che andava diffondendosi in un mondo ancora profondamente pagano e che da questo retroterra mutuava usi, credenze e riti. Per molti secoli Cristianesimo e paganesimo convissero fianco a fianco nell’Impero fondendosi o scontrandosi a seconda dei periodi, dei luoghi, delle popolazioni coinvolte. Le eresie furono in parte manifestazioni durature del perdurare in seno al Cristianesimo di credenze pagane soprattutto mediorientali. Tali eresie furono in alcuni casi così diffuse che la Chiesa ortodossa, in alcuni momenti, non poté far altro che conviverci, come nel caso dei Bogomili che si diffusero soprattutto lungo il confine balcanico, o venire a compromessi come nel diffondersi del monofisismo che alcuni imperatori, tra i ad esempio quali Zenone, cercarono di acquietare con compromessi quali l’Enotico Editto dell’Unione o con altre soluzioni (più tardi ad esempio, Eraclio tenterà la strada del Monoenergismo). Nonostante gli innumerevoli cambiamenti che sconvolsero la società bizantina attraverso guerre, invasioni, carestie ed epidemie, alcuni aspetti si mantengono indenni nei secoli. Di solito si tratta proprio di quegli opposti che erano l’essenza dell’essere bizantino: la santità e la guerra. L’idea della battaglia è insita in tutta la storia di Bisanzio che si tratti di una battaglia concreta, come quella condotta costantemente dall’esercito nei dieci secoli di sopravvivenza dell’Impero, oppure della battaglia spirituale dei monaci contro i demoni. Truppe di santi e truppe di soldati popolavano il mondo quotidiano dell’uomo bizantino, essi avevano in comune qualcosa in più della sola idea della battaglia: l’idea di ordine e il permanere di credenze e di riti appartenenti al mondo antico, sopravvissuti dall’antichità classica, specialmente nell’ambiente dei soldati, ma anche mutuati attraverso la permanenza e gli scambi con i territori conquistati, attraverso un processo che ha le sue radici sin dall’epoca di Alessandro Magno. Non è un caso che i primi santi si trovino proprio tra le file dei soldati: la difesa della Cristianità assume un’analogia con la difesa di un determinato territorio da quei nemici, arabi, persiani e poi turchi, che non erano cristiani.

Ma esiste un altro legame tra i due volti costanti e contrapposti della società bizantina, quello del guerriero e quello del monaco: la vita del soldato era talmente dura che spingeva alcuni a ritirarsi in un monastero, fuggendo dalla guerra o per disertare il servizio militare. Già nel IV- V secolo esistono testimonianze del fatto che questa pratica era diffusa e si cercò in qualche modo di proibirla. Il monachesimo, come vedremo, fu infatti e almeno all’inizio, una via di fuga ed ebbe una forte componente anarchica (probabilmente, anche in questo caso, l’altra faccia di un rigido ordine): via dalla città, dalla civiltà, dalla cultura antica ma anche da qualche autorità ecclesiastica e statale e poi ancora via, nel deserto, su per montagne impraticabili, in qualsiasi zona isolata per passare una vita dedicata a digiuni, veglie, preghiere, disciplinata ma per libera scelta. Moltissimi erano i casi in cui la durezza della vita militare portava a ritirarsi dalla vita mondana in un altro tipo di rigore contemplativo.

Esemplare è la storia di San Nicola. La sconfitta dell’esercito bizantino nella battaglia dell’811 contro i Bulgari spingono il soldato Nicola a entrare in un monastero durante la ritirata (L’Uomo Bizantino di G. Cavallo, capitolo “Il soldato” di Peter Schreiner p. 120). La Chiesa ortodossa celebra il Santo, la cui vita è abbellita di numerose storie edificanti e diffusa in svariate versioni, il 24 dicembre.  Allo stesso periodo risale la storia di un altro soldato: colui che diverrà l’eremita Giacomo. Egli era nella guardia del corpo di Leone V e condivideva con l’imperatore l’ostilità per le immagini. Il fratello di Giacomo, monaco con funzioni sacerdotali, riuscì a riportarlo sulla giusta via e Giacomo diventò un uomo di Dio. Il testo latino parla di una “mirabilis metamorphosis” che trasformò un “milessecularis” in “mileschristianus”. Il passo da soldato dell’esercito a soldato di Dio, da come avremo iniziato a comprendere, poteva essere breve e avvenire per due direzioni opposte: quella dell’eroe e quella del monaco. La strada del Santo guerriero fu spianata dal fatto che il Cristianesimo arrivò ad accettare il servizio militare già all’epoca di Costantino con la vittoria al Ponte Milvio sotto il segno della croce. Una storia ormai nota portò i cristiani a scorgere in Dio la più alta autorità militare sulle orme dell’Antico Testamento, tanto che uno storico dell’VIII secolo poteva affermare “In guerra il comandante capo è Iddio”. Con la trasformazione del Cristianesimo in religione di Stato l’esercito ne divenne un punto di forza tanto che già il Concilio di Arles del 314 poteva dichiararsi a favore del servizio militare punendone la diserzione. Le usanze cristiane penetrarono tuttavia poco a poco nell’esercito e per molti secoli le pratiche pagane si affiancarono ai riti e alle preghiere cristiane che ritmavano la vita del soldato, le sue scadenze, l’inizio delle battaglie. I cristiani a cui venne inflitto il martirio durante il servizio militare, assumevano la qualità di militeschristie dovevano fungere da modelli e protettori per gli altri soldati. In generale il loro martirio cade ai tempi di Diocleziano, gli esordi del loro culto al IV secolo circa.

A partire dal IX secolo questi Milites Christi ebbero rappresentazioni figurative in cui comparivano con la loro uniforme bellica e con il passare del tempo giunsero ad essere un discreto numero. Il loro culto si rafforzava ogni volta che l’impero di Bisanzio era coinvolto nella lotta contro gli infedeli: nel IX e nel X secolo (contro gli arabi), nel XIV e nel XV secolo, ovvero quando gli ottomani strinsero in una morsa l’Impero Bizantino. I culti più diffusi sono quelli di San Demetrio, di San Procopio, di San Giorgio e di San Teodoro, il quale con il tempo si sdoppia in due santi: il comandante e la sua recluta. Questi santi guerrieri o cavalieri sono figure di solito vaghe, sorte da un passato remoto e indefinito. Poco si conosce di loro e il tempo non fa altro che ridurli a icone spersonalizzate attraverso le abbreviazioni delle loro vite inserite nel synaxarion, un calendario liturgico che comprende un lungo elenco di più di duemila nomi di santi e che esisteva in varie compilazioni di cui la più autorevole era quella costantinopolitana. Se molto spesso non si riconoscono i tratti personali o il motivo esatto della loro santità tutti, tra il popolo bizantino, sono invece in grado di riconoscere che San Nicola era patrono di Mira, San Teodoro di una località del Ponto mentre la base del potere di San Demetrio era Tessalonica. Questo particolare ci fa intuire come i santi bizantini fossero in molti casi successori delle antiche divinità ed eroi locali. Il nucleo più ricco di storie e di leggende si raggruppa intorno alla figura di San Giorgio erede probabilmente dell’antico mito dell’eroe solare che sconfigge il drago. Si tratta infatti di una delle figure più enigmatiche e leggendarie tra i santi bizantini. La leggenda di Giorgio megalomartire è nota a partire dal V secolo ma i suoi “Miracoli” sono di data molto posteriore. Contesto dei “Miracoli” è una campagna al confine con i saraceni: molto probabilmente la Cappadocia, infatti in altri testi Giorgio è definito “il cappadoce”. È da notare poi che molti miracoli sono ambientati in campagna e che il nome Giorgio è connesso con il termine greco “geòrgos” che designa il contadino. È dunque plausibile che San Giorgio sia divenuto popolare dapprima in un contesto rustico dal quale ha assorbito miti e leggende preesistenti.

Gli dèi e i miti dell’antichità erano d’altronde ancora molto diffusi anche tra le file dell’esercito i cui funzionari non erano uomini incolti bensì ufficiali qualificati a cui veniva richiesto non solo l’utilizzo delle armi ma anche la conoscenza degli scritti di tattica antichi e bizantini e lo studio dei dogmi della teologia che avrebbe fornito loro nozioni di morale necessarie al comando. L’astrologia, ad esempio, continua ad essere diffusa tra i letterati bizantini sino agli ultimi anni dell’Impero. Dapprima troviamo un’impostazione tolemaica allo studio del cielo ma poi a partire dal IX secolo le influenze dell’astronomia e dell’astrologia araba penetrano anche le file dell’esercito. Durante il regno dei Comneni si utilizzarono molti trattati islamici di astrologia come testimoniano i molti documenti scientifici di quel periodo. Uno dei testi più famosi ad uso dell’esercito fu il trattato dell’astrologo Teofilo attivo a Bagdad nell’VIII secolo il quale descrive, in base all’astrologia, i diversi tipi di conduzione della guerra e i momenti più propizi. Un altro testo, conservato soltanto in frammenti, racconta nel dettaglio i momenti più propizi per un trattato o per una battaglia, ad esempio: quando Kronos (Saturno) e Selene (la Luna) sono in accordo, è segno di tradimento e di inganno; quando invece Selene (la Luna) è in accordo con Afrodite (Venere) il momento è propizio. Queste conoscenze non erano diffuse ed utilizzate solo dagli ufficiali che dovevano prendere le decisioni ma circolavano anche tra i soldati. Molto diffusa in tutto l’impero era l’interpretazione dei sogni e delle visioni che abbraccia sia la vita dell’eroe e del soldato così come l’ideale del monaco. Tra i soldati era diffuso il libro dei sogni di Achemet che forniva loro tutta una serie di nozioni riguardanti la guerra e le armi: ad esempio chi sogna una corazza trionferà sul nemico e diverrà ricco tanto quanto è pesante la corazza; l’imperatore che sogna sé stesso armato sconfiggerà il nemico e così via dicendo. L’antica tradizione legata all’interpretazione dei sogni rientrava anche nel culto dei santi soldati. Il santo soldato infatti non solo proteggeva cavalieri ufficiali e soldati ma compariva anche ad essi in sogno proprio come facevano gli antichi dèi omerici. Così facendo il Santo poteva rafforzare la fiducia dell’esercito o il coraggio del soldato sostenendolo con una forza straordinaria.Nella letteratura storica numerosi sono gli esempi di questo tipo.Durante la campagna militare di Giovanni Zimiscè contro i Rus comparve San Teodoro martire che “infiammando gli animi dei bizantini” infuse loro il coraggio di proseguire nonostante le ardue condizioni meteorologiche e del territorio. In un altro racconto San Demetrio appare ai soldati greci per rimproverare la loro cattiva coscienza. Nel corso dell’assedio russo a Costantinopoli (907) i Bizantini giunsero a promettere trattative con il nemico quando in realtà volevano trarlo in inganno. Dopo la trattativa al capo russo Oleg vennero infatti portati cibo e bevande avvelenati ma egli fermamente mandò indietro il pasto. La cronaca di Nestore racconta che dopo questo gesto i greci si spaventarono e dissero: “Non è Oleg ma San Demetrio mandato da Dio contro di noi”!

Il canto di Amuris è uno dei più bei canti eroici bizantini che racconta dei guerrieri di frontiera, gli Akritai, che muovono in battaglia contro gli infedeli. E’ il periodo di maggior splendore di Bisanzio ma ancora a muovere gli eroi è una forza favolosa e trascendente che li fa combattere da soli eserciti interi o compiere imprese aldilà dei limiti umani. Un angelo, ad esempio, indica all’eroe Amuris dove mena un guado tra le acque dell’Eufrate in piena, l’eroe si lancia dunque contro i nemici e nel volgere di un solo giorno e di una sola notte li massacra tutti. La forza che investe i soldati e li rende eroi o santi è infine qualcosa in cui fede cristiana e magia si confondono oppure si fondono insieme.

Se abbiamo capito qual è l’ebbrezza dei santi, e come è promessa a loro per la loro gioia, vediamo ora come il nostro Salvatore non beve più vino fino a che non berrà con i santi vino nuovo nel regno di Dio.”
(Origene, Omelie sul Levitico)

Abbiamo così visto come nell’epoca dei martiri il modello del Santo guerriero che combatte e muore sotto le torture e le ingiustizie degli infedeli sia molto diffuso: in esso, come per altri modelli di santi, si confondono fede cristiana e antiche credenze del mondo antico ancora radicate profondamente in tutte le pieghe della società bizantina. Il culto del santo guerriero tuttavia, come già accennato, andrà rafforzandosi lungo tutta la storia dell’Impero nel suo continuo volgere l’attenzione verso nuove minacce siano esse arabe, persiane ed infine turche. Dopo l’editto di tolleranza la possibilità di essere martirizzati diminuisce o addirittura sparisce del tutto.L’Impero vede un breve periodo di ritorno al paganesimo con il colto imperatore Giuliano che regnò tra il 361 e il 363. Questo breve periodo produsse un certo numero di martiri alcuni dei quali certamente erano fittizi. Altri martiri caddero sotto l’imperatore ariano Valente (364-378) ma in linea di massima l’era dei martiri si può dire conclusa con Costantino I. A loro vennero a sostituirsi altre due categorie di santi: il confessore e il monaco. Il confessore può essere definito colui che subisce persecuzioni e patimenti per difendere la fede ortodossa ma non subisce morte violenta. I santi confessori emersero specialmente quando il governo imperiale nutrì posizioni eretiche, ovvero gli imperatori aderirono all’arianesimo, al monofisismo oppure all’iconoclasmo. Tra i santi confessori più celebri troviamo Sant’Anastasio di Alessandria (+373) che subì cinque periodi di esilio consecutivi per aver difeso la causa cattolica contro l’arianesimo e San Giovanni Crisostomo (+407) che fu ingiustamente deposto e morì in esilio per essersi opposto alle ingiustizie e agli intrighi delle alte sfere.

L’idea di martirio così come quella della battaglia che avevano caratterizzato i primi santi cristiani permangono nell’ideale del santo e vengono ad investire la figura del monaco. È soprattutto Origene (185-254 ca) a estendere l’idea del martirio al monachesimo e quella della battaglia alla vita del monaco. Non si tratta più di una battaglia contro un governo iniquo come era accaduto ad altri martiri ma di una battaglia invisibile contro il mondo delle tenebre e dei demoni. Origene stesso aveva cercato invano il martirio e nel suo pensiero la testimonianza costante e duratura della vita del monaco intrisa di privazioni, sacrifici se non di mutilazioni equivaleva se non superava il solo momento del martirio. Origene visse e fu educato in Egitto in un ambiente a stretto contatto con lo gnosticismo, una corrente che sfiorò molti aspetti del monachesimo bizantino. Origene invitò i monaci a imitare la sofferenza di Cristo perché solo in quel modo si sarebbero potuti domare i demoni che affliggevano il corpo, emulando la sofferenza di Cristo ci si univa a Cristo nell’ebrezza. Non è un caso che il monachesimo nacque e si diffuse proprio in quelle regioni a più forte presenza gnostica dove il mondo materiale era concepito come l’essenza del male: una dimensione che andava accantonata se non trascesa. Culla del monachesimo fu infatti proprio l’Egitto da cui Origene proveniva, da lì si diffuse in poco tempo in Siria, Mesopotamia, Palestina, Asia Minore Orientale e raggiunse Costantinopoli alla fine del IV secolo. Il modello del santo monaco si diffuse così rapidamente che fino al XV secolo furono di gran lunga più numerosi i santi monaci rispetto ai santi confessori.

Il monachesimo fu all’origine un movimento con una forte componente anarchica: se è vero che il monaco diventò alla fine il tipico santo bizantino è pur altrettanto vero che egli fu quasi sempre un personaggio al di fuori delle strutture ufficiali ecclesiastiche e civili, spesso in antagonismo con l’autorità pubblica e vescovile che tentavano di assoggettarlo. Il monaco trovò in San Giovanni Battista il suo modello esemplare e primigenio. Come già annunciato anche il monaco a suo modo era un soldato. La sua lotta si svolgeva senza tregua come quella del soldato bizantino continuamente impegnato in nuove guerre, ma il suo nemico non era un invasore fisico ma bensì spirituale. Il monaco combatteva contro un esercito organizzato di demoni che con vari espedienti assalivano senza sosta gli esseri umani sì da impedirne la salvezza. Il campo di battaglia non era più quello del martire vittima dei pagani ma l’avversario era rimasto lo stesso: il Diavolo che dopo la sconfitta del paganesimo ora volgeva le sue energie alla moltiplicazione delle eresie e di altre tentazioni. In quest’ottica martiri, confessori e monaci erano in realtà tutti ingaggiati, sebbene in modo diverso, nella stessa battaglia e per la stessa causa: sconfiggere il Diavolo e i suoi numerosi demoni più o meno potenti. Una battaglia senza tregua che si sarebbe conclusa solo con il secondo avvento. Di quella grande battaglia il monaco fu il vero esperto, grazie al suo tenace, incessante addestramento, l’askesis, egli aveva acquisito potere sui demoni e poteva disporre del migliore equipaggiamento per curare i malati e liberare gli ossessi. Taumaturgia, esorcismo, medicina e guarigioni operate dai monaci molto spesso sfioravano se non superavano il confine della magia andandosi a sostituire alle pratiche dei maghi ellenistici e degli stregoni dai quali peraltro andavano mutuando riti e concezioni.

La demonologia infatti non aveva nel paganesimo classico un posto rilevante, anzi era considerata con sufficienza dagli intellettuali greci e latini. Essa penetrò nel mondo mediterraneo dalla Mesopotamia e dall’Egitto conquistando il mondo giudaico, retroscena della nascita del Cristianesimo. Credenze e riti della magia di stampo ellenistico si diffusero così insieme alla demonologia all’interno del Cristianesimo. Nel mondo mediterraneo non si era mai vista una tale “invasione di demoni” come nei secoli che succedettero il IV. È dopo questa data che i demoni popolano a miriadi l’immaginario collettivo.  Essi vengono percepiti come esseri assolutamente reali. Ce ne sono innumerevoli, più o meno potenti, e infestano l’”aere” (il loro elemento) sopra la terra, stanno in agguato nelle campagne, nelle grotte, negli anfratti bui, nelle paludi ma particolarmente numerosi e forti essi hanno dimora presso le vestigia dei monumenti pagani siano essi templi, statue o antiche tombe. I demoni s’impossessavano degli esseri umani, degli animali d’allevamento e potevano causare malattie come l’epilessia o la pazzia; una volta che prendevano possesso di un corpo non volevano più esserne espulsi. Tra il I e il III secolo i teologi cristiani costruirono una vera e propria scienza della demonologia sulla base della documentazione, per altro non chiara, fornita dalla Bibbia. Il Nuovo Testamento infatti, come già accennato, era erede del mondo ebraico: anche se non conteneva una demonologia dettagliata era in esso implicito che Cristo e i suoi discepoli credevano nei demoni così come quel largo pubblico a cui si rivolgeva il messaggio cristiano.

Nel IV secolo la demonologia è ancora considerata una superstizione dagli intellettuali che avevano una formazione classica, greca o latina che fosse, mentre vediamo che comincia a diventare un potente strumento nelle mani della Chiesa. I santi cristiani prendono da questo momento sempre più il posto degli stregoni ebraici ed egizi: espellono demoni nel nome di Cristo e con l’ausilio prezioso di angeli e arcangeli. Il compito primario del monaco è quello di combattere la lotta contro i demoni e di diventare un vero specialista di questa guerra invisibile. Il monaco doveva addestrarsi adeguatamente poiché i demoni usavano mille espedienti ed inganni. Soprattutto i demoni agivano sull’immaginazione con tentazioni devastanti (le stesse che probabilmente portarono Origene ad evirarsi) quali la gola, l’avarizia, l’invidia, l’ira ma soprattutto la lussuria. I demoni provocavano allucinazioni e potevano spaventare l’uomo comparendo sotto forma di belve feroci, insetti repellenti, rettili velenosi, soldati armati di tutto punto. Potevano anche recitare la parte di santi, di angeli e persino di Gesù Cristo.
L’addestramento costante del monaco consisteva nell’astenersi da cibo e bevande, nella preghiera e nell’isolamento dal mondo materiale cosicché il suo intelletto si potesse purificare sino ad acquisire la “diakrisis” ovvero il dono di discernimento degli spiriti. Avrebbe così potuto riconoscere i demoni sotto ogni loro travestimento e persino dall’odore: si credeva infatti che i demoni emanassero un cattivo odore mentre al contrario la tomba del santo emanava profumo. Il monaco era dunque lo specialista, il solo in grado grazie alla sua askesis, di vanificare le trame dei demoni, di scacciarli potendoli riconoscere e al contempo individuare tra di loro i tipi più o meno pericolosi. Non è un caso se la più antica biografia conosciuta di un santo, quella di Sant’Antonio, dedichi una parte consistente alla descrizione della lotta che il santo intraprende contro i demoni. In un lungo sermone che l’autore fa recitare ad Antonio verso la fine, i demoni sono presentati in un sistema molto elaborato e coerente che ha più di un’analogia con le antiche credenze che popolavano l’area mesopotamica: i demoni sono considerati abitanti dell’aria (ovvero dell’atmosfera del mondo sublunare) che per sua natura è mutevole e turbolenta in contrasto con la serenità e l’immutabilità dei cieli più alti. Vi si legge che i demoni grazie alla loro sede aerea sono in grado di “intercettare” l’ascesa verso l’alto delle anime, ritenendo quelle a loro soggette e lasciando andare solo le anime pure.

Nel perfezionare la sua disciplina e il suo governo sui demoni il monaco poteva spingersi alle mortificazioni più estreme del corpo, pratiche che, per certi aspetti e in molti casi, esprimevano un certo lato esibizionistico. Non c’è da stupirsi che il modello del santo monaco abbia avuto di gran lunga più successo rispetto a quello del santo confessore: il pubblico nella sua ingenuità voleva conoscere con quali tecniche complicate i monaci conseguissero i loro straordinari poteri. I monaci Egiziani e Siriaci sembra facessero a gara per contendersi il primato della santità ascetica. Tuttavia è da far notare come i monaci d’Egitto evitassero le forme più estreme praticate dai siriaci e descritte in dettaglio nell’Historia religiosa di Teodoreto di Ciro. Monaci che abitavano capanne o grotte troppo piccole per il loro corpo, altri che portavano collari o catene di ferro, altri che rimanevano sempre all’aperto sottoposti alla calura e al gelo. Una delle forme più estreme descritte da Teodoreto fu quella che spinse il monaco Simeone a passare ben 37 anni sulla cima di una colonna. E’ da notare come Simeone e i suoi seguaci avessero, guarda il caso, scelto con cura l’ubicazione della loro colonna: quella di Simeone, ad esempio, si trovava in un’area popolosa su una delle principali vie di comunicazione. Un’altra forma estrema e bizzarra di mortificazione fu praticata dai cosiddetti erbivori, boskoi, uomini e donne che vagavano pressoché ignudi per il deserto e si nutrivano di sole erbe selvatiche. Una delle più famose storie di questo tipo è senz’altro quella di Santa Maria Egiziaca, ex-prostituta che San Zosimo incontra nel deserto e fa santa: un’altra storia monacale in cui affiorano concezioni di stampo gnostico. È importante poi, per ultimare il nostro discorso, citare un altro gruppo di monaci che simulava la pazzia e il cui più celebre rappresentante fu Simeone di Emesa. Nel XII secolo San Leonzio, che poi diventò patriarca di Gerusalemme, iniziò la sua carriera come santo folle di Costantinopoli, ripetendo le stesse imprese di Simeone nel IV secolo. La sua storia è testimone di un fatto importante all’interno del monachesimo bizantino perché all’epoca, se fosse rimasto “folle”, non si sarebbero tramandate più notizie su di lui, ma accadde che divenne abate dell’importante monastero di San Giovanni evangelista sull’isola di Patmos e solo per questo motivo forse fu scritta la sua “Vita” tramandata da un manoscritto tutt’ora a Patmos. Come il monachesimo tende a diventare cenobita così il monastero bizantino tende col tempo a diventare sempre più una piccola impresa, spesso indipendente dal controllo ecclesiastico ma quasi sempre sotto il controllo di un patrono privato. E’ così che l’agiografia bizantina si nutre della tensione tra il santo che doveva essere descritto per forza di cose come un uomo che nulla cerca e vuole per sé e la necessità di citare il sempre più stretto legame con i ricchi e potenti che avevano fornito al monaco o ai monaci le basi concrete per trovare il terreno, edificare il monastero e creare le sue strutture.

Siamo alle soglie della caduta dell’Impero, una storia che non sarebbe stata neanche concepibile senza l’apporto dell’esercito, impegnato incessantemente nella guerra concreta per difendere i confini e dei monaci che con i loro poteri reali o presunti combattevano sull’altro fronte i nemici invisibili di Bisanzio, esorcizzando, a volte anche con la concretezza della carità, il fantasma più spietato che s’annidava costantemente tra le rovine dell’Impero: la paura della sconfitta, della malattia, della morte. Bisanzio infine poteva fare a meno dei suoi imperatori, degli innumerevoli funzionari e cortigiani ma non sarebbe stato in piedi senza i suoi soldati, né avrebbe lasciato traccia di sé senza le sue chiese, i suoi monasteri, la sua fulgida e nel contempo austera spiritualità.

Bibliografia di riferimento:

Bisanzio e La sua civiltà, Alexander P. Kazhan, Edizioni Laterza;

L’Uomo Bizantino di G. Cavallo, Edizioni Laterza;

Storia della Letteratura cristiana antica, M.Simonetti, E. Prinzivalli, Edizioni Dehoniane Bologna;

La Santità nel Medioevo, André Vauchez, edizioni Il Mulino;

Contro Celso di Origene, traduzione di Aristide Colonna, Torino, Utet, 1971;

I Principi. Contra Celsum e altri scritti filosofici, scelta, introduzione, traduzione e note a cura di Manlio Simonetti, Firenze, Sansoni, 1975.

Elisabeth Mantovani
si interessa sin da giovanissima allo studio dei simboli e all’arte. Dopo aver conseguito il diploma in lingue, prosegue gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Consegue poi la laurea con il massimo punteggio presso il DBC di Ravenna con tesi in Storia del Cristianesimo. L’attività di Elisabeth nel campo dell’arte e della cultura è vasta: ha esposto negli anni ’90 in numerose mostre in Italia e in Francia, condotto dagli anni ’90 ad ora conferenze, corsi e seminari in tutta Italia. Ha inoltre organizzato, insieme all’associazione modenese LaRoseNoire di cui è Presidente, centinaia di concerti, seminari, conferenze ed altri eventi associati allo studio dei simboli nell’arte, alla storia e alla pratica dell’astrologia, ai tarocchi medievali, alla kabalah, all’alchimia e allo studio del corpo umano. Ha scritto per riviste e giornali locali e nazionali e pubblicato più di una decina di libri sull’astrologia, l’alchimia medievale, l’arte romanica e gotica. Dal 2006 lavora come guida turistica abilitata per le lingue italiano, inglese e spagnolo.

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Categorie: Storia delle Religioni

Pubblicato da Ereticamente il 7 Novembre 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Francesco D. Mancini

    Complimenti per l’interessante ed esaustivo saggio.

  2. Gusmaroli Fabrizio

    buongiorno
    cosa consiglierebbe tra la biografia ad un lettore quasi profano?
    grazie

  3. Alex

    Grazie molto interessante, la storia bizantina ci appartiene.

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